Un ricordo di Antonio Possenti

 

Eleonora

 

Aveva una piccola cicatrice sulla guancia destra, sotto l’occhio, e indossava una camicetta bianca, una lunga gonna blu, i calzini di spugna e le scarpe nere, di pelle. “Si chiamava Eleonora. Non era bella, ma sorrideva in modo gentile e gli occhi erano grigi, assomigliavano al cielo prima di una tempesta”.

Sono passati più di sessant’anni, ma Antonio Possenti non ha dimenticato niente e di quel giorno ricorda perfettamente ogni dettaglio, perfino la sua giacca rivoltata, i pantaloni alla zuava e la camicia celeste, le scarpe di cencio.

“La città era in festa per celebrare i dieci anni dalla canonizzazione di Santa Gemma Galgani. Io ero studente al ginnasio e con un mio compagno di classe, Francesco, eravamo andati ad assistere alla cerimonia. In realtà, speravamo di incontrare qualche fanciulla perché era molto difficile avere rapporti con il sesso femminile” racconta. Allora, erano gli anni cinquanta e Lucca aveva la geografia perfetta della cittadina di provincia, con le mura pronte a delimitare il dentro dal fuori, a separare i maschi dalle femmine. Le giornate di Possenti erano scandite dalle lezioni al liceo classico Machiavelli e dai pomeriggi passati a studiare le declinazioni. Avere una fidanzata era un miraggio, ma bastava solo uno sguardo durante la passeggiata in via Fillungo il sabato pomeriggio per iniziare a sognare.

“Con gli occhi si faceva tutto” spiega, con l’aria scanzonata di chi non prende niente sul serio, neppure se stesso. “E quando la scorsi nella folla, in Piazza Napoleone, mentre chiacchierava con una sua amica, la fissai intensamente con la speranza che mi notasse. Quando si voltò verso di me, le sorrisi e lei ricambiò” ricorda. Poi il corpo ha un fremito, Possenti accenna un sorriso e, per un attimo, assomiglia al soggetto più ricorrente dei suoi quadri: un uomo dalla barba lunga, dalla smorfia enigmatica, dalle pupille dilatate. Allunga le braccia dietro la testa e ricorda la naturalezza con cui le due ragazze, che venivano da Castelnuovo Garfagnana, si presentarono e accettarono inaspettatamente l’invito a vedere un film.

Peccato che, una volta seduti al cinema Moderno, iniziarono i guai. “Francesco e io ci guardavamo, dietro le teste delle due, e non sapevamo cosa fare. Non eravamo mai stati così vicini a delle ragazze” continua.

L’atmosfera era quella del primo bacio, con le ginocchia che si sfiorano, le mani che tremano, i risolini trattenuti, il respiro che si fa sottile. Poi, d’un tratto, l’inaspettato. “Eleonora si voltò verso di me, e mi baciò. Ero completamente impreparato e mi lasciai sfiorare da lei, che sembrava così esperta” racconta, annuendo compiaciuto, Possenti. “Ricordo quel momento come qualcosa di impensato e di meraviglioso che mi ha guidato in un mondo fino ad allora sconosciuto, ma tanto desiderato. Poco importa che presto gli incontri si fecero sempre più rarefatti, fino ad annullarsi” conclude.

Da allora, il pittore lucchese ha avuto storie con donne più o meno misteriose, sempre bellissime, e da quarantacinque anni è sposato con Giuliana, da cui ha avuto due figli. “Quel bacio però non lo dimentico” commenta e poi si alza dalla sua poltroncina rossa. Cammina lento per lo studio babilonia che affaccia sulla piazza più bella e celebre di Lucca, quella dell’Anfiteatro, ed è proprio come lui: un trionfo di colori, pezzi di viaggio, quadri rinascimentali e dipinti ancora incompiuti. Dalla finestra del terzo piano, Lucca, nel incredibile caldo estivo, si mostra come un insieme di tetti spioventi, camini, parabole, tegole cotte dal sole, e dagli anni.

Possenti passa vicino ai ricordi dei tanti viaggi compiuti, consumando più le scarpe che gli aeroporti, intorno al mondo. Si ferma davanti una piccola biblioteca di noce, apre la vetrata. “Non l’ho mai fatto vedere a nessuno” sussurra, e poi spalanca un cassetto. “Eccolo” dice, porgendomi un piccolo quadro. “È lei” bisbiglia, indicando la ragazza al centro del dipinto. Ha dei lunghi capelli scuri, un paio di occhiali tondi e un sorriso educato. Indossa una fascia azzurra, con una scritta dorata, che recita Viva Maria. “Questo non me lo aveva raccontato” commento e lui scuote la testa. Afferra il quadretto, lo volta. Nella sua grafia perfetta e allungata, di rosso, è scritto “Santa Gemma, il primo bacio”.

 

Questo articolo è uscito sei anni fa su Repubblica Firenze. Ed è un bellissimo ricordo del Maestro, che purtroppo è scomparso oggi e che domani ricorderò su Il Tirreno.

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