Tutto, niente

Grazie, caro Manlio 

Ho incontrato per la prima volta Manlio Cancogni nel 2008. Avevo appena compiuto ventidue anni, ed ero andata a trovarlo nella sua casa di Fiumetto – una villetta bianca che affacciava sul mare, il cui retro era un lungo giardino d’erba e di alberi – con il suo editor, Simone Caltabellota, che ne aveva riscoperto l’opera prima con Fazi Editore, e poi con Elliot Edizioni. Ero emozionata: mi sembrava di andare a fare un esame. Avevo letto tutti i libri di Cancogni che mi era riuscito trovare, ed ero rimasta incantata.Manlio Cancogni li aveva scritti trenta, quarant’anni prima, ma le sue parole parevano appena pubblicate; e parlavano di me, di mia madre, di mio padre, di tutte le persone che conoscevo e che pativano l’amore, la noia, la scoperta di un mondo che cambiava piano, addormentato, senza perché. 

Ricordo che lo trovai in poltrona, indossava un golf di cachemire beige – doveva possederne molti, e tutti uguali, perché ogni volta che lo incontravo aveva sempre golf del medesimo colore, sfumatura più intensa o meno -, dei pantaloni marroni e un paio di ciabatte; il viso era quello che avevo guardato decine di volte in fotografia: le sopracciglia folte, il naso lungo, gli occhi vivaci che non si fermavano, mai.

Ci fece accomodare sul divanetto di fronte alla poltrona, e sua moglie Rori preparo’ per tutti il caffè. Era la prima volta che incontravo uno scrittore vero, uno di quelli che aveva fatto la storia, vincendo i più importanti premi del nostro Paese, battendosi sempre per le sue idee, fino a rischiare il linciaggio. Era incredibile: mi trovavo davanti a un uomo che aveva attraversato il Novecento da protagonista, sempre cercando la “verità”, oltre i cliché e soprattutto oltre le strade più semplici. Con semplicità raccontò che stava rileggendo Alessandro Manzoni, che gli pareva adesso molto più bello, e poi la storia di Crimea, la storia della Russia, la storia della nostra Italia… Manlio Cancogni parlava, e sembrava quasi che dietro quegli occhi grandi, inafferrabili e allo stesso tempo ineludibili, fosse nascosta un’enciclopedia di storia, di letteratura, di geografia. E poi faceva domande, mi chiedeva cosa stessi scrivendo, che cosa avessi letto di recente, e la sua voce era gioviale, scoppiava a ridere divertito quando gli facevo notare che quel libro candidato allo Strega non lo avevo finito, che quell’altro, pur essendo dato per perdente, mi era piaciuto. Rispondeva alle mie domande, mi raccontò della celebre inchiesta che aveva firmato per l’Espresso negli anni Cinquanta, degli anni americani, delle quaranta case che aveva cambiato in tutta la sua vita. E di Rori, la sua amata moglie, che gli restava al fianco dal 1943. Ci salutammo con un sorriso, il medesimo che ritrovai negli anni, e con un ammonimento. “Nella mia vita non ho mai avuto paura, ho sempre scritto per divertirmi, ed è questo il miglior consiglio che ti posso dare”. Grazie Manlio, non sai quanto mi è stato utile in tutti questi anni. 

Questo articolo è stato pubblicato oggi su Il Tirreno.

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