Tutto, niente

Marco la faremo ‘sta rivoluzione

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Quando sono nata, nel 1986, Marco Pannella perdeva suo padre Leonardo, ingegnere e borghese, ed era ormai membro attivo da almeno trent’anni della politica nazionale. I suoi capelli erano già bianchi, e lo sguardo aveva quell’espressione spiritata di chi riconosce le battaglie da intraprendere, nonostante il loro esito.

Anche se aveva cinquant’anni più di te, Marco Pannella lo sentivi affine. Molto più affine dei coetanei ventenni. Era il più sincero, e folle e a suo modo geniale dei politici. Lo vedevi come un oracolo, spesso incomprensibile, ma certamente instancabile. Perché era imprevedibile e ingestibile, e perché trovava sempre un modo anticonvenzionale, eccessivo, spesso con risvolti da commedia all’italiana, spesso con tratti da tragedia grottesca, per farti riflettere su vecchie e nuove battaglie, vuoi che fossero la liberalizzazione delle droghe, l’aborto, il divorzio, le unioni omosessuali.

La sua vita è stata una di quelle rare esistenze che le parole sminuiscono, perché c’era sempre qualcosa altro nei suoi gesti, nelle sue espressioni, nelle sue battaglie. C’era una libertà, anche nel dichiarare i suoi amori per uomini e donne, priva da stupide sovrastrutture. Una libertà che ha fatto innamorare la mia generazione, e quelle precedenti e successive, collocando Pannella nella casella di quelli che non sono né di destra né di sinistra, ma inseguono l’istinto, e a volte il buon senso.

Nella mia memoria Pannella più che di un politico, è l’emblema del comportamento e del coraggio radicale. Radicale come lo intendeva lui: radicale della vita, della conoscenza, della lotta. Forse è per questo che, per una strana associazione di pensiero, pensando ai suoi funerali che si terranno oggi a Roma, a piazza Navona, mi è venuto in mente uno striscione scritto da dei ragazzi anni fa, a qualche settimana di distanza dal suicidio di Mario Monicelli. Era una contestazione studentesca per la Riforma Gelmini, nel cuore di Napoli sfilavano facce adeguate: sguardi sfidanti, mascelle contrite. E a capo del corteo, fra visi di adolescenti e universitari impegnati, ecco avanzare un lungo lenzuolo bianco con su scritto, con un pennarello nero, a caratteri cubitali: Caro Mario la faremo ‘sta rivoluzione. Era il novembre 2010. Ecco, sarebbe bello che uno striscione del genere comparisse anche oggi, fra le lacrime e i sorrisi. Fra quelle battute un poco stonate dei nostri politici. Sarebbe bello, soprattutto, che poi qualcosa questa volta accadesse. Perché non c’è tempo più necessario di questo per una rivolta radicale.

 

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