Il Femminicidio è culturale

o-FEMMINICIDIO-facebook.jpg

Siamo cresciute convinte che la parità fra uomo e donna fosse una cosa non solo dovuta, ma naturale. Siamo cresciute – noi ragazze nate negli anni Ottanta, e venute su nel periodo della prosperità assoluta, con genitori a loro volta bambini negli anni del boom economico – certe che gli uomini non fossero né migliori né peggiori di noi, ma uguali. Sottili segnali si propagavano però già dall’infanzia a instillare il dubbio: perché i maschi possono giocare a calcio e a noi tocca il cucito? Perché i maschi se dicono le parolacce sono dispettosi e burloni, e le bambine di cattiva famiglia? E poi la banalità che si avviluppa (per la stessa cosa) fra il maschio sciupafemmine e la donna di facili costumi, e ancora i divieti spesso assurdi: non sederti per terra, non giocare troppo sfrenata (che cosa voglia dire me lo chiedo ancora adesso), non giocare con i maschi, non fare il maschiaccio (la frase più ricorrente di tutta la mia infanzia), non gridare, non alzare la voce, non… E poi, il delitto passionale. La più grande, stratosferica, bugia che ci hanno fatto abitare per decenni. Come se l’amore passasse dal possesso. E la passione fosse un tassello fondamentale di quel legame a doppia mandata che per tante donne si è trasformato in un nodo scorsoio attaccato alla gola. Ma anche in una coltellata nel petto, in proiettile in mezzo alla fronte, in un corpo bruciato, in una bottiglia di acido scagliato al centro del viso.

Siamo cresciute, dicevamo, fingendo che andasse tutto bene. Leccandoci le ferite in silenzio. Pensando: si calmerà. Pensando: forse è colpa mia. Credendo, insomma, di essere sempre noi quelle sbagliate. Sbagliate per cosa? Sbagliate, soprattutto, per chi?

Qualche tempo fa, discutendo di quel tema che fa arricciare il naso alla maggior parte degli uomini, la scrittrice Laura Lepetitt mi ha detto: “noi femministe abbiamo sbagliato tutto, abbiamo sbagliato a non trasmettere alle ragazze il senso di lotta e di piazza”. E sono queste le parole che mi tornano in mente adesso, mentre migliaia di donne si preparano domani ad affollare le strade e le piazze di Roma e di Milano, con un semplice motivo: farsi ascoltare. Dire no alla violenza. A quella lunga scia di sangue che colonizza la nostra storia di donne, e che comincia quando siamo bambine e crediamo che il nostro futuro sarà come quello degli uomini. Si tratta di una stratosferica bugia. Forse la prima vera bugia a cui crediamo, prima ancora di Babbo Natale e che tutte le famiglie al mondo siano felici. Ma te ne rendi conto troppo tardi – magari quando hai trent’anni e scopri che le barriere fra i sessi sono così numerose, ingannevoli, dissimili nella loro ripetitività da avere i confini dell’incubo. Questa della parità è la più grande menzogna che ci raccontano, e che ci raccontiamo ogni giorno. Abbiamo bisogno delle pari opportunità per essere come gli uomini. Abbiamo bisogno di giornate internazionali per l’eliminazione della violenza che viene praticata sui nostri corpi, e sulle nostre menti. Abbiamo paura di andare per strada al buio, da sole. Abbiamo paura di dire “no, non ci sto con te” e di dire “me ne vado” e di reagire quando la voce si alza, quando arriva il primo schiaffo, quando ne arriva anche un’altro. Ci hanno insegnato a fare le brave bambine, a non creare problemi, ad accettare le cose. Ci hanno spiegato che essere indisponenti è un peccato capitale, ed è un peccato capitale anche essere violente o ambiziose: perché violenti e ambiziosi possono essere solo gli uomini. Ma la vita non è più come quando mia nonna aveva dieci anni. La vita è adesso. La vita può essere solo all’insegna della battaglia e dalla parità. Giornate come questa ci obbligano fortunatamente a ricordare. Ci fanno ricordare come eravamo da bambine, e come erano le nostre madri e le nostre nonne. Ci obbligano a pensare come vorremmo le nostre figlie. E ci fanno riflettere su quella inesauribile scia di sangue che attraversa la Puglia, e che ha lo sguardo di Mariagrazia Cutrone, lavoratrice e madre di tre figli, uccisa a inizio novembre a Bitonto dal marito tunisino disoccupato e di dieci anni più grande, o il sorriso buono di Federica De Luca, anche lei di appena trent’anni, ammazzata dal marito medico che aveva poi ucciso il figlio e se stesso, questa estate a Taranto. Giornate come questa ci devono far sentire unite. Ci devono ricordare come il femminicidio non sia esclusivamente la violenza fisica operata a carico delle donne, ma anche quella psicologica. Femminicidio non è solo sangue, e botte e morte. Femminicidio è dire: no, non riguarda me, e voltare lo sguardo altrove. Femminicidio è non educare le proprie figlie al rispetto, i propri figli al rispetto. Femmicidio è aspettare che le cose cambino da sole. Femminicidio è non reagire.

 

 

Questo articolo è uscito oggi su Repubblica Bari.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...