Tutto, niente

Metafore lucchesi e Lucca Film Festival

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Era il 1975. Luchino Visconti girovagava per la Toscana alla ricerca di una villa che potesse restituire l’atmosfera di un romanzo bellissimo, firmato da Gabriele D’Annunzio: L’innocente. Non lo sapeva ancora, Visconti, ma quello sarebbe stato il suo ultimo film. E sarebbe stato presentato a Cannes nel 1976, esattamente due mesi dopo la sua morte.

Nel girovagare fra le ville e le campagne, in una giornata di pioggia e di vento, Visconti ritrovò Lucca e la sua provincia. E qui si innamorò di Villa Mansi, di Villa Arnolfini e della graziosa Chiesina di Gattaiola. Scelse quei luoghi, regalando loro l’immortalità del Novecento: quella cinematografica.

Così, di ripresa in scoperta, fra un luogo scovato per sbaglio e uno cercato a lungo, si consolida il rapporto fra Lucca e il grande schermo, andato a battesimo secondo le cronache nel 1935 quando Giovacchino Forzano girò nella Villa Reale di Marlia “Fiordalisi d’oro”. Il punto più alto di questo rapporto – che gode di fasi alterne, e si affligge di una perpetua competizione con la Versilia baciata negli anni Ottanta dalla saga di Sapore di Mare – è legato a un luogo di esoterismo e di magia, che si gloria di un giardino barocco meraviglioso. Si tratta di Palazzo Pfanner, costruito nel 1660 dai patrizi lucchesi Moriconi, ambientazione di uno dei più noti film del cinema italiano degli ultimi Cinquant’anni: “Il Marchese del Grillo” che qui Mario Monicelli girò nel 1981 (con incursioni anche a Villa Mansi e Villa Torrigiani), forse ispirato da Luigi Magni (che nel medesimo luogo aveva girato nel 1980 Arrivano i bersaglieri) o piuttosto da Michele Tarantini (L’insegnante viene a casa, 1978). Il palazzo – prescelto anche nel 1996 da Jane Campion per Ritratto di Signora, e ancora nel 2001 da L’amore probabilmente di Giuseppe Bertolucci – si potrebbe indicare come metafora stessa del sentimento ambivalente fra la città e il cinema. Un rapporto mai realmente consolidato per quanto riguarda l’elezione a luogo di riprese del centro storico, oggetto di molteplici pubblicità internazionali, ma mai di lungometraggi come pur meriterebbe.

Eppure il cinema a Lucca, grazie al Lucca Film Festival, è di casa. Il Festival si rivela infatti una straordinaria occasione per valorizzare il territorio, veicolarlo all’estero e promuoverlo in Italia. Un’efficiente macchina per trasformare quella che solitamente viene tenuta nell’angolo, la cultura, in uno strumento di aggregazione sociale e in opportunità lavorativa. Il Festival sta poi mettendo in cantiere ciò che

dovremmo richiedere a tutte iniziative che annualmente in città si tengono, come il Lucca Summer Festival o il PhotoLux: coinvolgere direttamente gli studenti e sostenere la creatività locale. La co-produzione di opere (come il documentario dedicato a Possenti), il coinvolgimento delle scuole e Lucca Effetto Cinema Notte, che trasforma la città e 39 locali in un set a cielo aperto, sono concrete strategie. Strumenti attivi di resistenza culturale per evitare che i luoghi della storia e del passato si trasformino in mere scatole di ciò che erano. Esattamente come è accaduto a palazzo Pfanner: un tempo oasi di cinema e di storia, ora soggiorno per turisti.

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