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La casa dei bambini

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Ci sono case popolate da bambini che non sono bambini. Una di queste è quella dove vivono Sandro, Nuto, Dino e Giuliano. Una casa che “era una nave, i pavimenti con le mattonelle scheggiate erano il ponte, le pareti le murate, le tende ingrigite le vele. Le finestre coi vetri graffiati e opachi, gli oblò dai quali guardare la neve” e dove “nessuno dei bambini possedeva niente di niente”. Una casa che si chiama orfanotrofio ed è luogo di protezione dal mondo, ma di uguale prigionia. Fuori dall’orfanotrofio infatti si combatte una guerra di cui i piccoli non devono sapere niente. Ma anche dentro le mura le cose non vanno meglio. E la fantasia inanella ricordi e pensieri, costruendo il paradigma della vita che fugge: i nostri si ritrovano adulti, costretti a fare i conti con fantasmi inquietanti e con quel posto da piccoli considerato infelice, che con gli anni si è tramutato nell’unico luogo gioioso. Nel rifugio di un’infanzia distrutta, eppure dolcissima.

La casa dei bambini (Fandango Libri, pp. 265), secondo romanzo del pistoiese Michele Cocchi, si apre alla riflessione – quantomeno adatta alla data odierna, giornata universale per i diritti dei bambini e delle bambine – e costringe il lettore a interrogarsi

sull’infanzia protetta e violata, sulla crescita, sui drammi che lasciano traumi inguaribili, e sul significato di diventare adulti privi di affetti e di modelli. I più piccoli sono i protagonisti assoluti di questo romanzo corale sospeso nel tempo, che si giova di una prosa incalzante e ha i confini della favola nera. Bimbi che vivono delle loro cicatrici e delle loro sofferenze, e si immergono nel futuro senza strumenti (culturali, affettivi, personali), come sempre oggi con maggiore frequenza accade. Ne esce fuori un ritratto disperato della vita, da cui emerge limpida la formazione di Cocchi, classe 1979, psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza che ci chiede cosa significhi essere bambini. A inizio Novecento. E, forse e piuttosto, oggi.

Oggi nella mia rubrica su “Il Tirreno”, Testi Tosti.

 

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Il neofascismo intorno a noi

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Michela Murgia non è solo una scrittrice di successo, e una conduttrice televisiva. Non è solo in giro per i teatri italiani con lo spettacolo sold out “Quasi Grazia” scritto da Marcello Fois, che racconta la storia di Grazia Deledda (“il teatro mi attrae solo per la misura di mettere in scena i miei testi, ma in questo caso salire sul palcoscenico aveva un senso profondo”). Ma è anche, forse soprattutto, un’attivista e un’intellettuale che si interroga sul tempo. Per questo giovedì 23 novembre sarà a Lucca, al Teatro San Girolamo, per l’incontro (ore 17:30) “Sempre fascismo è”, cui seguirà (alle 21) il monologo teatrale dell’attore Marco Brinzi “Autobiografia di un picchiatore fascista”.

Il tema del suo incontro è di straordinaria attualità. Soprattutto ora che il movimento dichiaramente fascista Casaggì, dopo aver vinto le elezioni studentesche a Prato e Pistoia, trionfa anche in provincia di Firenze. È forse un segnale?

In politica non esiste il vuoto: se c’è un varco, questo viene subito riempito. Da quando i soggetti politici strutturati sono assenti, nelle scuole e nella società, a prendere il loro posto sono forze alternative. Questi ragazzi molto spesso non sono fascisti, ma vengono strumentalizzati. Non hanno di fronte un’alternativa. Sono vittime della mancanza di contro-narrazioni. Il fascismo da storytelling diventa propaganda.

Diventa propaganda, e conquista consenso. Anche in Toscana.

