Tutto, niente

Le parole dei fiori nella nostra primavera ondivaga

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“Per il novantanove per cento, le espressioni figurate che le lingue umane posseggono sono prese dal mondo delle piante; per il novantanove per cento, tutte le forme ornamentali elaborate da ogni epoca, antica e recente, derivano dal mondo delle piante”. Notava così ne Il Giardiniere appassionato (Adelphi, 2003) Rudolf Borchardt, e fra un caprifoglio e un giunco fiorito, la primavera fa capolino fra odori e ricordi ne Le parole dei fiori (pp. 175, € 27), raffinato libro firmato dalla tedesca Isabel Kranz che ai legami fra letteratura e botanica ha dedicato parte della sua vita. Riecheggiano un poco, fra queste pagine, le ossessioni enciclopediche di Alfredo Cattabiani – che nel 1996 scrisse Florario – eppure lo sguardo è tutto improntato alla narrazione, tanto che pare di venire accompagnati per mano in un orto botanico popolato da fiori perenni, sempre disposti a rivelare quella storia, quel dettaglio, che ne hanno fermato sulla pagina e nel culto la memoria. Si parte dalla dama delle camelie di Alexandre Dumas – Marguerite Gautier, nobile prostituta che sul suo palco esponeva sempre camelie bianche, eccetto una settimana il mese in cui queste divenivano rosse – a quell’amante infelice che è il ciclamino, dalla Signora Crisantemo di Pierre Loti, metafora dell’incomprensibile Giappone agli occhi di un marinaio straniero, agli ossessionati dalle orchidee che vivono in un perenne orchid delirium. I riferimenti non sono mai scontati, o banali. Se pensate, per esempio, che biancospino sia legato a Proust, sbagliate: l’autrice preferisce raccontare la misteriosa storia di Beatrice Rapaccini, vittima di un uomo incapace di comprendere le allegorie. Il testo si rivela così affollato da citazioni, popolato da grandi nomi della letteratura e del cinema, siglato all’insegna del buon gusto e del dettaglio. Non è dunque consigliato a chi non sia cultore della materia: la lingua, e la bellezza esoterica del fiore. Fra i molti riferimenti, impossibile non riportare quelli che potrebbe diventare una metafora per i più. “Cerco dei fiori – rispose con un profondo sospiro – e non ne trovo” notava Goethe ne I dolori del giovane Werther. E Shakespeare, di tutta risposta: “E che è un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche con un altro nome avrebbe il suo soave profumo”.

 

Oggi nella mia rubrica “Testi Tosti”.

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