A proposito di Lucca, Toscana, Lucca, Tutto, niente, Vite Lucchesi

Ironia Lucchese, WOM Festival

 

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A volte le idee arrivano quando meno te lo aspetti. E pensare che un festival di musica indie potesse sbarcare a Lucca è forse qualcosa di imprevedibile quanto immaginare la facciata della chiesa di San Francesco popolarsi con le provocatorie immagini di Peter Greenaway e trovare una violoncellista tatuata nella locandina di Lucca Classica. Eppure Lucca – bigotta, addormentata, provinciale e anche un poco classista, avviluppata nella sua squisita borghesia di facciata e di maniera – si risveglia ogni giorno un poco più contemporanea. Il merito è anche di chi ancora non ha trent’anni (o trent’anni li ha fatti da poco) e sceglie la città delle Mura, la nostra città, per creare cultura e turismo. O, più semplicemente, per produrre movimento. È quest’ultima la massima ambizione di David Martinelli e Francesco Sala, che hanno sognato un festival per promuovere la musica. La musica suonata, quella dei concerti, degli artisti indie e anche un poco sconosciuti (ma non troppo). Da tre anni i due organizzano il WOM Festival che si tiene l’ultimo fine settimana di maggio a Villa Bottini, e declina la scena musicale italiana attraverso gruppi che a Roma come a Milano sono piccoli cult, ma faticano (nonostante spotify e la rete) a imporsi nella nostrana provincia.

“Tutto è nato – mi racconta David Martinelli – tre anni fa. Mentre io e Francesco sorseggiavamo l’ultimo gin tonic in piazza, abbiamo deciso che avremmo provato a colmare questo vuoto. Abbiamo cominciato facendo suonare Davide Toffolo e Luca Masseroni dei Tre Allegri Ragazzi Morti nel chiostro della biblioteca civica Agorà, registrando un meraviglioso sold out e oltre duecento partecipanti. Poi Sara Loreni e Lucio Corsi nell’angolo di un pub appena fuori dalle mura. Con l’arrivo dell’estate, abbiamo allestito una rassegna a cadenza settimanale nell’Ostello San Frediano, che ha visto esibirsi le band più interessanti della nuova scena indipendente italiana, tra cui Canova, Campos, Bruno Belissimo, Lemandorle. I ragazzi lucchesi hanno iniziato a partecipare sempre più, segno che la mancanza di questo tipo di spettacolo fosse marcata. Così abbiamo deciso di fare un passo ulteriore: un vero e proprio festival di musica indie italiana di tre giorni”. Arrivano a Lucca in molti, e tutto viene fatto in casa con il sostegno del Comune di Lucca e di pochissimi altri sponsor. Viene lanciata anche una campagna di crowdfunding online su Eppela. “A primavera – continua Martinelli, che ha anche il dono di un’ironia lapalissiana e un poco inconsapevole -, stare in un giardino ad ascoltare musica super-figa è la cosa più goduriosa che ci sia. Se non fosse stato per Lucca, forse, io e Francesco non ci saremmo mai decisi ad iniziare un percorso come quello di WOM. La città ha avuto un’enorme carica ispiratrice. In particolar modo durante i primi tempi era divertente andare a cercare spazi che potessero prestarsi per concerti o feste varie. Per me, non ridere, Lucca è una super top model. Se Intimissimi dovesse far indossare i propri capi ad una città, sicuramente sceglierebbe Lucca!”. Impossibile, naturalmente, restare seri davanti a risposte così. “Parlando dei suoi amministratori però – precisa Martinelli – sarebbe auspicabile che tutti gli spazi pubblici di competenza comunale come ville e auditorium fossero totalmente efficienti e a disposizione dei cittadini. Ciò non capita sempre, ma confido che, partendo dagli errori fatti in passato, l’amministrazione possa aver imparato e riesca a raddrizzare il tiro. Le premesse ci sono”. Una frecciatina sottile, sottilissima. “Anche per questo a Lucca non è facile parlare di scena musicale, soprattutto perché non ci sono spazi per farla maturare. Potremmo parlare di campionati di calcio se non ci fossero campi sportivi? Credo che il compito delle band o dei musicisti che vivono tale privazione sia difficile e debba vertere su una grande collaborazione”. Ovvero? “Semplice: “Io ho una band, tu hai una band, diamoci una mano a vicenda per esibirci e condividere il pubblico, più siamo meglio è!”. Ci sono molti progetti più che validi a Lucca, ad esempio, mi piace lo spirito di collaborazione tra Ciulla e Gionata, due promettenti cantautori che, tra l’altro, si esibiranno anche al WOM!”. Poi c’è Effenberg, altro cantautore lucchese. E lo stesso Martinelli, laureato in filosofia, è un musicista. “Da poco più di un anno vivo a Pisa, ma sono nato e cresciuto a Lucca. La mia formazione deriva per lo più dalle esperienze avute con i Gonzaga, la mia band, grazie alle quali ho avuto modo di conoscere le varie figure professionali che si muovono in questo mondo. Tanta curiosità e voglia di capirci di più, sbagli e figuracce con i professionisti, quelli veri, hanno fatto e stanno facendo il resto”. Un resto che si conclude a fine mese: “Se la voglia di vedere artisti del calibro di Donatella Rettore, Colapesce, Selton, Francesco De Leo non dovesse essere sufficiente, un lucchese dovrebbe partecipare per respirare un clima di festa e di novità, per campanilismo verso i musicisti autoctoni in programmazione, per vedere quanto sono geniali gli artisti che esporranno le proprie opere nell’Area Expo. Dovrebbe partecipare perché, se non lo facesse, molto probabilmente starebbe a casa a lamentarsi”. E cosa direbbe? “Non c’è mai niente da fare nella mia città, che noia, vorrei vivere a Berlino! E cos’è questo rumore? Via, chiamo la polizia!”.

