Tutto, niente, Vegan

Di cosa parliamo, quando parliamo di diventare vegani

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Quando ho deciso di cambiare repentinamente il mio stile di vita da onnivoro a vegano, pensavo che il problema più grande sarebbe stato quello di resistere alle consuete abitudini (il cornetto e il cappuccino la mattina in primis) e alle massicce dosi di comfort food che mi autosomministravo. Temevo anche di essere troppo pigra per leggere gli ingredienti di ogni cosa (provateci: è uno strazio), ma questa è un’altra storia. A sorpresa, però, il tradimento è arrivato dal mio microbiota intestinale, che non si è dimostrato all’altezza della situazione. Per capire qualcosa di più ho pensato di fare qualche domanda a Tiziana Stallone, biologa nutrizionista e presidentessa dell’ENPAB, perché non è stato affatto facile. E non essere preparata ha complicato (non poco) le cose.

Cosa cambia nel proprio corpo con una trasformazione radicale della propria alimentazione da onnivora a vegana? Tutto varia dall’alimentazione di partenza. A livello dell’intestino è frequente, se la persona onnivora non era abituata ad assumere un adeguato apporto di fibre vegetali, flatulenza e gonfiore. L’incremento dell’apporto di frutta e verdura, piuttosto che di legumi, può non trovare una flora batterica intestinale pronta ad accogliere questi alimenti. Il microbiota intestinale si adatta agli alimenti che vengono primariamente inseriti, pertanto è necessario tempo. Se l’individuo non assumeva poi un quantitativo sufficiente di fibre vegetali, con l’incrementato apporto dovuto al veganesimo, potrebbe vedere regolarizzarsi il suo transito intestinale. Tuttavia, se non si assume durante il cambio di alimentazione un adeguato apporto di acqua (almeno 2 litri al giorno), potrebbe verificarsi il fenomeno opposto, e quindi stipsi.

Come mai? Per due motivi: il primo perché l’alimentazione vegana è naturalmente povera di grassi e i grassi lubrificano il tratto intestinale, favorendo la progressione delle feci. Il secondo motivo è legato alla natura stessa della fibra insolubile, perché se non è sufficientemente idratata, può agire da “tappo”. Un altro rischio è la riduzione della massa cellulare. Se non ben bilanciata, o se l’apporto proteico è in netta discrepanza con quello dell’alimentazione onnivora, un vegano potrebbe andare incontro a una diminuzione della massa magra cellulare, con conseguente blanda riduzione della muscolatura.

Quali sono invece i primi riscontri positivi? Il miglioramento della luminosità del volto e della qualità della pelle. Nei fumatori piuttosto che nei pigri consumatori di frutta e verdura, l’incremento di alimenti vegetali con il carico di antiossidanti a essi connessi (in particolare vitamina C) migliora l’aspetto e la reale salute della pelle. La vitamina C è, infatti, un prezioso coenzima che favorisce la produzione di nuovo collagene.

Qualora si optasse per un passaggio graduale, quali sono i primi alimenti che è preferibile eliminare? E gli ultimi? Chi compie una scelta vegana lo fa per etica, e quindi dall’oggi al domani potrebbe sembrare impensabile alimentarsi di cibi animali e derivati. Laddove la logica fosse di altro tipo, e il veganesimo si realizzasse in maniera graduale e progressiva, consiglierei di togliere prima latte e derivati e carne. Di fatto, i latticini possono assieme all’incremento di vegetali favorire flatulenza e colite. La carne trova degli eccellenti sostituti in pesce e uova. Proseguirei con uova e infine con il pesce, del quale è bene giovare fino all’ultimo delle proprietà infiammatorie e degli omega tre. Tuttavia, più che della rimozione o integrazione, chi sceglie un’alimentazione vegana, deve porre particolare attenzione al bilanciamento dei nutrienti e dei micronutrienti.

 

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