Nella mia testa la Toscana è rossa, anche se la Lega qui ha preso molti voti. In questo caso però non si tratta di essere rossi, bianchi o neri. Il discorso è la predisposizione al populismo, che è la fase prima del fascismo. Il populismo agisce direttamente sull’umore e sui sentimenti delle persone. Se in una stanza hai venti persone, non potranno pensarla nello stesso modo. Il populismo però trova il modo di metterle d’accordo sfruttando il loro minimo comune denominatore che spesso parla alla pancia. Per questo nessuno è al sicuro.

Da cosa?

Dai meccanismi propri di questo fascismo dilagante. Dentro un vuoto di valori è possibile qualunque radicalizzazione. Il neofascismo per un italiano, l’ISIS per un ragazzo di etnia diversa.

Le ultime elezioni comunali a Lucca hanno rivelato il crescente consenso di CasaPound.

Lucca è un prodromo. La spia di una situazione che sta degenerando. Il problema però non è il fascismo, ma il fascismo nel momento in cui inizia ad organizzarsi. Per anni si è creduto che il fascismo fosse un’idea, invece è un metodo.

Un metodo che si deve imparare a interpretare. E lo racconterà proprio a Lucca mercoledì.

Non è stata una scelta casuale. L’indifferenza di tante persone mi fa pensare che in troppi abbiano perso le competenze civili necessarie per interpretare il presente. Ma se il fascismo tornasse, e sta tornando, come lo riconosceremmo?

Per questo lei ha stilato dieci fattori indicativi su cui riflettere.

Dieci marcatori in grado di evidenziare come il fascismo si manifesti anche in luoghi, e in momenti, inaspettati. La verticizzazione della figura del capo è uno degli elementi principali. Ma ha il suo rilievo anche la costruzione di un nemico che non è mai l’avversario politico, e non ha un nome specifico. Anzi viene riconosciuto in una categoria generica. E poi c’è la banalizzazione della complessità.

Che cosa significa?

Partendo dal fatto che il linguaggio dei politici strutturati è incomprensibile, e sembra voler allontanare le persone semplici, il populista parla come mangia o, almeno, si presenta così. In questo modo intercetta gli umori del popolo. Storicamente la semplificazione è necessaria, ma la banalizzazione è dannosissima perché tradisce la complessità, e la traduce in slogan. E così si arriva ai paradossi: siccome quello che dice Salvini si capisce, si pensa che sia il cuore delle cose. Ma Salvini non è un semplificatore, è un banalizzatore che a una domanda giusta, dà una risposta semplice ma sbagliata. Il suo atteggiamento è volontario, e si appropria di una categoria del linguaggio fascista. Ciascuna voce, dunque anche questa, se considerata in modo singolo non è fascismo. Ma quando uno comincia a contare cinque allarmi, qualche domanda dovrebbe cominciare a farsela.

In politica chi fa suonare più campanelli?

Il populismo è una strada facile. La complessità aiuta a costruire il consenso nel lungo periodo, ma è più facile agire su una paura istintiva per prendere il voto sul momento. Per un politico che non ha una visione da statista, non c’è niente altro di importante. Nelle sezioni storicamente si costruiscono i consensi della base. Bisognerebbe forse domandarsi per quale motivo Forza Italia non ne avesse bisogno.

Oggi qual è la cosa che la spaventa di più?

Siamo diventati un popolo di razzisti. Ma la cosa più spaventosa è la facilità con cui le persone cedono la responsabilità di se stessi a un altro. Questo spesso produce una rinuncia alla partecipazione politica e al coinvolgimento. Basta una sola generazione per perdere i valori democratici. La manutenzione della democrazia, soprattutto per un Paese dove questa è giovane come in Italia, è la cosa più complicata.

Ma chi dovrebbe farla questa manutenzione?

Le istituzioni nel senso civile. La scuola. Noi. La resistenza non si fa sui monti, ma comincia per le strade, nei teatri, nelle scuole, nelle case e nelle teste.

Oggi su “Il Tirreno”. 