Su Il Tirreno, nella mia rubrica “Vite Lucchesi”.

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Lucca Comics&Games

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C’è una Lucca che è fuori dal tempo, e tutti i giorni sopravvive adesso come nel Medioevo. E c’è una Lucca che diventa un varco temporale, mettendo insieme l’età della pietra con il futuro. In questa Lucca – che resterà congelata fra fumetti e cosplayer fino a domenica sera, nel sacro nome di Lucca Comics&Games – capita di incontrare IT che ti offre un palloncino, Batman che va a braccetto con Joker e più volte Jack Sparrow (a quanto pare continua ad andare per la maggiore). Resistono poi i personaggi de la Bella e la Bestia, che si studiano con sguardo innamorato (mentre lei, sbracciata, trema a ogni folata di vento). Ci sono numerosi folletti, qualche strega, un paio di famiglie Addams (tutte diversamente inquietanti), vampiri, cappellai matti, saiyan e super saiyan, personaggi la cui identità non è facile riconoscere (perché troppo astrusa, o perché troppo diversa dall’originale). Finalmente, poi, spunta (dal carnevale) qualcosa di universale: delle principesse dai vestiti voluminosi e dai capelli avvolti nella lacca; a fatica avanzano nella folla che è tutta una sequenza di “facciamo una foto?” o “posso fare una foto?” o “dai, devo farti una foto!”.

Ci si muove come in trincea fra macchine da presa, macchine fotografiche, smartphone e schermi di tablet. Senza accorgersene, si entra in un tunnel di tecnologie e di apparenza.

Tutto intorno resta Lucca, una città da palla di vetro, con i palazzi antichi, i sampietrini sconnessi, le finestre da cui si intravedono tende di broccato e si immaginano antiche nobiltà. Tutto intorno resta una città a misura d’uomo – piccole strade, tante biciclette, pochissime auto, facce che tutti conoscono (e che tutti finiscono per ignorare, se non altro per non prendersi la fatica di accennare un saluto) – e poi “la navicella” che su questa città ogni anno cade, e si diffonde a macchia d’olio, come un’epidemia, fra i vicoli: le piazze sono tutte requisite, e a colazione ci si imbatte con uguale frequenza nei soldati di Call of Duty (bellissimi cinquantenni panzuti, dalle facce rubizze) o in alieni assorti nel mangiucchiare un croissant. Intanto, e ovunque, grandissimi padiglioni alti più dei palazzi annullano ogni atmosfera, per crearne un’altra: sono fatti da materiali luccicanti e luminosi, led come se non ci fosse altra luce, come se non esistesse alternativa soluzione per ricreare il giorno.

In ogni angolo, fumetti di ogni genere (sociali, per ridere, per riflettere, per deprimersi) e personaggi di fumetti e di telefilm; tantissimi attori di fama internazionale (come quelli arrivati per le première internazionali di Fox o per l’anteprima nazionale di Doctor Who), decine di film, l’aria japan che si moltiplica ogni anno, e poi ore di gioco, ore di incontri, una quantità impressionante di appuntamenti e un odore di cibo da fast food.

Una magia inspiegabile che porta altrove, e che esplode con quella ossessione collettiva e inarrestabile che sono i cosplayer. Uomini e donne, raramente bambini, che fanno centinaia e centinaia di chilometri per sfilare e che si portano dietro “l’allegria del popolo dei fumetti” (128mila biglietti staccati in tre giorni). L’allegria di chi prova entusiasmo per qualsiasi cosa gli si palesi a tiro e appartenga alla sfera emozionale del cartone: lodi per il bar che propone il cappuccino Super Mario (il solito cappuccino di tutti i giorni, che improvvisamente viene battezzato così), applausi per il portone Settecentesco al cui campanello è stata appesa una mappa (l’entusiasmo è per la mappa, naturalmente, non per il portone), inchini per i poliziotti con l’impermeabile giallo che stanno a dirigere il traffico (“papà sembrano dei minions!” ha esclamato, indicandoli, un bambino al genitore imbarazzatissimo).

I cosplayer andrebbero studiati. Sono impettiti. Non hanno mai freddo. Si fermano per una foto ogni cinque passi (forse anche ogni quattro), e sono sempre felici. Sorridenti. Protagonisti.

Sfidano con uguale e invidiabilissimo coraggio il mal tempo, le macchine, gli sguardi titubanti e ogni paura. “Lucca – mi spiega Marco, avvocato di rimini 32enne, che si è travestito da zombie e avanza con stile mummiesco per le strade – è una grande festa, mi diverto e mi dimentico i problemi”.  Per Simonetta, che di anni ne ha 21 ed è travestita da elfo, è il momento più atteso: “metto da parte i soldi per tutto l’anno, vengo qui e mi faccio la biblioteca per i seguenti dodici mesi”. Che viene da Bolzano e si è fatta un giorno di treno, però, non lo dice.

