Julio Monteiro Martins, un ricordo personale

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Avevo quattordici anni, facevo la quarta ginnasio. Era una mercoledì sera di inverno, c’era il tipico freddo umido lucchese. Mi ero chiusa a chiave dentro la mia camera e non volevo uscire. Mio padre bussava, e diceva: “Ci vai, non si discute”.

Il “ci vai” si riferiva a un corso di scrittura di cui gli aveva parlato un suo amico, uno di quei suoi amici molto informati su tutto, cui lui era molto affezionato e che io detestavo. Mi ero opposta fin dall’inizio, perché “chi sa scrivere sa scrivere, e non si impara con delle lezione”. Avevo appena letto Intransigenze di Nabokov e la sicurezza che “esiste una sola scuola: quella del talento” non poteva togliermela nessuno. Non sapevo se il talento lo avessi o meno, e credo che sia una di quelle certezze che sovvengono a pochi minuti dalla morte, ma ero certa che la scrittura – le parole, le lettere, le sfumature che ogni singola vocale, ogni singolo articolo, ogni proposizione possiedono – erano l’unica cosa che per me avesse valore. Nelle mie giornate, certo, c’era anche la scuola, che detestavo con discreto impegno e che consideravo una perdita di tempo; c’era il fidanzatino del liceo, cui regolarmente preferivo una serata in compagnia di Albert Camus o un pomeriggio al bar con Charles Bukowski; c’erano gli amici che disertavo perché era la solitudine – ancora quella delle parole, delle lettere, dei mondi immaginari che sono altrove e conducono sempre dentro un pozzo dentro di sé – l’unica cosa che preferivo.

Fatto sta che quella sera mio padre mi trascinò, non senza avermi prima rifilato un paio di ceffoni, al corso: si teneva in un condominio circondato da alberi alle spalle della scuola Mimosa. Mi lasciò davanti alla porta di ingresso del palazzo e, serissimo: “Ti vengo a prendere alle undici. Se so che non sei andata, sai cosa succede”. Non ero nuova a fughe all’ultimo minuto – come in famiglia avevano battezzato la mia straordinaria capacità di darmela a gambe nei momenti meno opportuni -, ma quella volta restai: presi l’ascensore, andai al quinto piano, suonai il campanello Julio Monteiro Martins. Mi aprì un uomo di quaranta, forse cinquant’anni; era alto un metro e settantacinque, forse qualcosa di più; aveva degli ispidi capelli neri che erano tutti un ricciolo, degli occhiali tondi in tartaruga, una pancia bitorzoluta fasciata da un maglione color panna e un sorriso felice, veramente felice, zeppo di quella gioia inspiegabile e trascinante. “Tu devi essere Flavia” disse, in un italo-brasiliano che suonava come “Tu dois esser Flavia” e che non poteva non far sorridere. Mi accompagnò dentro, dove gli altri corsisti di Sagarana – così si chiamava la scuola di scrittura – stavano attorno a un tavolo quadrato, piccolo, con sopra una coppa piena di patatine. Mi presentai a tutti, poi iniziarono le presentazioni e con un esercizio cominciò il corso: tutto era diverso da quello che immaginavo, Julio Monteiro Martins non pretendeva di insegnarti a scrivere né ti suggeriva i modi dei grandi maestri, semplicemente ti offriva un tema e ti domandava di lavorarci su. Fu così per sei settimane: sei mercoledì sera trascorsi con un gruppo di adulti – il più giovane, dopo di me, aveva quarant’anni – che mettevano in scena drammatici tentativi di prosa. Julio era buono e sincero con tutti, metteva a fuoco gli errori, ma dava spazio anche agli elementi positivi; sorrideva sempre. Raccontava, fra una lettura e un esercizio, la sua storia: nato nel 1955 in Brasile, a Niterói, aveva cominciato a insegnare scrittura creativa nel 1979 in Vermont; poi la sua vita era stata una montagna russa: Rio, Lisbona, il prestigioso titolo di Honorary Fellow in Writing all’università di Iowa nel 1979, la nascita del movimento ambientalista Os Verdes, i primi racconti, i primi libri, il trasferimento in Italia e il rapporto d’amore editoriale con Besa Editrice, piccola casa editrice pugliese che ha dato voce a tutti i suoi libri. Era un piacere sentirlo parlare perché era una persona innamorata della vita, delle cose, di tutte le cose. L’ultima volta che lo vidi era il 2003. Undici anni fa. Un amico in comune qualche settimana fa mi disse che era molto malato. Non lo chiamai, né cercai di vederlo. L’immagine di lui, adesso che il 24 dicembre ci ha lasciato, sarà sempre a fuoco con me: il primo sorriso buono che ho visto in vita mia, il primo incoraggiamento alla mia scrittura, il primo incontro con uno scrittore capace di andare oltre la pagina e le parole, abbracciando la vita. Ciao Julio.

Questo articolo è stato pubblicato oggi nella mia rubrica “A proposito di Lucca” su Il Tirreno

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