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Odio dunque sono

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Avere un’opinione su internet è molto semplice. Ancor prima di avere un’idea, basta possedere l’invettiva. L’invettiva di questi tempi è tutto, in particolar modo se viene supportata da uno smartphone e da una buona connessione internet.

Ci si scaglia contro la ragazza che è stata ripresa in momenti di intimità, così come con la sopravvissuta alla valanga di Rigopiano. Si scarica la propria rabbia in un vomito inarrestabile di parole, convinti che queste non abbiano un peso e un’essenza. Convinti, soprattutto, che i commenti online siano senza conseguenze, e futuro.

Della violenza delle parole ce ne ricordiamo ogni manciata di mesi. A settembre, dopo il suicidio della giovane e bella 31enne campana protagonista di quattro video pornografici amatoriali diventati virali che l’avevano resa oggetto di scherno sul web, avevamo guardato unanimemente alla rete e ai social network come a dei mostri, dimenticando che ogni singola particella di quella prepotenza erano persone come noi: i nostri vicini di casa, i nostri colleghi, noi stessi.

Fra amnesie e prese di coscienza rispetto alla sotterranea potenza distruttiva del web, e alla colata di odio che sa riversare giornalmente contro il malcapitato di turno, risuonano ultime le parole pronunciate la settimana scorsa da Laura Bordini. Il Presidente della Camera ha attaccato Facebook per aver bloccato per 24 ore l’account dell’informatica Arianna Drago, che aveva denunciato pubblicamente numerosi gruppi chiusi di stupro virtuale sulla piattaforma creata da Mark Zuckeberg.

Di queste ore è la valanga verbale rivolta a Giorgia Galassi, sopravvissuta alla tragedia di Rigopiano, mandata alla gogna a causa di un post sul proprio profilo Facebook in cui ringraziava “tutte le persone che si sono preoccupate per me in questi giorni”. La sua colpa? Secondo migliaia di utenti è stata quella non aver provato empatia per chi si trovava ancora sotto le macerie dell’hotel, di non aver ringraziato Dio, di non essersi ritenuta abbastanza fortunata. A leggere i commenti c’è da rabbrividire per la quantità di parole inutili e non richieste messe a offendere chi è appena scampato a una tragedia.

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Da moderata quale mi sono sempre considerata, pensavo che non avrei mai provato sulla mia pelle lo sgradevole sentimento di fastidio continuato – un fastidio simile a un pizzicotto dall’entità sopportabile, ma allo stesso modo inesauribile – che genera la valanga del web. L’hate speech – letteralmente l’incitamento all’odio – mi ha invece investito da domenica pomeriggio, quando ho pubblicato su Huffington Post (una testata online del Gruppo L’Espresso, per la quale ho un blog) un post provocazione – un po’ semplicistico e sintetico, a essere sinceri – sul burqa. La sintesi è piuttosto banale: dopo averlo provato a Kuwait City, riflettevo sull’annullamento del corpo indossandone uno. Le reazioni prodotte sono state la strumentalizzazione da parte di due quotidiani che hanno fatto un taglia-incolla un po’ becero costruendo un trattato di pessimo giornalismo sulle mie parole (ma di ottimo giornalismo scandalistico, a dirla tutta), due interviste radiofoniche, migliaia di condivisioni, migliaia di commenti, decine di messaggi privati e di email a dimostrazione che le offese possono essere decisamente ripetitive, e piuttosto noiose. Letta una, lette tutte.

La cosa che ho imparato, però, è stato come non sia possibile passare indenni dal fuoco del web, che si scaglia come un serpente contro la sua preda e la distrugge con insulti, infamie, strumentalizzazioni. La parola diventa un modo per espellere la rabbia silente.

Ma è una parola troppo violenta per essere rivolta veramente contro il malcapitato di turno. Siamo diventati tutti bombe a mano pronte a esplodere, e utilizziamo la tastiera per fare del male. Utilizziamo la tastiera per rigurgitare rabbia, per essere notati, per dire la nostra, per aggredire, per uccidere. Odiare è l’io esisto degli anni Duemila.

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Quello sul burqa, per tornare alla mia questione personale, era il post di un blog e dunque non di un trattato di sociologia, né un bignami di femminismo applicato all’Islam. Avrei potuto argomentare meglio ed evitare di liquidare un tema così spinoso in una manciata di righe, ma l’idea era di applicare il tema a un’esperienza personale: il divieto a Kuwait City di girare per strada con le spalle e le gambe scoperte.

Quello che ho imparato negli ultimi tre giorni, però, è più prezioso di ogni saggio di antropologia che io abbia mai letto. Di ogni trattato sulla banalità del male che abbia mai studiato. Di ogni libro sul web, e sulla sua forza che sia mai capitato sulla mia scrivania.

Rem tene, verba sequentur dicevano i latini per ammonire a conoscere gli eventi, poiché le parole sono seguenti. Il motto dei tempi moderni, e ne ho le prove, è invece un altro: trova le parole, possibilmente di offesa e di giudizio gratuito, i concetti seguiranno. Forse. Perché, alla fine, i concetti non sono poi così importanti.

Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno.

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