Tutto, niente

Chiara Vigo, il Museo del Bisso

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Quando arrivo a Sant’Antioco è pomeriggio inoltrato. Non so dove devo andare, ma nella nostra conversazione telefonica Chiara Vigo mi ha assicurato che il posto è piccolo, e che la troverò con facilità. Ho provato a farmi dare almeno un’indicazione, ma lei – con il suo forte accento sardo e quell’aria burbera che scoprirò essere una sua caratteristica – è stata perentoria: “Chiedi del maestro di bisso. Ti diranno dove sono”.

In effetti, ha ragione. A Sant’Antioco – un paese con le casette basse circondato da un mare limpido, poco distante dal mozzafiato istmo artificiale che collega l’omonimo isolotto alla Sardegna – tutti la conoscono e così, seguendo la prima signora a cui domando indicazioni, arrivo al Museo del Bisso: uno stanzone poco distante dalla piazza principale al cui centro c’è un grande telaio e tutto intorno fotografie, arazzi, ricami incorniciati e, in fondo, un tavolo lungo di legno massiccio. Dietro quel tavolo, con un paio di occhiali rossi e le mani in movimento, c’è Chiara Vigo. Quasi sessant’anni, un caschetto di capelli ricci un po’ neri e un po’ grigi, l’aria sorniona di chi la sa lunga.

“Vieni qui!” esclama, facendomi cenno di raggiungerla e di sedermi. “Chiudi gli occhi” mormora, quando le sono vicina. Decido di assecondarla. “Apri la mano” comanda ancora, e allora spalanco le dita della destra. Dopo qualche secondo, sussurra “Lo senti quello che hai sul palmo?”. Scuoto la testa. No, io non sento niente. “Questo è il bisso” spiega.

Guardo e noto che sì, qualcosa c’è. È un groviglio di fili scuri. “Toccali pure” bisbiglia. Sono morbidi. Sottili. Si spezzano, tanto sono fragili. Da bambina immaginavo proprio così i capelli degli angeli.

Come primo incontro è piuttosto particolare, ma non mi stupisco. Degli amici mi avevano avvertita: Chiara Vigo è indecifrabile, proprio come il mare. Non ama essere contraddetta. Non ama le domande. Insomma, è la persona ideale da intervistare un giorno di fine estate.

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“Ecco la seta del mare” ripete lei, e poi comincia a raccontare. “La produce per difendersi dal polpo il più grande mollusco del Mediterraneo, la pinna nobilis, che vive fino a 25 anni e raggiunge lunghezze di un metro. Io mi immergo per metri e metri in apnea delfino, e la taglio. La porto in superficie e la dissalo per venticinque giorni”. Chiara Vigo parla lenta, a bassa voce, gesticolando. Assomiglia a una maestra. D’improvviso si ferma. Mi studia, ma è come se stesse guardando altrove. Forse al suo mare, all’acqua che la bagna, all’ultimo respiro prima di immergersi. Al primo che prende, a pieni polmoni, dopo essere risalita. Allora forse è felice, e sorride come nella grande e bella fotografia che ha vicino la porta d’ingresso: c’è lei, qualche anno più giovane, con un costume intero nero. Tiene in mano un groviglio di fili marroni. Li guarda orgogliosa. Intorno, ci sono le onde.

Poi, scuote la testa e ricomincia a parlare. “Per venticinque giorni dissalo quello che ho preso, e dopo lo immergo in un formulario formato da 14 alghe e da 2 succhi di limone diversi. Se non viene bagnato in questo particolare liquido, dopo un paio d’anni il bisso perde lucentezza e si fa sempre più sottile, fino a bucarsi o disintegrarsi. Gli oggetti che vengono a contatto con questo liquido, invece, diventano eterni”.

Nonostante l’evidente esagerazione, è bello pensare che ci sia davvero qualcosa in grado, al mondo, di rendere eterne le cose. “Ma il formulario, che si ottiene soltanto dopo il giuramento dell’alga, è segreto” continua, e io la guardo come se da un momento all’altro mi rivelerà qualcosa di importante. Sembra che adesso Chiara Vigo non parli solo del mare e di seta, ma di qualcosa di diverso. Allora le domando cosa è, questo giuramento, ma lei scuote la testa. “Aspetta” dice, e riprende a raccontare della lavorazione del bisso che, dopo essere stato nel formulario, si risciacqua, si asciuga, si carda e finalmente si fila. “Da questo momento può avere mille utilizzi: dal ricamo su tela, a quello con le unghie sul telaio. Adesso, però, è molto più difficile lavorarlo perché i fili non sono lunghi come un tempo. All’epoca di mia nonna raggiungevano i 25 cm, ora appena mezzo centimetro. Per questo i miei fili sono fatti con pezzetti di fili” spiega. Frammenti che fanno altri frammenti, e poi si uniscono in una catena. “Niente a che vedere con quelli del baco. Per avere 100 grammi di bisso ci vogliono dieci anni di pesca. In cento immersioni raccolgo 300 grammi di grezzo che diventano 30 grammi di filo” aggiunge, afferrando un groviglio di materiale dalla coppetta in paglia che tiene sulla scrivania. “Ecco, la pesca di cinque anni sta appena in un pugno” mostra.

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“Come è cominciato tutto?” domando, e lei allora inclina la testa. Inizia a raccontare dei tempi di Salomone ed Ecuba, quando il bisso era uno dei materiali più preziosi al mondo. Mi spiega che nessuno, eccetto lei, è ora in grado di lavorarlo.

