Tutto, niente

Quello che ho imparato dai libri che (non) ho perso

Da bambina non avevo migliori amici, e neanche amici immaginari. Nella mia camera avevo un sacco di libri, zeppi di personaggi che detestavo e invidiavo, ma sarebbe una bugia dire che nei romanzi consumati furiosamente durante l’infanzia e l’adolescenza io abbia mai trovato migliori amici e amici immaginari. Ve l’ho detto: non riuscivo ad averli nella vita normale, figuriamoci nella finzione.

Leggevo molto, questo sì, e le catene musicali che le parole costruivano trovavano in me una cassa di risonanza. Sognavo appresso alle Piccole Donne (i miei genitori mi avevano regalato una brutta edizione illustrata, e io speravo di trasformarmi in Jo), mi auguravo di alzarmi una mattina ed essere per davvero D’Artagnan (ma anche mio fratello a volte credeva di esserlo, e così improvvisavamo delle lotte disperate con cuscini e spade di plastica per decidere chi stesse mentendo), altre giornate invece mi pareva di essere uscita da Spoon River e di aver preso l’anima del giudice Selah Lively: “Non pensi che sarebbe naturale / che io rendessi loro la vita difficile?”.

Fra i dieci e i diciotto anno ho letto almeno tre romanzi la settimana. Non facevo altro, con grande gioia delle mie maestre prima, e delle professoresse poi. Chissà perché nei miei ricordi la scuola è sempre un mondo femminile, fatto di profumi dolcissimi, penne stilografiche, caramelle Rossana e bacchette appuntite.

Spesso lasciavo un libro a metà, a volte leggevo solo le prime tre pagine, poi lo perdevo, lo ricompravo e dunque lo perdevo di nuovo. Negli ultimi dieci anni ho comprato per cinque volte Gli Imperdonabili di Cristina Campo (e anche adesso, se volessi rileggerlo, non saprei dove pescarlo), per tre volte ho ordinato le poesie complete di Anne Sexton e per altre tre Olga a Belgrado di Irene Brin. Il che non sarebbe strano se non fossi stata io stessa a curare la suddetta edizione, di cui l’editore mi aveva donato al momento dell’uscita cinque copie. Va poi detto che negli ultimi quattro anni ho perso svariate copie di Sylvia Plath, Mercè Rodoreda (anche Aloma, adesso che mi ricordo, penso di averlo acquistato dopo ogni trasloco), Gianna Manzini, Paola Masino e Sibilla Aleramo. Ho bisogno di essere circondata dai libri che amo, sono delle care presenze intorno a me. Ma a questo punto inizio a dubitare che la cosa sia reciproca.

Sono sempre stata distratta, innamorata del dettaglio fuori posto e dell’imperfezione; credo che sia stata l’aria di Taranto, borghese e operaia, a costruire il mio gusto. Forse anche per questo ho sempre detestato i personaggi femminili troppo deboli o troppo forti, quelle convinte del matrimonio, quelle convinte dell’essere single, quelle che credono nella parità di genere, quelle che non ci credono neanche sotto tortura, quelle in crisi d’amore e d’astinenza per quell’amore che non le rendeva felici, forse, e poi c’era il sesso, e poi, e poi… Di certo c’è una categoria di donne che non mi piacciono e non mi piaceranno mai: quelle che si nascondono, e che cercano nel pigmalione di turno protezione. Ma non le sopporto non perché usino la seduzione o l’inganno. No, soltanto perché lo (mal)celano.

Se dovessi fare una top five dei libri che mi hanno formato, non sarei in grado. Perché è una classifica che cambia ogni mattina a seconda di come mi alzo. Come accade a tutti, mi piace essere sorpresa. Trovare un nuovo sguardo sul mondo. E poi piangere. O, almeno, ridere.

Molto meglio provare a raccontare la mia formazione di lettrice, e dunque la mia formazione di persona, perché sono le letture più di ogni altra cosa quelle che hanno riempito le mie giornate, e costruito le mie aspirazioni. Apparecchierei una lunga tavola, di quelle che si allestiscono nei paesini di provincia quando si vuole preparare la pizza più lunga del mondo o un bignè da guinness dei primati.

Farei accomodare un’infinita schiera di donne, quelle donne che sono state le mamme, e le nonne e le zie putative che hanno affollato la mia vita fino ad adesso. Solo donne, perché non esclusivamente le loro parole, ma anche le loro vite mi hanno educato.

Mi hanno aiutato a capire – come racconta Elsa Morante in “Aneddoti Infantili” – che non c’è niente di male in quell’originalità che agli altri pare stranezza. Mi hanno sussurrato che la propria famiglia bisogna amarla e bisogna amare anche se stessi per quanto sia difficile e a volte incomprensibile farlo – questo me l’ha insegnato e continua a insegnarmelo Dacia Maraini, in ogni singolo libro che firma -, e poi mi hanno spiegato che l’amore a volte è una cosa folle, che ti trascina via, ma guardare nella vita e nel cuore degli altri è un peccato capitale – come toccò a Sibilla Aleramo, instancabile amata e amante, e alla mia scrittrice mito Gertrude Stein. Mi hanno mostrato, soprattutto, che la vita è un fiume e a volte capita di lasciarsi andare nelle sue acque – grazie, Virginia Woolf – e a volte è invece necessario opporsi alle convinzioni che sono la nostra eterna placenta – la mia la squarciò Lidia Ravera quando avevo quattordici anni e chiusa nel bagno lessi la storia di Rocco e Antonia – e fare la rivoluzione (o almeno provarci, o almeno allestire una ribellione domestica) come insegnano Nelly Bly e Oriana Fallaci, e come mi ricordano ogni giorno, a modo loro, Luciana Castellina, Michela Murgia, Concita De Gregorio.

Ma queste donne che sono una lunga di sequenza di scrittori e di poeti, di scrittore e di poetesse, perché sono trasversali ai generi e alle trasformazioni della lingua, mi hanno insegnato soprattutto una cosa che qualche tempo fa ho incontrato nello struggente dattiloscritto inedito di Irene Brin di cui mi sto occupando (ormai da anni). Ecco, a un certo punto Irene Brin scrive: “Nessuno ascolta mai il cuore dell’altro”. E la letteratura serve, invece, proprio a questo. A tendere l’orecchio, a sentire un poco più in là.

Questo articolo lo trovate anche su IlLibriaio.it

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