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La perversione dei social network

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Sono sempre stata, e anche con un orgoglio prossimo al parossismo, una pessima liceale. Avevo una straordinaria antipatia per quel luogo antico, decadente, che era il Liceo Classico Machiavelli di Via degli Asili. Uso l’imperfetto perché negli ultimi dieci anni non ci ho più messo piede. E mi auguro che sia migliorato, ma ne dubito.

Avevo anche una straordinaria antipatia per tutti i professori, in quel modo indistinto e furioso che si prova solo durante l’adolescenza; poi passano gli anni, i sentimenti si imparano a gestire, l’indifferenza e la noia cadono ad avvolgere ogni cosa, e un po’ si rimpiangono le vignette fatte sui banchi per la “professoressa grassona” o quelle scarabocchiate su dei fogli a righe per le “professoresse rimosso” che erano una serie di donnine dalle grandi ambizioni che si erano ritrovate, loro malgrado e secondo un copione già noto, intrappolate al liceo sognando le cattedre universitarie. Si rimpiangono anche le rivolte fatte in nome di una scuola migliore – o, meglio, in nome di quel concetto di scuola che ognuno di noi possiede e che è sempre perfettibile -, le autogestioni grottesche che non avevano alcuna anima politica o rivoluzionaria, e che anche adesso continuano a sembrarmi solo come perdite di tempo. Si rimpiange, soprattutto, quell’incredibile certezza dei quindici anni che considera il futuro come una cosa grande e meravigliosa, interminabile, dentro cui sarà possibile fare ogni cosa. Un tutto che, naturalmente, il Liceo (inteso nei suoi banchi vecchissimi, nelle sue scale centenarie, nella biblioteca polverosa e nei suoi insegnanti millenari) sconsigliava con veemenza, suggerendo al posto dello sport o della musica la tranquillità cantilenante delle materie cardine, il greco e il latino.

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La parentesi liceale – come quasi tutte le parentesi della mia vita, ma credo che sia così un po’ per ognuno di noi – alla fine si è rivelata una cosa rapida, di cui non serbo che pochissimi ricordi: il suono della campana che il custode Pietro tirava con le proprie mani, l’idea di assedio perenne, i volti stanchi di insegnanti che mi sembravano tutti il medesimo esercizio di una retorica antica, incapace di parlare e di essere nuova, soprattutto vicina. Mi sembrava, quella scuola, una carcassa abitata. Un po’ come diceva Joyce dell’Italia, eravamo il bambino che vive facendo vedere il corpo morto della nonna. Noi – anzi io, perché il noi è sempre troppo striminzito per abbracciare le ambizioni e le solitudini di venti adolescenti – speravamo di essere il bambino, ma ci trovavamo immancabilmente ad essere la carcassa. Ma questo, e lo dico a voi studenti che adesso siete convinti che la vita sia tutta lì fra le lezioni e i pomeriggi passati a studiare, è durato il tempo di un’interrogazione e, cosa decisamente più preziosa, mi ha anticipato come è fatto il mondo: un insieme, spesso insensato, di gerarchie e di giochi di potere. I medesimi che il preside esercita sugli insegnanti, che a loro volta agiscono sugli studenti. Una catena continua di un potere un po’ misero, perché è sempre misero accanirsi sui più deboli, che trova però una gloriosa pena del contrappasso nei tempi moderni.

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Qualche giorno fa (e qui vengo al perché di questo pezzo), un giovane amico, che ha frequentato la medesima scuola, mi ha fatto vedere il profilo facebook di una donna che sembrava avere novant’anni. Gli occhi erano due fosse riempite di terra, e i capelli un cumulo di polvere. “La riconosci?” mi ha domandato. No, non la riconoscevo e anche il nome mi pareva di non averlo mai sentito. Solo dopo molti scatti, e dopo aver scoperto che il nome fosse solo un’invenzione (ma facebook non proibisce l’utilizzo di generalità false?) ho capito chi fosse. E mi è sembrato triste e ingiusto che un’insegnante, al giorno d’oggi, per avere una vita sui social network fosse costretta a usare uno pseudonimo. Mi è sembrato un sinistro gioco del destino come la rivoluzione digitale abbia dunque ribaltato i ruoli, costringendo gli insegnanti a proteggere la loro privacy da studenti ed ex studenti con foto ritoccate per apparire più vecchi, e nomi inventati. Peccato, un tempo erano loro a canzonare gli studenti per i primi amori e per le folli ambizioni. Adesso chi prenderà il loro posto?

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