Tutto, niente

Clara Nubile, un’intervista

La prosa di Clara Nubile, scrittrice di origine brindisina, girovaga nell’animo e nella scrittura, è un equilibrio perpetuo fra vita e morte. Nubile ha vissuto a Bologna (dove si è laureata in Traduzione), dunque a Ravenna e Bombay dove, fra il 2001 e il 2003, ha trascorso 2 anni presso l’Università per un progetto di ricerca sulla scrittura femminile in India (The danger of gender, Sarup and Sons, New Delhi, 2003). Negli anni ha pubblicato diversi romanzi, fra cui lo splendido “Io ti attacco nel sangue” (Lain, 2005) e adesso sublima la sua scrittura di salsedine ne “Le Febbri” appena pubblicato da Besa Editore, una raccolta di racconti che profumano di drammi e d’India, al centro di una scrittura lucida e tagliente. Esattamente come lei, che “in questi giorni sono a Bangkok, città di cui ti innamori piano, lentamente. Molto diversa dalla caotica, polverosa, esplosiva Bombay che ti stritola sin da subito. Presto mi sposterò verso il nord della Tailandia. Poi si vedrà” mostra il suo talento di narratrice controcorrente, intrisa di Puglia e di Oriente, devota alla libertà, priva di compromessi e di orpelli”.

 

Cominciamo dall’inizio. Come è nato “Le Febbri”? Si tratta di un libro molto diverso dai tuoi precedenti. Penso per esempio a “Lupo” o a “Tu come tutto quello che tocchi”. Due libri densissimi, ma narrativamente per molti versi opposti. 

In viaggio, in ripetuti soggiorni in India e durante i viaggi all’interno del viaggio. In particolare, durante una decina di giorni ad Agonda, Goa, sul mare in una capannina di bambù. Un apparente paradiso, un idillio, dove però accadeva di tutto: omicidi, sparizioni, giri di mafia droga e prostituzione. Mi colpì in particolare la prima storia (“L’impiccato”) che apre Le febbri. Quella di Stephen, un turista inglese che scese da un treno in corsa tra Goa e Mumbai e trovò la morte in un anonimo villaggio, impiccato a un albero di mango. Una storia oscura, che nascondeva scheletri, segreti, brutti giri. E poi tutte le persone frequentate a lungo a Bombay, o incontrate per caso e per pochissimo tempo, ma tutte mi hanno lasciato il guscio di una storia, un racconto che chiedeva di essere scritto.

Esattamente come accade con l’India.

L’India ti si appiccica addosso, poi lentamente svapora, ma ti lascia qualcosa, sempre. A me ogni tanto lascia parole, poesie, racconti. Storie che cogli ovunque, per strada, nel movimento. E poi, una volta ferma, le suggestioni, gli accenni di storie prendono forma nella quiete.

Che cosa è India oggi?

Non esiste una sola India. Esistono tante piccole grandi Indie. Come non esiste una sola Bombay per me (non riesco a chiamarla Mumbai, come alcuni indiani sono nostalgica e odio i fascisti nazionalisti) ma tante città, come una sorta di ventaglio.

Ecco, l’India è un ventaglio che si apre e si chiude, a seconda del vento che tira.

Per certi versi un posto scarnito, spoglio di valori. Per altri, incredibilmente ricco interiormente e a livello umano. Un luogo confusionario, allucinante, dove tutto si mescola, a volte cozzando, a volte in armonia. E forse in preda a una latente crisi d’identità: una tensione verso l’occidente che non sempre si realizza nel mondo giusto, un’implosione nel passato più oltranzista e cieco. Però, in qualche modo funziona, con le sue brutture che ho imparato a vedere solo col tempo. Proprio come in una lunga relazione, lentamente saltano fuori le ombre, gli aspetti meno gradevoli.

Cosa vuol dire conoscere l’India?

Mutare, trasmutare, cambiare occhi, orizzonti, prospettive. Scendere a compromessi con la propria essenza occidentale, capire che non si diventerà mai orientali, lottare per trovare un equilibrio in un Paese dove, nel bene e nel male, sarai ai margini, mai pienamente integrato anche se sempre molto amato, ben accolto, trattato bene.

Squamare la pelle del pesce, ecco cos’è conoscere l’India. Costa molta fatica, soprattutto per una donna.

Perché allora India?

Come tutte le storie d’amore, cominciò per caso con un lungo viaggio sparpagliato e romantico durante un monsone, con lo zaino in spalla. Un viaggio indimenticabile, e poi il periodo di ricerca all’Università (University of Mumbai) di due anni (progetto di ricerca su gender e letteratura) che ha cementato i miei legami anche lavorativi con al città, l’esperienza dell’insegnamento d’italiano agli indiani, la mia vita part-time in India… diciamo così, una parte di me vive sempre lì, anche quando è altrove. E poi ho sempre amato tutto ciò che è diverso, lontano, apparentemente irraggiungibile.

Non credo nella reincarnazione, ma qualcuno dice che se si continua a tornare in India, è perché ci si è già stati nelle vite precedenti. Chissà.

Per me è un ampio respiro, lontano dalla provinciale Italia che mi sta sempre più stretta e mi sembra così estranea. Per chi vive di letteratura, poesia, libri, l’India è un posto che offre ispirazione, nutre un grande rispetto per l’arte, ti dona possibilità di conoscere altri scrittori, partecipare costruttivamente e in modo attivo a festival letterari, progetti. Ed è un posto che ti costringe a espandere, andare al di là degli steccati, anche a livello professionale, non solo umano. Mi sono spessa ritrovata davanti ai miei limiti, ai miei aspetti peggiori. Lì, messi a nudo. Difficile, ma istruttivo. Insegnare, ad esempio, che mai altrove avrei fatto. E finché l’India mi donerà un respiro così ampio, per me avrà un perché. Sempre.

Questa intervista è uscita su “Gli Stati Generali

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