Pinocchio, Marcheschi e Maier

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“Mi sono trovato a camminare in un mare di fango sotto una pioggia fine e ho pensato, caspita, devi essere matto come dicono altrimenti perché continueresti a camminare in questo fango?”. Scriveva così Charles Bukowski in Sotto un sole di sigarette e cetrioli. E queste parole mi tornano in mente ogni mattina, quando fuori piove e via Santa Croce è un ammasso di cartoni e di buste martoriate dalla pioggia, e bisogna camminare rapidi, schiacciandosi ai muri, sperando che gli scrosci intermittenti delle grondaie non arrivino così, all’improvviso, a organizzare una doccia a sorpresa. Ormai è ufficiale: la stagione delle piogge lucchesi è definitivamente iniziata. Per sopravvivere, insieme a una certa dose di autoironia e a degli ottimi anticorpi, tocca ingegnarsi. O, quantomeno, provare a sopravvivere assecondando gli ammonimenti di letiziana memoria: pratici stivali di pioggia, impermeabili alla caviglia, diffidenza nei confronti delle previsione meteo. Una volta assecondati gli aspetti pratici – e in questi tempi di Desco è bene anche ragionare su sostanziose zuppe calde, accompagnate da salumi e formaggi locali -, bisogna dunque assicurarsi di fare della giornata che si vivendo, la giornata più bella della propria vita (almeno secondo l’utopico motto di Mark Twain).

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Per farlo, un buon inizio può essere procurarsi l’interessante rilettura di Pinocchio che Daniela Marcheschi – critico e docente di Letteratura italiana e Antropologia delle arte, lucchese e senza dubbio più importante studioso di Carlo Collodi al mondo – consegna alle stampe con “Il naso corto” appena pubblicato da Edizioni Dehoniane (EDB Lampi, pp.81, € 8). Il libro continua idealmente l’opera iniziata da Marcheschi nel 1995, quando aveva curato il meridiano Mondadori delle Opere di Carlo Lorenzini, e proseguita l’anno scorso con la curatela del volume di Renato Bertocchini Le fate e il burattino. Carlo Collodi e l’avventura dell’educazione (sempre per EDB). Se, come me, avete trascorso l’infanzia leggendo e rileggendo Pinocchio – ricordo ancora il libro dalla copertina azzurra, le pagine grigie, il dito che correva sotto le lettere lento e titubante -, l’intervento di Marcheschi diventa imprescindibile: è la guida in profondità nello sguardo di Collodi, che comprende “il suo innato senso delle responsabilità morali e civili, il totale disincanto con cui guardava all’aristocrazia e alla borghesia italiana” che “non solo lo avevano preservato da ogni sorta d’ideologismo consolatorio, ma (che) hanno anche restituito nel tempo originale profondità ed energia alle sue osservazioni”. Perché Pinocchio – ed è bello scoprirlo con la maturità degli anni, accompagnati per mano grazie a Marcheschi – è un viaggio attraverso i temi cari allo scrittore: “la miseria e la fame, lo sfruttamento dei bambini, la piaga dell’ignoranza, della violenza malavitosa, ma anche l’idea del lavoro come mezzo per trasformare il mondo”.

Bisogna saper guardare. E bisogna saper guardare anche per la mostra che il PhotoLux 2016 dedica a Vivian Maier. Perché gli scatti della Maier incantano, come la sua storia. Maier era nata a New York nel 1926, e per tutta la vita non era stata altro che una tata delle famiglie bene di Chicago. Aveva vissuto tutta la sua esistenza nella convinzione di non essere altro, fino a quando sulla sua strada non si era intromesso John Maloof, figlio di un rigattiere, che a un’asta aveva comprato un box zeppo di oggetti: scontrini, cappelli e centinaia di negativi. Erano i negativi della Maier che, una volta sviluppati, avevano svelato la sensibilità, lo sguardo, l’immediatezza di una vera fotografa. Un frammento di street photo da salvare dall’oblio del tempo.

Sono scatti bellissimi, gloriosi, istantanee di un tempo universale: Stati Uniti, Nordamerica, Francia, e poi il giro del mondo nel 1960, e ancora foto e foto e foto. Nel 1987, Maier aveva 200 casse zeppe di immagini: il suo archivio personale che ha conquistato prima la comunità online e poi tutto il mondo. Frammenti di un tempo che consegnano Maier (morta nel 2009, all’oscuro di tutto) all’immortalità. E che adesso arrivano a Lucca.

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Queste foto sono di Vivian Maier. Questo articolo è uscito oggi nella mia rubrica su Il Tirreno.

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