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La casa dei bambini

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Ci sono case popolate da bambini che non sono bambini. Una di queste è quella dove vivono Sandro, Nuto, Dino e Giuliano. Una casa che “era una nave, i pavimenti con le mattonelle scheggiate erano il ponte, le pareti le murate, le tende ingrigite le vele. Le finestre coi vetri graffiati e opachi, gli oblò dai quali guardare la neve” e dove “nessuno dei bambini possedeva niente di niente”. Una casa che si chiama orfanotrofio ed è luogo di protezione dal mondo, ma di uguale prigionia. Fuori dall’orfanotrofio infatti si combatte una guerra di cui i piccoli non devono sapere niente. Ma anche dentro le mura le cose non vanno meglio. E la fantasia inanella ricordi e pensieri, costruendo il paradigma della vita che fugge: i nostri si ritrovano adulti, costretti a fare i conti con fantasmi inquietanti e con quel posto da piccoli considerato infelice, che con gli anni si è tramutato nell’unico luogo gioioso. Nel rifugio di un’infanzia distrutta, eppure dolcissima.

La casa dei bambini (Fandango Libri, pp. 265), secondo romanzo del pistoiese Michele Cocchi, si apre alla riflessione – quantomeno adatta alla data odierna, giornata universale per i diritti dei bambini e delle bambine – e costringe il lettore a interrogarsi

sull’infanzia protetta e violata, sulla crescita, sui drammi che lasciano traumi inguaribili, e sul significato di diventare adulti privi di affetti e di modelli. I più piccoli sono i protagonisti assoluti di questo romanzo corale sospeso nel tempo, che si giova di una prosa incalzante e ha i confini della favola nera. Bimbi che vivono delle loro cicatrici e delle loro sofferenze, e si immergono nel futuro senza strumenti (culturali, affettivi, personali), come sempre oggi con maggiore frequenza accade. Ne esce fuori un ritratto disperato della vita, da cui emerge limpida la formazione di Cocchi, classe 1979, psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza che ci chiede cosa significhi essere bambini. A inizio Novecento. E, forse e piuttosto, oggi.

Oggi nella mia rubrica su “Il Tirreno”, Testi Tosti.

 

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Il neofascismo intorno a noi

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Michela Murgia non è solo una scrittrice di successo, e una conduttrice televisiva. Non è solo in giro per i teatri italiani con lo spettacolo sold out “Quasi Grazia” scritto da Marcello Fois, che racconta la storia di Grazia Deledda (“il teatro mi attrae solo per la misura di mettere in scena i miei testi, ma in questo caso salire sul palcoscenico aveva un senso profondo”). Ma è anche, forse soprattutto, un’attivista e un’intellettuale che si interroga sul tempo. Per questo giovedì 23 novembre sarà a Lucca, al Teatro San Girolamo, per l’incontro (ore 17:30) “Sempre fascismo è”, cui seguirà (alle 21) il monologo teatrale dell’attore Marco Brinzi “Autobiografia di un picchiatore fascista”.

Il tema del suo incontro è di straordinaria attualità. Soprattutto ora che il movimento dichiaramente fascista Casaggì, dopo aver vinto le elezioni studentesche a Prato e Pistoia, trionfa anche in provincia di Firenze. È forse un segnale?

In politica non esiste il vuoto: se c’è un varco, questo viene subito riempito. Da quando i soggetti politici strutturati sono assenti, nelle scuole e nella società, a prendere il loro posto sono forze alternative. Questi ragazzi molto spesso non sono fascisti, ma vengono strumentalizzati. Non hanno di fronte un’alternativa. Sono vittime della mancanza di contro-narrazioni. Il fascismo da storytelling diventa propaganda.

Diventa propaganda, e conquista consenso. Anche in Toscana.

Nella mia testa la Toscana è rossa, anche se la Lega qui ha preso molti voti. In questo caso però non si tratta di essere rossi, bianchi o neri. Il discorso è la predisposizione al populismo, che è la fase prima del fascismo. Il populismo agisce direttamente sull’umore e sui sentimenti delle persone. Se in una stanza hai venti persone, non potranno pensarla nello stesso modo. Il populismo però trova il modo di metterle d’accordo sfruttando il loro minimo comune denominatore che spesso parla alla pancia. Per questo nessuno è al sicuro.

