Depressione post-aborto: quel no-baby blues di cui nessuno vuole parlare

Prurito-pancione-gravidanza

 

Quando ho conosciuto M. sapevo che abortire in Italia fosse una cosa complicata. Avevo letto diverse inchieste e seguito alcune storie in prima persona.
Il labirinto in cui una donna decisa ad abortire precipitava mi sembrava tutto sommato banale nella sua ripetitività.

I medici obiettori che affollano gli ospedali (capolista è il Molise con il 93,3% dei medici obiettori, ma la media italiana è comunque uno sconfortante 70%), gli ospedali che non sono in regola con la 194 (in effetti è una legge che ha solo 38 anni, dunque è piuttosto logico che solo il 60% degli ospedali italiani garantisca l’Ivg), i posti letto che non sono abbastanza e che concorrono a rendere ancora più difficile agire entro i termini di legge (tre mesi), l’aborto che è una questione medica che continua ad essere tratta come una questione morale (come ha ben raccontato la bioeticista Chiara Lalli).

Quando ho conosciuto M., quasi tre anni fa, il decreto legislativo del 15 gennaio 2016 che prevedeva la depenalizzazione dell’aborto clandestino per aumentarne di 200 volte la sanzione (da 51 euro a 5/10mila) era impensabile.
E impensabile (ma forse prevedibile) era anche che la politica avrebbe del tutto ignorato le rivolte popolari, perché forse per farsi ascoltare né la piazza tradizionale né la piazza di twitter hanno peso per #obiettarelasanzione.

Quando ho conosciuto M., dicevo, non sapevo quello che segue un aborto. Conoscevo la pratica ospedaliera – sia attraverso aspirazione che raschiamento, che tramite Ru486 – ma non quello che ne seguiva, e che è angoscia e disperazione e malinconia.

Parliamo spesso di baby blues, la depressione post-partum, che affligge circa l’8-12% delle neomamme. Ma nessuno parla di no-baby blues. È come se l’aborto – nonostante le rivoluzioni, e il tempo che stiamo vivendo – continui a essere un tema tabù.

Un tabù dannoso soprattutto per le donne, che in una società sempre più femminista e contemporaneamente sessista, pagano il dazio più grande. Una violenza psicologica che forma una cicatrice indelebile fra le loro gambe, e nel loro cuore.
Ne ho parlato allora con la Prof.ssa Donatella Marazziti, psichiatra e responsabile ricerche della Fondazione BRF Onlus – Istituto per la ricerca in Psichiatria e Neuroscienze – per cercare di fare un po’ di luce in quella notte che travolge le donne, e le risucchia via. Quel vuoto di cui nessuno vuole parlare.

“L’interruzione volontaria di gravidanza – spiega Donatella Marazziti – è caratterizzata dalla solitudine psicologica della donna che si trova di fronte a problematiche che coinvolgono non solo la soppressione di un figlio potenziale, ma anche la sua sessualità, il suo ruolo, il rapporto col partner, il futuro della relazione. Ovviamente è importante anche il significato che la donna dà alla gravidanza, intanto se è voluta o frutto di violenza, se viene considerata un ostacolo alla realizzazione personale o un completamento della donna stessa e della relazione, e di come l’ambiente percepisce l’evento”.

Al momento non esistono degli studi specifici in grado di ricostruire questo argomento che ben si presta a interpretazioni e manipolazioni ideologiche (solo negli USA si stanno sviluppando delle ricerche relative alle condizioni di depressione e ansia in donne che hanno scelto l’aborto, o lo hanno praticato per questioni terapeutiche).

“L’interruzione volontaria di gravidanza è quasi sempre un momento drammatico nella vita di una donna che la espone a uno stress non indifferente, sia che sia tratti di una scelta consapevole o inevitabile e quindi possa all’inizio dare addirittura sollievo” spiega Marazziti.

“Molte donne – continua Marazziti – infatti presentano successivamente una serie di sintomi riferibili a un disturbo post-traumatico da stress come ruminazioni continue sull’evento, flashback dolorosi, insonnia, irritabilità e una sorta di anestesia affettiva e distacco emozionali dagli altri e dal mondo circostante. Le forme cliniche possono essere da lievi a gravi e insorgere da subito dopo ad alcuni anni. In certi casi può svilupparsi una vera e propria depressione”.

Una depressione di cui nessuno vuole parlare aldilà delle interpretazioni morali che ruotano intorno all’aborto che continua a essere intrappolato, almeno nel nostro Paese, fra due estremi. Due estremi che non permettono sfumature. E ascoltando la Prof.ssa Marazziti, le parole di M. mi tornano nelle orecchie come poesie.

“Volevo abortire. Non volevo un figlio. Ma dopo che ho abortito, nonostante tutto, sono stata male. L’operazione per me è stato un trauma, vedevo intorno a me solo persone che criticavano quello che avevo fatto. Una piccola morte mi è esplosa nel cuore”.

Una morte che troppo spesso, fra la legislazione e delle assurde posizioni dogmatiche che non permettono alternative, dimentichiamo. Perché a volte e proprio vero che “il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”.

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