Tutto, niente

Un anniversario, Ilaria Alpi

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È il 1994. Il 20 marzo del 1994. Un kalashnikov spara per ammazzare. Sull’asfalto, a pochi metri dall’hotel Hamana, nel nulla che sta intorno alla zona nord di Mogadiscio, restano a terra due corpi. Una donna, e un uomo. Una giornalista, e il suo operatore. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Sono in Somalia come inviati del Tg3. Dovrebbero documentare la guerra civile somala a seguito della missione internazionale ONU Restore Hope. Ma Ilaria Alpi scopre che fra l’Italia e la Somalia ci sono dei traffici non chiari, che hanno molto a che fare con le armi, i rifiuti tossici e il silenzio. Inizia a indagare. Inizia a fare interviste, ad ascoltare, a scoprire. Deve trattarsi di qualcosa di gigantesco, e di molto preoccupante, che al suo interno contiene servizi segreti, funzionari dell’Onu, malavita. L’Italia e la Somalia. Si tratta di un filo rosso di illeciti, e di silenzi. E lei a quel filo rosso si aggrappa perché sa che, seguendolo, arriverà a qualcosa. Qualcosa che, ancora oggi, non sappiamo cosa sia. A interrompere le sue ricerche – e a consegnarle per sempre nel buio – c’è infatti un proiettile che ferma il tempo per congelarlo.

“Loro… cercano noi” dice Ilaria a Miran, prima della tragedia. Il suo viso è teso, i capelli mossi intorno al volto. Tenace, instancabili e bellissima: anche alla fine. Almeno secondo il desiderio di Marco Rizzo e Francesco Ripoli, che le hanno dedicato il bellissimo fumetto omonimo appena ripubblicato, dopo dieci anni dalla prima edizione, da BeccoGiallo (pp. 144). Alpi, che viene raccontata nell’ultima settimana di vita, diviene un’eroina in un bianco e nero denso, che sa di terre lontani, di disperazioni e sogni. La graphic novel, già vincitrice del prestigioso titolo di miglior fumetto a Comicon 2008, si nutre di prestigiosi ricordi e testimonianze. Splende il racconto della giornalista Giovanna Botteri, corrispondente dagli Stati Uniti per la RAI e compagna di redazione di Alpi: “Ilaria rimane un riferimento importante per chi crede ancora nell’informazione come ricerca della verità, come reportage per spiegare e far capire altri mondi, altre culture, come missione, studio, lavoro, impegno, passione”. A raccontare negli anni Ilaria Alpi – entrata nel mito come Giancarlo Siani, assassinato nella camorra nel 1985, o Mauro Rostagno, ucciso in Sicilia in un agguato mafioso nel 1998 – ci hanno provato in molti. Dalla vicentina Gigliola Alvisi, che ne ha svelato la storia nel libro per ragazzi L’eroina che voleva raccontare l’inferno (Rizzoli, 2014), a Roberto Scardova con L’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: quindici anni senza verità (CarteFalse, 2009), antologia ragionata di contributi dei numerosi giornalisti che si sono occupati dell’inchiesta sull’omicidio di Alpi e Hrovatin. Il volume prende il via dall’attività del prestigioso premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi. Prima, però, nessuno aveva usato l’empatia della matita per tracciare un quadro d’inchiesta e di disperazione come Rizzo e Ripoli. Perché era il 1994. Il 20 marzo del 1994. Ma sembra ieri.

Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno

 

 

 

 

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