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MONDO PITTI, DOVE NASCE L’IMMAGINARIO COLLETTIVO DELLA BELLEZZA INFANTILE

gli stati

 

Stiamo accalcate le une sulle altre. Strette fra la balaustra e il muro. Respiriamo il fiato e gli umori della sconosciuta che ci fa da seconda pelle. Restiamo immobili, i faretti traballanti intorno ai piedi. Sotto di noi, la platea è una collezione di tavolini tondi dai colori pastello sopra cui sono sistemati dei vasetti con popcorn e marshmallow.

“Attenzione, non vi muovete che, se scoppia un incendio, ci rimaniamo secche”. Le parole della donna accanto a me risuonano come un presagio. Intorno le altre madri sbuffano, agitano fogli piegati a ventaglio, si lamentano al cellulare. “Condizioni così disumane non me le sarei mai immaginate” mormora una, “sembriamo carne da macello, eppure siamo noi che diamo loro la materia prima” chiosa l’altra.

Siamo nella piccionaia della piccionaia del Teatro Odeon, pieno centro di Firenze. È la sfilata de Il Gufo, uno degli eventi più importanti di Pitti Bimbo, la manifestazione dedicata alla moda bambino più autorevole e famosa del mondo. Restiamo ammassate in uno spazio cui è vietata, come ci spiegherà terrorizzato un tecnico della struttura, la presenza di così tante persone. “Questo è il posto degli addetti luci” si è giustificato poco fa l’uomo, imbarazzato, provando a suggerire di andare via. Eppure, non ci ha potuto cacciare: i genitori si sono infuriati, e non ci sono altri spazi per ospitare le mamme dei bambini che fra poco sfileranno.

È quasi sera. La sfilata è in ritardo di venti minuti, gli ospiti – i buyer internazionali, i negozianti e i giornalisti per cui tutto questo è stato allestito – ancora non sono arrivati. I bambini sono sul set dalle sette di questa mattina, e da due giorni vivono qui dentro: prima hanno fatto i fitting degli abiti, dunque estenuanti prove per imparare la coreografia che fra poco andrà in scena. Oggi ai genitori è stato concesso di vederli per pochi minuti. I malumori sono esplosi nel primo pomeriggio, quando dei bimbi hanno raccontato di non aver ricevuto né la merenda né dell’acqua. “Cosa vuol dire che non hanno ricevuto l’acqua?” ho chiesto a Elena Meazza, fondatrice insieme a Laura Antonioli dell’agenzia milanese per baby modelle e baby modelli Piccolissimo Me. “Vuol dire – mi ha risposto lei – che non gli hanno dato neanche una bottiglietta d’acqua. Letteralmente”.

Questa non è una pratica nuova al mondo bimbo. Molto spesso – e sono decine le bambine e le madri che me lo hanno confessato – sui set non viene concesso di bere per evitare di bagnare inavvertitamente i vestiti o di rovinare il trucco, e soprattutto per limitare al minimo le richieste di andare in bagno. Si tratta di un codice di comportamento frequente, condiviso con il mondo adulto dove le pause sui set sono ridotte al minimo per contenere le distrazioni e gli errori.

“Queste pratiche – mi ha confidato una mamma con un passato da modella – sono sostenute anche nell’ambiente dei grandi, ma questo non mi interessa, perché per quanto riguarda il bambino le considero allucinanti. Già perdo la testa quando vedo mia figlia costretta a cinque, sei ore di lavoro senza pause, o quando per giorni di lavoro ci pagano una miseria, ma i diritti basilari vanno rispettati! Anche un paio di mesi fa la piccola è tornata a casa da un photoshooting della collezione di un noto brand italiano e mi ha detto che le era stato vietato di bere. Sono andata su tutte le furie. Ne ho parlato con l’agenzia e la risposta mi ha gelato: le cose vanno così, o sei dentro o sei fuori. Passerò da rompiscatole? La bimba lavorerà meno? Non importa. Non ci ho pensato due volte e ho cambiato: di agenzie ce ne sono poche, questo è un mondo piccolo dove tutti sanno tutto di tutti, ma non potevo restare con chi ci aveva trattato così”.