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INTERVISTA ALLA MAMMA-MANAGER (QUASI PENTITA) DI UNA BABY MODELLA

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Conosco Claudia D. da diversi anni, dal mio primo Pitti Bimbo (la manifestazione più importante dedicata alla moda bimbo del nostro Paese, che vale per l’Italia 2,7 miliardi di euro). L’ho intervistata ampiamente nei mesi scorsi, e qualche giorno fa mi ha scritto per raccontarmi del suo presente: da qualche mese sua figlia è fuori dal circuito moda poiché ha superato la fatidica soglia del metro e trenta d’altezza richiesto per prendere parte alle sfilate e alle pubblicità. Claudia D., ha 36 anni e vive in Brianza, fino a poche settimane fa faceva la “mamma manager e passavo tutto il tempo da una parte all’altra di Milano: casting, prove, pubblicità e shooting fotografici. Poi, con cinque centimetri in più, tutto è andato: ormai siamo troppo grandi per questo mondo”.

E adesso?

Sono tornata a fare la casalinga.

Ti manca quel tran tran?

Sì. L’ho assaporato per parecchio tempo, e adesso il tempo è morto.

Perché morto? 

Perché non c’è più adrenalina. Quando sei sul set, ti senti protagonista. Tua figlia è bella, è richiesta e tutti ti fanno i complimenti, tutti ti vogliono: ti chiamano agenzie di moda, di pubblicità e poi c’è Pitti dove i bambini sfilano in passerella, i fotografi stanno in fondo e tutti sono su di giri. Il mondo della moda vissuto da protagonista diventa una droga.

Anche se la protagonista non sei tu, ma tua figlia?

Scusami ma che cambia? Alla fine chiamavano me.

Sei stata nel mondo della moda bimbo per parecchi anni. 

Per questo ti dico che mi mancherà per sempre. Ho anche pensato di fare un altro figlio, l’ho detto a mio marito e lui mi ha riso in faccia.

Qual è la cosa che ti piaceva di più?

Quando dopo un provino mi chiamavano per dire che avevano scelto noi.

La cosa che non sopportavi?

Le altre mamme. Alcune super arroganti e prepotenti. Altre aggressive come se in gioco ci fosse il futuro del mondo, o quantomeno dei propri figli. In questi anni ne ho visti di tutti i colori. Da mamme che tenevano le proprie figlie di cinque, sei anni a dieta ad altre che le portavano a fare la pulizia del viso a sette anni. Per non parlare di manicure, riflessanti ai capelli, sedute di palestra e massaggi.

E tu?

Io non ho mai fatto niente di tutto questo. Al massimo uno shampoo alla camomilla.

Domani è la giornata mondiale dei diritti dei bambini e delle bambine. Secondo te i bambini italiani che lavorano nel mondo della moda possono essere definiti lavoratori?

Ci pagano troppo poco perché sia lavoro. Trenta euro per un servizio fotografico, cento per una giornata sacrificata per una pubblicità. Se lo fai, lo fai perché ti piace. E perché ti senti bene, diventi protagonista.

Secondo te i bambini sui set subiscono delle violenze?

Niente di equiparabile a quello che accade ai minori sfruttati nei Paesi del terzo mondo, certo. Anche se siamo pagati zero, è sempre un lavoro: ci sono orari da rispettare, regole, obblighi.

Tu nei tuoi anni di lavoro, ti sei mai sentita obbligata a fare un lavoro anche se non volevi?

Più di una volta.

E perché non ti sei tirata indietro?

Perché se sei fuori una volta, sei fuori sempre. Nessuno te lo dice, ma è così.

Pare una sorta di ricatto permanente.

Si. Ed è molto silenzioso.

Puoi farmi un esempio di quanto ti è accaduto?

Una volta mia figlia aveva la febbre alta, ma doveva fare delle foto. Chiamai il fotografo e lui mi disse di non preoccuparmi: le avrebbero messo più trucco.

Il servizio fotografico come andò?

Per lei fu un incubo. E anche per me.

Non pensasti che forse era il caso di non proseguire?

Per un attimo sì. Poi vidi le foto, e cambiai idea. Le ho ancora in salotto. Le guardo e ogni volta penso che sono bellissime.

