Federica De Luca, Taranto e la violenza

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Sono cresciuta alle spalle della strada in cui Federica De Luca è stata trucidata, in una via brutta intorno alla Concattedrale di Taranto, in un quartiere che è una colata di cemento e di palazzi, qualche giardino ogni tanto, un albero di arance e del glicine.

Un quartiere della semi-periferia, in quella successione interminabile di case dove pare che la vita sia un frammento privato, e che anche la violenza possa essere una questione intima. E, invece, la morte di Federica e di suo figlio ci ricordano come “la violenza sia soltanto una mancanza di vocabolario”. Le parole sono del poeta canadese Gilles Vigneault. Parole custodite in chissà quale cassetto della memoria, che mi tornano in mente come ceffoni mentre guardo gli occhi grandi e neri di Federica, trent’anni, arbitro, madre di Andrea, quattro anni e nessun futuro. Riesco solo a pensare al linguaggio, banale e ripetitivo, che è la violenza sul corpo delle donne. Schiaffi, occhi neri, e poi acido, benzina e fiamme, un lenzuolo per strangolare. Un colpo di pistola. Riesco solo a pensare alla retorica della violenza e alle nostre risposte, sempre uguali. Ci convinciamo, o meglio ci illudiamo, che se il problema è sempre lo stesso sia possibile continuare a rispondere nella medesima maniera. Forse, anche per questo continuiamo a fallire.

Ormai ci siamo anestetizzate e anestetizzati, e stendiamo drappi rossi e indossiamo scarpe rosse, e ci mettiamo a fare i cadaveri per terra, facciamo finta di essere morte, ma ogni volta pensiamo: “Ecco, è capitato ancora. Quello che abbiamo fatto non è servito a niente”. E mentre lo pensiamo ci sentiamo inermi, e deboli e fragili e furiose e pronte a fare qualsiasi cosa, di nuovo e di nuovo e di nuovo. E poi ci chiediamo: ma cosa possiamo fare, cosa possiamo fare per davvero? Possiamo fare le leggi. Possiamo scendere in piazza. Possiamo combattere questo sistema maschilista che vive dell’equazione: “sei mia, e ti faccio quello che voglio”. Possiamo smettere di piangere, perché non serve a niente, e possiamo cominciare a credere che Federica De Luca non siamo noi, ma è una di noi. Possiamo insegnare alle altre, e ricordare a noi stesse, che sì, è vero: ogni storia d’amore ha i suoi momenti felici. Ma troppo spesso quei momenti diventano una prigione. Ci costringono a chiederci: se siamo stati così sereni e sorridenti, perché non possiamo esserlo ancora? E allora quei momenti contenti si trasformano in ossessione. Ci fanno pensare che le cose prima o poi torneranno come prima, che basta resistere, che basta fingere che tutto vada bene ancora un momento di più. E alla fine, anche a causa di quel momento di più, arriva a volte l’incubo. La vera prigione.

La prigione in cui sono morti Federica e suo figlio. Una prigione che ci racconta adesso la storia di una donna che cerca la sua indipendenza, e invece sprofonda in un suicidio allargato. Una prigione che ha un copione già noto: un uomo – Luigi Alfarano, coordinatore delle attività promozionali dell’Associazione Nazionale Tumori (Ant) di Taranto – incapace di accettare la separazione e la vita che passa. Incapace di accettare i bivi dell’esistenza, che portano a imboccare strade diverse. La nascita della violenza, che si rivela in tutta la sua povertà, in tutta la sua incapacità di far confrontare e scontrare i mondi e le parole. La paura cieca e devastante, che fa trascinare con sé

un figlio bambino, perché è impossibile accettare che potrà crescere orfano, senza madre e senza padre. Perché è impossibile accettare che la realtà possa essere qualcosa che noi non vogliamo. Perché è impossibile accettare che anche lei, Federica, la moglie giovane e bella, possa prendere una decisione diversa da quella del capo di famiglia (sintesi perfetta di un tempo andato, di un baluardo che non si arrende al tempo che cambia). Oggi piangiamo la cinquantottesima vittima di femminicidio dall’inizio dell’anno. E la morte di Federica De Luca – che ci guarda con quegli occhi grandi e scuri, con quel sorriso appena accennato così tarantino e così sospeso – è un fallimento per tutti. Esattamente come l’omicidio di Sara Di Pietrantonio, trucidata nella dolcezza dei suoi ventidue anni. E come tutte le altre ragazze, tutte le altre donne che sono state ammazzate dai loro compagni perché ritenute colpevoli di voler interrompere il loro rapporto. Perché ritenute colpevoli di aver scelto la loro vita, a quella di una coppia malata.

Questo articolo è uscito oggi su Repubblica Bari.

 

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