Effettivamente, quello del mondo bimbo in Italia è un universo piccolo che passa attraverso una manciata di società. A gestirle sono prevalentemente donne che hanno trascorsi nella moda e si muovono fra casting, selezioni, e sfilate quasi fosse casa loro. Intorno a queste agenzie – che costruiscono il supporto fisico per le sfilate e le pubblicità, gli spot televisivi e i redazionali delle riviste patinate – trova consistenza la moda bimbo, che da sola ha un giro d’affari pari a 2,7 miliardi di euro. E Pitti con le sue oltre 500 collezioni, di cui quasi la metà proveniente dall’estero, e con i circa 7000 compratori italiani ed esteri che ne affollano le corsie, si configura come l’appuntamento più importante del mondo. Il cuore pulsante della moda bimbo per sei giorni l’anno: tre giorni a gennaio, tre giorni a giugno. Fra gli stand e le passerelle, fra i riservati cocktail e le esclusive presentazioni, nasce l’immaginario collettivo che a pioggia ricadrà nelle pagine di pubblicità e nei redazionali, negli spot televisivi e nei video virali. Fra una bottiglietta d’acqua negata e una passata di mascara prende forma la bambina secondo i parametri moderni: quelli della bellezza. Quelli dell’apparenza.

Questo estratto è un’anticipazione di Bellissime della scrittrice e giornalista Flavia Piccinni. Il libro esce oggi per Fandango Libri.

Dai centri commerciali del napoletano alle periferie toscane, passando per la riviera romagnola e l’hinterland milanese, da sfilate di baby modelle a concorsi di bellezza per under 10, Flavia Piccinni racconta di un mondo poco indagato, da cui nasce e si sviluppa l’immaginario collettivo relativo alla bellezza infantile, che a macchia si diffonde dal nostro Paese in tutto il mondo.

Questo estratto è stato pubblicato su Gli Stati Generali

In edicola, In libreria, Moda e Stile, Pagina99, Tutto, Tutto, niente

Fashion in flight

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Nel 1961 Barbie diventò assistente di volo. Aveva una graziosa divisa celeste con gonna scampanata al ginocchio, giacca adente, candida camicetta bianca a mezze maniche, leziose scarpine dal tacco nero in tinta con una borsa a cartella, cappellino e guanti avorio. Sorrideva in quel modo sgradevole cui siamo abituati, e aveva i capelli biondi a caschetto. Era una dipendente della compagnia statunitense, l’American Airlines, anche se nel 1966 (forse per mobilità) avrebbe indossato la divisa di Pan Am (abito blu scuro e capelli neri tragicamente cotonati) e solo nel 1973 sarebbe ritornata definitivamente alla casa madre. La Barbie Stewardess, che poi sarebbe diventata flight attendant, era il terzo esempio in casa Mattel di una bambola lavoratrice. Prima, Barbie era stata solo ballerina e infermiera. Improvvisamente grazie a lei l’immaginario delle bambine occidentali si ampliava, includendo un sottinteso significativo: le ambizioni delle loro madri. Nonostante gli incidenti aerei – come quello in cui morì a 22 anni Nelly Diener, la prima air hostess europea -, un posto da assistente di volo era ambitissimo. Considerate come l’emblema (truccato dal sessismo imperante) del successo femminile, apparivano giovani, bellissime, filiformi, vincenti e cosmopolite. L’interesse nei loro confronti era esploso fin dall’esordio, tanto che quando nel 1930 la Transcontinentale and Western Airlines aveva pubblicato un annuncio per 43 assunzioni, si erano presentate in duemila. I canoni di selezione erano molto rigidi, e basati esclusivamente su parametri estetici. Le candidate dovevano essere magre, alte, giovani, single ma non vedove, senza figli e con vista perfetta.

