A proposito di Lucca, Toscana, Lucca, Tutto, niente

A Lucca, come nel resto d’Italia

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È nato tutto in una villetta alle spalle dell’autostrada, una villetta arancione fra alberi e campi in quell’anonima terra di mezzo che è la prima periferia di Lucca. È nato tutto – se tutto può essere definito la nascita del Centro Gay Lucca, e l’idea di organizzare la marcia per i diritti anche nella nostra città nella giornata in cui in tutta Italia si è marciato a favore dell’omosessualità – fra una sigaretta e un sogno, fra uno slogan e un bacio, nella casa di famiglia di Paolo Andrea Buoncristiano, 29 anni, animatore e attivista gay. Paolo Andrea sta davanti a me e sorride, con la sua faccia buona, mentre accanto a lui Serena Scorza, Letizia Rugani e Gabriele L. sono all’opera: stanno scrivendo a caratteri cubitali, con pennarelli e bombolette spray, striscioni e cartelloni per la manifestazione. Uno recita “Anche Lucca dice sì”, e poi “Diritti uguali per tutti” e “L’amore non conosce sesso”.

Paolo Andrea lo conosco da molti anni, avevamo frequentato insieme il quarto anno delle elementari dalle suore Dorotee al tempo in cui in classe, a insegnare, c’erano solo le suore e l’educazione era rigida e già allora un po’ anacronistica; era un bambino buono, sempre silenzioso, eravamo anche stati compagni di banco per un po’. Poi lui si era trasferito a Pescara con la famiglia, io avevo continuato la mia gloriosa carriera fatta di punizioni, e per quasi vent’anni avevo perso ogni traccia di lui. Fino ad adesso. “Dopo cinque anni a Pescara – mi racconta, affabile – siamo ritornati a Lucca, e qui ho frequentato il Liceo Artistico Passaglia, poi ho girato il mondo e l’Italia come animatore turistico. Quando sono tornato a casa ho capito che era il momento di muoversi attivamente, che dovevo metterci la faccia. I diritti sono una cosa di tutti. Così ho fondato il Centro Gay Lucca, che è totalmente apolitico e apartitico. Non abbiamo avuto alcun sostegno. Ci siamo autofinanziati in tutto e per tutto”. La famiglia ha reagito bene, ed è la prima a supportarlo esattamente come accade per gli altri membri del Centro Gay Lucca. “A mia madre lo feci dire da mia nonna – mi racconta Gabriele L., che ha diciassette anni, frequenta il Liceo Vallisneri e ha come ispirazione David Bowie e Madonna -. Lei tornò a casa piangendo, e abbracciando mi disse: ti amerei anche se fossi un alieno”. Sembrano distanti anni luce i tempi in cui la sessualità spaccava in due le famiglie. Me lo conferma Letizia Rugani, 21 anni, studentessa al Pertini che è tornata dietro i banchi di scuola dopo una parentesi da animatrice. Ha una cresta nera che, sotto la luce, pare blu. “Ero fidanzata con un ragazzo – esordisce -. Quando poi ho conosciuto Serena è cambiato tutto. Adesso stiamo insieme da sette mesi. I miei genitori hanno forse avuto timore rispetto a come sarebbe cambiata la mia vita, all’inizio c’è stato un po’ di spaesamento, ma stanno dalla mia parte. Io ho seguito il mio cuore, e loro l’hanno capito. Hanno capito, insomma, che non c’è niente di male anche nell’esternare i propri sentimenti, magari con un bacio in pubblico. Perché se non si cambia modo di ragionare, le cose non si trasformeranno mai”.

La più battagliera del gruppo è Serena Scorza, cresta sbilenca, capelli rasati da un lato e lo sguardo limpido di chi non ha paura. Frequenta l’Istituto Pertini, forse da grande farà la grafica, adesso ha 19 anni e sta scrivendo una tesina per la maturità sull’omofobia. “Per la prima volta nella mia vita mi sto sentendo utile per qualcosa” commenta, e intanto scrive a caratteri cubitali l’ennesimo cartellone.

In tutto quello che dicono c’è questa idea di fondo, originale per i tempi di individualità estrema che stiamo attraversando, che è scendere in piazza per i propri diritti, ma anche per quelli degli altri. A maturare e consolidare le idee non ci sono trattati di filosofia né romanzi, ma serie televisive e film come Queer as Folk, e poi Milk con Sean Pean che indossa i panni di Harvey Milk attivista omosessuale nell’America degli anni Settanta, e la commedia inglese ambientata negli anni Ottanta Pride. “Mi hanno aiutato – spiega Paolo Andrea – a capire che non ero l’unico quando ho detto ai miei genitori della mia sessualità, e loro mi hanno consigliato la psicoterapia”. Ecco, la questione dell’unico, del sentirsi diversi, del avere paura di non essere capiti è il fil rouge della conversazione con questi quattro ragazzi che, forse senza rendersene conto, si sono trasformati in attivisti. “L’omofobia contemporanea – aggiunge Paolo Andrea – è la peggiore, perché è la più subdola. Ormai le offese non sono più pubbliche, perché sarebbe politicamente scorretto, ma dietro le spalle”. Per questo è bene scendere in piazza. Per dirla con le parole di Harvey Milk: “Se non ti mobiliti per difendere i diritti di qualcuno che in quel momento ne è privato, quando poi intaccheranno i tuoi, nessuno si muoverà per te. E ti ritroverai solo”.

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