Tutto, niente

In Esilio

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“La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore, e il nuovo non può rinascere”. Si apre così, con questa frase tratta da “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci, il nuovo, mirabilante, romanzo di Simone Lenzi, livornese classe 1968, frontman dei Virginiana Miller e autore di libri di successo, ultimo dei quali “La generazione” (2012, Dalai) che ha ispirato a Paolo Virzì “Tutti i santi giorni”. Il volume in questione si intitola “In esilio” (Rizzoli, pp. 225), ha in copertina un uovo fritto (quando “La generazione” aveva un uovo o, meglio, un ovulo intero) e un sottotitolo che da solo suggerisce la strada: “Se non ti ci mandano, vacci da solo”.

Protagonista del libro è un uomo che decide di andare altrove, lontano da tutti. Ma, se permette, inizierei da Gramsci.

Mi sembra che tutti quelli che hanno la mia età, e che si sono formati nel Novecento, ora si ritrovino a fronteggiare un mondo del quale non conoscono le coordinate. Il senso della fine di cui si parla nel libro riguarda anche questo. Riguarda la difficoltà che abbiamo a interpretare le situazioni, e tutto quello che culturalmente non riusciamo a comprendere. La crisi è evidente. La domanda è: quale sarà il mondo che le seguirà? Ammesso che sia un mondo davvero nuovo, e non sia riedizioni di cose vecchie con cui non vorremmo più avere a che fare.

Quest’ultima frase sembra un’altra dichiarazione politica.

Forse lo è.

Il protagonista, dicevamo, decide di esiliarsi.

Decide di fare un passo indietro rispetto a tutto. Di mettersi fra parentesi.

Perché?

Perché per lui questa è la soluzione migliore per capire se effettivamente ci sono ancora delle possibilità di vivere una vita decente, o se queste possibilità non ci sono più. C’è anche una volontà di sottrarsi a questo continuo frastuono che c’è tutto intorno a lui, a noi.

Di cosa è fatto questo frastuono?

È un bombardamento di notizie che notizie non sono. Una rabbia strisciante. Alla fine, stiamo parlando dell’ingaglioffimento del mondo. Stiamo parlando della nostra società inutilmente violenta, con la quale forse se si ha meno a che fare, si vive meglio.

Una visione catastrofica, smorzata nel libro da un’ironia che si potrebbe definire molto livornese. Eppure Livorno non la nomina mai.

Sarei sciocco a voler prescindere da questo. Io sono nato e cresciuto a Livorno, e sono indubbiamente livornese. Ma non la nomino perché volevo raccontare qualcosa che non avesse un respiro localistico. Volevo raccontare qualcosa nella quale potessero riconoscersi anche altri. C’è un unico riferimento, ma è inequivocabile.

Quale?

Quello al caciucco!

Oltre le preferenze culinarie, quanto c’è di autobiografico?

Quando scrivo, di autobiografico c’è tutto. Che le cose siano successe a me, o che riguardino la mia vita, non fa differenza. Cerco però di prendere le distanze, di essere distaccato. Provo a creare un mondo in cui il lettore possa ritrovarsi. Cerco di lasciare degli spazi perché il lettore possa metterci dentro del suo. In fondo, questa è la differenza fra la letteratura e il diario che si teneva alle medie, dove si scrivevano i motti del cuore.

Qual è stato il momento in cui l’idea si è trasformata in romanzo?

Dall’avvento dei social in poi, progressivamente ho capito che le stesse persone che avevo visto e frequentato viso a viso diventavano altre, assumevano un contorno diverso da quello che conoscevo. Anche le modalità di comunicazione cambiavano. Improvvisamente, non mi sono sentito più parte di una comunità, ma ho avvertito un demone multiforme, liquido, volgare. Ed è arrivato il bisogno di raccontare questa sorta di spaesamento. E siccome credo che questa sensazione riguardi centinaia di migliaia di persone nella nostra fase storica, è nato il romanzo.

Lei come si è salvato dal demone?

Un po’ come racconto nel libro. Militando molto la solitudine. Limitando la vita sociale, frequentando poche persone, andando a vivere in un paesello e facendomi ampiamente gli affari mai.

Si sente mai escluso dalla vita virtuale?

No, ma io sono un privilegiato. Ho la fortuna e l’opportunità di fare cose che si rivolgono per loro stessa natura all’altro, e questo non ti esclude. Mettiamola così, mi sono escluso da quello da cui mi volevo escludere.

Non deve essere facile per un musicista. Una curiosità, ma come cambia la scrittura e il pensiero componendo canzoni e romanzi?  

Oltre l’ovvia differenza tecnica nella scrittura, c’è poco. Per me sono due realizzazioni della stessa attitudine: avere a che fare con le parole. Mia grande passione.

Un’ultima domanda: ma come si esce dall’esilio?

Perché ci si dovrebbe uscire? Fino a quando ci si sta bene, ci si deve rimanere!

 

Oggi, su Il Tirreno.

 

 

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