C’è chi a Lucca si è innamorato (“ho conosciuto al padiglione games cinque anni fa la mia ragazza” mi ha raccontato Marcello che vive a Pisa e frequenta il secondo anno di agraria), chi ogni anno torna nel solito posto (“li abbiamo visti crescere!” è il commento più frequente dei bottegai del centro) e chi lavora per un anno intero sul costume da indossare nei giorni della fiera. Lo fa con un’attenzione che ha qualcosa di maniacale e che si sofferma sul dettaglio più minuzioso dell’abito, sul modo di muoversi del proprio idolo, e perfino su quello di guardare.

“Quando ami un personaggio – mi spiega Dario, 35 anni, informatico di Rovigo – e vuoi essere lui, non ti puoi permettere che qualcosa vada storto. Soprattutto se hai la possibilità di diventare eroe per cinque giorni, come accade a Lucca Comics&Games”.

I lucchesi, che per anni hanno tenuto la manifestazione lontana dagli occhi e dalle attenzioni, iniziano a ricredersi. “Sai che ieri ho visto un costume davvero bello” racconta il barista sotto casa, dove ogni mattina vado a fare colazione. Solitamente è l’emblema del lucchese doc: camicia azzurra dal colletto inamidato, gilè di lana marrone, montatura degli occhiali in celluloide spessa e tondeggiante, pipa in bocca e aria contrita. Parla pochissimo, non sorride mai. Invece adesso scuote la testa da una parte all’altra, gli occhi brillano, pare quasi contento. “Io te lo dico – mi confida -, ma non fare la spia. Ieri mattina è venuta una ragazza. Tacchi a spillo. Capelli neri lunghi fino al sedere. Faceva un freddo allucinante. Ma lei stava praticamente nuda. Un tanga e un reggiseno minuscolo. Niente altro. Tutti si giravano a guardarla. Io sono uscito dal bar, in tanti anni non l’ho mai fatto. E l’ho fissata. E per la prima volta in tutta la mia vita ho benedetto i Lucca Comics&Games”.

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Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno.

A proposito di Lucca, Tutto, niente

Domeniche d’ozio (in giornata elettorale)

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Tornare a casa vuol dire un sacco di cose. Tornare a casa vuol dire ritrovare gli odori, i rumori e le luci che ti fanno stare bene, e ti ricordano – in parte, e non sempre – chi sei. Tornare a casa per me è l’uscita dell’autostrada, il caos inevitabile e provinciale della circonvallazione, che di notte però diventa una via da fiaba: alberi a destra e sinistra, i lampioni che rischiarano di una luce calda e giallognola le corsie, il piccolo dosso che ogni volta mi fa sobbalzare, l’avvolgente rumore del niente. Tornare a casa vuol dire entrare dentro Porta Santa Maria, e ritrovare tutto identico a quando l’hai lasciato. Non importa se sei andato via da due ore o da un mese, tutto è lo stesso: uguali le fronde che si muovo nella brezza leggera, i palazzi, i negozi, le pizzerie con le piccole insegne, i tavolini fuori dai bar, le macchine che sono una lunga sequenza di colori e di lamiere; guarda bene, lì, su quello sportello, c’è una botta che pare abbia sfasciato un muro; occhio: lì, lo noti?, ho sbattuto contro un palo un pomeriggio mentre diluviava. Eccole, nude e visibili a tutti, le ferite sulla carrozzeria, eternate in ricordi.

La gente che passeggia di notte per Lucca – forse è così in tutte le città del mondo, ma il provincialismo e la bellezza si focalizzano a volte soltanto qui, in fugaci istanti di esasperazione – si muove sbilenca, trascina le gambe guardando avanti, è come se non ti vedesse: spesso sono uomini di mezz’età, sono vestiti di scuro, hanno l’odore della colonia scadente, fumano sigarette che con l’oscurità diventano cerchietti rossi e niente altro. Un giorno, stava quasi facendo l’alba, incontrai vicino Piazza Anfiteatro un ragazzo con i capelli biondi, vestito di jeans, portava gli occhiali da sole: parlava al cellulare, inveiva in una lingua che era conosciuta e incomprensibile, intanto andava. Si allontanò nell’ombra. Ma il passo della gente di notte può essere anche rapido, le persone quasi corrono, pare che debbano arrivare chissà dove. Magari, però, è sabato sera: non c’è niente da fare, il sabato sera, che suggerisca fretta e rapidità. Non c’è niente il sabato sera che possa non preludere a quella cosa struggente e meravigliosa che è l’ozio domenicale.

