Tutto, niente

Alessandro Leogrande

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Aveva i capelli ricci, e neri. L’espressione sempre seria; gli occhialetti dalle lenti sporche, a guardar bene intravedevi le impronte dei polpastrelli, che gli scendevano sul naso quando parlava. Succedeva ogni volta, soprattutto quando raccontava di qualcosa a cui teneva. Allora tirava impercettibilmente su con il naso, alzava un poco la testa, un rapido gesto del collo, l’indice fra le due lenti: le spingeva su, e ricominciava a dire, come se niente fosse accaduto.

Rideva in un modo buffo, che gli stravolgeva il viso; a volte sembrava un bambino dispettoso, più spesso un bambino buono, con le pupille scure che brillavano per lunghi attimi, e i denti che si mostravano fra le labbra, sempre screpolate, quasi anche quel gesto necessario – mettersi il burro di cacao – fosse un vezzo. Ma Alessandro Leogrande non era tipo né da vezzi, né da burro di cacao.

Già, com’era Alessandro Leogrande? Era, come tutti hanno raccontato in queste settimane e come ricorderanno per sem- pre, una persona integerrima. Un uomo che non accettava compromessi. Quando lo vedevo, ogni volta, pensavo: ecco, perché se siamo nati nella stes- sa città siamo venuti fuori così diversi? E provavo invidia. Lo confesso senza vergogna, o pau- ra. Provavo un’invidia tremenda, lo dicevo anche a lui. Glielo ripetevo quando mi chiamava per sapere come stavo, spesso la domenica mattina, o quando gli scrivevo la sera, sempre molto tardi, e lui ogni volta stava lavorando, preparava un incontro, rivedeva una lezione, magari leggeva qualcosa, scriveva qualcosa. Era dentro il suo mondo popolato dagli ultimi e dai disperati. Noi – tutti noi – restavamo fuori, incantati, a guardare il suo talento nello svelare la vita e i drammi degli altri con precisione, con devozione e rispetto. Mentre il suo mondo era popolato da valori, intorno ci affastellavamo noi: gli spaccacancelli.

 

La prima volta che lo incontrai avevo diciotto anni, lui nove più di me. Eravamo a Taranto, stava presentando un libro, parlava infervorato – come solitamente faceva quando diceva di malavita o di caporalato, di Ilva o di migranti – e il pubblico lo studiava rapito; non lo avvicinai, ma ci conoscemmo una manciata di anni dopo nei corridoi di Radio3 Rai con Ornella Bellucci. Non chiesi mai agli altri quello che pensava di me, io di lui pensai sem- pre tutto il bene possibile: mi ricordava mio nonno, uno di quegli intellettuali meridionali che nel Sud s’affossano, che dal Sud si liberano per capire il mondo.

Un giorno andammo a mangiare insieme a Eataly, alle spalle della stazione di Termini. Avevamo accanto una tavolata di spagnoli che facevano molta confusione, ci raccontammo dei nostri genitori, della nostra infanzia, di Taranto, di dove andavamo a mangiare, inzep- pammo la conversazione di quei dettagli che non stanno nei libri, ma fanno la vita. Eppure Alessandro era soprattutto i suoi libri, perché quello che scriveva non era una strategia o una posa. Lui era quella cosa lì: lo sguardo su una nave, la mano tesa, la parola sospesa. Adesso non riesco a ricordare cosa mangiammo, e me ne di- spiaccio; ma bevemmo acqua, e sorridemmo molto.

In questi giorni, ho letto e riletto i messaggi che ci siamo scambiati negli ultimi mesi. Ci siamo s orati da una parte all’altra dell’Italia. “Sei a Taranto?” era la domanda. Rispondeva: no, sono a Torino-Palermo-Milano- Cagliari-Svizzera-Roma-Argentina-Roma. Rispondevo: no, sono a Lucca-Roma-Milano. Così, per mesi. Sempre con la solita promessa. Sempre con la solita idea di farci una passeggiata sul lungomare della nostra città. La città che tu, Alessandro, avevi saputo raccontare con il rigore, l’amore e l’intelligenza che nessun altro di noi aveva. La verità, Alessandro, è che eri il più bravo di tutti. Ed eri bravo in quel modo meticoloso e genuino di chi vive il lavoro, l’impegno sociale e politico come una missione che si porta avanti con leggerezza, gentilezza e grazia. Abbracciando e coinvolgendo tutti, sempre.

 

Qualche mese fa, ci incontrammo a un matrimonio. Era luglio, faceva caldo; parlammo davanti al lungo buffet di dolci. Indossavi un completo scuro, che ti stava lungo sulle scarpe; eri distrutto. “Chi te lo fa fare?” chiesi. Mi riferivo a quel tour forzato di presentazioni, di scritture, di impegno, di pazienza, di ascolto attraverso la tua Italia che era fatta di scuole, librerie, piccoli circoli, persone. Una presentazione dietro l’altra. Sempre in viag- gio. Sempre. Instancabile, ma stanchissimo. Sorridesti come sorridevi tu, con lo sguardo che per un attimo si fermava, e il labbro superiore destro che si alzava un poco, senza aggiungere altro. Ci guardammo a lungo, come ci guardavamo a volte. E non dicemmo niente, perché tutto era già chiaro così.

Questo racconto è sul numero di Narcomafie in edicola. 

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