Tutto, niente

Rime per festeggiare il primo giorno di primavera

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Al Minneapolis Istitute of Arts c’è una sala blu. E in quella sala blu c’è un dipinto di Giorgio Vasari. Ritrae Cavalcanti, Dante, Boccaccio, Petrarca, Cino da Pistoia e Guittone d’Arezzo. È un dipinto del 1544, e ferma nel tempo i più grandi poeti che la nostra regione abbia mai avuto. Alcuni poeti. Perché come sarebbe possibile dimenticare Petrarca, che di Cino da Pistoia fu allievo? Ma anche Boccaccio, Lapo Gianni detto il Fiorentino, il lucchese Bonagiunta Orbicciani, e Giosuè Carducci? Impossibile non smarrire per strada qualcuno. Impossibile non ricordare, in tempi più recenti, il livornese Giorgio Caproni, autore di alcune delle più belle poesie del Novecento, o la struggente, folle e vorticosa opera di Dino Campana, la cui vita pare essa stessa un componimento. E poi, come non citare Curzio Malaparte, pratese, che della Toscana fece un ritratto assai fulminante? “La Toscana – scrisse – è paesaggio magico dove tutto è gentile intorno, tutto è antico e nuovo”. E di questo bilico eterno, che s’affaccenda nel nuovo mentre s’affossa nel vecchio, è specchio perfetto la poesia che oggi – primo giorno di primavera – festeggia a livello mondiale la sua giornata, secondo una decisione dell’Unesco di diciannove anni fa.

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Da Camaiore a Firenze, non mancheranno gli appuntamenti aperti alla cittadinanza, per celebrare il passato e i giovani poeti che negli anni si sono affermati a livello nazionale. Da ricordare dunque la pisana Simona Cerri Spinelli, già vincitrice del Premio Rimini, e autrice del recente “Al centro dei rovesci” (Interno Poesia editore, pp. 64). Ma anche il bravo Marco Corsi, classe 1985, che vive a Persignano, vicino Arezzo ed è dottore di ricerca in Italianistica. “Guardiamo dal vano che si attarda/ la linea di apertura delle cose” scrive nella romantica “Via Rossini”. E lui, incluso nel XII Quaderno italiano di Poesia (Marcos y Marcos), una sorta di bibbia contemporanea dei poeti da seguire, riflette:quanti gradini ho sceso verso il fondo dell’inferno/ e quanti versi ho letto come nitroglicerina/ per esportare un minimo di senso/ dalla contaminazione dell’incerto”. Fra i poeti toscani però il più celebre, ma allo stesso tempo isolato, nascosto nella sua Viareggio e poco incline all’incontro, è Roberto Amato, scoperto da Manlio Cancogni ed esordiente nel 2003 con “Le cucine celesti” (Diabasis) con cui vinse il prestigioso Premio Viareggio. Amato è autore di versi misteriosi, enigmatici, bellissimi. Da leggere è senza dubbio “L’acqua alta” (2010) prima puntata di una trilogia di volumi proseguita con “Lo scrittore di saggi” (2012) e “Le città separate” (2015), tutti pubblicati dalla casa editrice romana Elliot.

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Alla poesia tradizionale, bisogna però affiancare la musica. Ce lo ha insegnato il Premio Nobel consegnato a Bob Dylan con la motivazione: “Ha creato una nuova espressione poetica”. Allora la lista dei poeti toscani si allunga. C’è Piero Ciampi, struggente e maledetto e geniale come pochi altri, e poi Nada Malanima che un libro di poesie l’ha pubblicato nel 2003: “Le mie madri”. A riflettere bene, ci sono anche i versi di Francesco Motta, cantautore emergente e già vincitore del prestigioso Premio Tenco nel 2016, o Andrea Appino degli Zen Circus. Pensando a loro, tornano in mente le parole di Malaparte: “I toscani hanno il cielo negli occhi e l’inferno in bocca”.

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Esattamente come la mia poetessa preferita, la fiorentina Margherita Guidacci, cugina del poeta Nicola Lisi, insegnante di liceo e d’università, che si congedò dal mondo nel 1992. La sua ultima silloge è l’introvabile “Anelli del tempo”, un testamento spirituale che si sublima nella poesia All’ipotetico lettore, il cui significato è un abbraccio a chi posa sui versi gli occhi: “Ho messo la mia anima fra le tue mani./ Curvale a nido. Essa non vuole altro/ che riposare in te”.

Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno 

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