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Non è poi cambiato molto. In Cina le assistenti di volo sono reclutate da agenzie di modelle fra le giovani studentesse con “voce dolce, e alcuna vergogna a esporre parti di pelle” e la compagnia Emirates Airlines, come ha riportato il New York Post, obbliga le sue dipendenti a rispettare rigidamente numerosi canoni estetici, fornendo indicazioni sul trucco e obbligando le dipendenti a non ingrassare (chi sgarra viene spedito in palestra e presso un centro di nutrizione). Forse è anche per questo che le hostess di Emirate sono considerate le più belle, almeno secondo lo Scott Schuman delle cabin crew: Jay, americano a Dubai, che ha abdicato al lavoro da giornalista per diventare assistente di prima classe , ma soprattutto blogger e instagrammer con lo pseudonimo di Fly Guy. A confermarlo è stata anche la competizione proposta dal sito di viaggio Trippy. Per rispondere a una domanda che assilla il mondo intero – Quale sono le hostess più calde (hottest)? – Trippy con l’ausilio di un software ha creato un volto-tipo per ogni compagnia con la fusione di numerosi scatti fatti al personale. Emirates Airlines ha trionfato con un rating di 7.17, all’ultimo posto Frontier Airlines con 5.48. Alitalia non classificata. E dire che la nostra compagnia di bandiera è ormai alla ricerca, nel momento di crisi totale che attraversa, di una sublimazione nella moda: a dicembre, nel corso dell’Alitalia Day, ha presentato in una sfilata le nuove divise firmate da Ettore Bilotta. Le uniformi che arrivano dopo 25 anni di medesimo look – firmato da Mondrian nel 1998 e prodotto dal gruppo Nadini di Vignola al costo complessivo di 9 miliardi di lire – hanno numerosi riferimenti al passato: l’eleganza delle forme, l’uso del rosso per il personale in volo (grigio antracite per gli uomini), e del verde per chi resta a terra (e anche dei criticatissimi collant). Barbie, che nel 2011 aveva celebrato Alitalia, presentando le quindici divise ufficiali delle hostess disegnate dai più celebri stilisti del mondo, dovrà aggiornare la collezione. A ricordare per sempre l’eleganza delle assistenti di volo nostrane resteranno il tailleur elegantissimo delle Sorelle Fontana (1950), il completo lineare di Delia Biagiotti (1960), la minigonna con spolverino verde firmato da Mila Schön (1969 e 1972), le gonne e camicette bianche dalle spalle squadrate di Renato Balestra (1986) e il doppiopetto grigio creato da Giorgio Armani (1991).

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Puro lusso in confronto a ciò a cui sono state costrette le americane. Alla loro nascita, negli anni Trenta, indossavano tailleur dai toni pallidi, gonne al ginocchio e capelli ondulati nascosti sotto graziose cloche; dovevano suggerire il lusso e l’eleganza del jet-set, annullando ogni sentore della vigente depressione economica. Con gli anni Quaranta l’uniforme si fece più scura, comparì il rossetto rosso e i capelli vennero legati: l’ispirazione arrivava da Hollywood, e le hostess dovevano imitarne il look per avvenenza e classe. Negli anni Cinquanta Pan Am ebbe l’intuizione di sfruttare l’allure delle assistenti di volo per trasformarne il look in qualcosa di iconico. Nacque così la storica divisa blu aderente, la camicia bianca, il cappellino vezzoso portato sui capelli acconciati con cura (poi ripresa da Barbie). Negli anni Sessanta arrivò anche ad alta quota la moda. I biglietti più economici permettevano a un crescente numero di persone di utilizzare gli aerei, e così la libertà dello stile venne declinata in USA con osceni stivali bianchi al ginocchio, calze arancioni, mini abiti rossi e gialli con cappellino e cappa rossi. Negli anni Settanta si fece largo la bombetta, la gonna sopra il ginocchio, il gilet e la camicia colorata, mentre gli anni Ottanta furono il momento di trucco abbondante, vestiti colorati e blazer. I maxi spallini e le giacche over size segnarono gli anni Novanta, in accoppiata a calze trasparenti e mezzo tacco. Era l’ultimo grido di stile prima degli anni Duemila, quando la definitiva affermazione delle compagnie low cost ha suggerito look più dinamici, ma soprattutto economici. Tanto che le hostess di American Airlines hanno recentemente rifiutato di indossare le nuove divise a causa dei problemi dermatologici che le stoffe (scadenti) avevano dato a 1600 dipendenti. Il caso di Zac Posen, messo a lavoro per modernizzare gli abiti del personale di Delta Airlines (anche questi rossi), resta isolato e sono lontani i tempi del fashion in flight, che è diventato una mostra omonima all’Aviation Museum di San Francisco (fino al 10 settembre).