Da cosa?

Dai meccanismi propri di questo fascismo dilagante. Dentro un vuoto di valori è possibile qualunque radicalizzazione. Il neofascismo per un italiano, l’ISIS per un ragazzo di etnia diversa.

Le ultime elezioni comunali a Lucca hanno rivelato il crescente consenso di CasaPound.

Lucca è un prodromo. La spia di una situazione che sta degenerando. Il problema però non è il fascismo, ma il fascismo nel momento in cui inizia ad organizzarsi. Per anni si è creduto che il fascismo fosse un’idea, invece è un metodo.

Un metodo che si deve imparare a interpretare. E lo racconterà proprio a Lucca mercoledì.

Non è stata una scelta casuale. L’indifferenza di tante persone mi fa pensare che in troppi abbiano perso le competenze civili necessarie per interpretare il presente. Ma se il fascismo tornasse, e sta tornando, come lo riconosceremmo?

Per questo lei ha stilato dieci fattori indicativi su cui riflettere.

Dieci marcatori in grado di evidenziare come il fascismo si manifesti anche in luoghi, e in momenti, inaspettati. La verticizzazione della figura del capo è uno degli elementi principali. Ma ha il suo rilievo anche la costruzione di un nemico che non è mai l’avversario politico, e non ha un nome specifico. Anzi viene riconosciuto in una categoria generica. E poi c’è la banalizzazione della complessità.

Che cosa significa?

Partendo dal fatto che il linguaggio dei politici strutturati è incomprensibile, e sembra voler allontanare le persone semplici, il populista parla come mangia o, almeno, si presenta così. In questo modo intercetta gli umori del popolo. Storicamente la semplificazione è necessaria, ma la banalizzazione è dannosissima perché tradisce la complessità, e la traduce in slogan. E così si arriva ai paradossi: siccome quello che dice Salvini si capisce, si pensa che sia il cuore delle cose. Ma Salvini non è un semplificatore, è un banalizzatore che a una domanda giusta, dà una risposta semplice ma sbagliata. Il suo atteggiamento è volontario, e si appropria di una categoria del linguaggio fascista. Ciascuna voce, dunque anche questa, se considerata in modo singolo non è fascismo. Ma quando uno comincia a contare cinque allarmi, qualche domanda dovrebbe cominciare a farsela.

In politica chi fa suonare più campanelli?

Il populismo è una strada facile. La complessità aiuta a costruire il consenso nel lungo periodo, ma è più facile agire su una paura istintiva per prendere il voto sul momento. Per un politico che non ha una visione da statista, non c’è niente altro di importante. Nelle sezioni storicamente si costruiscono i consensi della base. Bisognerebbe forse domandarsi per quale motivo Forza Italia non ne avesse bisogno.

Oggi qual è la cosa che la spaventa di più?

Siamo diventati un popolo di razzisti. Ma la cosa più spaventosa è la facilità con cui le persone cedono la responsabilità di se stessi a un altro. Questo spesso produce una rinuncia alla partecipazione politica e al coinvolgimento. Basta una sola generazione per perdere i valori democratici. La manutenzione della democrazia, soprattutto per un Paese dove questa è giovane come in Italia, è la cosa più complicata.

Ma chi dovrebbe farla questa manutenzione?

Le istituzioni nel senso civile. La scuola. Noi. La resistenza non si fa sui monti, ma comincia per le strade, nei teatri, nelle scuole, nelle case e nelle teste.

Oggi su “Il Tirreno”. 

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INTERVISTA ALLA MAMMA-MANAGER (QUASI PENTITA) DI UNA BABY MODELLA

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Conosco Claudia D. da diversi anni, dal mio primo Pitti Bimbo (la manifestazione più importante dedicata alla moda bimbo del nostro Paese, che vale per l’Italia 2,7 miliardi di euro). L’ho intervistata ampiamente nei mesi scorsi, e qualche giorno fa mi ha scritto per raccontarmi del suo presente: da qualche mese sua figlia è fuori dal circuito moda poiché ha superato la fatidica soglia del metro e trenta d’altezza richiesto per prendere parte alle sfilate e alle pubblicità. Claudia D., ha 36 anni e vive in Brianza, fino a poche settimane fa faceva la “mamma manager e passavo tutto il tempo da una parte all’altra di Milano: casting, prove, pubblicità e shooting fotografici. Poi, con cinque centimetri in più, tutto è andato: ormai siamo troppo grandi per questo mondo”.