Tornare a casa il sabato, quando la domenica è come oggi, diventa soltanto il pregustarsi una giornata di pacata serenità in cui nulla pare ondeggiare. In cui tutto rapidamente scorre. Scorre sui telefonini, attraverso messaggi frenetici, messaggi ripetitivi, messaggi a tratti anche banali. Scorre fra le chiamate: si sommano le une con le altre a fare un mitico messaggio, che varia nei nomi, nei sospiri, ma ha sempre il solito senso. C’è la parola che tutti pensano, la domanda che turba le notti di ognuno (o quasi), ma nella migliore tradizione lucchese ogni cosa passa sotto traccia. E dall’esterno è come se in quella capsula congelata davanti a noi niente si muovesse: non le aspettative, non le speranze, non le ambizioni. È come un fruscio di foglie estive, quando la notte si perde nel risveglio e una brezza sottile arriva a portare respiro, e si insinua a ricordare che il tempo resta tempo. L’ozio si consuma come grandine sulle case e sulle storie, è un cono gelato o un ghiacciolo. Per me l’ozio, quando torno a casa e Lucca diventa l’oasi e il rifugio, il posto dove cercare il silenzio e la pace, è il Mercato del Carmine: un caffè ai tavolini del bar, tutto intorno il porticato bellissimo e decadente, una ringhiera di ruggine che si intravede fra le colonne e i muri scrostati, la pescheria ormai chiusa che continua a essere ricordata da un adesivo a caratteri cubitali che nella migliore tradizione recita proprio PESCHERIA e dallo sticker di uno squalo sorridente; intorno i banchetti della frutta, altre vetrine vuote, il passato. L’ozio della bellezza perduta. Secondo Cicerone: “Non è un uomo libero quello che non ozia di tanto in tanto”. Eppure l’ozio che si stende come una patina sulla città oggi rivela a tutti un sentimento di sfuggita e di rincorsa; si fa ozio di furiosa attesa: adesso nella passeggiata sulle mura guardando le vite degli altri, ora al bar per un caffè, adesso ancora aspettando che il tempo passi. Che la mezzanotte arrivi.

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Quel grande saggio (inconsapevole) di Andrea Bocconi

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Andrea Bocconi è uno scrittore, uno psicoterapeuta e un grande saggio. Un saggio come quelli dei fumetti o, meglio, dei romanzi di viaggio. In tutti i romanzi di viaggio c’è sempre un momento in cui il personaggio dopo mille difficoltà, salite molto faticose, camminate sotto il sole cocente, incontri con malviventi e con donne bellissime che provano a suggerire strade lastricate di buone intenzioni (quelle che portano all’inferno), incontra un grande saggio. Solitamente questo grande saggio è vestito di arancione, ha i capelli bianchi, la lunga barba e lo sguardo sornione. Andrea Bocconi non veste quasi mai di arancione, ma ha i capelli bianchi, la lunga barba e lo sguardo sornione. E per questo sarebbe il perfetto grande saggio che tutti noi vorremmo incontrare almeno una volta nella vita o, più iconicamente, il perfetto grande saggio per la maggior parte dei libri di viaggio pubblicati da sempre. Eppure, e purtroppo, Bocconi non si è ancora arreso al destino che il futuro gli riserva e per adesso si dedica a fare lo scrittore, lo psicoterapeuta e lo schermidore.

La scherma è una passione che si porta dietro da quasi mezzo secolo, e sarà la protagonista del suo nuovo romanzo per racconti che l’anno prossimo uscirà per un grande editore (un libro bellissimo, che ho avuto la possibilità di leggere in anteprima e che mi ha fatto rimpiangere la mia totale abnegazione per lo sport); la scherma è anche la sua gioia: “Sì – mi dice, con una voce che scandisce piano le parole, fa risuonare le vocali senza inflessioni e si crogiola nella lentezza – è una grande passione”. Non si può dire che sia logorroico. E la scherma è anche fonte di successi, raggiunti tutti con la maturità. Nel 2015 Bocconi – lo schermidore più longevo della Puliti Lucca, che secondo voci non confermate viene chiamato al Palazzetto dell’Annunziata dove si allena il professore – ha gareggiato a Pistoia nel campionato nazionale master categoria 3, quello riservato agli over 60, classificandosi terzo (sconfitto però con classe dal campione europeo, il livornese Paroli); negli anni ha vinto due volte i campionati europei a squadre, e ha portato a casa altri due bronzi nell’individuale.

“L’anno prossimo vado ai Campionati Europei over 60 che si terranno a Chiavari” mi spiega e in controluce intravedo una straordinaria, oserei dire sorprendente, grinta (debitamente domata secondo la moderazione lucchese). La stessa grinta sotterranea che deve essere venuta fuori quando ha inconsciamente (e auguriamoci temporaneamente) abdicato al ruolo di grande saggio per inseguire una vita girovaga, che anche adesso è fatta di Lucca, di Arezzo, e di soprattutto di mondo.

