Bagni di Lucca, Campo di Internamento Provinciale

auschwitz-birkenau

Roma. 21 marzo 1942. Gli sfollati anglo-maltesi avviati a Bagni di Lucca sono 201. La maggioranza è costituita da donne e bambini (120). Vi sono una quarantina di benestanti ed una trentina di persone di discreta condizione sociale. Il rimanente è povera gente (…). I sei alberghi del Comune nei quali gli sfollati sono stati distribuiti sono in buone condizioni sia come servizio che come igiene (…). È possibile avere a Lucca altri 50 sfollati.

È anche grazie a questa lettera, indirizzata all’Eccellenza il Prefetto Ispettore per i servizi di Guerra Giovanni Maria Formica e custodita presso l’Archivio di Stato, che abbiamo limpida una fotografia di settantatré anni fa. È una fotografia in bianco e nero, che ha come protagonisti ebrei, sfollati libici, jugoslavi e anglo-maltesi residenti in Italia. Uomini e donne senza colpa, se non quella di essersi improvvisamente scoperti come potenziali nemici dell’Italia e dei suoi alleati. Uomini e donne prelevati dalle loro case e messi ad alloggiare negli hotel disseminati nel comune della valle della Lima, fra terme e casinò. Uomini e donne, bambini, che nella storia non hanno lasciato traccia: spesso i documenti non riportano neanche i loro nomi, soltanto qualche frammento – qualche parola soltanto – è destinata ai facinorosi o a quelli che avevano attirato imprudentemente su di loro l’attenzione, come Alberto Drago che nell’agosto del 1942 fu internato poiché in una lettera a un conoscente di Tripoli aveva scritto “non sono pazzo di farmi italiano… mandatemi dove volete ma io sono nato di quella razza e lì muoio a costo che mi mandano all’inferno”.

Eccetto rarissimi casi, è dunque difficile ricostruire la memoria di quest’epoca. Capire come le giornate fossero scandite in questo frammento di terra, nel quale si incontrarono uomini di diverse etnie e religioni.

Per la maggior parte di loro, questa era solo una destinazione provvisoria. Lo attesta un telegramma scritto dal Prefetto Marotta e diretto al Sottosegretario di Stato – il telegramma numero 18 del 1 gennaio 1943, per la precisione –, che racconta proprio come a Bagni di Lucca si trovassero “86 sfollati Libia, 110 internati jugoslavi e 80 ebrei stranieri” e che, “per mancanza assoluta di locali” fosse necessario “trovare sistemazioni altre”. Sistemazioni che la provincia – poiché l’unico campo di internamento alternativo, quello di Castelnuovo Garfagnana, non era adeguato all’emergenza – non poteva garantire. Era chiaro: a Bagni di Lucca lo spazio era poco, le condizioni di vita dure. Poco cibo (quando andava bene un tozzo di pane), igiene prossima allo zero (il sapone era più raro perfino del pane), per coprirsi soltanto una coperta e come giaciglio quello che si era in grado di organizzare da soli. Ogni famiglia, indipendentemente dal numero di componenti, poteva avere a disposizione massimo una camera. Nessuno aveva con sé le proprie cose, i bagagli tardavano ad arrivare; in realtà, non arrivarono mai.

In paese rimasero soltanto gli ebrei e, dopo l’8 settembre del 1943, il campo di internamento diventò sede di un campo di concentramento per ebrei la cui storia è tristemente nota e a cui Oscar Guidi ha dato la voce. Io la scopro grazie ad Andrea Giuseppini, documentarista e appassionato di storia, che proprio ai campi fascisti nati dalle guerre in Africa alla Repubblica di Salò sta dedicando un complesso lavoro radiofonico. Mi racconta di questi ottanta ebrei che alla fine del 1944 furono condotti a Firenze, dunque trascinati con dei carri bestiame a Milano, nel carcere di San Vittore, e condotti a morte certa con un convoglio che puntava ad Aushwitz. I loro nomi sono persi in documenti introvabili, forse bruciati. Il loro ricordo è un pensiero vago da illuminare ogni giorno con ricerche e parole perché, come diceva il filosofo George Santayana, “coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”.

 Questo articolo è uscito ieri sul Tirreno, nella mia rubrica “A proposito di Lucca”.

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