E adesso?

Sono tornata a fare la casalinga.

Ti manca quel tran tran?

Sì. L’ho assaporato per parecchio tempo, e adesso il tempo è morto.

Perché morto? 

Perché non c’è più adrenalina. Quando sei sul set, ti senti protagonista. Tua figlia è bella, è richiesta e tutti ti fanno i complimenti, tutti ti vogliono: ti chiamano agenzie di moda, di pubblicità e poi c’è Pitti dove i bambini sfilano in passerella, i fotografi stanno in fondo e tutti sono su di giri. Il mondo della moda vissuto da protagonista diventa una droga.

Anche se la protagonista non sei tu, ma tua figlia?

Scusami ma che cambia? Alla fine chiamavano me.

Sei stata nel mondo della moda bimbo per parecchi anni. 

Per questo ti dico che mi mancherà per sempre. Ho anche pensato di fare un altro figlio, l’ho detto a mio marito e lui mi ha riso in faccia.

Qual è la cosa che ti piaceva di più?

Quando dopo un provino mi chiamavano per dire che avevano scelto noi.

La cosa che non sopportavi?

Le altre mamme. Alcune super arroganti e prepotenti. Altre aggressive come se in gioco ci fosse il futuro del mondo, o quantomeno dei propri figli. In questi anni ne ho visti di tutti i colori. Da mamme che tenevano le proprie figlie di cinque, sei anni a dieta ad altre che le portavano a fare la pulizia del viso a sette anni. Per non parlare di manicure, riflessanti ai capelli, sedute di palestra e massaggi.

E tu?

Io non ho mai fatto niente di tutto questo. Al massimo uno shampoo alla camomilla.

Domani è la giornata mondiale dei diritti dei bambini e delle bambine. Secondo te i bambini italiani che lavorano nel mondo della moda possono essere definiti lavoratori?

Ci pagano troppo poco perché sia lavoro. Trenta euro per un servizio fotografico, cento per una giornata sacrificata per una pubblicità. Se lo fai, lo fai perché ti piace. E perché ti senti bene, diventi protagonista.

Secondo te i bambini sui set subiscono delle violenze?

Niente di equiparabile a quello che accade ai minori sfruttati nei Paesi del terzo mondo, certo. Anche se siamo pagati zero, è sempre un lavoro: ci sono orari da rispettare, regole, obblighi.

Tu nei tuoi anni di lavoro, ti sei mai sentita obbligata a fare un lavoro anche se non volevi?

Più di una volta.

E perché non ti sei tirata indietro?

Perché se sei fuori una volta, sei fuori sempre. Nessuno te lo dice, ma è così.

Pare una sorta di ricatto permanente.

Si. Ed è molto silenzioso.

Puoi farmi un esempio di quanto ti è accaduto?

Una volta mia figlia aveva la febbre alta, ma doveva fare delle foto. Chiamai il fotografo e lui mi disse di non preoccuparmi: le avrebbero messo più trucco.

Il servizio fotografico come andò?

Per lei fu un incubo. E anche per me.

Non pensasti che forse era il caso di non proseguire?

Per un attimo sì. Poi vidi le foto, e cambiai idea. Le ho ancora in salotto. Le guardo e ogni volta penso che sono bellissime.

Questa intervista è stata pubblicata su Gli Stati Generali

Toscana, Lucca, Tutto, niente, Vite Lucchesi

Quella violenza sulle donne che accade a quando meno te lo aspetti

 

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Lucca, dicembre 1999. Un gruppetto di donne parla. Al centro la più battagliera di tutte: Daniela Elena Caselli. Finalmente, dopo mesi di riunioni, la decisione è presa. È arrivato il momento di creare qualcosa di utile alle altre donne della provincia. Qualcosa che possa diventare una casa, uno strumento di aiuto e di ascolto. Qualcosa che possa e sappia fornire accoglienza telefonica, ma anche consulenza psicologica e legale, creando allo stesso tempo a Lucca e nelle zone vicine un percorso di sensibilizzazione e prevenzione per quella cosa spesso taciuta, ma che riguarda tutti (anche quelle e quelli che meno ti aspetti), e che è violenza. Violenza sulle donne.