Poi accenna alla sua infanzia a Sant’Antioco, a quando era bambina e a tre anni già entrava in acqua da sola, a quattro era in grado di filare e a dodici di tessere. Mi parla di sua nonna Maddalena, lo stesso nome che lei ha dato all’unica figlia. Mi spiega che, poiché la madre aveva deciso di fare l’ostetrica e di “tessere vita”, lei è cresciuta con nonna Maddalena, dalla quale ha imparato tutto. Proprio come questa aveva imparato da sua nonna. E così via via, saltando sempre una generazione, a tornare indietro. Quasi un filo di bisso, apparentemente fragile ma in realtà resistentissimo, attraversi da sempre in modo intermittente la sua famiglia.

“Ancora oggi, quando penso a mia nonna, a volte mi interrogo sulle ragioni della mia scelta. Solo in parte trovo le risposte. Molte cose sono successe senza che io le avessi programmate, come quando lei mi chiese, una sera, “lo vuoi?”. Avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, ma capii che stava parlando del bisso e le risposi “lo abbiamo lavorato tutta la vita, perché mi fai questa domanda?”. Lei mi guardò e disse “No, te l’ho sempre dato pronto. Tu non conosci il formulario. Non potresti comporlo”. In quell’attimo realizzai che, nonostante avessimo sempre vissuto insieme, c’erano cose che non mi aveva trasferito. Aveva aspettato che io rispondessi a una domanda precisa. Che mi rendessi conto delle conseguenze della mia scelta”. Ed è così che, quel giorno di quasi trent’anni fa, Chiara Vigo diventò Maestro. Imparò a trasformare il bisso che, come spiega, “nelle mani di chiunque è solo un materiale, mentre nelle mie diventa l’anima del mare”.

“Accettando di imparare la formula segreta, ho giurato fedeltà al bisso e all’acqua. Ho giurato di amare gli altri per come sono, e non per come vorrei che fossero. Ho giurato di vivere solo d’offerte perché il bisso non si compra, e non si vende” continua. Vuole la leggenda che chi ci ha provato è finito male come Rita del Bene, vittima di un incidente avvenuto subito dopo aver ceduto quasi 3 chili di bisso. Era il 1939 e con lei finì la tradizione a Taranto, l’unica città italiana, insieme a Sant’Antioco, dove la seta del mare veniva lavorata.

Il rischio adesso è che, quando Chiara Vigo smetterà di tessere, nessuno potrà sostituirla. “Forse mia figlia prenderà il mio posto, ma non lo so. Dedicare la propria vita al bisso, diventare un Maestro, è molto più complesso di quanto possa sembrare” commenta, e nella sua voce è chiaro che le parole non dette valgono molto di più di quelle che hanno un suono. “Se non ci sono le condizioni, lo lascerò andare. E se servirà, rinascerà da solo. In qualche modo. In qualche tempo” aggiunge, malinconica.

Resta ancora qualche secondo in silenzio a guardare la grande stanza dove lavora e nella quale passa le giornate. Racconta poi di un’azienda giapponese che tanti anni fa le propose due miliardi di lire per un piccolo ricamo in bisso, ma lei rifiutò senza nemmeno pensarci. Parla dell’ebook che la giornalista Susanna Lavazza ha scritto su di lei (Dal buio alla luce, il bisso marino e Chiara Vigo), e di quando è diventata Commendatore della Repubblica. Mi spiega che ora è oggetto di studio da parte dell’Unesco come patrimonio immateriale dell’umanità. Poi la voce cambia tono, diventa divertita, e Chiara Vigo mi racconta di quando sua nonna spiegò a una giornalista che metteva a cuocere i fili per renderli più brillanti: “Era una bestialità, ma la giornalista la scrisse, e ne ridemmo per giorni”.

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Intanto, continua a cardare un piccolo ciuffo. “Vedi – spiega, sgranando gli occhi – chiunque può venire a trovarmi. E per tutte le donne che vengono qui io costruisco un filo dell’acqua, recito la preghiera di mia nonna e glielo regalo. Quella donna potrà tornare perché io confezioni il suo cuscino di nozze, oppure l’abito da battesimo di suo figlio. Se non appartiene a nessuna religione per lei costruirò il Sole e la Luna, o il simbolo di Tanit” aggiunge, prendendo un’altra manciata di fili dal cestino. “Pesano appena un milligrammo” mormora, ricominciando a pettinarli con il suo cardo a spilli. Quindi inizia a muovere veloce le dita. Fa di tanti frammenti un unico filo. Poi prende il fuso. Le mani si muovono svelte. Dura un secondo. Sembra una magia, e forse lo è. Non me ne sono accorta, ma Chiara Vigo adesso mi sta porgendo un filo lungo almeno 15 centimetri. Non capisco da dove sia venuto fuori. Nemmeno un secondo fa, qui c’era soltanto un piccolo, informe ammasso di bisso.

“Questo è tuo. Con il buio è marrone, alla luce risplende d’oro. Ricordati però che tu oggi non porti a casa un oggetto, ma la sua storia” aggiunge. Ci guardiamo negli occhi, e mi sembra di vedere il mare. Mi sembra di vedere la millenaria storia del bisso, che adesso sopravvive solo grazie a lei. Poi Chiara Vigo, per la prima volta da quando ci siamo presentate, sorride. E allora capisco che è davvero arrivato il momento di andare via.

Questo articolo è stato pubblicato su Elle.

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