Descrivere Andrea Bocconi è un esercizio complesso, perché ha avuto una discreta sequenza di vite, che fra loro si incastrano, si rimpiazzano, si potenziano: la laurea in legge da giovanissimo, il lavoro in carcere con i detenuti, la passione per la psicologia, l’incontro con Roberto Assagioli, la scoperta della psicosintesi, la scrittura, quell’andatura pacata che è un passo flemmatico, quasi molleggiato, e lo sguardo che sembra una lama, una lama silenziosa che si infila nel ricordo di Tiziano Terzani e di Fosco Maraini, maestri di una vita, e grandi saggi. Bocconi ha un aneddoto per tutto. Gli parli di India e ti racconta di quella volta che ha passato un mese a insegnare in un posto sperduto, di cui naturalmente si ricorda il nome che è impronunciabile, e poi ti incanta con la prima volta in cui ci andò, negli anni Settanta, per tornarci da allora almeno una volta l’anno. Gli dici Indonesia e ti menziona le maschere – che affollano la sua graziosa casa sui Fossi, “la comprai anni fa, non la venderò mai”, con un giardino che pare un piccolo angolo disordinato di paradiso – e dei tramonti di Ubud. Ti scappa la parola Nicaragua e ricorda di una grande casa dove vivono decine di ragazzi di strada, che cercano una speranza negli altri, e che gli hanno fatto compagnia per straordinarie settimane. E potresti andare avanti per ore, tra frammenti di vita e citazioni di libri. I libri che insieme a delle gloriose tende balinesi, sublimazione dell’arredamento orientaleggiante che si declina adesso nella specchiera del bagno ora nel copridivano, affollano sfrenatamente la casa, e sono volumi di psicologia, di grandi scrittori, di viaggio, di scoperta. Bisognerebbe fare uno studio sulla casa di Andrea Bocconi, eppure nessuno ci ha ancora pensato. Ma in molti leggono i suoi libri – che forse è un po’ come entrare in questo ventre, in questa caverna dove mi accoglie con un maglione blu, quando invece avrei preferito un più prosaico completo di shantung arancione –, libri ibridi che raccontano di viaggio, ma soprattutto di altro. Se il successo è arrivato con Viaggiare e non partire (Guanda, 2002), non vanno dimenticati il romanzo Il Monaco di vetro pubblicato da JacaBook, e la raccolta di racconti – alcuni dei quali bellissimi, come quello che dà il nome all’antologia – La tartaruga di Gaugin (Guanda, 2005). C’è poi un fil-rouge sotterraneo in tutti i volumi (editi sempre da Guanda). Si tratta dell’esplorazione in modi non convenzionali: quello in compagnia del proprio nucleo famigliare che per Bocconi è formato dalla moglie Francesca e dai due figli (India Formato Famiglia, 2011), quello destinato all’esplorazione a piedi (Di buon passo, 2007) o sul dorso di un asino (Viaggio con l’asino, 2009). Sono abbastanza per riempire un intero scaffale della libreria di un appassionato. E sarà una gioia sapere per i fedelissimi che da metà giugno Bocconi tornerà in libreria. “Il merito è di Raccontare il Viaggio, scritto con Guido Bosticco e con una serie di interventi degli altri docenti della Scuola del Viaggio, di cui sono responsabile del laboratorio di scrittura. Si tratta di un libro utile per i blogger o per chi tiene un diario o vuole scrivere un reportage. Consigli pratici, esempi, racconti che nascono dall’esperienza”. Gli chiedo che cosa è il viaggio per lui, che il mondo lo ha attraversato con il passo dello scrittore e dello sportivo, con lo sguardo dello psicoterapeuta e con l’ambizione (ancora inconsapevole) di diventare un grande saggio. Bocconi infossa un poco il collo, come sempre fa quando sta ragionando, quando modella la risposta più scontata, più impulsiva, per trarne fuori una coincidenza con il suo pensiero. “Il viaggio, quello vero, spazza la continuità spazio-temporale della nostra vita, ci mette in un tempo sospeso in cui tutto appare nuovo, noi compresi” mi dice, e non serve aggiungere altro.

Questo articolo è stato pubblicato oggi su Il Tirreno, nella mia rubrica di ritratti – A proposito di Lucca.

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Francesca Caminoli, un ritratto d’interni

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Francesca Caminoli vive in un appartamento che è costruzione di memoria attraverso gli oggetti. Ci sono libri, quadri, tappeti, due gatte sorelle, l’odore delle sigarette che fuma con lentezza e dedizione, e poi: fotografie. Molte, moltissime fotografie.