Questa intervista è stata pubblicata su Gli Stati Generali

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Nasci Cresci Posta

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Adele ha quindici anni e crede che “un like può cambiarti la vita”. In Austria c’è una ragazza che ha fatto causa ai genitori perché non volevano rimuovere le foto postate sui social newtork che la ritraevano come protagonista (e di cui non sapeva niente). Ogni giorno facebook rimuove 20mila account di bambini che non avrebbero diritto di iscriversi al social network poiché non ancora tredicenni (il limite minimo imposto dal Children’s Online Privacy Protection Act del 1998), e migliaia di bambini mentono sulla loro identità pur di crearsi un account. Nel corso di un anno i genitori postano 200 scatti dei loro propri bambini sui social (prassi battezzata come sharenting).

In questa mole di informazioni – che delineano un inquietante profilo dei tempi che stiamo vivendo – trova spazio il libro del giornalista Simone Cosimi e dello psicoterapeuta Alberto Rossetti: “Nasci, Cresci e Posta” (Città Nuova, pp. 110) che si snoda attraverso il mondo sul web fatto di violazione della privacy, manipolazioni, incapacità di gestire le informazioni, ma anche cyberbullismo, hate speech, sexting.

Si tratta di un agile saggio che pone interrogativi cui è ormai obbligatorio confrontarsi: come impedire ai bambini un approccio con i social? Come tutelare i minori e monitorare la doppia vita che molti adolescenti portano avanti (quella reale e quella che si costruiscono con chirurgica abilità attraverso i social per apparire come vorrebbero essere)? Come illustrare ai ragazzi nativi digitali che le azioni promosse online (dunque anche offese, giochi, corteggiamento, tutela della propria privacy) hanno delle conseguenze nella quotidianità?

Al centro di tutto resta l’esplicito e misterioso rapporto con i social network, che coinvolge con medesime incognite adulti e bambini. Cosimi e Rossetti restituiscono con abilità un mondo popolato da genitori che ossessivamente controllano gli spostamenti dei figli con la geolocalizzazione, ne monitorano la vita attraverso i profili social, ne spiano la quotidianità grazie ad applicazioni. Ne esce fuori un ritratto impietoso della società contemporanea, cui forse avrebbe giovato una presa di posizione meno moralista.

 

Nasci, cresci e posta

Simone Cosimi, Alberto Rossetti

Città Nuova, pp.110, € 15

 

Questa recensione è uscita ieri, come ogni lunedì, sulla mia rubrica su Il Tirreno.

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Scrittori? Autopromuovetevi!

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La notte dell’uscita del mio primo libro, esattamente dieci anni fa, la passai guardando il soffitto. Ero convinta che con l’arrivo della mezzanotte – quando, grazie alla mia mirabolante fantasia, scorgevo il trasportatore arrivare, un po’ come Babbo Natale, davanti le librerie di tutta Italia per scaricare migliaia di cartoni contenenti Adesso Tienimi – tutto sarebbe cambiato.

Tutto cosa? Questo, a dire la verità, non lo sapevo. Ma immaginavo la televisione, immaginavo le pubblicità, immaginavo la gente che ti ferma per strada e, sgranando gli occhi, ammiratissima, domanda: “Ma tu, sei tu?”. Chi fosse “tu” non era dato saperlo perché già allora intuivo che il mio destino sarebbe stato avvolto nel vago (e, per inciso, l’unica volta che sono stata riconosciuta è capitato in un negozio di biancheria intima, a Taranto, mentre stavo facendo acquisti con mia nonna).

Ero malata di egocentrismo (ma, come tutti gli scrittori, devo esserlo ancora), ed ero anche molto timida e insicura (meno di adesso, comunque, perché ad alcuni gli anni regalano ansie inaspettate), immersa in incoerenti pensieri e ambizioni, piena di belle speranze nei confronti dell’editoria, che mi sembrava un regno zeppo di cose meravigliose, nel quale gli editori non valutavano per l’apparenza ma per l’essenza (dopo, e da piccola editrice indipendente di Atlantide, avrei scoperto quanto in realtà il cinismo sia alla base di ogni piano editoriale).

