In edicola, In libreria, Tutto, Tutto, niente

Scrittori? Autopromuovetevi!

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La notte dell’uscita del mio primo libro, esattamente dieci anni fa, la passai guardando il soffitto. Ero convinta che con l’arrivo della mezzanotte – quando, grazie alla mia mirabolante fantasia, scorgevo il trasportatore arrivare, un po’ come Babbo Natale, davanti le librerie di tutta Italia per scaricare migliaia di cartoni contenenti Adesso Tienimi – tutto sarebbe cambiato.

Tutto cosa? Questo, a dire la verità, non lo sapevo. Ma immaginavo la televisione, immaginavo le pubblicità, immaginavo la gente che ti ferma per strada e, sgranando gli occhi, ammiratissima, domanda: “Ma tu, sei tu?”. Chi fosse “tu” non era dato saperlo perché già allora intuivo che il mio destino sarebbe stato avvolto nel vago (e, per inciso, l’unica volta che sono stata riconosciuta è capitato in un negozio di biancheria intima, a Taranto, mentre stavo facendo acquisti con mia nonna).

Ero malata di egocentrismo (ma, come tutti gli scrittori, devo esserlo ancora), ed ero anche molto timida e insicura (meno di adesso, comunque, perché ad alcuni gli anni regalano ansie inaspettate), immersa in incoerenti pensieri e ambizioni, piena di belle speranze nei confronti dell’editoria, che mi sembrava un regno zeppo di cose meravigliose, nel quale gli editori non valutavano per l’apparenza ma per l’essenza (dopo, e da piccola editrice indipendente di Atlantide, avrei scoperto quanto in realtà il cinismo sia alla base di ogni piano editoriale).

Pensavo che solo la parola contasse, come era accaduto per gli scrittori capaci di costruire il mio mondo: Luis Sepúlveda che mi aveva incantato con il suo killer sentimentale a tredici anni, ma anche Gabriel García Márquez e Lev Tolstoj che erano arrivati l’anno dopo, Albert Camus e Marguerite Duras che avevano colonizzato la mia adolescenza. Mi sembrava impossibile che gli editori – cui guardavo come a una cosa informe, una massa unica, un blob gelatinoso – stessero per accogliere anche me, traducendo i miei pensieri in un libro (un libro!).

Da quella notte in bianco, ho passato molte altre notti in bianco: ho infatti pubblicato altri cinque libri, cambiato diverse case editrici (Fazi, Rizzoli, Sperling&Kupfer, Giunti e infine Fandango), creato un profilo facebook, uno twitter (prontamente chiuso), uno instragram. Ho scoperto che più importante di scrivere qualcosa di buono è però la comunicabilità della cosa stessa.

Una volta mi sentii dire (anche se temo fosse una bugia, giusto per annullare le mie certezze): “Sì, la storia è bella, ma troppo complicata. Come la comunichiamo ai giornalisti che non capiscono mai niente?”. Attraverso un’unica frase imparai che i giornalisti, almeno secondo gli uffici stampa, nella maggior parte dei casi non capiscono niente (per usare un eufemismo), che per gli editori è molto importante la visibilità dell’autore sui social network e sui giornali, se questo va in televisione, se “ti sai vendere”. E che altrettanto importante è il faccino che mostri, il modo in cui parli, come ti vesti. La parola, neanche a dirlo, è ormai andata in secondo piano. Eppure la parola – non dimentichiamocelo: stiamo parlando di libri, non di bagnoschiuma o di love story scritte a tavolino e ambientate su isole deserte – dovrebbe essere tutto.

E la parola, in questi tempi che ci costringono a diventare altro (e che dovrebbero invece obbligarci ad esercitare tutta la nostra capacità di resistenza: resistenza alle imposizioni della cultura del visivo e del successo, agli obblighi e alle speranze commerciali altrui) avrebbe bisogno di tornare a essere tutto. Dunque godiamoci insieme questa Festa dei Lettori, festival diffuso in tutta Italia che in Puglia vive grazie a quel patrimonio inestimabile che sono i Presidi del Libro. Godiamoci i suoi sconfinamenti (tema dell’edizione), e proviamo – noi scrittori, noi lettori – ad andare oltre lo schermo. Del tablet, dello smartphone, e anche del televisore.

Oggi, su Repubblica Bari. 

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