La panchina degli innamorati

È la panchina degli innamorati. Una panchina verde, un po’ sbiadita ai margini, di legno, con le viti grosse e arrugginite. È la panchina che si affaccia sul laghetto dell’orto botanico, di fronte al grande cipresso calvo che affonda le radici in un isolotto messo al centro di un’acqua a tratti fangosa, a tratti trasparente; sempre zeppa di ninfee e di muschi.

Capita di vederci dei ragazzi del liceo, a volte anche più piccoli, che si tengono per mano e stanno lì, a guardare il mondo come appare. Immaginatevi lei con i capelli raccolti in una coda di cavallo, lui con lo zaino ancora sulle spalle, l’espressione incerta che si ha da adolescenti, la faccia con i brufoli e quella peluria imbarazzante che segna la crescita. Lei che fissa qualcosa di indecifrabile in direzione del laghetto artificiale e del salice, mentre lui le studia il profilo: il naso dritto e lungo, le labbra che paiono disegnate con un tratto gentile, gli occhi che si socchiudono appena quando il sole sbuca, per un attimo, fra le nuvole. Lui vorrebbe baciarla, ma sta aspettando il momento giusto. Passano i minuti, le mani cominciano a sudare, il pensiero si avvolge su se stesso: siamo sicuri, come dicono gli amici, che il momento giusto esiste per davvero e che arriverà?

Con uguale frequenza, capita di vedere sedute a chiacchierare coppie di anziani, che dopo aver arrancato per il mattutino giro di mura, cercano riposo dalla stanchezza: l’uomo ha sempre il bastone e scarpe da ginnastica tecnicissime, la moglie invece capelli freschi di parrucchiere ed eleganti piumini che si addicono maggiormente a una passeggiata in Fillungo il sabato pomeriggio piuttosto che a un esercizio ginnico.

Altre volte si fermano, per scambiare dei baci e parole, coppie di venticinque-trentenni, che non hanno vergogna o pudore degli sguardi altrui, e li vedi che stano guancia a guancia a studiare ciò che accade, a carezzarsi, a parlottarsi nell’orecchio. Ci sono poi i quarantenni con il cane al guinzaglio (sempre cani piccoli, da appartamento, con l’aria festosa e la lingua penzoloni), e i quarantenni sportivi con cane a guinzaglio (questi li riconosci perché sono appena usciti da un negozio di atletica, e hanno perfino fasce di spugna per il sudore). Potrei andare avanti per ore. A pensarci bene, questa panchina è quasi sempre occupata. Da coppie.

A volte ci si trovano anche grandi gruppi di turisti, che ascoltano attenti la storia di Lucida Mansi, nobile lucchese tanto bella quanto libertina, talmente attratta dai piaceri della carne da arrivare a uccidere il marito per possedere tutti gli amanti che desiderava. A Lucca la storia è ben nota: Lucida Mansi era spietata con i suoi innamorati tanto che, dopo gli amplessi d’amore, li faceva cadere in botole piene di lame aguzze. Per lei contava solo la bellezza, e quando una mattina scrutando allo specchio il suo viso aveva visto una ruga impercettibile, disperata aveva cominciato a chiedere aiuto. Le era venuto in soccorso un giovane che le aveva offerto trent’anni di giovinezza in cambio della sua anima. Lucida aveva accettato e così, mentre le persone invecchiavano, lei continuava a essere splendida e ad avere sempre più uomini. Non sapeva però che quel bel giovane era il Diavolo. Quando trent’anni dopo, la notte del 14 agosto 1623, il Diavolo ricomparve per prendere ciò che gli spettava, Lucida si ricordò del patto e tentò di ingannarlo. Si arrampicò allora sulle ripidissime scale della Torre delle ore con la speranza di allontanare la morte. Saliva affannata per fermare la campana che avrebbe dovuto battere la sua ultima ora: a mezzanotte in punto avrebbe perso l’anima, e con lei ogni altra cosa. Ma il Diavolo fu più veloce. Le campane risuonarono. Din. Don. Din. Don. E per Lucida fu la fine: il Diavolo la caricò sulla sua carrozza infuocata e la portò via con sé attraversando le Mura fino a gettarsi nelle acque del laghetto dell’orto botanico. La leggenda vuole che ancora oggi, immergendo la testa sotto l’acqua, fra le felci e i muschi, sia possibile scorgere il volto addormentato della bellissima Lucida che, durante le notti di luna piena, viaggia sul laghetto urlando nella carrozza che la porterà all’inferno. Deve essere una sinistra pena del contrappasso: lei che nessuno amò, ogni giorno viene osservata e nominata da decine di innamorati.

Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno nella mia rubrica A proposito di Lucca, ed è il primo frammento della mappa sentimentale di Lucca che sta nascendo in queste settimane. Vuoi contribuire? Segnala il tuo luogo preferito qui 

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