Marcellina Tassone, la prima vittima di ‘ndrangheta bambina

Marcellina Tassone è stata la prima vittima di ‘ndrangheta bambina. E’ stata ammazzata il 23 febbraio 1989 a Laureana di Borrello, freddata insieme al fratello Alfonso. Innocente vittima della faida fra le famiglie Cutellé e Cindamo, che a Laureana – piccolo paese in provincia di Reggio Calabria, a una manciata di chilometri da Rosarno – ha mietuto negli anni Ottanta oltre trenta vite. Marcella è stata completamente dimenticata. Inghiottita nella memoria di un Paese senza memoria. La sua storia è fra i Racconti di Mafiail nuovo numero di Narcomafie che, come ha scritto il curatore Piero Ferrante, vuole “fornire un’alternativa al modo di raccontare le cose” e lo fa mettendo insieme quindici scrittori, e quindici fumettisti. L’acquerello di Marcellina è firmato dall’artista Maria Accordino.

Me la sogno tutte le notti. Ha i capelli lunghi fino alle spalle, due ciuffi tirati in dietro, poco sopra le orecchie. I capelli neri e arruffati. Le sopracciglia folte. Porta una tunica gialla che sembra di seta. Sorride con le mani incrociate davanti. Io sono lì, davanti a lei. Ho addosso il vestito del funerale di nonno, quando tutti piangevano e nella chiesa del Carmine c’erano gerbere e crisantemi.

Mi guardo intorno. Siamo in una stanza buia. Un riflettore la illumina dall’alto. Ha gli occhi chiusi, e sta singhiozzando. Comincio ad accarezzarle le guance, le dico di calmarsi, ma lei pare altrove. All’improvviso la luce si spegne. Nel buio, l’unico rumore è quello del suo respiro. La rassicuro, ma lei continua ad ansimare, ha un fiato caldo che sa di miele e d’estate. Le sfioro il polso, lo tiro a me, poi una luce si accende, quindi un’altra, e un’altra ancora. Lei sorride, e finalmente la riconosco come l’ho vista nelle fotografie: bellissima, e bambina.

“Come stai?” chiedo. Lei alza lo sguardo. Avverto il suo alito: è l’odore delle pineta in agosto, quando la resina si squaglia e la salsedine la cuoce. Mi avvicino ancora un poco, un poco di più. Non faccio in tempo a parlare che lei mi ha afferrato il braccio, lo stringe. Urlo, ma la mia voce non ha suono. Poi Marcellina spalanca gli occhi. Piange. Le sue lacrime mi cadono addosso come pioggia e mi sporcano di sangue.

Faccio questo sogno da anni. Almeno una volta al mese. Da quando ho letto la storia di Marcellina per la prima volta, non l’ho più dimenticata. Era notte. La lampada grigia sulla scrivania era l’unica luce di tutto il palazzo, e io stavo in silenzio da ore, nel mio studio, circondata da decine di documenti: scandivano tutti la lunga scia di sangue, culminata nella strage di Duisburg, che aveva segnato gli ultimi due decenni a San Luca. Poi, sfogliando alla pagina sbagliata un’edizione de La Stampa del 1989, avevo trovato un trafiletto.

Uccisi da killer giovane e sorella (10 anni)

REGGIO CALABRIA – A Laureana di Borrello alcuni killer hanno ucciso ieri sera in un agguato un pregiudicato di 20 anni, Alfonso Tassone. Nella sparatoria è rimasta uccisa anche la sorella del pregiudicato Maria Carmela, di 10 anni. Nessuna traccia dei sicari, nessun testimone. Il doppio delitto è stato segnalato da una telefonata anonima ai carabinieri del luogo. (Agi)

La Stampa, p. 9

23 febbraio 1989

In quel momento qualcosa fra lo sterno e il cuore si era rotto, per sempre. Avevo passato l’intera notte a cercare articoli su di lei, Marcellina (non Maria Carmela, la sorella impropriamente indicata sul giornale). Avevo passato la notte a studiarne il profilo, a leggere dei proiettili che le avevano martoriato il corpicino e il bel viso. Avevo stampato una fotografia – nella quale indossava una tunica gialla, e dei fiori nei capelli -; l’avevo attaccata al muro, a pochi passi dal letto. Per mesi era stata la prima cosa che vedevo al risveglio, quando il mondo prende i suoi confini, e prima di andare a dormire. Marcellina era lì. Mi stava aspettando.

Dopo mesi di paure, un pomeriggio di marzo avevo cercato il numero della madre e avevo chiamato. Mi era stato detto di scrivere una lettera, perché le mie parole avessero traccia. Avevo raccontato di me su un foglio a righe il pomeriggio stesso, intanto fuori pioveva; ero andata a imbucare la busta lunga e stretta senza ombrello, con la grandine che mi schiaffeggiava la faccia, il pensiero fisso ed egoista.

