A proposito di stalking…

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Dieci anni fa, avevo un ex ragazzo che si era trasformato in uno stalker. Mi aspettava sotto casa, controllava i miei spostamenti, suonava di notte al campanello e mi diceva che dovevo scendere, perché dovevamo parlare, perché io non l’avevo capito, ma lui era diverso, era un ragazzo per bene, era innamorato e gli dovevo dare una seconda possibilità. Mi supplicava di ascoltarlo, di andare a cena con lui, di spiegargli perché avessi cambiato idea. “Perché mi butti via?” piangeva, ignorando completamente le migliaia di volte in cui – con la logica spietata che la vita ti impone nelle occasioni in cui comprendi di essere a rischio – gli avevo ribadito che fra noi era finita. Per sempre. Senza possibilità di ripensamento.

Lui però non demordeva. Aveva cominciato mandando mazzi di fiori e torte con messaggi d’amore, era finito a molestare i miei vicini, a gridarmi parolacce e minacce. Ero attanagliata dalla paura. Vivevo a Roma, da sola, mi ero trasferita da poco, pensavo che avrebbe potuto farmi del male in qualsiasi momento. Avevo incubi, tremendi, tutte le notti. Gli incubi erano sempre i soliti: lui che entrava in casa, e mi ammazzava a colpi di mattarello.

Nella borsa avevo messo uno spray al peperoncino, limitavo al massimo i movimenti fuori dal mio appartamento, e comunque non uscivo mai da sola, ovunque andassi comunicavo gli spostamenti alle mie più care amiche. La faccenda aveva dell’incredibile, non potevo pensare che quell’inferno stesse capitando a me. A me che ero sempre stata attenta a mantenere le distanze. A me che credevo di essere forte e coraggiosa. Eppure la mia vita era cambiata nel tempo di un “Ti lascio”.

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Il dramma era durato dei mesi. All’inizio avevo provato a farlo ragionare, gli avevo spiegato che eravamo incompatibili, ma lui non comprendeva perché se prima andavamo bene poi non funzionava più. In fondo, non eravamo le stesse persone?

Allora avevo coinvolto degli amici per fargli comprendere come quello che stava facendo fosse profondamente sbagliato; gli avevo spiegato che dalla violenza e dalle minacce non nasce l’amore; alla fine, mi ero arresa: lo avevo avvertito. Gli avevo gridato che all’ennesima chiamata sarei andata dalla polizia, e avrei raccontato tutto.

Per qualche settimana, la cosa si era calmata. Pensavo di essermi salvata, ma sbagliavo. Dopo un mese, tutto era ricominciato, sommessamente, con altri mazzi di fiori e nuovi dolcetti. Ero dentro una ragnatela, e non potevo venirne fuori. Disperata, avevo chiesto aiuto a un carabiniere amico e solo grazie al suo intervento (insieme al fatto che la famiglia lo avesse richiamato a casa, in Sicilia, per questioni di lavoro) mi ero salvata.

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Ogni volta che leggo una storia di femminicidio, come quella di Sara, penso a questa vicenda. Penso a quello che sarebbe potuto essere, se solo lui fosse stato più violento, e io forse meno risoluta. E solo adesso, a distanza di dieci anni, mi rendo conto di essere stata sconsiderata, ma fortunata. Avrei dovuto denunciarlo, senza tentare la sorte. Avrei dovuto avere il coraggio di spezzare quel silenzioso vincolo di paura e di vergogna che avvolge chi dallo stalking viene toccato. Quel sentimento che ti fa credere che sì, è così, ma è solo una questione di tempo e passerà. Quella convinzione che ti illude che la persona che hai davanti non ti farà mai del male, perché è solo innamorata e frustrata. Quella certezza che tutto andrà bene. Perché non è vero, quasi niente va bene. Perché il discorso è più complesso di come possiamo sintetizzare – e tocca la cultura profondamente maschilista del nostro Paese, e l’intima certezza che la donna sia merce dell’uomo -, e perché la denuncia è l’unico passo, in alcuni casi, per aver salva la vita.

Questo articolo è stato pubblicato oggi su Il Tirreno.

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