MONDO PITTI, DOVE NASCE L’IMMAGINARIO COLLETTIVO DELLA BELLEZZA INFANTILE

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Stiamo accalcate le une sulle altre. Strette fra la balaustra e il muro. Respiriamo il fiato e gli umori della sconosciuta che ci fa da seconda pelle. Restiamo immobili, i faretti traballanti intorno ai piedi. Sotto di noi, la platea è una collezione di tavolini tondi dai colori pastello sopra cui sono sistemati dei vasetti con popcorn e marshmallow.

“Attenzione, non vi muovete che, se scoppia un incendio, ci rimaniamo secche”. Le parole della donna accanto a me risuonano come un presagio. Intorno le altre madri sbuffano, agitano fogli piegati a ventaglio, si lamentano al cellulare. “Condizioni così disumane non me le sarei mai immaginate” mormora una, “sembriamo carne da macello, eppure siamo noi che diamo loro la materia prima” chiosa l’altra.

Siamo nella piccionaia della piccionaia del Teatro Odeon, pieno centro di Firenze. È la sfilata de Il Gufo, uno degli eventi più importanti di Pitti Bimbo, la manifestazione dedicata alla moda bambino più autorevole e famosa del mondo. Restiamo ammassate in uno spazio cui è vietata, come ci spiegherà terrorizzato un tecnico della struttura, la presenza di così tante persone. “Questo è il posto degli addetti luci” si è giustificato poco fa l’uomo, imbarazzato, provando a suggerire di andare via. Eppure, non ci ha potuto cacciare: i genitori si sono infuriati, e non ci sono altri spazi per ospitare le mamme dei bambini che fra poco sfileranno.

È quasi sera. La sfilata è in ritardo di venti minuti, gli ospiti – i buyer internazionali, i negozianti e i giornalisti per cui tutto questo è stato allestito – ancora non sono arrivati. I bambini sono sul set dalle sette di questa mattina, e da due giorni vivono qui dentro: prima hanno fatto i fitting degli abiti, dunque estenuanti prove per imparare la coreografia che fra poco andrà in scena. Oggi ai genitori è stato concesso di vederli per pochi minuti. I malumori sono esplosi nel primo pomeriggio, quando dei bimbi hanno raccontato di non aver ricevuto né la merenda né dell’acqua. “Cosa vuol dire che non hanno ricevuto l’acqua?” ho chiesto a Elena Meazza, fondatrice insieme a Laura Antonioli dell’agenzia milanese per baby modelle e baby modelli Piccolissimo Me. “Vuol dire – mi ha risposto lei – che non gli hanno dato neanche una bottiglietta d’acqua. Letteralmente”.

Questa non è una pratica nuova al mondo bimbo. Molto spesso – e sono decine le bambine e le madri che me lo hanno confessato – sui set non viene concesso di bere per evitare di bagnare inavvertitamente i vestiti o di rovinare il trucco, e soprattutto per limitare al minimo le richieste di andare in bagno. Si tratta di un codice di comportamento frequente, condiviso con il mondo adulto dove le pause sui set sono ridotte al minimo per contenere le distrazioni e gli errori.

“Queste pratiche – mi ha confidato una mamma con un passato da modella – sono sostenute anche nell’ambiente dei grandi, ma questo non mi interessa, perché per quanto riguarda il bambino le considero allucinanti. Già perdo la testa quando vedo mia figlia costretta a cinque, sei ore di lavoro senza pause, o quando per giorni di lavoro ci pagano una miseria, ma i diritti basilari vanno rispettati! Anche un paio di mesi fa la piccola è tornata a casa da un photoshooting della collezione di un noto brand italiano e mi ha detto che le era stato vietato di bere. Sono andata su tutte le furie. Ne ho parlato con l’agenzia e la risposta mi ha gelato: le cose vanno così, o sei dentro o sei fuori. Passerò da rompiscatole? La bimba lavorerà meno? Non importa. Non ci ho pensato due volte e ho cambiato: di agenzie ce ne sono poche, questo è un mondo piccolo dove tutti sanno tutto di tutti, ma non potevo restare con chi ci aveva trattato così”.