Pensavo che solo la parola contasse, come era accaduto per gli scrittori capaci di costruire il mio mondo: Luis Sepúlveda che mi aveva incantato con il suo killer sentimentale a tredici anni, ma anche Gabriel García Márquez e Lev Tolstoj che erano arrivati l’anno dopo, Albert Camus e Marguerite Duras che avevano colonizzato la mia adolescenza. Mi sembrava impossibile che gli editori – cui guardavo come a una cosa informe, una massa unica, un blob gelatinoso – stessero per accogliere anche me, traducendo i miei pensieri in un libro (un libro!).

Da quella notte in bianco, ho passato molte altre notti in bianco: ho infatti pubblicato altri cinque libri, cambiato diverse case editrici (Fazi, Rizzoli, Sperling&Kupfer, Giunti e infine Fandango), creato un profilo facebook, uno twitter (prontamente chiuso), uno instragram. Ho scoperto che più importante di scrivere qualcosa di buono è però la comunicabilità della cosa stessa.

Una volta mi sentii dire (anche se temo fosse una bugia, giusto per annullare le mie certezze): “Sì, la storia è bella, ma troppo complicata. Come la comunichiamo ai giornalisti che non capiscono mai niente?”. Attraverso un’unica frase imparai che i giornalisti, almeno secondo gli uffici stampa, nella maggior parte dei casi non capiscono niente (per usare un eufemismo), che per gli editori è molto importante la visibilità dell’autore sui social network e sui giornali, se questo va in televisione, se “ti sai vendere”. E che altrettanto importante è il faccino che mostri, il modo in cui parli, come ti vesti. La parola, neanche a dirlo, è ormai andata in secondo piano. Eppure la parola – non dimentichiamocelo: stiamo parlando di libri, non di bagnoschiuma o di love story scritte a tavolino e ambientate su isole deserte – dovrebbe essere tutto.

E la parola, in questi tempi che ci costringono a diventare altro (e che dovrebbero invece obbligarci ad esercitare tutta la nostra capacità di resistenza: resistenza alle imposizioni della cultura del visivo e del successo, agli obblighi e alle speranze commerciali altrui) avrebbe bisogno di tornare a essere tutto. Dunque godiamoci insieme questa Festa dei Lettori, festival diffuso in tutta Italia che in Puglia vive grazie a quel patrimonio inestimabile che sono i Presidi del Libro. Godiamoci i suoi sconfinamenti (tema dell’edizione), e proviamo – noi scrittori, noi lettori – ad andare oltre lo schermo. Del tablet, dello smartphone, e anche del televisore.

Oggi, su Repubblica Bari. 

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Quel grande saggio (inconsapevole) di Andrea Bocconi

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Andrea Bocconi è uno scrittore, uno psicoterapeuta e un grande saggio. Un saggio come quelli dei fumetti o, meglio, dei romanzi di viaggio. In tutti i romanzi di viaggio c’è sempre un momento in cui il personaggio dopo mille difficoltà, salite molto faticose, camminate sotto il sole cocente, incontri con malviventi e con donne bellissime che provano a suggerire strade lastricate di buone intenzioni (quelle che portano all’inferno), incontra un grande saggio. Solitamente questo grande saggio è vestito di arancione, ha i capelli bianchi, la lunga barba e lo sguardo sornione. Andrea Bocconi non veste quasi mai di arancione, ma ha i capelli bianchi, la lunga barba e lo sguardo sornione. E per questo sarebbe il perfetto grande saggio che tutti noi vorremmo incontrare almeno una volta nella vita o, più iconicamente, il perfetto grande saggio per la maggior parte dei libri di viaggio pubblicati da sempre. Eppure, e purtroppo, Bocconi non si è ancora arreso al destino che il futuro gli riserva e per adesso si dedica a fare lo scrittore, lo psicoterapeuta e lo schermidore.