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Se la moda è sempre di più qualcosa di collaterale alle hostess, il volo si appropria di interesse. Nel marzo 2016 Finnair ha ospitato una sfilata all’aeroporto di Helsinki, United Airlines ha lanciato una campagna social in collaborazione con Banana Republic, Lufthansa ha organizzato un fashion show su un boeing Francoforte/NY per lo stilista Rubin Singer: la prima sfilata a 30mila piedi d’altezza. Etihad Airways – che ha quote di minoranza anche in Alitalia, Jet Airways, airberlin – ha fatto ancora di più: arrivando a diventare partner delle Fashion Week internazionali, e presentandosi come sponsor ufficiale a 17 eventi annuali in tutto il mondo, da NY a Londra, da Milano a Mumbai. Ne è nato Runway to Runway, un nuovo member club che offre benefici alla comunità fashion internazionale. L’idea alla base è decisamente semplice: incanalare i globetrotter, e sfruttare il mondo della moda nel suo lato glamour, ma anche nella sua capacità di produrre desiderio attraverso la continua connessione globale. Alle hostess, fra uno sciopero e un atterraggio, non resta che il ricordo di un andato, mondo dorato.

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Questo articolo è stato pubblicato ieri su Pagina99, e lo trovate in edicola per tutta la settimana.

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Marcellina Tassone, la prima vittima di ‘ndrangheta bambina

Marcellina Tassone è stata la prima vittima di ‘ndrangheta bambina. E’ stata ammazzata il 23 febbraio 1989 a Laureana di Borrello, freddata insieme al fratello Alfonso. Innocente vittima della faida fra le famiglie Cutellé e Cindamo, che a Laureana – piccolo paese in provincia di Reggio Calabria, a una manciata di chilometri da Rosarno – ha mietuto negli anni Ottanta oltre trenta vite. Marcella è stata completamente dimenticata. Inghiottita nella memoria di un Paese senza memoria. La sua storia è fra i Racconti di Mafiail nuovo numero di Narcomafie che, come ha scritto il curatore Piero Ferrante, vuole “fornire un’alternativa al modo di raccontare le cose” e lo fa mettendo insieme quindici scrittori, e quindici fumettisti. L’acquerello di Marcellina è firmato dall’artista Maria Accordino.

Me la sogno tutte le notti. Ha i capelli lunghi fino alle spalle, due ciuffi tirati in dietro, poco sopra le orecchie. I capelli neri e arruffati. Le sopracciglia folte. Porta una tunica gialla che sembra di seta. Sorride con le mani incrociate davanti. Io sono lì, davanti a lei. Ho addosso il vestito del funerale di nonno, quando tutti piangevano e nella chiesa del Carmine c’erano gerbere e crisantemi.

Mi guardo intorno. Siamo in una stanza buia. Un riflettore la illumina dall’alto. Ha gli occhi chiusi, e sta singhiozzando. Comincio ad accarezzarle le guance, le dico di calmarsi, ma lei pare altrove. All’improvviso la luce si spegne. Nel buio, l’unico rumore è quello del suo respiro. La rassicuro, ma lei continua ad ansimare, ha un fiato caldo che sa di miele e d’estate. Le sfioro il polso, lo tiro a me, poi una luce si accende, quindi un’altra, e un’altra ancora. Lei sorride, e finalmente la riconosco come l’ho vista nelle fotografie: bellissima, e bambina.

“Come stai?” chiedo. Lei alza lo sguardo. Avverto il suo alito: è l’odore delle pineta in agosto, quando la resina si squaglia e la salsedine la cuoce. Mi avvicino ancora un poco, un poco di più. Non faccio in tempo a parlare che lei mi ha afferrato il braccio, lo stringe. Urlo, ma la mia voce non ha suono. Poi Marcellina spalanca gli occhi. Piange. Le sue lacrime mi cadono addosso come pioggia e mi sporcano di sangue.

Faccio questo sogno da anni. Almeno una volta al mese. Da quando ho letto la storia di Marcellina per la prima volta, non l’ho più dimenticata. Era notte. La lampada grigia sulla scrivania era l’unica luce di tutto il palazzo, e io stavo in silenzio da ore, nel mio studio, circondata da decine di documenti: scandivano tutti la lunga scia di sangue, culminata nella strage di Duisburg, che aveva segnato gli ultimi due decenni a San Luca. Poi, sfogliando alla pagina sbagliata un’edizione de La Stampa del 1989, avevo trovato un trafiletto.