Effettivamente, quello del mondo bimbo in Italia è un universo piccolo che passa attraverso una manciata di società. A gestirle sono prevalentemente donne che hanno trascorsi nella moda e si muovono fra casting, selezioni, e sfilate quasi fosse casa loro. Intorno a queste agenzie – che costruiscono il supporto fisico per le sfilate e le pubblicità, gli spot televisivi e i redazionali delle riviste patinate – trova consistenza la moda bimbo, che da sola ha un giro d’affari pari a 2,7 miliardi di euro. E Pitti con le sue oltre 500 collezioni, di cui quasi la metà proveniente dall’estero, e con i circa 7000 compratori italiani ed esteri che ne affollano le corsie, si configura come l’appuntamento più importante del mondo. Il cuore pulsante della moda bimbo per sei giorni l’anno: tre giorni a gennaio, tre giorni a giugno. Fra gli stand e le passerelle, fra i riservati cocktail e le esclusive presentazioni, nasce l’immaginario collettivo che a pioggia ricadrà nelle pagine di pubblicità e nei redazionali, negli spot televisivi e nei video virali. Fra una bottiglietta d’acqua negata e una passata di mascara prende forma la bambina secondo i parametri moderni: quelli della bellezza. Quelli dell’apparenza.

Questo estratto è un’anticipazione di Bellissime della scrittrice e giornalista Flavia Piccinni. Il libro esce oggi per Fandango Libri.

Dai centri commerciali del napoletano alle periferie toscane, passando per la riviera romagnola e l’hinterland milanese, da sfilate di baby modelle a concorsi di bellezza per under 10, Flavia Piccinni racconta di un mondo poco indagato, da cui nasce e si sviluppa l’immaginario collettivo relativo alla bellezza infantile, che a macchia si diffonde dal nostro Paese in tutto il mondo.

Questo estratto è stato pubblicato su Gli Stati Generali

Domeniche d’ozio (in giornata elettorale)

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Tornare a casa vuol dire un sacco di cose. Tornare a casa vuol dire ritrovare gli odori, i rumori e le luci che ti fanno stare bene, e ti ricordano – in parte, e non sempre – chi sei. Tornare a casa per me è l’uscita dell’autostrada, il caos inevitabile e provinciale della circonvallazione, che di notte però diventa una via da fiaba: alberi a destra e sinistra, i lampioni che rischiarano di una luce calda e giallognola le corsie, il piccolo dosso che ogni volta mi fa sobbalzare, l’avvolgente rumore del niente. Tornare a casa vuol dire entrare dentro Porta Santa Maria, e ritrovare tutto identico a quando l’hai lasciato. Non importa se sei andato via da due ore o da un mese, tutto è lo stesso: uguali le fronde che si muovo nella brezza leggera, i palazzi, i negozi, le pizzerie con le piccole insegne, i tavolini fuori dai bar, le macchine che sono una lunga sequenza di colori e di lamiere; guarda bene, lì, su quello sportello, c’è una botta che pare abbia sfasciato un muro; occhio: lì, lo noti?, ho sbattuto contro un palo un pomeriggio mentre diluviava. Eccole, nude e visibili a tutti, le ferite sulla carrozzeria, eternate in ricordi.

La gente che passeggia di notte per Lucca – forse è così in tutte le città del mondo, ma il provincialismo e la bellezza si focalizzano a volte soltanto qui, in fugaci istanti di esasperazione – si muove sbilenca, trascina le gambe guardando avanti, è come se non ti vedesse: spesso sono uomini di mezz’età, sono vestiti di scuro, hanno l’odore della colonia scadente, fumano sigarette che con l’oscurità diventano cerchietti rossi e niente altro. Un giorno, stava quasi facendo l’alba, incontrai vicino Piazza Anfiteatro un ragazzo con i capelli biondi, vestito di jeans, portava gli occhiali da sole: parlava al cellulare, inveiva in una lingua che era conosciuta e incomprensibile, intanto andava. Si allontanò nell’ombra. Ma il passo della gente di notte può essere anche rapido, le persone quasi corrono, pare che debbano arrivare chissà dove. Magari, però, è sabato sera: non c’è niente da fare, il sabato sera, che suggerisca fretta e rapidità. Non c’è niente il sabato sera che possa non preludere a quella cosa struggente e meravigliosa che è l’ozio domenicale.