Quella cosa che ogni anno viene celebrata il 25 novembre, decretata dall’Onu come la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne proprio nel 1999. Quella che “sono passati diciotto anni, ma non è cambiato molto”.

A riflettere così, con una momentanea amarezza, è proprio Daniela Elena Caselli, battagliera come allora, fondatrice e presidentessa del Centro Luna Onlus, che ha legato il suo destino alle donne che, in silenzio, subiscono o hanno subito.

“Purtroppo – continua, con una voce che si fa comprensiva e accogliente – questi abusi sono molto diffusi e frequenti. Può sembrare strano, ma sono forme di violenza spesso taciute e nascoste, che diventano ancora più distruttive a causa dell’isolamento e dell’indifferenza sociale”. La paura di ogni donna resta quella di non essere creduta. Ed è per questo che serve un cambio di mentalità. “Il timore di venire colpevolizzate è fortissimo. A tutto ciò si aggiunge la mancanza di conoscenza: spesso le vittime non sanno né cosa fare né a chi rivolgersi per trovare aiuto”. Eppure, con fatica e nel tempo, il Centro Luna Onlus riesce a diventare uno strumento di sostegno reale. “Le donne che subiscono violenza a Lucca sono molte, anche se non hanno voce. Nell’anno 2017 sono aumentate considerevolmente e fino al 31 ottobre ne abbiamo aiutate 186. L’anno scorso fra Lucca, la Piana e la Valle del Serchio abbiamo ascoltato 152 donne, che abbiamo sostenuto psicologicamente, dando informazioni sulla rete dei servizi, ma anche consulenze legali, e accompagnamento all’autonomia lavorativa”. Si tratta però di dati approssimativi, poiché non esiste ancora un modo incrociato di rilevamento fra i vari interlocutori. È comunque chiaro come aiutare una donna equivalga a coinvolgere un gran numero di figure professionali e di risorse: un lavoro sotterraneo che rischia, a volte, di incepparsi. “Come nel caso di Vania Vannucchi. Lei – continua Caselli – non aveva chiesto aiuto a nessuno e forse, e dico forse, poteva essere salvata. Ci siamo costituite e siamo state riconosciute parte civile nel suo processo, ma i casi difficili sono tanti, come quello di stalking, seguito da noi dall’inizio fino al processo, che si sta svolgendo in questo periodo e che vede come protagonista una giovane donna”.

Non sono però da sottovalutare i più comuni maltrattamenti in famiglia, e non va sottostimata neanche la violenza sui bambini. Sono tutti frammenti dello stesso mosaico. Un mosaico che Caselli ha cominciato a guardare da lontano.

“Il mio percorso di studi – mi racconta – è stato molto tecnico: ho il diploma di ragioneria e perito commerciale. Come molte donne della mia generazione lo studio era un lusso, e un pezzo di carta che permettesse di trovare subito un lavoro era fondamentale. Ho frequentato per un periodo anche l’università, poi ho abbracciato in tutto e per tutto le lotte femministe, anche se in una città borghese come Lucca era abbastanza complicato. Mi sono sposata giovane e ho avuto due figli. Poi ho sospeso la mia vita a vantaggio della famiglia. Ma io e mio marito siamo cresciuti con obiettivi diversi, e la separazione è stata inevitabile. Così, quando i figli erano cresciuti, ho ripreso la mia vita da dove l’avevo lasciata. Esattamente da quel punto. Mi sono rimboccata le maniche, e mi sono impegnata nuovamente per la parità di genere”. Torniamo così a quell’inizio dicembre di 18 anni fa, quando un gruppo di donne con una speranza e un sogno si riunì per mettersi a servizio delle più deboli. “Fin dal primo giorno – continua Caselli –  l’obiettivo primario sono stati l’ascolto e l’aiuto. Dietro a questi disagi momentanei si nascondevano spesso situazioni di violenza intra-famigliare”. Disagi momentanei, se così si vogliono definire, che affondavano la loro sofferenza in profondità, e che non di rado venivano tagliati fuori dall’ascolto sociale istituzionalizzato. Intanto la vita di Daniela Elena va avanti: lei riprende gli studi e frequenta la scuola di Psicologia Comparata di Firenze, dove segue un corso triennale che le fa conseguire il titolo di counselor nella relazione d’aiuto. Il Centro Luna Onlus, già costituitosi centro antiviolenza, dal 2010 diventa poi membro dell’Associazione Nazionale D.I.R.E, acronimo che sta per donne in Rete, che al momento accoglie 80 centri in tutta Italia, e con loro prosegue nella formazione specifica partecipando a gruppi di studio, seminari e momenti formativi tematici. “Momenti di confronto e di discussione. Perché, e questo mi rende fiera, in questi anni di estenuante lavoro qualche vita l’abbiamo salvata. A volte fisicamente. E soprattutto molte donne hanno ripreso la forza, e la loro dignità”.