Uccisi da killer giovane e sorella (10 anni)

REGGIO CALABRIA – A Laureana di Borrello alcuni killer hanno ucciso ieri sera in un agguato un pregiudicato di 20 anni, Alfonso Tassone. Nella sparatoria è rimasta uccisa anche la sorella del pregiudicato Maria Carmela, di 10 anni. Nessuna traccia dei sicari, nessun testimone. Il doppio delitto è stato segnalato da una telefonata anonima ai carabinieri del luogo. (Agi)

La Stampa, p. 9

23 febbraio 1989

In quel momento qualcosa fra lo sterno e il cuore si era rotto, per sempre. Avevo passato l’intera notte a cercare articoli su di lei, Marcellina (non Maria Carmela, la sorella impropriamente indicata sul giornale). Avevo passato la notte a studiarne il profilo, a leggere dei proiettili che le avevano martoriato il corpicino e il bel viso. Avevo stampato una fotografia – nella quale indossava una tunica gialla, e dei fiori nei capelli -; l’avevo attaccata al muro, a pochi passi dal letto. Per mesi era stata la prima cosa che vedevo al risveglio, quando il mondo prende i suoi confini, e prima di andare a dormire. Marcellina era lì. Mi stava aspettando.

Dopo mesi di paure, un pomeriggio di marzo avevo cercato il numero della madre e avevo chiamato. Mi era stato detto di scrivere una lettera, perché le mie parole avessero traccia. Avevo raccontato di me su un foglio a righe il pomeriggio stesso, intanto fuori pioveva; ero andata a imbucare la busta lunga e stretta senza ombrello, con la grandine che mi schiaffeggiava la faccia, il pensiero fisso ed egoista.

Perché lo stavo facendo? Non lo sapevo. C’erano troppi motivi, e nessuno era vero da solo. Lo stavo facendo per me, perché il dolore nella storia di Marcellina combaciava per certi angoli con il mio. Lo stavo facendo perché mi pareva assurdo che una bambina fosse morta e la sua storia fosse andata smarrita; lo stavo facendo perché, a volte e quando meno te lo aspetti, sboccia qualcosa che non ti fa più vivere, fino a quando non le doni una voce. Lo stavo facendo perché non si campa di sola cronaca, ma esiste anche la memoria.

Qualche settimana dopo il telefono aveva squillato. Stavo provando un paio di scarpe, il numero aveva prefisso calabrese, avevo risposto trattenendo il fiato: “Sono Carmela, la sorella di Marcellina”. Un brivido che è mal di testa e paura era arrivato, tutto insieme, con gli occhi che si riempivano di lacrime e di ansia. Ero uscita con un piede scalzo, per strada, nella folla che creava per me solo silenzio. “Vieni, mia madre ti vuole conoscere” aveva detto Carmela, ed ero partita. Non sapevo che cosa ne sarebbe potuto venire fuori, ma sapevo che era importante.

Alla fine di un viaggio della speranza ero arrivata a Laureana di Borrello, che è una strada in salita, una sfilza di bar, una ripetitiva periferia a venti minuti da Rosarno, con case costruite a metà, insegne opache, viottoli sterrati. In un parco giochi alle spalle della scuola di Marcellina, una donna mi aveva spiegato: “sa, non aveva colpa, ma qui anche i bambini scontano le pene della famiglia”.

Cercavo di perdere tempo, sperando di poter tergiversare in eterno. Avevo comprato dei bignè in una pasticceria celeste. E poi, con la testa che era una girandola di pensieri, ero salita in macchina per andare all’appuntamento. Una Panda, dopo dieci minuti, mi si era affiancata: “Sei Flavia?”.

Avevo seguito Carmela e suo padre fino a un grande parcheggio di ghiaia. Prima di entrare nel piccolo portone di vetro smerigliato, messo al centro di un palazzetto giallo limone, avevo ingoiato le lacrime e la paura. Ero entrata dentro, nel caldo calabrese e in un odore dolciastro di zucchero bruciato e di sangue; alla fine di due rampe di scale, avevo intravisto una testa di ricci corti e scuri, degli occhiali di metallo tondi. Una donna dal viso gentile, e stanco, vestita di nero stava sull’uscio. Sembrava tutte le mamme del mondo. Era Maria. “Benvenuta” aveva mormorato, con un solo sospiro. “Benvenuta signorina” aveva ripetuto, e poi eravamo entrate nell’appartamento pitturato di giallo canarino invaso da tutte quelle cose – le bomboniere d’argento, le fotografie di famiglia, i centrini, un vaso sgargiante zeppo di fiori finti – che fanno di una casa, una casa del Sud. Gli occhi mi si erano riempiti di lacrime, e senza che me ne accorgessi: “Lo sa, signora, sua figlia me la sono sognata anche stanotte”.

