A proposito di Lucca, Toscana, Lucca, Tutto, Tutto, niente

Siepi di bosso lucchese

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Non avevo mai pensato a Lucca come a una siepe. Una lunghissima siepe di bosso, della medesima altezza e del medesimo colore. Non una foglia fuori posto. Non un fiore, cresciuto più per sorte che per desiderio, messo a frastagliarne l’ordinarietà. Non avevo mai pensato ai lucchesi come a dei calvinisti. Anche questo è vero. Eppure, dopo una lunga conversazione con un non lucchese che nel centro storico ha scelto di fermarsi diversi anni fa, mi è parso chiaro come la nostra città sia proprio questo: un groviglio di seguaci di Calvino che vivono circondati da una siepe ordinatissima e identica, alta abbastanza da nascondere gli affari più umani – i panni sporchi, insomma, che si lavano sempre in casa -, ma sufficientemente bassa da permettere di sbirciare nelle vite degli altri. Di guardare, e di essere visti. Insomma, una trappola mortale di erba e di mediocrità. Già, perché il cuore della questione non è né il perfettibile giardinaggio locale, né la vocazione religiosa autoctona, ma la mediocrità.

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E spero che mi perdonerete se in una prossima domenica mi dedicherò a trattare la questione calvinista, decisamente curiosa e interessante per i suoi meandri storici che hanno fatto di Lucca una stella della cultura dell’epoca, a cominciare da quel Giovanni Diodati, grande teologo e professore di lingua ebraica, che tradusse la Bibbia in italiano e in francese, e che era nato a Ginevra nel 1957 proprio da una famiglia lucchese fuggita alla persecuzione religiosa.

Ma, dicevamo, la questione oggi è più di viscere che di intelletto. Oggetto – unico oggetto possibile in questo inizio di anno denso di buoni e inutili propositi, che probabilmente avremo già mandato alle ortiche dopo neanche dieci giorni dall’inizio del 2016 – è la struggente mediocrità che ci avviluppa. E lo fa in un modo così violento da annullare ogni desiderio di rivolta. Sempre che a Lucca, una rivolta, ci sia mai stata e che sia possibile. Meglio dire, allora, che protagonista sarà l’elaborazione di un qualsivoglia piano programmatico capace di permettere alla città di elevarsi oltre il grado zero della provincia italiana. Il compito sarebbe della politica, ne siamo certi, ma anche dei cittadini. Di quei cittadini che dovrebbero smetterla di coltivare siepi tutte uguali, della medesima altezza e senza fiori. Dei cittadini che sono chiamati a sorvegliare, in vista delle prossime elezioni politiche, il futuro della nostra città: perché vincano i programmi, la vera voglia di cambiare, le idee e i piani per un futuro di Lucca che sia premiante per le forze, le capacità, le culture locali che hanno la capacità di guardare al mondo. Non solo fino a Capannori, o Antraccoli, o Picciorana insomma. E diventa allora fondamentale il ruolo dei giornalisti. Perché i giornalisti (non gli scrittori, cui purtroppo vengono consegnati più poteri e più aspirazioni di quelle che competono loro) hanno un compito preciso che è quello di raccontare la realtà, nel segno dell’imparzialità e della trasparenza. “Considero il giornale un servizio pubblico come i trasporti pubblici e l’acquedotto. Non manderò nelle vostre case acqua inquinata” diceva Enzo Biagi, fermo nel condannare quella terra di mezzo dentro cui vivevano e vivono ancora oggi molti suoi colleghi, bravi a tramare nell’ombra le future campagne politiche, sfruttando la visibilità dettata dalle parole per accaparrarsi il favore degli elettori/lettori.

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Un modo di agire che fa tornare in mente il quarto stratagemma cinese (libro, quello dei 36 stratagemmi cinesi, che se non avete letto vi consiglio): attendere riposati l’avversario affaticato. Ovvero agire, senza combattere direttamente l’avversario, sfiancandolo con situazioni logoranti. Per dirla con le parole di Sunzi, il generale e filosofo cinese considerato come l’autore del celeberrimo L’arte della guerra: “In generale chi occupa per primo il campo di battaglia e vi attende l’avversario, si troverà in vantaggio; chi, al contrario, lo occuperà dopo e si affretterà a dar battaglia, sarà esausto. Chi eccelle nell’arte della guerra, manovra l’avversario e non viene manovrato”. Dunque, oggi più che mai ai lucchesi tocca la capacità di distinguere i rivoluzionari dagli anarchici, gli aspiranti politici dai politici veri. Ma soprattutto la capacità di riconoscere quelli che mirano, fuori dalle ambizioni personali, a far conquistare a Lucca un posto in prima fila in Italia, e nel mondo. Non con mediocri labirinti di potere, ma con siepi difformi, colorate, visionarie. Perché ormai non basta più lamentarsi. Perché ormai non basta più essere uguali agli altri. Per non attirare l’attenzione. Sperando che il tempo passi.

Questo articolo è stato pubblicato nella mia rubrica domenicale “A proposito di Lucca” in uscita ogni domenica su Il Tirreno.

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