Tornare a casa il sabato, quando la domenica è come oggi, diventa soltanto il pregustarsi una giornata di pacata serenità in cui nulla pare ondeggiare. In cui tutto rapidamente scorre. Scorre sui telefonini, attraverso messaggi frenetici, messaggi ripetitivi, messaggi a tratti anche banali. Scorre fra le chiamate: si sommano le une con le altre a fare un mitico messaggio, che varia nei nomi, nei sospiri, ma ha sempre il solito senso. C’è la parola che tutti pensano, la domanda che turba le notti di ognuno (o quasi), ma nella migliore tradizione lucchese ogni cosa passa sotto traccia. E dall’esterno è come se in quella capsula congelata davanti a noi niente si muovesse: non le aspettative, non le speranze, non le ambizioni. È come un fruscio di foglie estive, quando la notte si perde nel risveglio e una brezza sottile arriva a portare respiro, e si insinua a ricordare che il tempo resta tempo. L’ozio si consuma come grandine sulle case e sulle storie, è un cono gelato o un ghiacciolo. Per me l’ozio, quando torno a casa e Lucca diventa l’oasi e il rifugio, il posto dove cercare il silenzio e la pace, è il Mercato del Carmine: un caffè ai tavolini del bar, tutto intorno il porticato bellissimo e decadente, una ringhiera di ruggine che si intravede fra le colonne e i muri scrostati, la pescheria ormai chiusa che continua a essere ricordata da un adesivo a caratteri cubitali che nella migliore tradizione recita proprio PESCHERIA e dallo sticker di uno squalo sorridente; intorno i banchetti della frutta, altre vetrine vuote, il passato. L’ozio della bellezza perduta. Secondo Cicerone: “Non è un uomo libero quello che non ozia di tanto in tanto”. Eppure l’ozio che si stende come una patina sulla città oggi rivela a tutti un sentimento di sfuggita e di rincorsa; si fa ozio di furiosa attesa: adesso nella passeggiata sulle mura guardando le vite degli altri, ora al bar per un caffè, adesso ancora aspettando che il tempo passi. Che la mezzanotte arrivi.

BELLISSIME – un estratto

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C’è un palco fatto da dei pallet di legno. Sopra questo palco c’è un telo rosso. Sopra questo telo rosso c’è una striscia di velluto anch’essa rossa, macchiata qui e lì. Sopra la striscia rossa, che ha delle strane pieghe in cui il rischio è l’inciampo, avanzano piccole scarpine rosa, bianche e celesti. Appartengono a bambine dai tre ai sette anni, che alla periferia di Napoli sognano di diventare baby miss.

A ottocento chilometri di distanza c’è un parquet di legno. È dentro un loft arredato con fotografie di modelle bambine e di pubblicità. È un parquet di legno chiaro, con un pallino al centro: tutto intorno luci da studio fotografico, sul cavalletto una macchina fotografica che punta un pannello bianco.

Davanti, una bambina di sei anni. Ha i capelli castani lunghi fino al sedere. Gli occhi sono azzurri, con ciglia lunghe e scure. La piccola viene avanti senza scarpe, decisa.

Si ferma a qualche metro dalla scrivania. Inclina la testa da una parte, e poi dall’altra. Si mette sul fianco, inarca la schiena. Indossa una maglietta viola, con delle piccole ruches intorno alle maniche, e dei jeans attillati tempestati di paillettes. Ha un viso piccolo. Mascara. Phard. Rossetto. Sembra una Madonna bambina.

Fa un altro passo, e poi inclina il volto maliziosa: le movenze sono quelle di un’adulta che percepisce il suo corpo e conosce cosa è la bellezza. Davanti a lei una ragazza si inginocchia. “Sorridi”, le dice, e lei sorride.

I provinatori – due cinquantenni, rispettivamente direttore marketing e responsabile della pubblicità di un noto brand d’abbigliamento italiano – la studiano estasiati. Sono qui da stamattina: cercano piccole mannequin per il loro catalogo estivo, che verrà diffuso in tutto il mondo. La produzione dei canoni estetici internazionali della moda bimbo, di cui l’Italia è leader, parte proprio da qui.

“Me la fai fare una posa?”, chiede l’uomo, e allora la ragazza domanda alla bimba di mettersi nuovamente su un fianco. Lei, con movimenti affettati, si posiziona sul pallino, accenna una smorfia, si gira lentamente, posiziona la gamba destra avanti e poi si volta di scatto, compiendo una sorta di piroetta.

I due uomini annuiscono beati: “Brava cucciola!”.