Perché lo stavo facendo? Non lo sapevo. C’erano troppi motivi, e nessuno era vero da solo. Lo stavo facendo per me, perché il dolore nella storia di Marcellina combaciava per certi angoli con il mio. Lo stavo facendo perché mi pareva assurdo che una bambina fosse morta e la sua storia fosse andata smarrita; lo stavo facendo perché, a volte e quando meno te lo aspetti, sboccia qualcosa che non ti fa più vivere, fino a quando non le doni una voce. Lo stavo facendo perché non si campa di sola cronaca, ma esiste anche la memoria.

Qualche settimana dopo il telefono aveva squillato. Stavo provando un paio di scarpe, il numero aveva prefisso calabrese, avevo risposto trattenendo il fiato: “Sono Carmela, la sorella di Marcellina”. Un brivido che è mal di testa e paura era arrivato, tutto insieme, con gli occhi che si riempivano di lacrime e di ansia. Ero uscita con un piede scalzo, per strada, nella folla che creava per me solo silenzio. “Vieni, mia madre ti vuole conoscere” aveva detto Carmela, ed ero partita. Non sapevo che cosa ne sarebbe potuto venire fuori, ma sapevo che era importante.

Alla fine di un viaggio della speranza ero arrivata a Laureana di Borrello, che è una strada in salita, una sfilza di bar, una ripetitiva periferia a venti minuti da Rosarno, con case costruite a metà, insegne opache, viottoli sterrati. In un parco giochi alle spalle della scuola di Marcellina, una donna mi aveva spiegato: “sa, non aveva colpa, ma qui anche i bambini scontano le pene della famiglia”.

Cercavo di perdere tempo, sperando di poter tergiversare in eterno. Avevo comprato dei bignè in una pasticceria celeste. E poi, con la testa che era una girandola di pensieri, ero salita in macchina per andare all’appuntamento. Una Panda, dopo dieci minuti, mi si era affiancata: “Sei Flavia?”.

Avevo seguito Carmela e suo padre fino a un grande parcheggio di ghiaia. Prima di entrare nel piccolo portone di vetro smerigliato, messo al centro di un palazzetto giallo limone, avevo ingoiato le lacrime e la paura. Ero entrata dentro, nel caldo calabrese e in un odore dolciastro di zucchero bruciato e di sangue; alla fine di due rampe di scale, avevo intravisto una testa di ricci corti e scuri, degli occhiali di metallo tondi. Una donna dal viso gentile, e stanco, vestita di nero stava sull’uscio. Sembrava tutte le mamme del mondo. Era Maria. “Benvenuta” aveva mormorato, con un solo sospiro. “Benvenuta signorina” aveva ripetuto, e poi eravamo entrate nell’appartamento pitturato di giallo canarino invaso da tutte quelle cose – le bomboniere d’argento, le fotografie di famiglia, i centrini, un vaso sgargiante zeppo di fiori finti – che fanno di una casa, una casa del Sud. Gli occhi mi si erano riempiti di lacrime, e senza che me ne accorgessi: “Lo sa, signora, sua figlia me la sono sognata anche stanotte”.

Stringendomi il polso, con una forza dolce e ammaliante: “Anche io. Me la sogno tutte le notti, ed è bellissima e buona come era”. La voce di Maria è un sospiro. Mi racconta che il colore preferito di Marcellina era il giallo, mi spiega che amava le caramelle, il latte con i biscotti, andare a scuola e giocare con la sua migliore amica; sognava di fare la cantante, come Marcella Bella. Intanto, gli occhi si fanno lucidi, brillano come se avesse guardato per anni soltanto la pioggia. “Era una bimba troppo straordinaria. Una mamma non si dimentica, né se è brava né se è cattiva una figlia. Ma lei non è da dimenticare da nessuno. Eppure se l’hanno dimenticata. Hanno fatto quella piccola cosa prima, e poi si è addormentato tutto”. Nella voce di Maria non c’è niente della retorica che ho imparato a riconoscere durante i viaggi in Aspromonte, quando davanti mi trovavo madri che non parlavano dei figli, ma recitavano spettacoli a soggetto sui loro morti. “Adesso – aggiunge, con la voce che trema –, se si rivolgono adesso, non voglio fatto niente più. Dopo il piccolo monumento nella villa, è venuto non ricordo come si chiama, perché ho perso anche i sensi… Ho perso la memoria. Adesso la dico una parola, e subito dopo mi dimentico tutto”. Maria si ferma, si gira verso la figlia: “Come si chiamava quello?”.

“Scopelliti” dice Salvatore.