L’appartamento – che è vicino a Porta Elisa, ha un giardino meraviglioso che lei definisce troppo ordinato per i miei gusti, grandi finestre da cui si scorge l’umanità varia che popola le Mura – parla per lei. Parla per lei, per quanto Francesca Caminoli non voglia. “Mi trasferirò, voglio tornare in campagna” mi spiega appena mi accoglie, e mi guarda con grandi occhi nocciola che si sciolgono in sfumature verdi, il visto segnato da rughe profonde, i capelli bianchi e arruffati, la frangetta luminosa, senza età. Nata a Lecco nel 1948, figlia di un imprenditore – che scoprirò essere alquanto rigoroso e rigido, nonché grande camminatore –, Caminoli vive a Milano fino a trentaquattro anni.  “Facevo la giornalista. Per alcuni anni ho lavorato al Corriere dell’Informazione con Ferruccio De Bortoli, Vittorio Feltri, Gian Antonio Stella. Con Carla Giagnoni e Serena Zoli curavamo la Pagina della Donna. Poi cambiò direttore, la pagina fu chiusa perché reputata un ghetto. Ma un ghetto, francamente, non era. Scovavamo cose belle, ci divertivamo come matte” ricorda. La voce è roca, del fumatore e di chi nella vita non si è mai risparmiato. L’accento vagamente del Nord, qui e lì ha qualche consonante che vibra in lucchese. “Lavoravo – continua, mentre mi offre un caffè, che berremo con latte e senza zucchero, tutto d’un sorso, in cucina – dalle cinque la mattina fino all’ora di pranzo. Poi andavo a casa, stavo con i bambini, la sera c’erano sempre collettivi, progetti, ambizioni. Non c’era tempo di sentirsi stanchi, si era parte di qualcosa. Di un fermento incredibile”. Eppure Caminoli a 34 anni cambia vita. Decide di trasferirsi a Massaciuccoli con il marito, che lì aveva una casa. “I giornali stavano cambiando, e l’immagine conquistava sempre più importanza rispetto al contenuto. Collaborai per un paio d’anni con alcune testate, poi smisi. Vivevamo in campagna, facevamo i contadini, avevamo un ufficio stampa, scrivere forse non mi interessavano poi tanto”. Mi tornano in mente delle parole della scrittrice spagnola Mercè Rodoreda, che scovo anche nella libreria di Caminoli con un romanzo bellissimo: La piazza del diamante (nella recente edizione de La nuova frontiera); interrogata sul perché per anni non avesse scritto niente, lei rispose: perché ero troppo occupata a vivere. Ecco. La vita. La vita che esplode, e che nel caso di Caminoli la guida a mettere insieme il suo primo libro. “Abitavo a Torre, e con mio marito ospitavamo una donna bosniaca con il figlio. Il giorno in cui lui lui le rispose in italiano, lei capì che doveva tornare a Sarajevo. Alla prima tregua partì. Non voleva vivere come una profuga. Continuammo a sentirci, e quando due anni dopo fu firmata la pace andai a trovarla. Trovai la distruzione. Era un cumulo di macerie. Durante la festa musulmana di Bajram, alcuni abitanti di Sarajevo varcano la frontiera per andare a rendere omaggio alle tombe dei loro parenti, ma il pullman viene assalito da un gruppo di serbi e quattro persone vennero uccise. Il giorno dopo i giornali italiani non ne parlavano che in poche righe. Decisi di scriverne”. È il 1999. Francesca Caminoli intreccia una relazione editoriale con la casa editrice Jaca Book, che prosegue ancora oggi. Il battesimo di questo sodalizio è proprio Il giorno di Najram, che prende spunto da quel tragico fatto di sangue. Seguono nel 2003 La neve di Ahmed, e poi da altri tre libri che partono sempre da frammenti di cronaca e da un impegno civile mai ottuso, sempre sincero. “Adesso non voglio più cambiare il mondo. Per me il vero  impegno civile è poter migliorare la vita anche solo di una persona”. E dire che con il suo ultimo libro, Perché non mi dai un bacio?, di persone ne ha aiutate molte. Moltissime. “Nel 2000 sono andata per la prima volta in Nicaragua con il progetto Los Quinchos, un’associazione laica che accoglie circa 250 bambini. Sono rimasta tre mesi, e ho creato un giornalino con i ragazzi di strada. Quando poi è morto mio figlio, ho venduto delle sue stampe e ho comprato una piccola casa per loro. E sempre per loro saranno i diritti del mio ultimo libro, che racconta la storia di Zelinda Roccia, la fondatrice del progetto. Attraverso questa casa, Guido adesso vive anche quaggiù. Dimenticare è far morire davvero”. La guardo. Gli occhi sono altrove. Penso al suo libro più struggente, Viaggio in Requiem, che racconta il suo viaggio verso la Puglia e verso Otranto, sulle tracce del figlio artista Guido, suicida a 30 anni; ogni parola è un confronto con se stessi, con l’essere madre e persona. Fuori dai capitoli passano i luoghi, le sensazioni che questi trasmettono, ma nel cuore resta la sofferenza, l’amore, un mazzo di girasoli. “Dopo che ho perso mio figlio, le priorità sono cambiate. La mia scrittura è rimasta semplice, forse perché vengo dal giornalismo. A Lucca per un periodo ho partecipato alla vita cittadina, negli anni Novanta sono anche stata Consigliere Comunale, ma adesso mi interesso pochissimo delle cose della città. Tocca alle nuove generazioni, a chi ha idee nuove”. La voce però è altrove. Ferma, ma altrove. A Guida, probabilmente. Lei è una roccia, scherzo per smorzare la tensione. Lei sorride: “Vorrei essere friabile. Ti possono fare di tutto, quando credono che tu sia una roccia. Ma non è così. Adesso faccio una vita solitaria. Abito in città, ma è come se stessi in cima a un monte. Non ho mai fatto parte di nessun salotto, di nessun circolo, molti mi amici mi dicevano che avrei dovuto per la mia carriera. Eppure non l’ho mai fatto, e non mi sono mai pentita”.

 

Questa intervista è uscita oggi su Il Tirreno nella mia rubrica A proposito di Lucca.

 

 

 

 

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La passione sospesa: Marguerite Duras

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Leopoldina Pallotta della Torre ha un nome altisonante, da contessa quale effettivamente è, grandi occhi di un nocciola dorato, che si posano sulle cose con una delicatezza stupita. Quando parla le labbra, che tinge sempre di borgogna, accompagnano i ricordi quasi fossero sospiri. La sua lingua gode di inflessioni bolognesi, francesi poiché a Parigi ha vissuto a lungo anche se in modo altalenante, e si ritrova – a cercar bene – anche qualcosa di toscano. Di lucchese, per la precisione.