La madre, che tutto il tempo è rimasta in silenzio sulle scale, quasi invisibile, quando sente gli apprezzamenti si avvicina. È una quarantenne dai capelli scuri, pantaloni alla caviglia e giacca in pelle. “È andata bene?”, domanda. La bambina sorride, le mani che si torcono dietro la schiena. La ragazza che l’ha fotografata sorride, anche i due uomini accanto a me sorridono. Poi la giovane fa un cenno rapido, e le due escono di scena. A dare il cambio arriva una giovane mamma: tiene in braccio un bimbo di un anno, occhi azzurri e capelli riccioli, castani. “Milano – mi ha spiegato poco fa – è il posto giusto per fare i provini. Questa mattina mi sono svegliata all’alba, ho preso il volo da Catania ed eccomi qui. Facciamo il provino e poi ripartiamo, perché mio marito ci tiene che la sera mangiamo tutti insieme. Sai, è dura, ma al Sud non esistono queste cose così particolari, e così per i casting viaggiamo molto. Io lo faccio per lui, perché lui in queste cose si sciala proprio”.

È la stessa mamma che ritroverò, mesi dopo, sul set di una nota pubblicità: il bimbo infilato in un passeggino, un pacco di biscotti in mano, alle mie spalle una fila di bambine in attesa di essere truccate da una cinquantenne con i capelli neri legati in due codine, i grossi occhiali di celluloide nera, in mano un pennello per dipingere a una bimba di tre anni le gote di rosa.

“Guarda verso l’alto gattina” dice, impugnando il mascara.

La bambina alza un poco il visino. La donna le scuote leggermente il mento, serrato fra l’indice e il pollice. “No, gattina, lo sguardo. Non il viso”, spiega, muovendole il volto. “Brava micetta”, sussurra allora. “Adesso mettiamo il gloss, che dici, ti va il gloss? Così le labbra sono lucide lucide e belle belle.” La bimba annuisce, e l’immagine di lei che lo specchio mi restituisce è quella di una trentenne ben tenuta.

In disparte restano le mamme. Guardano, sfogliano giornali, ogni tanto esclamano – indicando una pubblicità, puntando un redazionale – “Ma guarda chi c’è!”. Il riferimento è alla loro piccola, o a quella che considerano la rivale per eccellenza. Fra questi due estremi c’è tutto il mondo della moda italiana secondo le procreatrici delle nostrane baby mannequin. Loro stesse, e l’altro. Niente altro conta.

Non conta che spesso i bambini sui set non abbiano diritto all’acqua per evitare di bagnare inavvertitamente i vestiti o di rovinare il trucco, e soprattutto per limitare al minimo le richieste di andare in bagno. Non conta che le pause, nonostante le prescrizioni di legge, siano ridotte all’osso. Non conta che i compensi siano ridicoli: ottanta euro netti per una sfilata che verrà diffusa in tutto il mondo, trecento per uno spot pubblicitario. Non conta neppure che le prove siano estenuanti, e che a tutelare questi bambini non ci sia nessuno. Soltanto i genitori, a volte, quando non viene loro vietato l’accesso per questioni di segretezza. “Capita – mi racconta Elisa G., della periferia di Roma, madre di una bambina bellissima e molto richiesta – che proibiscano a noi mamme di partecipare. Comprendo la paura che i fitting vengano diffusi in anteprima, ma non mi piace. Ogni volta ripeto a Emma la solita cosa: se ti chiedono di togliere le mutandine tu non lo fare, inizia a urlare e chiamami”. Il dubbio sublimato dell’abuso sessuale, che serpeggia silenzioso in un mondo apparentemente immacolato e alimentato da stereotipi adultizzati, è tutto contenuto qui. Ed è mutandine. Ed è urla. Ed è chiama.

Intorno galleggia un business da 2,7 miliardi di euro, che si nutre di immagini infantili e si costruisce su reticenze che molto hanno a che fare con la percezione dell’infanzia, e con la realtà che l’infanzia custodisce. È qualcosa che ha a che vedere anche con il pudore, con la pena del giudizio degli altri e con l’angoscia (o la consapevolezza) di una possibile demonizzazione. Questo rende tutto – le interviste, la naturalezza che si dipinge subito di verosimiglianza, il grado di sostegno e di timore, la spregiudicatezza e il rigore – molto più elaborato, quasi complicato; e lo rende decisamente più interessante perché c’è un filo traballante che lega le bambine che tutti abbiamo davanti dalla mattina alla sera, o quasi, e la percezione che quelle bambine hanno di loro stesse. Un filo che collega la produzione dell’immaginario collettivo – che va in scena su riviste patinate e pubblicità, trovando la sua apoteosi nelle sfilate di Pitti Bimbo – a ciò che le piccole di quattro, cinque, sei anni dicono. Mi piacciono le sfilate perché mi truccano e sembro come mamma. E: Non mi piace quando non mi scelgono perché vuol dire che non vado bene. E: Adoro le sfilate al centro commerciale perché ci sono i fotografi e tutti mi dicono che sono bella. Ma, soprattutto, come mi ha detto Elisa, sei anni: Non mi piacciono i bambini brutti, perché sono tristi.