Carmela annuisce. Sento un calore che mi parte da dentro le dita, e si irradia in tutto il resto del corpo. Non mi sono mai sentita tanto impotente, nemmeno il giorno in cui ho capito che le mie parole non sarebbero servite a niente perché è un’illusione, una splendida illusione, credere che raccontare, testimoniare, dire possa davvero fare la differenza. Le parole sono foglie: cadono, si accumulano, si decompongono; non fanno mai rumore. Eppure, le parole sono le uniche cose che abbiamo.

“Da quando è successo il fatto, la mia vita è finita” conclude Maria.

Tutti e tre lo chiamano il fatto. Lo considerano un fatto, come se fosse scritto nel destino e non ci fosse alternativa alla sorte. Fino ad adesso, la dinamica dell’omicidio l’ho tenuta a distanza. E a distanza ho tenuto anche le voci, riportate sui giornali, secondo cui i fratelli Tassone erano degli ‘ndranghetisti. A distanza ho tenuto il killer: un colpo dietro l’altro, la faccia sfrantumata di Marcellina. Chissà se Carmelo Lamari, dopo aver sparato, quella notte ha pianto, chissà se si ricorda ancora, chissà se si è mai sentito in colpa. Anche un minuto soltanto, in tutta la vita.

“Mi racconta cosa accadde?”.

Maria s’affossa, e scompare dentro le mani. Carmela sa che deve parlare. “Quello di Mimmo è stato nel novembre 1988, quello di Marcella e Alfonso il 22 febbraio 1989. Sai, è come quando vieni dall’oscurità. Non capisci ciò che ti sta succedendo in quell’istante lì. Era un periodo in cui, va bene, succedevano tante cose brutte, ma non pensi mai che succedono a te. Anche perché i miei fratelli erano giovani. Non lo potevamo sapere, quando escono, con chi praticano, che amicizie avevano. Poi quella di Marcella è stata una tragedia atroce, io avevo quindici anni, e non c’è da…”. Gli occhi le si riempiono di lacrime, la voce però non si incrina. “Noi siamo leali. Se è successo questa cosa qua, chi l’ha fatto ce l’aveva con mio fratello? Bene! Ma che c’entra una bambina di undici anni? Come hanno avuto il coraggio di puntare un’arma verso una bambina?”. Scuote la testa con forza, a sfondare qualcosa davanti a lei. “È tutta la rabbia, la rabbia è quella”.

“Voi che spiegazione vi siete dati?” domando.

Maria mi guarda come se fossi cretina. “E chi te la dà una risposta? Impossibile è sapere, perché loro sono morti. Anche se succedeva qualcosa, non venivano a raccontarcelo a noi. I miei genitori erano all’oscuro di tutto, ma i miei fratelli hanno sempre lavorato”.

“Che facevano?”.

“I trattoristi” spiega Maria. “Io mi levavo la mattina cu presto, au cinqù, per preparare servetta come si usa ca. Patate, pollo, olive, uovo. Parti’ano insieme, ma non sempre lavoravano insieme. Quando tornavano la sera, si lavavano e ne sciano. ‘U paese chisto è”. Si guarda intorno, nelle pareti del salotto piccolo.

“E poi ci è crollato il mondo addosso tutto d’un colpo” continua Carmela. “Quando è successo quello di Mimmo, è stato il primo, era l’otto novembre, lo aspettavamo a casa perché non c’erano i telefonini. Lui alle sette doveva portare Alfonso alla stazione a Rosarno, perché doveva partire militare verso Reggio. Si era fatta una certa ora e non arrivava, di solito era molto puntale, e ci è sembrata una cosa tanto strana. Quando sono passate un bel po’ di ore ci siamo allarmati, siamo andati in caserma per sapere se potevano fare qualcosa per trovarlo”. Guarda verso Salvatore, che tiene la testa bassa. “Era un periodo in cui ne sentivi di tutti i colori. Era un periodo che avevi paura anche a uscire di casa. Ammazzavano anche per cazzate, hai capito?”.

Sì, ho capito.

“Mio marito si era messo insieme con altri amici, cercavano tutti. Ci avevano detto voi donne state a casa, anche perché se vediamo qualcosa voi come reagite? La reazione di una donna non è come quella di un uomo”. Si ferma. “Noi stavamo con la moglie di Alfonso, piangevamo, ma tutta la notte non abbiamo saputo niente” continua Carmela.

“E che pensavate?”.

“Pensavamo al peggio. Mai pensando vero. Mai pensando alle cose…”. Si volta verso la madre che è ripiegata su se stessa, un puntino nero nello spazio giallo del salotto.

“Alla fine l’hanno trovato in Contrada Duca, fuori paese, in campagna. C’erano delle ruote che sporgevano, erano quelle della 127 bianca di mio marito. Era nuova, sai? Del resto non sappiamo niente. Abbiamo scoperto le cose dai giornali”.

