Tutto, niente

Ignazio Del Punta

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“Lucca nel Duecento era una delle più grandi città commerciali d’Europa. Anche se numericamente non era grandissima, si stima che oltre ventimila persone vivessero tra la città e i borghi. Era un centro sulla via Francigena, ed era meta stessa di pellegrinaggio per il Volto Santo. Era una città importante, lo sai?”. Parla con disinvoltura, come se stesse raccontando del meteo o di un fatto di cronaca noto a tutti, Ignazio Del Punta. Parla con un accento vagamente lucchese, gli occhi scuri in movimento, le mani che disegnano spazi e passato raccontando della città che lui – nato a Oxford da madre inglese e padre italiano – ha eletto a sua dimora del cuore. “Ho scelto Lucca – sottolinea – perché in fondo, nonostante tutti i problemi di provincialità e di traffico, nonostante i tanti interessi contrastanti che la coinvolgono, ne sono innamorato. L’ho conosciuta da piccolo, perché quando avevo quattro anni mio padre, professore di filosofia antica e medioevale, uno dei massimi specialisti della tradizione di Aristotele nel Medioevo, vinse un posto all’Università di Pisa. E così, nel 1978 ci trasferimmo in Toscana. O, meglio, nella campagna lucchese perché mio nonno aveva origini in queste zone. Io ho frequentato il liceo classico a Pisa, e poi ho studiato storia con Marco Tangheroni, professore stimato a livello internazionale”. Dopo la laurea a 23 anni, Del Punta vince un dottorato a Cagliari. Prima però deve fare il servizio civile, a Porcari, dunque comincia la sua carriera di studioso che prosegue fra borse di studi e molto impegno. “Alla fine sono entrato alla Scuola di Studi Storici all’Università di San Marino, dove ho fatto una specializzazione in storia, occupandomi sempre di storia medioevale. La mia materia prediletta è, fin dai tempi della tesi, la storia economica. Mi interessa da sempre capire il commercio, la banca e, a Lucca, la seta”. Il binomio fra la nostra città e il più prezioso dei tessuti è infatti un piccolo mondo, cui Del Punta ha dedicato, insieme a Maria Ludovica Rosati, il libro “Lucca una città di seta” (Maria Pacini Fazzi) che sarà presentato venerdì a Palazzo Mansi (alle ore 17). Un volume interessante e ben documentato, che si presenta come una sorta di esplorazione fra la storia e l’arte di quel mondo complesso che, fra il Duecento e il Trecento, fece di Lucca la prima città del mondo occidentale capace di competere nella produzione di tessuti di lusso con le tradizionali stoffe orientali, e ancor di più di creare un modello commerciale poi esportato in altre città italiane.

“L’antica economia lucchese – puntualizza Del Punta –  si è evoluta come un’economia di élite perché ha visto una parte importante della società nel Basso Medioevo dedicarsi ai commerci, e alle attività manifatturiere. Da un mondo prevalentemente rurale, quello dell’Alto Medioevo, ma anche dell’XI secolo, quando l’economia era dominata dalla produzione e dallo scambio di prodotti agricoli, si passa ad un tipo di economia diverso perché incentrato sullo scambio di merci esotiche, di prodotti di lusso e manifatturieri. Le spezie, per esempio, ma soprattutto la seta greggia e i tessuti semilavorati, ma anche tessuti di lana e di lino, nonché le armi, vendute a piccola-media distanza: da Genova a Firenze. Non bisogna dimenticare che i mercanti e banchieri lucchesi avevano un business non solo locale, ma europeo”. La storia restituisce il nome della famiglia Ricciardi, piccola dal punto di vista numerico però molto potente, ma anche di famiglie dalle origini nobiliari come i Guidiccioni, che hanno prodotto vescovi e cardinali, e Di Poggio che aveva al suo interno notai, giudici, cavalieri e faceva parte di svariate società bancarie. “Nel Trecento – continua Del Punta – compaiono poi i Guinigi, ma anche i Forte Guerra e i Rapondi. Si tratta però di un secolo tormentato, perché con la morte di Castruccio Castracani, Lucca è sotto il dominio di varie signorie e dopo si diffonde la grande pestilenza del 1347/1348 che si calcola sterminò più di un terzo della popolazione. Nonostante tutto, e grazie alla seta e alla relativa specializzazione, l’economia lucchese mantiene sempre un livello alto, pur subendo la concorrenza di città vicine che dal punto di vista economico diventano più potenti”. Segue un lungo declino fra alti e bassi: nel Cinquecento si vedono le grandi famiglie di mercanti lucchesi a Bruges, ad Anversa, a Lione e a Londra. Poi il Seicento è un lungo declino, dovuto all’emergere a livello europeo degli stati nazionali. “Le città stato italiane – sospira Del Punta – sono troppo piccole per poter competere con dei nuovi protagonisti, dove le economie mercantili vengono sostenute in modo molto più massiccio”. Il sogno di Lucca viene inglobato prima, dunque annullato, dai meccanismi della storia dei grandi Paesi. Resta però una traccia a ricordare una grandezza mai sopita. “La storia – conclude Del Punta – che è quella cosa che dovrebbe essere una scienza esatta, anche se poi non lo è. Più la studi, più ti rendi conto che è un racconto dei fatti soggettivo, e dunque bisogna sempre avere un’attitudine critica e costruttiva. La storia ti insegna a non prendere per oro colato quello che dicono o scrivono gli altri”. Ti insegna a scavare fra i documenti, cercando qualcosa di simile alla verità. Un filo nel passato. Magari, un filo setato.

Questa intervista-racconto è uscita oggi su “Il Tirreno” nella mia rubrica “Vite Lucchesi”.

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