Questa intervista è uscita oggi su “Il Tirreno” nella mia rubrica “Vite Lucchesi”.

Tutto, niente

Il grande libro illustrato delle fobie

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Secondo il filosofo polacco Zygmunt Bauman “Il male e la paura sono gemelli siamesi”. In questo tempo di male assoluto e virulento, la paura si diffonde a macchia d’olio e trova per manifestarsi la strada della violenza e della disperazione, che sovente coincide con l’esasperazione dell’istinto più animale: la paura dell’altro, la paura di quello considerato diverso. Non è dunque un caso che ne “Il grande libro illustrato delle fobie” appena pubblicato da Baldini&Castoldi (pp. 159, €18) manchino proprio le voci xenofobia e omofobia. “Non perdete tempo a cercale, questo libro esce nel futuro” spiegano i due autori Gianluca Bavagnoli – nato a Pavia nel 1980 e direttore creativo di Studio Pym che si occupa di grafica e di comunicazione – e l’illustratore milanese, classe 1974, Andrea Q.

Si tratta di una scelta di sottrazione che ben esprime lo spirito guida di questo abecedario delle fobie che con un taglio immediato si presta a diventare una guida istantanea alle ossessioni. Ogni pagina, costituita da nome della fobia e dalla relativa spiegazione, viene illustrata in modo ironico e affatto banale. Nel testo non è raro imbattersi in fobie che paiono assurde (meno per chi le prova) come la hadefobia (paura delle campane), la koutaliafobia (paura dei cucchiai), la papirofobia (paura della carta) e la philemafobia (paura di baciare).

Ne esce fuori un divertissement contemporaneo che ha come unico fine quello di far divertire per mezzo delle intuizioni grafiche, e non ha la minima ambizione di guidare i lettori nella storia delle fobie o negli strumenti adatti ad annullarle. Se vi aspettate dunque un trattato di psicologia, lasciate perdere (la copertina parla da sé). Qualora invece vogliate trascorrere qualche quarto d’ora ridendo delle vostre fobie o cinicamente mettendo alla berlina le piccole, drammatiche e a volte invalidanti, angosce altrui, questo è il testo che fa per voi. In fondo, come diceva lo psichiatra Carl Gustav Jung: “Conoscere le nostre paure è il miglior metodo per occuparsi di quelle degli altri”. E già cominciare a darle loro un nome può essere un buon inizio.

 

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Questa recensione è uscita oggi su “Il Tirreno” nella mia rubrica settimanale “Testi Tosti”. 

A proposito di Lucca, Toscana, Lucca, Tutto, Tutto, niente

Lucca Comics&Games

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C’è una Lucca che è fuori dal tempo, e tutti i giorni sopravvive adesso come nel Medioevo. E c’è una Lucca che diventa un varco temporale, mettendo insieme l’età della pietra con il futuro. In questa Lucca – che resterà congelata fra fumetti e cosplayer fino a domenica sera, nel sacro nome di Lucca Comics&Games – capita di incontrare IT che ti offre un palloncino, Batman che va a braccetto con Joker e più volte Jack Sparrow (a quanto pare continua ad andare per la maggiore). Resistono poi i personaggi de la Bella e la Bestia, che si studiano con sguardo innamorato (mentre lei, sbracciata, trema a ogni folata di vento). Ci sono numerosi folletti, qualche strega, un paio di famiglie Addams (tutte diversamente inquietanti), vampiri, cappellai matti, saiyan e super saiyan, personaggi la cui identità non è facile riconoscere (perché troppo astrusa, o perché troppo diversa dall’originale). Finalmente, poi, spunta (dal carnevale) qualcosa di universale: delle principesse dai vestiti voluminosi e dai capelli avvolti nella lacca; a fatica avanzano nella folla che è tutta una sequenza di “facciamo una foto?” o “posso fare una foto?” o “dai, devo farti una foto!”.