 

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Questo estratto di “Bellissime” è stato pubblicato su Pagina99

 

 

 

 

 

Quel grande saggio (inconsapevole) di Andrea Bocconi

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Andrea Bocconi è uno scrittore, uno psicoterapeuta e un grande saggio. Un saggio come quelli dei fumetti o, meglio, dei romanzi di viaggio. In tutti i romanzi di viaggio c’è sempre un momento in cui il personaggio dopo mille difficoltà, salite molto faticose, camminate sotto il sole cocente, incontri con malviventi e con donne bellissime che provano a suggerire strade lastricate di buone intenzioni (quelle che portano all’inferno), incontra un grande saggio. Solitamente questo grande saggio è vestito di arancione, ha i capelli bianchi, la lunga barba e lo sguardo sornione. Andrea Bocconi non veste quasi mai di arancione, ma ha i capelli bianchi, la lunga barba e lo sguardo sornione. E per questo sarebbe il perfetto grande saggio che tutti noi vorremmo incontrare almeno una volta nella vita o, più iconicamente, il perfetto grande saggio per la maggior parte dei libri di viaggio pubblicati da sempre. Eppure, e purtroppo, Bocconi non si è ancora arreso al destino che il futuro gli riserva e per adesso si dedica a fare lo scrittore, lo psicoterapeuta e lo schermidore.

La scherma è una passione che si porta dietro da quasi mezzo secolo, e sarà la protagonista del suo nuovo romanzo per racconti che l’anno prossimo uscirà per un grande editore (un libro bellissimo, che ho avuto la possibilità di leggere in anteprima e che mi ha fatto rimpiangere la mia totale abnegazione per lo sport); la scherma è anche la sua gioia: “Sì – mi dice, con una voce che scandisce piano le parole, fa risuonare le vocali senza inflessioni e si crogiola nella lentezza – è una grande passione”. Non si può dire che sia logorroico. E la scherma è anche fonte di successi, raggiunti tutti con la maturità. Nel 2015 Bocconi – lo schermidore più longevo della Puliti Lucca, che secondo voci non confermate viene chiamato al Palazzetto dell’Annunziata dove si allena il professore – ha gareggiato a Pistoia nel campionato nazionale master categoria 3, quello riservato agli over 60, classificandosi terzo (sconfitto però con classe dal campione europeo, il livornese Paroli); negli anni ha vinto due volte i campionati europei a squadre, e ha portato a casa altri due bronzi nell’individuale.

“L’anno prossimo vado ai Campionati Europei over 60 che si terranno a Chiavari” mi spiega e in controluce intravedo una straordinaria, oserei dire sorprendente, grinta (debitamente domata secondo la moderazione lucchese). La stessa grinta sotterranea che deve essere venuta fuori quando ha inconsciamente (e auguriamoci temporaneamente) abdicato al ruolo di grande saggio per inseguire una vita girovaga, che anche adesso è fatta di Lucca, di Arezzo, e di soprattutto di mondo.

