A proposito di Lucca, Donne, Toscana, Lucca, Tutto, Tutto, niente

Francesca Caminoli, un ritratto d’interni

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Francesca Caminoli vive in un appartamento che è costruzione di memoria attraverso gli oggetti. Ci sono libri, quadri, tappeti, due gatte sorelle, l’odore delle sigarette che fuma con lentezza e dedizione, e poi: fotografie. Molte, moltissime fotografie.

L’appartamento – che è vicino a Porta Elisa, ha un giardino meraviglioso che lei definisce troppo ordinato per i miei gusti, grandi finestre da cui si scorge l’umanità varia che popola le Mura – parla per lei. Parla per lei, per quanto Francesca Caminoli non voglia. “Mi trasferirò, voglio tornare in campagna” mi spiega appena mi accoglie, e mi guarda con grandi occhi nocciola che si sciolgono in sfumature verdi, il visto segnato da rughe profonde, i capelli bianchi e arruffati, la frangetta luminosa, senza età. Nata a Lecco nel 1948, figlia di un imprenditore – che scoprirò essere alquanto rigoroso e rigido, nonché grande camminatore –, Caminoli vive a Milano fino a trentaquattro anni.  “Facevo la giornalista. Per alcuni anni ho lavorato al Corriere dell’Informazione con Ferruccio De Bortoli, Vittorio Feltri, Gian Antonio Stella. Con Carla Giagnoni e Serena Zoli curavamo la Pagina della Donna. Poi cambiò direttore, la pagina fu chiusa perché reputata un ghetto. Ma un ghetto, francamente, non era. Scovavamo cose belle, ci divertivamo come matte” ricorda. La voce è roca, del fumatore e di chi nella vita non si è mai risparmiato. L’accento vagamente del Nord, qui e lì ha qualche consonante che vibra in lucchese. “Lavoravo – continua, mentre mi offre un caffè, che berremo con latte e senza zucchero, tutto d’un sorso, in cucina – dalle cinque la mattina fino all’ora di pranzo. Poi andavo a casa, stavo con i bambini, la sera c’erano sempre collettivi, progetti, ambizioni. Non c’era tempo di sentirsi stanchi, si era parte di qualcosa. Di un fermento incredibile”. Eppure Caminoli a 34 anni cambia vita. Decide di trasferirsi a Massaciuccoli con il marito, che lì aveva una casa. “I giornali stavano cambiando, e l’immagine conquistava sempre più importanza rispetto al contenuto. Collaborai per un paio d’anni con alcune testate, poi smisi. Vivevamo in campagna, facevamo i contadini, avevamo un ufficio stampa, scrivere forse non mi interessavano poi tanto”. Mi tornano in mente delle parole della scrittrice spagnola Mercè Rodoreda, che scovo anche nella libreria di Caminoli con un romanzo bellissimo: La piazza del diamante (nella recente edizione de La nuova frontiera); interrogata sul perché per anni non avesse scritto niente, lei rispose: perché ero troppo occupata a vivere. Ecco. La vita. La vita che esplode, e che nel caso di Caminoli la guida a mettere insieme il suo primo libro. “Abitavo a Torre, e con mio marito ospitavamo una donna bosniaca con il figlio. Il giorno in cui lui lui le rispose in italiano, lei capì che doveva tornare a Sarajevo. Alla prima tregua partì. Non voleva vivere come una profuga. Continuammo a sentirci, e quando due anni dopo fu firmata la pace andai a trovarla. Trovai la distruzione. Era un cumulo di macerie. Durante la festa musulmana di Bajram, alcuni abitanti di Sarajevo varcano la frontiera per andare a rendere omaggio alle tombe dei loro parenti, ma il pullman viene assalito da un gruppo di serbi e quattro persone vennero uccise. Il giorno dopo i giornali italiani non ne parlavano che in poche righe. Decisi di scriverne”. È il 1999. Francesca Caminoli intreccia una relazione editoriale con la casa editrice Jaca Book, che prosegue ancora oggi. Il battesimo di questo sodalizio è proprio Il giorno di Najram, che prende spunto da quel tragico fatto di sangue. Seguono nel 2003 La neve di Ahmed, e poi da altri tre libri che partono sempre da frammenti di cronaca e da un impegno civile mai ottuso, sempre sincero. “Adesso non voglio più cambiare il mondo. Per me il vero  impegno civile è poter migliorare la vita anche solo di una persona”. E dire che con il suo ultimo libro, Perché non mi dai un bacio?, di persone ne ha aiutate molte. Moltissime. “Nel 2000 sono andata per la prima volta in Nicaragua con il progetto Los Quinchos, un’associazione laica che accoglie circa 250 bambini. Sono rimasta tre mesi, e ho creato un giornalino con i ragazzi di strada. Quando poi è morto mio figlio, ho venduto delle sue stampe e ho comprato una piccola casa per loro. E sempre per loro saranno i diritti del mio ultimo libro, che racconta la storia di Zelinda Roccia, la fondatrice del progetto. Attraverso questa casa, Guido adesso vive anche quaggiù. Dimenticare è far morire davvero”. La guardo. Gli occhi sono altrove. Penso al suo libro più struggente, Viaggio in Requiem, che racconta il suo viaggio verso la Puglia e verso Otranto, sulle tracce del figlio artista Guido, suicida a 30 anni; ogni parola è un confronto con se stessi, con l’essere madre e persona. Fuori dai capitoli passano i luoghi, le sensazioni che questi trasmettono, ma nel cuore resta la sofferenza, l’amore, un mazzo di girasoli. “Dopo che ho perso mio figlio, le priorità sono cambiate. La mia scrittura è rimasta semplice, forse perché vengo dal giornalismo. A Lucca per un periodo ho partecipato alla vita cittadina, negli anni Novanta sono anche stata Consigliere Comunale, ma adesso mi interesso pochissimo delle cose della città. Tocca alle nuove generazioni, a chi ha idee nuove”. La voce però è altrove. Ferma, ma altrove. A Guida, probabilmente. Lei è una roccia, scherzo per smorzare la tensione. Lei sorride: “Vorrei essere friabile. Ti possono fare di tutto, quando credono che tu sia una roccia. Ma non è così. Adesso faccio una vita solitaria. Abito in città, ma è come se stessi in cima a un monte. Non ho mai fatto parte di nessun salotto, di nessun circolo, molti mi amici mi dicevano che avrei dovuto per la mia carriera. Eppure non l’ho mai fatto, e non mi sono mai pentita”.

 

Questa intervista è uscita oggi su Il Tirreno nella mia rubrica A proposito di Lucca.

 

 

 

 

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