Ci si muove come in trincea fra macchine da presa, macchine fotografiche, smartphone e schermi di tablet. Senza accorgersene, si entra in un tunnel di tecnologie e di apparenza.

Tutto intorno resta Lucca, una città da palla di vetro, con i palazzi antichi, i sampietrini sconnessi, le finestre da cui si intravedono tende di broccato e si immaginano antiche nobiltà. Tutto intorno resta una città a misura d’uomo – piccole strade, tante biciclette, pochissime auto, facce che tutti conoscono (e che tutti finiscono per ignorare, se non altro per non prendersi la fatica di accennare un saluto) – e poi “la navicella” che su questa città ogni anno cade, e si diffonde a macchia d’olio, come un’epidemia, fra i vicoli: le piazze sono tutte requisite, e a colazione ci si imbatte con uguale frequenza nei soldati di Call of Duty (bellissimi cinquantenni panzuti, dalle facce rubizze) o in alieni assorti nel mangiucchiare un croissant. Intanto, e ovunque, grandissimi padiglioni alti più dei palazzi annullano ogni atmosfera, per crearne un’altra: sono fatti da materiali luccicanti e luminosi, led come se non ci fosse altra luce, come se non esistesse alternativa soluzione per ricreare il giorno.

In ogni angolo, fumetti di ogni genere (sociali, per ridere, per riflettere, per deprimersi) e personaggi di fumetti e di telefilm; tantissimi attori di fama internazionale (come quelli arrivati per le première internazionali di Fox o per l’anteprima nazionale di Doctor Who), decine di film, l’aria japan che si moltiplica ogni anno, e poi ore di gioco, ore di incontri, una quantità impressionante di appuntamenti e un odore di cibo da fast food.

Una magia inspiegabile che porta altrove, e che esplode con quella ossessione collettiva e inarrestabile che sono i cosplayer. Uomini e donne, raramente bambini, che fanno centinaia e centinaia di chilometri per sfilare e che si portano dietro “l’allegria del popolo dei fumetti” (128mila biglietti staccati in tre giorni). L’allegria di chi prova entusiasmo per qualsiasi cosa gli si palesi a tiro e appartenga alla sfera emozionale del cartone: lodi per il bar che propone il cappuccino Super Mario (il solito cappuccino di tutti i giorni, che improvvisamente viene battezzato così), applausi per il portone Settecentesco al cui campanello è stata appesa una mappa (l’entusiasmo è per la mappa, naturalmente, non per il portone), inchini per i poliziotti con l’impermeabile giallo che stanno a dirigere il traffico (“papà sembrano dei minions!” ha esclamato, indicandoli, un bambino al genitore imbarazzatissimo).

I cosplayer andrebbero studiati. Sono impettiti. Non hanno mai freddo. Si fermano per una foto ogni cinque passi (forse anche ogni quattro), e sono sempre felici. Sorridenti. Protagonisti.

Sfidano con uguale e invidiabilissimo coraggio il mal tempo, le macchine, gli sguardi titubanti e ogni paura. “Lucca – mi spiega Marco, avvocato di rimini 32enne, che si è travestito da zombie e avanza con stile mummiesco per le strade – è una grande festa, mi diverto e mi dimentico i problemi”.  Per Simonetta, che di anni ne ha 21 ed è travestita da elfo, è il momento più atteso: “metto da parte i soldi per tutto l’anno, vengo qui e mi faccio la biblioteca per i seguenti dodici mesi”. Che viene da Bolzano e si è fatta un giorno di treno, però, non lo dice.