Descrivere Andrea Bocconi è un esercizio complesso, perché ha avuto una discreta sequenza di vite, che fra loro si incastrano, si rimpiazzano, si potenziano: la laurea in legge da giovanissimo, il lavoro in carcere con i detenuti, la passione per la psicologia, l’incontro con Roberto Assagioli, la scoperta della psicosintesi, la scrittura, quell’andatura pacata che è un passo flemmatico, quasi molleggiato, e lo sguardo che sembra una lama, una lama silenziosa che si infila nel ricordo di Tiziano Terzani e di Fosco Maraini, maestri di una vita, e grandi saggi. Bocconi ha un aneddoto per tutto. Gli parli di India e ti racconta di quella volta che ha passato un mese a insegnare in un posto sperduto, di cui naturalmente si ricorda il nome che è impronunciabile, e poi ti incanta con la prima volta in cui ci andò, negli anni Settanta, per tornarci da allora almeno una volta l’anno. Gli dici Indonesia e ti menziona le maschere – che affollano la sua graziosa casa sui Fossi, “la comprai anni fa, non la venderò mai”, con un giardino che pare un piccolo angolo disordinato di paradiso – e dei tramonti di Ubud. Ti scappa la parola Nicaragua e ricorda di una grande casa dove vivono decine di ragazzi di strada, che cercano una speranza negli altri, e che gli hanno fatto compagnia per straordinarie settimane. E potresti andare avanti per ore, tra frammenti di vita e citazioni di libri. I libri che insieme a delle gloriose tende balinesi, sublimazione dell’arredamento orientaleggiante che si declina adesso nella specchiera del bagno ora nel copridivano, affollano sfrenatamente la casa, e sono volumi di psicologia, di grandi scrittori, di viaggio, di scoperta. Bisognerebbe fare uno studio sulla casa di Andrea Bocconi, eppure nessuno ci ha ancora pensato. Ma in molti leggono i suoi libri – che forse è un po’ come entrare in questo ventre, in questa caverna dove mi accoglie con un maglione blu, quando invece avrei preferito un più prosaico completo di shantung arancione –, libri ibridi che raccontano di viaggio, ma soprattutto di altro. Se il successo è arrivato con Viaggiare e non partire (Guanda, 2002), non vanno dimenticati il romanzo Il Monaco di vetro pubblicato da JacaBook, e la raccolta di racconti – alcuni dei quali bellissimi, come quello che dà il nome all’antologia – La tartaruga di Gaugin (Guanda, 2005). C’è poi un fil-rouge sotterraneo in tutti i volumi (editi sempre da Guanda). Si tratta dell’esplorazione in modi non convenzionali: quello in compagnia del proprio nucleo famigliare che per Bocconi è formato dalla moglie Francesca e dai due figli (India Formato Famiglia, 2011), quello destinato all’esplorazione a piedi (Di buon passo, 2007) o sul dorso di un asino (Viaggio con l’asino, 2009). Sono abbastanza per riempire un intero scaffale della libreria di un appassionato. E sarà una gioia sapere per i fedelissimi che da metà giugno Bocconi tornerà in libreria. “Il merito è di Raccontare il Viaggio, scritto con Guido Bosticco e con una serie di interventi degli altri docenti della Scuola del Viaggio, di cui sono responsabile del laboratorio di scrittura. Si tratta di un libro utile per i blogger o per chi tiene un diario o vuole scrivere un reportage. Consigli pratici, esempi, racconti che nascono dall’esperienza”. Gli chiedo che cosa è il viaggio per lui, che il mondo lo ha attraversato con il passo dello scrittore e dello sportivo, con lo sguardo dello psicoterapeuta e con l’ambizione (ancora inconsapevole) di diventare un grande saggio. Bocconi infossa un poco il collo, come sempre fa quando sta ragionando, quando modella la risposta più scontata, più impulsiva, per trarne fuori una coincidenza con il suo pensiero. “Il viaggio, quello vero, spazza la continuità spazio-temporale della nostra vita, ci mette in un tempo sospeso in cui tutto appare nuovo, noi compresi” mi dice, e non serve aggiungere altro.

Questo articolo è stato pubblicato oggi su Il Tirreno, nella mia rubrica di ritratti – A proposito di Lucca.

Lucca, 1 – Remo Santini

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Remo Santini ha una divisa. Camicia azzurra, giacca blu scura con i primi due bottoni slacciati, pantaloni sportivi. Mentre mi parla, le sue mani non stanno mai ferme: le dita dalle unghia corte si infilano adesso fra i capelli scuri e lisci, adesso si appoggiano sul tavolo, ora sfogliano l’aria, dunque tornano a sfiorare il viso allungato, con delle rughe sottili intorno agli occhi. Mi racconta, dietro la sua scrivania, circondato da manifesti che lo ritraggono sorridente, di una profezia: “Una volta la professoressa Mannelli mi mandò con degli altri compagni a fare un sopralluogo nelle corti rurali della piana. Avevamo il compito di realizzare un reportage fotografico sulle bellezze architettoniche, tornammo con una relazione sui problemi delle corti. E lei mi disse: potresti fare il giornalista, o il politico”. Pare la scena di un film, ma è la realtà. “La campagna è nel mio DNA, anche se sono nato negli Stati Uniti e lì ho vissuto per i primi due anni della mia vita. Quando i miei tornarono in Italia da Chicago, dove erano emigrati per fuggire dalla povertà del Dopoguerra, ho vissuto la sofferenza e il desiderio di dovermi riscattare. Ero un bambino timido, passavamo da un paese all’altro, le amicizie erano quelle dei vicini di casa, i valori semplici e non ambiziosi. Eppure ambizioso lo sono diventato. Il merito è di nonna Lina, che era rimasta negli USA con gli altri miei parenti, e quando tornava durante il Settembre Lucchese per rivivere le atmosfere, le emozioni, rivedere gli amici, mi portava in giro per l’Italia. Da Venezia a Roma con lei ho scoperto le cose del mondo. È stata lei a insegnarmi l’amore per le tradizioni, e a farmi capire che nella vita bisogna fare qualcosa di importante, che bisogna scommettere anche quando gli altri ti dicono: ma cosa stai facendo? Che ti metti a fare?”. Ed è in momenti come questi, come sosteneva lo scrittore Sergio Atzeni, in cui si vive in bilico fra l’idea che gli altri hanno di noi e quello che noi vorremmo essere, che si rivela il futuro. “La prima volta mi capitò a diciassette anni. Tornai a casa e annunciai ai miei genitori che volevo fare il giornalista. Per loro, da sempre molto concreti, era un sogno irrealizzabile, ma io non mi arresi”.