Stringendomi il polso, con una forza dolce e ammaliante: “Anche io. Me la sogno tutte le notti, ed è bellissima e buona come era”. La voce di Maria è un sospiro. Mi racconta che il colore preferito di Marcellina era il giallo, mi spiega che amava le caramelle, il latte con i biscotti, andare a scuola e giocare con la sua migliore amica; sognava di fare la cantante, come Marcella Bella. Intanto, gli occhi si fanno lucidi, brillano come se avesse guardato per anni soltanto la pioggia. “Era una bimba troppo straordinaria. Una mamma non si dimentica, né se è brava né se è cattiva una figlia. Ma lei non è da dimenticare da nessuno. Eppure se l’hanno dimenticata. Hanno fatto quella piccola cosa prima, e poi si è addormentato tutto”. Nella voce di Maria non c’è niente della retorica che ho imparato a riconoscere durante i viaggi in Aspromonte, quando davanti mi trovavo madri che non parlavano dei figli, ma recitavano spettacoli a soggetto sui loro morti. “Adesso – aggiunge, con la voce che trema –, se si rivolgono adesso, non voglio fatto niente più. Dopo il piccolo monumento nella villa, è venuto non ricordo come si chiama, perché ho perso anche i sensi… Ho perso la memoria. Adesso la dico una parola, e subito dopo mi dimentico tutto”. Maria si ferma, si gira verso la figlia: “Come si chiamava quello?”.

“Scopelliti” dice Salvatore.

Carmela annuisce. Sento un calore che mi parte da dentro le dita, e si irradia in tutto il resto del corpo. Non mi sono mai sentita tanto impotente, nemmeno il giorno in cui ho capito che le mie parole non sarebbero servite a niente perché è un’illusione, una splendida illusione, credere che raccontare, testimoniare, dire possa davvero fare la differenza. Le parole sono foglie: cadono, si accumulano, si decompongono; non fanno mai rumore. Eppure, le parole sono le uniche cose che abbiamo.

“Da quando è successo il fatto, la mia vita è finita” conclude Maria.

Tutti e tre lo chiamano il fatto. Lo considerano un fatto, come se fosse scritto nel destino e non ci fosse alternativa alla sorte. Fino ad adesso, la dinamica dell’omicidio l’ho tenuta a distanza. E a distanza ho tenuto anche le voci, riportate sui giornali, secondo cui i fratelli Tassone erano degli ‘ndranghetisti. A distanza ho tenuto il killer: un colpo dietro l’altro, la faccia sfrantumata di Marcellina. Chissà se Carmelo Lamari, dopo aver sparato, quella notte ha pianto, chissà se si ricorda ancora, chissà se si è mai sentito in colpa. Anche un minuto soltanto, in tutta la vita.

“Mi racconta cosa accadde?”.

Maria s’affossa, e scompare dentro le mani. Carmela sa che deve parlare. “Quello di Mimmo è stato nel novembre 1988, quello di Marcella e Alfonso il 22 febbraio 1989. Sai, è come quando vieni dall’oscurità. Non capisci ciò che ti sta succedendo in quell’istante lì. Era un periodo in cui, va bene, succedevano tante cose brutte, ma non pensi mai che succedono a te. Anche perché i miei fratelli erano giovani. Non lo potevamo sapere, quando escono, con chi praticano, che amicizie avevano. Poi quella di Marcella è stata una tragedia atroce, io avevo quindici anni, e non c’è da…”. Gli occhi le si riempiono di lacrime, la voce però non si incrina. “Noi siamo leali. Se è successo questa cosa qua, chi l’ha fatto ce l’aveva con mio fratello? Bene! Ma che c’entra una bambina di undici anni? Come hanno avuto il coraggio di puntare un’arma verso una bambina?”. Scuote la testa con forza, a sfondare qualcosa davanti a lei. “È tutta la rabbia, la rabbia è quella”.

