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Quei bambini di #PittiBimbo

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Sfilano sorridendo. A volte imbronciati. Altre volte sfrontati. Hanno dai quattro a nove anni. Si chiamano quasi tutti Sofia, Leonardo, Stella e Marco. Come se i nomi fossero già promessa di bellezza. Anche se non hanno ancora perso i denti da latte, indossano una calzamaglia pitturata di giallo e sono truccati da giocolieri, appaiono sicuri di loro e immersi in una bellezza consapevole, che si nutre si sguardi e di pose adulte. Mentre sfilano, davanti a fotografi e buyer internazionali, le bambine ridefiniscono il concetto stesso di splendore: lunghi capelli ondulati, guance rosa e nasini all’insù. Bamboline che ondeggiano con abiti da sogno. I maschi sono più strafottenti, con i capelli ricci e ribelli, lo sguardo da duri. Si definiscono “quasi famosi” e sono i protagonisti indistinti di una colonizzazione di moda e di stile che piove su Firenze due volte l’anno con il nome di Pitti Bimbo, fino a questa sera alla Fortezza da Basso. Si tratta dell’appuntamento più importante al mondo per la moda bambino. Un concentrato di piccole giacche, scarpe formato mignon e abiti da cerimonia che mette insieme 503 marchi di rilievo internazionale, coinvolgendo ogni stagione oltre 10mila visitatori, centinaia di buyer internazionali e di giornalisti. Potrebbe sembrare uno scherzo, ma non lo è: la moda bimbo vale per i mostro Paese quasi 3 milioni di euro. I singoli capi vanno dai 200 euro di un paio di jeans ai 3000 euro per un abito elegante. Una follia? Non proprio, almeno guardando gli stand e il popolo di Pitti. Un popolo elegante in modo straccione, come conviene a questa stagione che è tutta pellicce, derby portate senza calze (a favore di simpatici calzini che lasciano intravedere nudi e gelati polpacci), capelli liscissimi e aria annoiata per tutto ciò che è reale, e non si può consultare da uno smart-phone. L’aria che si respira è di benessere economico e di floridità. Naturalmente, appena sono lontani dagli stand, tutti si lamentano: dei costi esorbitanti della manifestazione, della difficoltà di raggiungere fisicamente la Fortezza, dei buyer che sono pochi e spilorci. Di palese c’è che, rispetto agli anni scorsi, gli show sono pochissimi. Gli insider dicono che la colpa sia dei costi proibitivi degli spazi, tanto è vero che la maggior parte dei brand ha preferito organizzare le rare sfilate in città. Perfino i bambini hanno visto ridimensionare, se non annullare, il loro compenso. “Adesso consegnano una busta con un outfit, una maglietta e un pantalone, e finisce lì. Porto qui mia figlia solo perché le piace farsi pettinare e truccare, ma per me che vivo in Liguria il Pitti è sempre una rimessa” mi confida una mamma, che non vuol rivelare il suo nome. Anche le agenzie soffrono: “Per fortuna il mondo bimbo – spiega lapidaria Elena Meazza, direttrice dell’agenzia di casting Piccolissimo Me – vive di spot e di cataloghi”. Vive, insomma, della declinazione dell’immagine di bambini bellissimi, che hanno padri pressoché assenti e mamme altrettanto belle, e spesso molto agguerrite. Le vedi mentre filmano i figli in ogni istante, o quasi. Le vedi mentre alle sfilate li riprendono in diretta streaming su Facebook, e commentano ad alta voce ciò che gli amici scrivono, facendo un grande miscuglio liquido fra la realtà che stanno vivendo, quella che vogliono far vedere agli altri e il sogno.

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La maggior parte delle baby modelle vengono dal Nord Italia, dove le agenzie sono più numerose ed è più semplice raggiungere i casting. “Noi – mi racconta Anna Tebaldi, grandi occhi verdi e capelli castani, 38 anni, mamma – abitiamo a Verona, ma almeno una volta la settimana andiamo a Milano per Valentino”. Valentino è il suo primogenito, un bel bambino con i capelli biondi e lisci, degli occhiali tondi dalla montatura blu. “Ha iniziato – mi spiega Anna – a cinque anni, e negli ultimi due ha fatto decine e decine di spot televisivi, diversi cataloghi e pubblicità per giornali e riviste. Tutto è iniziato per gioco: ho letto un post su Facebook dove cercavano una bambina piccola per una pubblicità, ho mandato diversi scatti della mia bimba, che adesso sta cominciando a lavorare parecchio, e in una di queste c’era anche Valentino. Lo hanno visto, e la settimana successiva già stavamo girando una pubblicità”. Gli occhi di Anna, mentre parla e racconta che il bimbo in città spesso viene riconosciuto, vibrano. Esattamente come quelli di Liya Dai, 31 anni, commessa di origine cinese che vive con il marito calabrese, professore in un liceo, a Seano, vicino Prato. “Abbiamo mandato una foto a un’agenzia – mi racconta, mentre la figlia incantevole sorride – e ci hanno contattato. Lei è felice, e fino a quando vuole continueremo”. Stessa filosofia della maggior parte delle mamme, che seguono i figli con devozione e attenzione, sottolineando che è “tutto un gioco”. Sarà. Fra le bambine più belle e quotate c’è una cinese – i tratti orientali sono molto gettonati perché più apprezzati dai buyer stranieri – che vive a Biella. Si chiama Michelle, e ha cinque anni. “Ma – mi spiega la madre Angel Wang, 35 anni, barista – ha cominciato a due anni. Adesso oltre agli spot e alle sfilate, fa anche pianoforte, danza, nuoto e kung fu. Lei è silenziosa, ma tosta. Mi dice sempre: se inizio una cosa e mi piace, voglio finirla”. Esattamente come le altre bambine, che si disputano un obiettivo sorridenti e truccate. Sembrano Tina Apicella in Bellissima, ma nel marasma di Pitti nessuno sembra cogliere malinconie o mestizie. Per sfuggire al caos è bene trovare rifugio nella più preziosa novità di quest’anno. Si chiama The Extraordinary Library e -in sinergia con la Bologna Children’s Book Fair, seguendo la selezione di Silvana Sola e Marcella Terrusi – ha portato a Pitti 100 libri per ragazzi. “Abbiamo voluto – spiega Terrusi – mostrare i fili che legano libri e moda. Un binomio declinato in diverse direzioni, che abbiamo raccontato scegliendo picture book e pop up per raccontare anche le storie di grandi maestri come Coco Chanel, Yves Saint Laurent, Givenchy, Dior”. I più piccoli hanno gradito. A qualsiasi ora lo stand era un pullulare di giovanissimi intenti a sfogliare sognanti i volumi. Per un attimo non erano più modelli o aspiranti tali, ma semplici bambini.

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Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno.

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