La scherma è una passione che si porta dietro da quasi mezzo secolo, e sarà la protagonista del suo nuovo romanzo per racconti che l’anno prossimo uscirà per un grande editore (un libro bellissimo, che ho avuto la possibilità di leggere in anteprima e che mi ha fatto rimpiangere la mia totale abnegazione per lo sport); la scherma è anche la sua gioia: “Sì – mi dice, con una voce che scandisce piano le parole, fa risuonare le vocali senza inflessioni e si crogiola nella lentezza – è una grande passione”. Non si può dire che sia logorroico. E la scherma è anche fonte di successi, raggiunti tutti con la maturità. Nel 2015 Bocconi – lo schermidore più longevo della Puliti Lucca, che secondo voci non confermate viene chiamato al Palazzetto dell’Annunziata dove si allena il professore – ha gareggiato a Pistoia nel campionato nazionale master categoria 3, quello riservato agli over 60, classificandosi terzo (sconfitto però con classe dal campione europeo, il livornese Paroli); negli anni ha vinto due volte i campionati europei a squadre, e ha portato a casa altri due bronzi nell’individuale.

“L’anno prossimo vado ai Campionati Europei over 60 che si terranno a Chiavari” mi spiega e in controluce intravedo una straordinaria, oserei dire sorprendente, grinta (debitamente domata secondo la moderazione lucchese). La stessa grinta sotterranea che deve essere venuta fuori quando ha inconsciamente (e auguriamoci temporaneamente) abdicato al ruolo di grande saggio per inseguire una vita girovaga, che anche adesso è fatta di Lucca, di Arezzo, e di soprattutto di mondo.

Descrivere Andrea Bocconi è un esercizio complesso, perché ha avuto una discreta sequenza di vite, che fra loro si incastrano, si rimpiazzano, si potenziano: la laurea in legge da giovanissimo, il lavoro in carcere con i detenuti, la passione per la psicologia, l’incontro con Roberto Assagioli, la scoperta della psicosintesi, la scrittura, quell’andatura pacata che è un passo flemmatico, quasi molleggiato, e lo sguardo che sembra una lama, una lama silenziosa che si infila nel ricordo di Tiziano Terzani e di Fosco Maraini, maestri di una vita, e grandi saggi. Bocconi ha un aneddoto per tutto. Gli parli di India e ti racconta di quella volta che ha passato un mese a insegnare in un posto sperduto, di cui naturalmente si ricorda il nome che è impronunciabile, e poi ti incanta con la prima volta in cui ci andò, negli anni Settanta, per tornarci da allora almeno una volta l’anno. Gli dici Indonesia e ti menziona le maschere – che affollano la sua graziosa casa sui Fossi, “la comprai anni fa, non la venderò mai”, con un giardino che pare un piccolo angolo disordinato di paradiso – e dei tramonti di Ubud. Ti scappa la parola Nicaragua e ricorda di una grande casa dove vivono decine di ragazzi di strada, che cercano una speranza negli altri, e che gli hanno fatto compagnia per straordinarie settimane. E potresti andare avanti per ore, tra frammenti di vita e citazioni di libri. I libri che insieme a delle gloriose tende balinesi, sublimazione dell’arredamento orientaleggiante che si declina adesso nella specchiera del bagno ora nel copridivano, affollano sfrenatamente la casa, e sono volumi di psicologia, di grandi scrittori, di viaggio, di scoperta. Bisognerebbe fare uno studio sulla casa di Andrea Bocconi, eppure nessuno ci ha ancora pensato. Ma in molti leggono i suoi libri – che forse è un po’ come entrare in questo ventre, in questa caverna dove mi accoglie con un maglione blu, quando invece avrei preferito un più prosaico completo di shantung arancione –, libri ibridi che raccontano di viaggio, ma soprattutto di altro. Se il successo è arrivato con Viaggiare e non partire (Guanda, 2002), non vanno dimenticati il romanzo Il Monaco di vetro pubblicato da JacaBook, e la raccolta di racconti – alcuni dei quali bellissimi, come quello che dà il nome all’antologia – La tartaruga di Gaugin (Guanda, 2005). C’è poi un fil-rouge sotterraneo in tutti i volumi (editi sempre da Guanda). Si tratta dell’esplorazione in modi non convenzionali: quello in compagnia del proprio nucleo famigliare che per Bocconi è formato dalla moglie Francesca e dai due figli (India Formato Famiglia, 2011), quello destinato all’esplorazione a piedi (Di buon passo, 2007) o sul dorso di un asino (Viaggio con l’asino, 2009). Sono abbastanza per riempire un intero scaffale della libreria di un appassionato. E sarà una gioia sapere per i fedelissimi che da metà giugno Bocconi tornerà in libreria. “Il merito è di Raccontare il Viaggio, scritto con Guido Bosticco e con una serie di interventi degli altri docenti della Scuola del Viaggio, di cui sono responsabile del laboratorio di scrittura. Si tratta di un libro utile per i blogger o per chi tiene un diario o vuole scrivere un reportage. Consigli pratici, esempi, racconti che nascono dall’esperienza”. Gli chiedo che cosa è il viaggio per lui, che il mondo lo ha attraversato con il passo dello scrittore e dello sportivo, con lo sguardo dello psicoterapeuta e con l’ambizione (ancora inconsapevole) di diventare un grande saggio. Bocconi infossa un poco il collo, come sempre fa quando sta ragionando, quando modella la risposta più scontata, più impulsiva, per trarne fuori una coincidenza con il suo pensiero. “Il viaggio, quello vero, spazza la continuità spazio-temporale della nostra vita, ci mette in un tempo sospeso in cui tutto appare nuovo, noi compresi” mi dice, e non serve aggiungere altro.