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Leopoldina infatti a Lucca, seguendo il destino suggeritole della madre proprietaria della tenuta di Carignano, è arrivata quasi 13 anni fa accompagnata dal marito e dalle figlie. “Adesso di figlie ne ho tre” mi racconta. “A Lucca la mia vita è cambiata. Per fortuna avevo ricominciato spesso da zero. Qui mi sono ritrovata a fare la manager, mentre prima…”. La voce si sospende. E sarà fatta soprattutto di sospensioni, di vuoti e di sottintesi la nostra conversazione. Sarà costruita in onore a Marguerite Duras, scrittrice feticcio di molti lettori, e naturalmente anche la mia. A Marguerite Duras: l’autrice de L’Amante, l’autrice de L’Amante della Cina del Nord, l’autrice di decine di romanzi, di sceneggiature di successo come Hiroshima Mon Amour, ma anche di gloriosi, provocatori, mirabolanti articoli e di una vita che pare un’opera d’arte. Proprio a Marguerite Duras, forse la più grande scrittrice francese del Novecento, Leopoldina ha dedicato un meraviglioso libro, adesso introvabile, che si chiama appunto “La passione sospesa” (Archinto, pp. 171). Si tratta di un libro che è una conversazione a due voci, fra una Duras provata dalla malattia e dall’età, e una Pallotta dalla Torre di venticinque anni, ossessionata dalla Duras stessa, che a sua volta rivede in lei la gioventù perduta, la speranza, la bellezza. “Non volevo fare un libro intervista – continua Leopoldina –. Gli incontri con Duras sono durati tre anni. Ero immersa nel suo mondo. Quando la andai a trovare per la prima volta, vidi i suoi occhi che erano blu: brillavano, e la voce roca, avvolgente, carnivora, non poteva non conquistare”. Leopoldina si ferma. Si accomoda sulla poltroncina verde davanti a me, si sistema i capelli lunghi e di un castano che gode dei medesimi riflessi, un poco più chiari, dello sguardo. Una maglietta colorata, nella quale predomina il verde, le fascia il corpo magro. È una bella donna, che s’avvolge di uno charme annunciato nel sangue: il padre conte, la moglie italiana nata a Londra dalla cultura cosmopolita.

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“Incontrare Duras – riprende – mi ha lasciato un alone sulla vita, anche sulla vita amorosa. L’amore era il suo tema. E lei era una seduttrice nata. Aveva un lato intellettuale, e uno selvatico. Aveva un lato perverso, e poi restava un’idealista. Ogni tanto mi guardava, e mi faceva delle domande: era curiosissima. Forse proiettava in me qualcosa che non era mai stata, o quella spensieratezza che mai aveva posseduto. Quando eravamo insieme non potevo prendere appunti, né registrare. Gli appunti la infastidivano, e così dopo le nostre chiacchierate nel suo studio, chiacchierate in cui lei mangiava caramelle alla menta che non mi offriva mai, uscivo fuori di corsa dal suo palazzo e scrivevo tutto. Quanti appunti presi nella metropolitana!”. Il libro, che verrà presto ripubblicato in Francia, fu un successo: 20 mila copie vendute, 13 traduzioni, centinaia di recensioni. “Firmai il contratto a Forte dei Marmi. La Toscana è un tema ricorrente della mia vita”. Una vita fatta di traslochi, di spostamenti, di richiami ascoltati e negati. “Ho iniziato – aggiunge Leopoldina – a Bologna, nella redazione neonata di Repubblica. Poi mi sono trasferita a Milano, dove scrivevo di cultura e società. La mia maestra era Natalia Aspesi. A 28 anni una sorta di crisi mistica. Il lavoro andava bene, avevo ricevuto un’offerta importante, ma ho rifiutato. Sono tornata a Bologna, ho cominciato a fare la freelance, ho fondato un festival di musica contemporanea, ANGELICA, che esiste ancora e ha 26 anni”. Tutto sembra aver riacquisito una normalità, poi il telefono suona. E la vita cambia. Di nuovo. “Chiamavano da Berlino. Un regista ebreo tedesco di grande spessore, Peter Zadek, aveva appena preso la direzione artistica del Berliner Ensemble, il teatro fondato da Bertolt Brecht, e voleva mettere in scena Miracolo a Milano. Lascio tutto, e mi trasferisco a Berlino Est. È un lavoro duro, fatto di ricostruzioni, di sofferenza e di meraviglia. Non avevo neanche il telefono di casa. Lo spettacolo fu un successo. Diventai l’assistente personale di Zadek, e dopo quattro anni a Berlino incontrai mio marito Sebastian che lavorava per la TV tedesca”. Arriva il matrimonio, e poi 12 anni a Francoforte e dunque Lucca. L’arte torna a dominare la vita di Leopoldina, che organizza tre mostre nella tenuta di Carignano in collaborazione con Ludovico Pratesi. Ma Duras resta nell’aria. “Quando lessi L’Amante, rimasi folgorata. E mi dissi: io devo assolutamente conoscere la persona che ha vissuto queste cose. Mi ero innamorata del mondo Duras. Lei era un’incantatrice. Era perversa e innocente” sussurra, mentre le parole si sciolgono in un sorriso. Ed è esattamente quello che è accaduto a me. Dopo aver letto Duras, hai bisogno di conoscere qualcuno che l’ha conosciuta. Che ha guardato i suoi occhi, visto le sue labbra muoversi, le sue mani agitarsi. Ed ha qualcosa di miracoloso – ma anche di molto lucchese, perché in nessun posto come a Lucca gli artisti sono ai margini della narrazione cittadina – che quel qualcuno sia qui, affacciato su via Fillungo, con occhi nocciola e capelli che possiedono i riflessi del sole.