“Non vedetti niente” fa Maria. “Non vedetti niente” ripete, e la sua voce mi sembra venire da lontano, dall’oltretomba.

“Mio marito è andato in caserma. Noi non siamo andate” conclude Carmela.

“Anche da Alfonso e Marcellina non siamo andati” s’aggiunge Maria, cercando i miei occhi. Carmela mette la mano su quella della madre, che trema un poco. “Ringrazio oggi le persone che non mi hanno fatto passare, che me li ricordo vivi e non da morti”. Un silenzio che è acqua si distende intorno a noi; cominciamo a galleggiare in questo dolore passato che gronda ancora.

“Il giorno dell’altro fatto eravamo tutti a casa di mia mamma. Alfonso era andato a lavoro con la macchina di mio marito, ma quando era tornato a casa mamma gli aveva detto di andare a prendere Marcella”.

Maria, facendosi la croce, balbetta: “E nu venniro chiù, nuno dei due”.

“Si vede che la bambina l’ha presa, e poi è successo quel che è successo. In paese propria. Dove le persone passano, vedono e ti avvisano” aggiunge, poi spiega: “Alfonso non tornava, ma a un certo punto è arrivato un ragazzo… Io sono una tipa molto maliziosa, non sono mai positiva, non penso mai bene delle cose. Vedendo arrivare questa persona, e mio marito uscire, vedendo che chiudono la porta, ho detto a mia cognata: questa persona non è una che viene spesso, si vede che è successo qualcosa”. E qualcosa era successo. La macchina stava a bordo strada. “Pensavamo ad Alfonso, ma non a Marcella. Invece, Alfonso c’aveva sulle gambe Marcella. Forse cercava di coprirla” mormora Carmela. E Maria, lentissima, come se stesse recitando il verso di una poesia mandata a fatica a memoria: “Il fratello proteggeva la bambina, sua sorella” e, dopo un attimo di pausa: “se l’è messa così”, quindi allarga le braccia, commossa, a stringere il nulla.

Mi sembra assurdo. La memoria del lutto della famiglia Tassone si basa sulla carta stampata. “Davvero voi avete saputo dai giornali?”

“Sì”, tutti e tre insieme.

“Cioè, nessuno vi ha detto?”.

“No” tutti e tre, ancora insieme.

“I carabinieri non ve l’hanno detto?”.

“Volevano sapere da noi. E noi cosa sappiamo?” fa Carmela.

Per un secondo galleggiamo ancora in questo silenzio, che sembra venire da un’altra epoca. Penso al mio sogno. A Marcellina, con i suoi lunghi capelli che piange sangue.

Carmela ricomincia: “I carabinieri non sapevano come dirlo ai miei, e così glielo ha detto mio marito”. Il suo viso, adesso, è quello di una Santa Crocefissa. Lo sguardo di tutti è in alto, verso il soffitto e in direzione del cielo.

Maria: “Io sapevo solo di Alfonso, e domandavo: ma la machina era pe’ di qua, o era pe’ ca? Nessuno mi rispondeva, alla fine uno mi disse che era pe’ ca, e allora capii che anche la fiiola mia c’era”.

“Almeno Lamari è in galera” commento. Loro mi fissano come se non avessero mai sentito questo cognome. “Carmelo Lamari, il responsabile”.

Salvatore, rivolto alla moglie, dice qualcosa che mi pare assomigli a un calma, ma potrebbe essere anche no, anche aspetta.

Maria ha un impercettibile cedimento degli occhi, il volto per un secondo si trasforma, gli iridi si rivoltano, mi sembra un’altra. Assomiglia a Marcellina, nel sogno; vorrei che lei sentisse che sono qui, per ascoltarla in questo frammento di Paese che non esiste, che sta inglobato fra le piaghe della malavita e della dimenticanza.

“Noi non sappiamo se sono loro i responsabili” dice Carmela. “La legge dice questo, però noi non eravamo lì per sapere chi è stato, chi non è stato. Dicono che hanno dato l’ergastolo per la via di mia sorella, ma questo secondo i giornali, per la televisione”. Si riavvia i capelli ricci e biondi dietro le orecchie, e mi pare fiera e bella. “Mia sorella è la prima bimba che è stata uccisa qui, in Calabria. La prima bimba. Adesso se la sono dimenticati tutti. E mia madre spera sempre che, un giorno, la potrà rivedere di nuovo”.

“Vero” sentenzia Maria. Poi, anche se non c’entra niente, come se potesse cambiare le cose o aggiungere un altro significato alla storia: “Sa, la sera del fatto erano le otto. Lo stesso orario del primo. Alle otto, qui, è sera”.

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