Questo articolo è stato pubblicato oggi su Il Tirreno, nella mia rubrica di ritratti – A proposito di Lucca.

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Lucca, 1 – Remo Santini

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Remo Santini ha una divisa. Camicia azzurra, giacca blu scura con i primi due bottoni slacciati, pantaloni sportivi. Mentre mi parla, le sue mani non stanno mai ferme: le dita dalle unghia corte si infilano adesso fra i capelli scuri e lisci, adesso si appoggiano sul tavolo, ora sfogliano l’aria, dunque tornano a sfiorare il viso allungato, con delle rughe sottili intorno agli occhi. Mi racconta, dietro la sua scrivania, circondato da manifesti che lo ritraggono sorridente, di una profezia: “Una volta la professoressa Mannelli mi mandò con degli altri compagni a fare un sopralluogo nelle corti rurali della piana. Avevamo il compito di realizzare un reportage fotografico sulle bellezze architettoniche, tornammo con una relazione sui problemi delle corti. E lei mi disse: potresti fare il giornalista, o il politico”. Pare la scena di un film, ma è la realtà. “La campagna è nel mio DNA, anche se sono nato negli Stati Uniti e lì ho vissuto per i primi due anni della mia vita. Quando i miei tornarono in Italia da Chicago, dove erano emigrati per fuggire dalla povertà del Dopoguerra, ho vissuto la sofferenza e il desiderio di dovermi riscattare. Ero un bambino timido, passavamo da un paese all’altro, le amicizie erano quelle dei vicini di casa, i valori semplici e non ambiziosi. Eppure ambizioso lo sono diventato. Il merito è di nonna Lina, che era rimasta negli USA con gli altri miei parenti, e quando tornava durante il Settembre Lucchese per rivivere le atmosfere, le emozioni, rivedere gli amici, mi portava in giro per l’Italia. Da Venezia a Roma con lei ho scoperto le cose del mondo. È stata lei a insegnarmi l’amore per le tradizioni, e a farmi capire che nella vita bisogna fare qualcosa di importante, che bisogna scommettere anche quando gli altri ti dicono: ma cosa stai facendo? Che ti metti a fare?”. Ed è in momenti come questi, come sosteneva lo scrittore Sergio Atzeni, in cui si vive in bilico fra l’idea che gli altri hanno di noi e quello che noi vorremmo essere, che si rivela il futuro. “La prima volta mi capitò a diciassette anni. Tornai a casa e annunciai ai miei genitori che volevo fare il giornalista. Per loro, da sempre molto concreti, era un sogno irrealizzabile, ma io non mi arresi”.