Così escono nel 1984 i primi articoli sulla Nazione (“scrivevo di calcio, sport di cui non sapevo niente”), poi Santini finisce le magistrali e decide di non iscriversi all’Università. “Mi buttai sul giornalismo. La lucchesità era già un mio tema, e così mi dedicai a fare interviste sul territorio”. È l’inizio: nel 1987 Santini viene assunto part time, nel 1989 il contratto diventa a tempo pieno, e nel 1991 diviene giornalista professionista. Nel 1993 nella piccola chiesa di San Colombano si sposa con Luisella (“io l’avevo notata, ma lei non mi calcolava e così quando una nostra amica in comune ci ha fatto incontrare…”). Nascono Elisa che ha 21 anni, fa il servizio civile alla Misericordia ed è iscritta all’Università, e Alessandro, studente all’Istituto Tecnico Commerciale F. Carrara. “Ai miei figli – spiega – insegno a crederci sempre. Se hai spirito di abnegazione, arrivi”. Oltre al riscatto, personale e sociale, Santini ha caro il già citato tema della lucchesità, cui ha dedicato anche tre libri pubblicati da Maria Pacini Fazzi. “La lucchesità oggi – racconta – è credere che l’identità e le radici non siano provincialismo, ma la forza motrice per costruire il futuro, e forgiare la ricchezza economica di un territorio. La mia lucchesità è 2.0. Non riguarda solo il centro storico, ma si apre anche ai territori della provincia attraverso valori reali: la solidarietà, l’attaccamento alle tradizioni e alla famiglia, intesa come affetti e come culla in cui ti rifugi”. Un’immagine che calza alla topografia della città: ventre materno, ventre matrigno. “Io – continua Santini – sono grato a Lucca perché, in un posto che è sempre stato governato da pochi, sono riuscito a farmi strada, a diventare capo della cronaca di un giornale importante, e presidente del Rotary con il quale ho promosso un’apertura alla città. Non nascondo di aver attraversato negli anni diverse crisi, come quando nel 1982 volevo lasciare le superiori. A farmi cambiare idea fu un viaggio dai parenti a Chicago, dove rimasi quattro mesi. Facevo il cameriere da Bimbo’s, il ristorante di mio zio Narciso. Lui era partito da Lucca con le valigie di cartone, aveva lavorato con mio padre in un’azienda di salumi ed era riuscito a farsi da sé. Forse anche grazie a quella situazione ho scoperto che cosa sia il senso di riuscita. Che cosa voglia dire avere delle ambizioni”. Tante esperienze, un punto di riferimento in Indro Montanelli e in Arrigo Benedetti (“che orgoglio ricevere nel 2013 il premio a lui intitolato”), letture con Lucca protagonista, una passione per i romanzi di Garcia Marquez ed Hesse. “Ho riletto Siddharta prima di scegliere di candidarmi. Il suo è un percorso che racconta come, dalle ferite che si sono sopportate, si possa arrivare a rinascere. All’inizio ero combattuto, sapevo che con la politica mi lasciavo alle spalle la mia professione, eppure ero consapevole di aver dato tutto a Lucca dal punto di vista giornalistico. Poi sa che ho pensato?”. Scuoto la testa. “Al mio cantante preferito, Renato Zero. E a quando dice: tu, spettatore vuoi davvero che io viva il sogno che non osi vivere te?”.

Questa intervista è uscita oggi su Il Tirreno, nella mia rubrica “Ritratti D’Autore / A proposito di Lucca”.

