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Natalecci (e letture) del 24 sera

 

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Si chiamano natalecci e il 24 sera illumineranno la Garfagnana. La illumineranno come tutti gli anni da tempi antichissimi, forse precristiani, e saranno come stelle cadenti, tanto forte e rapido è il loro ardere. 

Un bruciare di rami che divampa in un solo tratto, rapidissimo, fulmineo e che si erge come colonna di fuoco in tutta la valle di Gramolazzo, dove fra Gorfigliano e Minucciano si fa a gara a costruire il falò più alto, più maestoso, più lento a consumarsi. 

A guardarle ora, queste costruzioni di legno che sembrano moderni nidi e che si stagliano come torri arboree dove meno te lo aspetti, sembra che resteranno lì per sempre e che da sempre appartengano alle montagne alte e spazzolate dal vento che stanno intorno al lago di Gramolazzo, alle case dai colori autunnali, ai riti popolari che raccontano un’Italia che ha certamente smarrito e negato la sua anima contadina, alle discese dolci che digradano adesso verso la Liguria adesso verso la Toscana.

Fra questi natalecci forse il più bello, e certamente il più nascosto, è quello di Verrucolette, frazione di Minucciano, 710 metri sul livello del mare, 110 abitanti (una manciata più, un paio meno). Verrucolette che se ne sta di fronte al Monte Pisanino, con le sue case che s’affacciano sulla strada del paese che è piccolo piccolo e tutto raccolto, con delle belle signore che si chiamano Lea e Mirella e Ersilia. Verrucolette che sembra vivere per il falò che è il momento cardine della vita paesana.

Gli uomini del luogo, con amici e parenti, cominciano a costruirlo diverse settimane prima mettendo intorno a un palo, accortamente conficcato nel terreno, rami di ginepri e di pino. Il risultato è una gigantesca candela alta almeno venti metri – la competizione e il divertimento stanno nel farla più elevata ogni anno – che alle 18 in punto, quando le campane della chiesa della Santissima Annunziata suonano, nello stupore generale viene incendiata. Tutto intorno stanno gli uomini e le donne del paese, ma soprattutto le nonne e i bambini, che vedono il fuoco infilarsi nelle membra della gigantesca scultura e consumarla nel freddo dicembrino. La metafora – con buona probabilità appropriazione cristiana di una pratica risalente all’antichissimo culto del sole – vuole che questo sia il fuoco messo a intiepidire l’aria per l’imminente nascita del Bambinello.

È uno spettacolo bello, di unione, caloroso come solo gli appuntamenti paesani sanno ancora essere. Di simile in Italia, a quanto mi risulti, c’è soltanto la fòcara di Novoli – una sorta di sproporzionato nuraghe che raggiunge i 25 metri di altezza e i 20 di diametro – che il 18 gennaio viene incendiata e che ha in comune con i natalecci garfagnini le antichissime radici pagane, che si perdono nella notte dei tempi. Lo spettacolo è imperdibile, un momento di serenità che val bene la lunga strada e che promette una vigilia dall’atmosfera di casa, fra esclamazioni di gioia e bicchieri di vino; che si conclude sempre a casa delle nonne e nei gustosi ristoranti della zona.

Per restare in tema Garfagnana – luogo che da sempre mi è caro, e che si declina in quei meravigliosi e selvatici boschi dentro cui è bello perdersi, nei silenzi delle strade tutte curve che sono attraversati a tratti da cinghiali e ricci, nel rincorrersi delle lingue che sono dialetti e sospiri – sotto l’albero non può mancare la bella antologia Garfagnana in Giallo (Garfagnana Editrice, € 15), che raccoglie i racconti più belli che hanno partecipato all’omonimo premio nel 2015. Fra questi spicca l’opera della lucchese Giuliana Ricci, insignita del premio del Giornale di Castelnuovo, 200 millisecondi. Il tema non è natalizio, ma curioso. E toglierà il sospiro a molti lettori. Dunque, buona lettura e soprattutto buon Natale!

 

nataleccio

Questo articolo è stato pubblicato oggi nella mia rubrica domenicale “A proposito di Lucca” su Il Tirreno
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