Così escono nel 1984 i primi articoli sulla Nazione (“scrivevo di calcio, sport di cui non sapevo niente”), poi Santini finisce le magistrali e decide di non iscriversi all’Università. “Mi buttai sul giornalismo. La lucchesità era già un mio tema, e così mi dedicai a fare interviste sul territorio”. È l’inizio: nel 1987 Santini viene assunto part time, nel 1989 il contratto diventa a tempo pieno, e nel 1991 diviene giornalista professionista. Nel 1993 nella piccola chiesa di San Colombano si sposa con Luisella (“io l’avevo notata, ma lei non mi calcolava e così quando una nostra amica in comune ci ha fatto incontrare…”). Nascono Elisa che ha 21 anni, fa il servizio civile alla Misericordia ed è iscritta all’Università, e Alessandro, studente all’Istituto Tecnico Commerciale F. Carrara. “Ai miei figli – spiega – insegno a crederci sempre. Se hai spirito di abnegazione, arrivi”. Oltre al riscatto, personale e sociale, Santini ha caro il già citato tema della lucchesità, cui ha dedicato anche tre libri pubblicati da Maria Pacini Fazzi. “La lucchesità oggi – racconta – è credere che l’identità e le radici non siano provincialismo, ma la forza motrice per costruire il futuro, e forgiare la ricchezza economica di un territorio. La mia lucchesità è 2.0. Non riguarda solo il centro storico, ma si apre anche ai territori della provincia attraverso valori reali: la solidarietà, l’attaccamento alle tradizioni e alla famiglia, intesa come affetti e come culla in cui ti rifugi”. Un’immagine che calza alla topografia della città: ventre materno, ventre matrigno. “Io – continua Santini – sono grato a Lucca perché, in un posto che è sempre stato governato da pochi, sono riuscito a farmi strada, a diventare capo della cronaca di un giornale importante, e presidente del Rotary con il quale ho promosso un’apertura alla città. Non nascondo di aver attraversato negli anni diverse crisi, come quando nel 1982 volevo lasciare le superiori. A farmi cambiare idea fu un viaggio dai parenti a Chicago, dove rimasi quattro mesi. Facevo il cameriere da Bimbo’s, il ristorante di mio zio Narciso. Lui era partito da Lucca con le valigie di cartone, aveva lavorato con mio padre in un’azienda di salumi ed era riuscito a farsi da sé. Forse anche grazie a quella situazione ho scoperto che cosa sia il senso di riuscita. Che cosa voglia dire avere delle ambizioni”. Tante esperienze, un punto di riferimento in Indro Montanelli e in Arrigo Benedetti (“che orgoglio ricevere nel 2013 il premio a lui intitolato”), letture con Lucca protagonista, una passione per i romanzi di Garcia Marquez ed Hesse. “Ho riletto Siddharta prima di scegliere di candidarmi. Il suo è un percorso che racconta come, dalle ferite che si sono sopportate, si possa arrivare a rinascere. All’inizio ero combattuto, sapevo che con la politica mi lasciavo alle spalle la mia professione, eppure ero consapevole di aver dato tutto a Lucca dal punto di vista giornalistico. Poi sa che ho pensato?”. Scuoto la testa. “Al mio cantante preferito, Renato Zero. E a quando dice: tu, spettatore vuoi davvero che io viva il sogno che non osi vivere te?”.

Questa intervista è uscita oggi su Il Tirreno, nella mia rubrica “Ritratti D’Autore / A proposito di Lucca”.