Tutto, niente

UNA DONNA – Annie Ernaux

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Perdere la propria madre, trasformarla nella protagonista di un libro “che non è una biografia, né un romanzo, naturalmente, forse qualcosa tra la letteratura, la sociologia e la storia”. Raccontare per trovare le parole, e scoprendo le parole rimettere in fila i ricordi nella speranza che la realtà – anche se incatenata al passato – rimanga tale, e che sia solo un momento, un momento soltanto, quello in cui “la presenza illusoria di mia madre è più forte della sua assenza reale” perché “dev’essere la prima forma dell’oblio”.

Una Donna appena pubblicato da L’Orma (pp. 102, € 13) è un libro intenso e molto doloroso, capace di mette il lettore davanti alla storia di molti: trovare nella propria madre un punto di riferimento che lentamente, in concomitanza con l’età, svanisce, e si trasforma prima in acceso confronto, dunque in contesa, e alla fine arriva alla resa dei conti: la vecchiaia, la malattia, la morte.

A firmare questo autoritratto impietoso (verso se stessa, verso le proprie origini, verso i propri sentimenti prima che nei confronti della propria madre) è Annie Ernaux, scrittrice nata nel 1940 in Normandia, a Lillebonne, considerata come una delle più importanti autrici contemporanee francesi, studiata in tutto il mondo per la sua originale scrittura, pubblicata in patria dal prestigioso editore Gallimard. La prosa di Ernaux accavalla la storia personale a quella di tutti, e vagamente ricorda un certo rigore fortunato, un certo sospiro, allo stile di Gertrude Stein. Quella di Ernaux – tradotta con estrema e toccante bravura dall’editore Lorenzo Flabbi, già insegnante nelle Università di Paris III e Limonges, traduttore anche di Apollinaire – è una prosa limpida e chirurgica. Colpisce per fare male. Mette a nudo i pensieri di una figlia che si confronta con una madre che sogna l’anima borghese, ma si scontra con ciò che è: una donna di fabbrica e campagna, una donna viva, dai capelli “biondi o rossi”, dai vestiti sgargianti, che apre la bottiglia fra le gambe, vende patate e latte per farla studiare, eppure glielo rinfaccia, eppure vuole stare con lei, ma quando si vedono cala il silenzio; il confronto con l’Alzheimer rende tutto più rapido, violento, incomprensibile. “Ora che mia madre è morta non vorrei venire a sapere più niente su di lei, niente oltre a ciò che già sapevo quand’era viva” nota l’autrice, e ci obbliga a riflettere su cosa significhi essere figli, scoprire i propri genitori e confrontarsi con loro in vita, ma soprattutto con il loro ricordo.

Questa recensione è uscita oggi nella mia rubrica Testi Tosti su Il Tirreno

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