Ma che senso ha l’editoria indipendente?

 

festival_editori_indipendenti.jpgOggi è la giornata mondiale delle librerie indipendenti. Quelle librerie che chiudono disperatamente: Roma negli ultimi 4 anni ha perso 50 storiche librerie, Milano ne perde una ogni mese. Quelle librerie, dunque, che sono battitrici libere: non hanno gruppi (né grandi né piccoli) alle spalle, decidono autonomamente cosa comprare, cosa proporre, che cosa rifiutare. Quelle librerie, insomma, che ogni giorno e letteralmente combattono una battaglia spietata che è fatta di sconti, conflitti per accaparrarsi l’autore più o meno noto, l’anteprima.

Il mercato italiano è molto contenuto. Vale secondo l’ultimo rapporto AIE 2,530 miliardi euro. Gli italiani che leggono almeno un libro l’anno sono 4 su 10 (secondo l’inquietante rapporto ISTAT), e i lettori che invece posso essere definiti forti, ovvero che leggono in media almeno un libro al mese, sono il 13,7% (erano 14,3% nel 2014), mentre quasi un lettore su due (45,5%) si conferma “lettore debole”, avendo letto non più di tre libri in un anno. Gli ebook non hanno molto peso: solo 8 italiani su 100 ne hanno letto o scaricato uno negli ultimi tre mesi (a fronte dei 4,5 milioni di utenti che hanno utilizzato Internet negli ultimi tre mesi).

Nonostante questi dati ridicoli – basti pensare che il comparto moda vale 52,4 miliardi di produzione nel 2015, 402.700 occupati e di un saldo della bilancia commerciale di più di 8,5 miliardi – il mercato editoriale italiano è spietatissimo. E starci dentro – da autrice che pubblica con case editrici indipendenti, e da editrice indipendente – è una grande scommessa. Una scommessa densa di fermento, di soddisfazioni, di momenti davvero duri, incredibilmente duri (soprattutto quando arrivano i conti), e di una straordinaria bellezza.

Niente è più bello di dare la voce a un libro che ti ha spaccato in due il cuore, che ha cambiato (anche di poco) la tua visione della vita, che ha rappresentato una tappa importante. Si dice che un libro per il suo autore è paragonabile a un figlio, ma stampare il libro di un altro che hai visto crescere, che hai visto prendere forma o tradurre… è un’emozione ancora superiore. Non è dare voce a se stessi, ma restituire un suono alla voce degli altri.

Con questo spirito oggi ho pensato alla giornata nazionale delle librerie indipendenti, leggendo con piacere – grazie al suggerimento di Simone Caltabellota che ne ha discusso su facebook e ha sintetizzato il suo pensiero un comunicato che trovate qui –  un articolo pubblicato sul The Guardian. Si tratta di un pezzo che sta generando molte polemiche nel mondo anglosassone, ed è a firma della giornalista e scrittrice inglese Paula Cocozza. Riguarda il calo di vendite degli ebook, che nel 2016 hanno avuto in UK un crollo del 17% rispetto al 2015, mentre il libro cartaceo ha conosciuto una crescita dell’8%.

Il senso è: i libri di carta sono un sacco di cose diverse e in più di un ebook. Per quanto l’editoria abbia provato a vampirizzarli non c’è riuscita. Adesso, però, sta pagando le conseguenze della sua trascuratezza. Conseguenze che  da una parte hanno guidato la creazione di libri di carta prodotti con minore cura, dall’altra hanno spinto verso la sublimazione dell’editoria, di un’editoria fatta di cura dei dettagli, di attenzione e di auto-determinazione.

Quando due anni fa con altri tre soci ho fondato Atlantide, non pensavo che la nostra scelta di non andare in altre librerie che in quelle indipendenti, evitando qualsiasi altro circuito, come le catene o Amazon, fosse così radicale. Non lo pensavo, perché mi sembrava una cosa giusta e dunque il problema non si presentava. Ed è in giornate come questa, in cui mi vengono in mente le facce e i nomi dei nostri librai, gli incontri, le discussioni, le insicurezze che penso che sia stata la cosa più saggia, più giusta, più necessaria. Perché se il sistema culturale italiano è in crisi è anche colpa del rapporto che si è perso fra il libraio e il lettore. Della poca cura messa nel fare i libri. Dei libri in serie. Dei libri come shampoo. Della massificazione, e della miopia.

Questa riflessione la trovate su Gli Stati Generali.