A proposito di Lucca, Toscana, Lucca, Tutto, Tutto, niente

Il Maestro e l’Anfiteatro

Possenti studio

 

Quando andavo al liceo, incontravo Possenti sotto casa. Aveva sempre le sue camicie chiare, le sue immancabili bretelle e quella barba bianca, incolta, messa a incorniciare degli occhi azzurri che parevano trasparenti. Aveva sempre anche l’aria assorta, come se la realtà non fosse quei sampietrini e quei palazzi e quei muri e quei frammenti di cielo che si intravedevano fra i tetti e che fanno Lucca; guardava le cose, mentre camminava ondeggiando, ma pareva essere altrove, in una realtà fatta di brandelli di colori, e di nasi lunghi, e di pesci con le ali, e di grandi occhi messi a scrutare il tempo e quella commedia umana che è la vita. Aveva poi sempre un sorriso gentile, e strafottente. Il sorriso di chi sa che tutto scorre, e che affannarsi è inutile, a volte perfino dannoso.

A Lucca tutti lo conoscevano, e al suo passaggio non potevano fare a meno di sorridere, tendergli la mano, chiedergli “Come sta?” “Cosa fa Maestro?” “Sta dipingendo?”. Lui rispondeva con la voce bassa e serena, mettendo le labbra in dentro, il naso un po’ ricurvo si apriva nelle due strette narici, gli occhi che si facevano ancora più chiari, e tradivano irrequietezza e nobiltà. Rispondeva a chiunque, e allora anche io, adolescente, anche se non lo conoscevo, avevo preso a salutarlo. “Buon giorno maestro” dicevo, ogni volta, con imbarazzo e deferenza. Maestro mi sembrava una parola altisonante, da registi con occhiali scuri e capelli scarruffati, dediti alle pose artistiche nei bar di Parigi e di Roma. Mi sembrava quasi di offenderlo, eppure mi uniformavo al gergo locale. Un gergo che ha eletto lui, come il Maestro per eccellenza.

 

possenti_01

 

Se dici Maestro a Lucca per tutti è, e resterà, Antonio Possenti. Il maestro che ha scelto di restare lì, affacciato sull’Anfiteatro, a guardare la giostra della vita, che con ogni pennellata si trasforma, perché è tutta una questione di sfumature e di diluizioni. Perché è tutta una questione di sospensioni, e non c’è niente di più bello che salire sulla sua pittura che è una ruota panoramica, ti trascina in alto e ti porta via; non ti sazi mai di scoprire il mondo con i suoi occhi. Perché le opere di Possenti non sono quadri, sono istantanee ragionate e profonde come abissi dal pianeta: gli uomini hanno tratti di caricature e non lo sanno, gli animali rivelano il loro cuore senziente, il cielo non è azzurro ma turchino, e anche le farfalle che stanno ovunque sono frammenti di sogno e di incubo. Tutto è in bilico perenne, in un confine incredibilmente incerto fra il paradiso e l’inferno. Oltre alla sua sterminata e sorprendente galleria – perché centinaia sono le opere che ha prodotto nel corso della sua vita, che hanno portato in alto il nome della nostra città -, Possenti per anni ci ha insegnato che è possibile vivere d’arte. Lo ha spiegato in silenzio a tutti quei ragazzi che la mattina andando a scuola lo vedevano con gli occhi limpidi affrontare via Fillungo, lo ha insegnato agli apprendisti che volevano diventare pittori, ma anche a chi sognava come me di vivere mettendo in fila le parole. Per anni, Possenti è stato il cordone ombelicale fra il mondo dell’arte e le ambizioni dei lucchesi. Ce l’aveva fatta, e aveva deciso di restare ben saldo alle sue radici: affacciato sull’Anfiteatro, a guardare la vita e il mondo.

Qualche anno fa lo intervistai, e lui mi accolse in quello studio che è un’interminabile sequenza di dettagli, ed è l’essenza stessa dello studio del pittore. Dentro quella collezione infinita che era adesso una sequenza di chiavi in ferro battuto, adesso dei campanacci, e poi animali imbalsamati, uova di struzzo, pennelli, colori, vasi, libri affossati uno sull’altro, c’era l’arte come me la immaginavo da ragazzina quando lo incrociavo. C’era odore di acqua ragia e tempere, il disordine di chi non ha bisogno di dominare tutto con lo sguardo perché le cose sono cose e ci appartengono (o non ci appartengono) nonostante tutto.

Era un pomeriggio estivo, e parlammo del suo primo amore, della pittura e dei viaggi. Parlammo dell’India, e sedetti sopra la zampa di un elefante che era diventata sgabello. Lo studio, come Possenti e come la sua opera, era una voragine di vitalità e scoperta. Non c’era niente di banale, di scontato, di ripetitivo: Possenti era lo stile Possenti. Ed è raro, e prezioso, quando l’unicità della persona coincide con la sua arte.

Ricordo che mi regalò un quadro, fatto appositamente per me, con una dedica bellissima. Lo tengo nello studio, fra i romanzi che amo, e quando lo guardo penso a quel libro che avevamo iniziato a scrivere – sarebbero state sue le immagini, e mie le parole – e che giace in un cassetto del desktop, penso all’ironia con cui raccontava le cose, al senso insaziabile di scoperta, a quel viaggio in India di cui mi parlò per ore, agli incontri cadenzati negli anni nel suo studio di tappeti e quadri, alla sua voce che si faceva roca con il tempo, a quello sguardo del colore del cielo all’alba, d’estate, che aveva. Antonio Possenti aveva gli occhi come un cielo terso, di un azzurro quasi bianco, che prelude a bellissime giornate dense di ricordi e di sorrisi.

Possenti-5

 

Questo ricordo è stato pubblicato oggi su Il Tirreno.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...