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Questo articolo è uscito oggi in A proposito di Lucca, la mia rubrica domenicale su Il Tirreno.

A proposito di Lucca, Donne, Tutto, niente

Libere dalla paura?

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Le donne hanno un sacco di cose da tenere a mente. Sono cose che vengono date per scontate, gestite neanche esistesse un pilota automatico. Sono cose che gli uomini, e le ragazze più giovani, neanche possono immaginare. Eppure le donne ce le hanno sotto la pelle. Perché quando diventi adulta, se non vuoi avere problemi – qualsiasi tipo di problemi – impari in fretta a ingurgitare la paura e il dubbio, e a capire come gestire quelle situazioni che potrebbero metterti a rischio. Impari a capire quello che può essere fatto, da ciò che è rischioso. Riconosci i suoni di notte. Riconosci gli sguardi. Impari il terrore, e l’incognita. Si tratta di un’educazione che costa fatica e sofferenza, ed è una strada di rinunce. Ma diventare adulte è costruirsi il proprio lessico personale.

C’è sempre un momento in cui accade. Ricordo che per me l’iniziazione avvenne in tre tempi. A diciotto anni quando, all’improvviso, una sera mentre attraversavo il laghetto dell’Eur per tornare a casa (un laghetto molto buio, popolato da extracomunitari spesso sbronzi) provai paura; pensai all’improvviso: no, meglio non farlo più. A ventuno quando ho scoperto sulla mia pelle che cosa nasconde il dramma dello stalkeraggio. A ventisette quando, a New York, non ebbi il coraggio di uscire all’alba da sola: fuori brulicava di vita, e tutto sembrava spaventoso.

Se il percorso non è per tutte uguale, diverso è il risultato: identico per ognuna. Quando sei una donna, ci sono alcune cose che dai per scontato. Sai che è bene non tornare a casa troppo tardi, perché non si sa mai. Sai che è bene non uscire da sole con un uomo se non lo si conosce bene perché, ancora una volta, non si sa mai. Sai che ci sono parole che non vanno usate, toni che vanno evitati e un sacco di cose – cose con cui si potrebbero riempire libri e libri, e biblioteche sterminate e un mucchio di hard disk – che è bene tenere sotto controllo: se lui alza la voce, se spacca gli oggetti, se pare minaccioso, se ti vuole isolare dal tuo gruppo di amici, se ti mette in guardia dagli altri, se… Abbiamo la testa piena di allarmi, che suonano ogni istante per ricordarci il lecito dall’illecito, il tollerabile dal preoccupante. Sono gli allarmi che a volte ci salvano la vita. Perché possiamo urlare contro il femminicidio, possiamo distenderci per terra, riempire le strade di slogan e di scarpe rosse, possiamo ricordare in eterno e per sempre quella violenza che devasta il Paese, ma la verità è che siamo sole contro una cultura retrograda, che vive il rifiuto femminile come un affronto.

Ricordiamoci ogni istante, senza mai tornare in dietro, una cosa: la vita in gioco è la nostra. È la nostra vita quella a essere in bilico se non ci ricordiamo le cose che abbiamo imparato. E che a volte ci salvano la vita, come è accaduto il 12 sera a una donna di Pistoia, quando dei fari che conosceva si sono illuminati dietro di lei. Un’auto seguiva la sua. Un’auto che aveva visto centinaia di volte: quella del suo ex. Dell’uomo che aveva lasciato a luglio, e che non riusciva a darsi pace. O, meglio e più correttamente, che non la smetteva di perseguitarla. A dicembre gli era stata notificata un’ammonizione da parte del questore, ma niente era cambiato. Per fortuna i carabinieri, una manciata di sere fa, sono intervenuti in tempo. E hanno fermato il ragazzo in questione, un 28enne di un comune della provincia di Lucca, Capannori. In macchina nascondeva un martello e dello spray urticante. Vengono i brividi a pensare a quello che ci avrebbe potuto fare, solo se. Solo se lei avesse detto: diamogli un’altra possibilità. Solo se il telefono in quel momento non avesse avuto campo. Solo se due sere prima la ragazza, in macchina con un amico, non fosse riuscita a scappare quando lui aveva provato a sfondare il finestrino. Solo se non avesse trovato rifugio alle forze dell’ordine. Solo se i carabinieri, quella sera, mentre i fari di lui si piantavano nello specchietto di lei… Solo se… I destini sono fatti di scelte, e di opportunità. Scegliere di denunciare è salvarsi la vita. Scegliere di accettare che le relazioni finiscono, che l’amore si trasforma, che non si può ottenere sempre quello che si vuole a discapito dell’altro è segno di maturità, di intelligenza, di salvezza.

Questo articolo è stato pubblicato oggi nella mia rubrica su Il Tirreno.