Tutto, niente

Maternità surrogata. Perché si.

Non ho figli, e (per ora) non ne voglio. L’argomento è stato il fulcro di molti dibattiti intestini al mio gruppo di amici e di famigliari (Perché non vuoi un figlio? Ormai hai trent’anni, dovresti fare un figlio! Secondo me saresti una brava/pessima/esaurita/energica madre. Hai pensato che fra un po’ l’orologio biologico inizierà a fare tic tac?), cui ho provato a più riprese a spiegare che semplicemente non era il momento adatto (soldi/tempo/energie/carriera/futuro).

Per un po’ ho rimandato, di anno in anno, il lieto evento, e dunque ho alzato definitivamente le mani scoprendo che, a volte, basta essere generici per salvarsi dalle pressioni sociali.

Non ho nessun pregiudizio nei confronti di chi ha una famiglia (perché dovrei averne? per lo stesso motivo secondo cui chi ha una famiglia ne ha nei confronti di chi non ne desidera una), né verso chi ne sogna ardentemente una. Vivo pienamente il mio tempo, o almeno me lo auguro, e intanto sfioro con il pensiero la riflessione dell’anno scorso dello scrittore Francesco Pacifico su Il Magazine).

Con questi trascorsi ho iniziato a leggere il libro della giornalista Serena Marchi, dal titolo Mio Tuo Suo Loro, pubblicato qualche settimana fa da Fandango Libri. Marchi racconta la storia di quindici donne che hanno scelto di diventare madri surrogate, e del viaggio fatto, dall’Abruzzo al Texas, per incontrarle.

Il cuore del libro è la narrazione dei sentimenti, delle ambizioni, delle questioni economiche e psicologiche che ruotano intorno a chi “presta il proprio utero e una parte della propria vita per partorire i figli degli altri”. Non c’è giudizio, ma solo racconto. Parole, luoghi, suggestioni, interviste, intenzioni, qualche fallimento, qualche sorriso.

Il libro ha scatenato una naturale polemica, non per il tono del testo – che si pone “in ascolto” e che gode di interessanti riflessioni sulla legislazione in vigore dei Paesi toccati dalla Marchi per le sue interviste -, bensì per l’argomento. A dimostrazione che ancora oggi la Gpa (Gestazione Per Altri) è nel nostro Paese un grande tabù.

Eppure ogni storia incontra una riflessione che si allarga sulla vita, sul senso dell’altruismo, sul senso del denaro e della Gpa che spesso viene presentata come via esterna per la coppia maschile ad avere un figlio, quando “a ricorrere in misura maggiore a tale tecnica procreativa sono le coppie eterosessuali nelle quali la donna aspirante madre è sterile”.

Snodo centrale è naturalmente il diritto all’autodeterminazione nella genitorialità. E serpeggia anche il dibattito interno all’ambiente femminista e sintetizzato da Victoria, neanche 25 anni, “minuta, carnagione chiara, pulita, capelli lisci appoggiati alle spalle” che vive in Texas, a Sant’Antonio, e che ha scelto di diventare madre surrogata “per spirito di servizio” e perché voleva “fare qualcosa di grande, di unico per qualcun altro” e perché così “avremmo avuto dei soldi per iniziare a costruire (lei e il suo compagno) la nostra vita insieme”.

Victoria che per la gravidanza ha percepito 25mila dollari (“metà sono nel mio conto in banca, l’altra metà investiti in un fondo per il mio futuro”) e che – anche se oggi non lo rifarebbe – spiega:

Nessuno può decidere cosa devo fare del mio corpo. È solo mio. Se le femministe non vogliono che un uomo decida sui loro corpi, io pretendo che nessuna donna decida sul mio. Nessuno accetta che qualcun altro decida per lui. E io non lo accetterò mai. Non tutte però possono farlo.

Ed è la sintesi perfetta di una questione che si apre al giudizio del mondo, e resta vicenda privata e personalissima. Il libro della Marchi è una lettura istruttiva, che spinge a riflettere, ad abbattere le chiusure per aprirsi al dialogo (anche se, al momento, il confronto continua a sprofondare nei toni da farsa, e da stadio).

Personalmente non farei mai la madre surrogata (per ingenerosità e per questioni di tempo in primis). Eppure, qualora ne avessi bisogno (perché l’orologio biologico, perché non si sa mai, ecc.) non avrei alcun dubbio: mi rivolgerei a chi – per affetto, per stima, per soldi, per solidarietà – sceglie di portare in grembo i figli degli altri. Difendendo le proprie libertà, anche per noi.

 

Questo articolo è stato pubblicato con il titolo “Maternità surrogata: perché no?” su Huffington Post. Lo trovate qui

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