C’è chi a Lucca si è innamorato (“ho conosciuto al padiglione games cinque anni fa la mia ragazza” mi ha raccontato Marcello che vive a Pisa e frequenta il secondo anno di agraria), chi ogni anno torna nel solito posto (“li abbiamo visti crescere!” è il commento più frequente dei bottegai del centro) e chi lavora per un anno intero sul costume da indossare nei giorni della fiera. Lo fa con un’attenzione che ha qualcosa di maniacale e che si sofferma sul dettaglio più minuzioso dell’abito, sul modo di muoversi del proprio idolo, e perfino su quello di guardare.

“Quando ami un personaggio – mi spiega Dario, 35 anni, informatico di Rovigo – e vuoi essere lui, non ti puoi permettere che qualcosa vada storto. Soprattutto se hai la possibilità di diventare eroe per cinque giorni, come accade a Lucca Comics&Games”.

I lucchesi, che per anni hanno tenuto la manifestazione lontana dagli occhi e dalle attenzioni, iniziano a ricredersi. “Sai che ieri ho visto un costume davvero bello” racconta il barista sotto casa, dove ogni mattina vado a fare colazione. Solitamente è l’emblema del lucchese doc: camicia azzurra dal colletto inamidato, gilè di lana marrone, montatura degli occhiali in celluloide spessa e tondeggiante, pipa in bocca e aria contrita. Parla pochissimo, non sorride mai. Invece adesso scuote la testa da una parte all’altra, gli occhi brillano, pare quasi contento. “Io te lo dico – mi confida -, ma non fare la spia. Ieri mattina è venuta una ragazza. Tacchi a spillo. Capelli neri lunghi fino al sedere. Faceva un freddo allucinante. Ma lei stava praticamente nuda. Un tanga e un reggiseno minuscolo. Niente altro. Tutti si giravano a guardarla. Io sono uscito dal bar, in tanti anni non l’ho mai fatto. E l’ho fissata. E per la prima volta in tutta la mia vita ho benedetto i Lucca Comics&Games”.

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Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno.

In edicola, Testi Tosti, Toscana, Lucca, Tutto, niente

Nasci Cresci Posta

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Adele ha quindici anni e crede che “un like può cambiarti la vita”. In Austria c’è una ragazza che ha fatto causa ai genitori perché non volevano rimuovere le foto postate sui social newtork che la ritraevano come protagonista (e di cui non sapeva niente). Ogni giorno facebook rimuove 20mila account di bambini che non avrebbero diritto di iscriversi al social network poiché non ancora tredicenni (il limite minimo imposto dal Children’s Online Privacy Protection Act del 1998), e migliaia di bambini mentono sulla loro identità pur di crearsi un account. Nel corso di un anno i genitori postano 200 scatti dei loro propri bambini sui social (prassi battezzata come sharenting).

In questa mole di informazioni – che delineano un inquietante profilo dei tempi che stiamo vivendo – trova spazio il libro del giornalista Simone Cosimi e dello psicoterapeuta Alberto Rossetti: “Nasci, Cresci e Posta” (Città Nuova, pp. 110) che si snoda attraverso il mondo sul web fatto di violazione della privacy, manipolazioni, incapacità di gestire le informazioni, ma anche cyberbullismo, hate speech, sexting.

Si tratta di un agile saggio che pone interrogativi cui è ormai obbligatorio confrontarsi: come impedire ai bambini un approccio con i social? Come tutelare i minori e monitorare la doppia vita che molti adolescenti portano avanti (quella reale e quella che si costruiscono con chirurgica abilità attraverso i social per apparire come vorrebbero essere)? Come illustrare ai ragazzi nativi digitali che le azioni promosse online (dunque anche offese, giochi, corteggiamento, tutela della propria privacy) hanno delle conseguenze nella quotidianità?

Al centro di tutto resta l’esplicito e misterioso rapporto con i social network, che coinvolge con medesime incognite adulti e bambini. Cosimi e Rossetti restituiscono con abilità un mondo popolato da genitori che ossessivamente controllano gli spostamenti dei figli con la geolocalizzazione, ne monitorano la vita attraverso i profili social, ne spiano la quotidianità grazie ad applicazioni. Ne esce fuori un ritratto impietoso della società contemporanea, cui forse avrebbe giovato una presa di posizione meno moralista.

 

Nasci, cresci e posta

Simone Cosimi, Alberto Rossetti

Città Nuova, pp.110, € 15

 

Questa recensione è uscita ieri, come ogni lunedì, sulla mia rubrica su Il Tirreno.