“Voi che spiegazione vi siete dati?” domando.

Maria mi guarda come se fossi cretina. “E chi te la dà una risposta? Impossibile è sapere, perché loro sono morti. Anche se succedeva qualcosa, non venivano a raccontarcelo a noi. I miei genitori erano all’oscuro di tutto, ma i miei fratelli hanno sempre lavorato”.

“Che facevano?”.

“I trattoristi” spiega Maria. “Io mi levavo la mattina cu presto, au cinqù, per preparare servetta come si usa ca. Patate, pollo, olive, uovo. Parti’ano insieme, ma non sempre lavoravano insieme. Quando tornavano la sera, si lavavano e ne sciano. ‘U paese chisto è”. Si guarda intorno, nelle pareti del salotto piccolo.

“E poi ci è crollato il mondo addosso tutto d’un colpo” continua Carmela. “Quando è successo quello di Mimmo, è stato il primo, era l’otto novembre, lo aspettavamo a casa perché non c’erano i telefonini. Lui alle sette doveva portare Alfonso alla stazione a Rosarno, perché doveva partire militare verso Reggio. Si era fatta una certa ora e non arrivava, di solito era molto puntale, e ci è sembrata una cosa tanto strana. Quando sono passate un bel po’ di ore ci siamo allarmati, siamo andati in caserma per sapere se potevano fare qualcosa per trovarlo”. Guarda verso Salvatore, che tiene la testa bassa. “Era un periodo in cui ne sentivi di tutti i colori. Era un periodo che avevi paura anche a uscire di casa. Ammazzavano anche per cazzate, hai capito?”.

Sì, ho capito.

“Mio marito si era messo insieme con altri amici, cercavano tutti. Ci avevano detto voi donne state a casa, anche perché se vediamo qualcosa voi come reagite? La reazione di una donna non è come quella di un uomo”. Si ferma. “Noi stavamo con la moglie di Alfonso, piangevamo, ma tutta la notte non abbiamo saputo niente” continua Carmela.

“E che pensavate?”.

“Pensavamo al peggio. Mai pensando vero. Mai pensando alle cose…”. Si volta verso la madre che è ripiegata su se stessa, un puntino nero nello spazio giallo del salotto.

“Alla fine l’hanno trovato in Contrada Duca, fuori paese, in campagna. C’erano delle ruote che sporgevano, erano quelle della 127 bianca di mio marito. Era nuova, sai? Del resto non sappiamo niente. Abbiamo scoperto le cose dai giornali”.

“Non vedetti niente” fa Maria. “Non vedetti niente” ripete, e la sua voce mi sembra venire da lontano, dall’oltretomba.

“Mio marito è andato in caserma. Noi non siamo andate” conclude Carmela.

“Anche da Alfonso e Marcellina non siamo andati” s’aggiunge Maria, cercando i miei occhi. Carmela mette la mano su quella della madre, che trema un poco. “Ringrazio oggi le persone che non mi hanno fatto passare, che me li ricordo vivi e non da morti”. Un silenzio che è acqua si distende intorno a noi; cominciamo a galleggiare in questo dolore passato che gronda ancora.

“Il giorno dell’altro fatto eravamo tutti a casa di mia mamma. Alfonso era andato a lavoro con la macchina di mio marito, ma quando era tornato a casa mamma gli aveva detto di andare a prendere Marcella”.

Maria, facendosi la croce, balbetta: “E nu venniro chiù, nuno dei due”.

“Si vede che la bambina l’ha presa, e poi è successo quel che è successo. In paese propria. Dove le persone passano, vedono e ti avvisano” aggiunge, poi spiega: “Alfonso non tornava, ma a un certo punto è arrivato un ragazzo… Io sono una tipa molto maliziosa, non sono mai positiva, non penso mai bene delle cose. Vedendo arrivare questa persona, e mio marito uscire, vedendo che chiudono la porta, ho detto a mia cognata: questa persona non è una che viene spesso, si vede che è successo qualcosa”. E qualcosa era successo. La macchina stava a bordo strada. “Pensavamo ad Alfonso, ma non a Marcella. Invece, Alfonso c’aveva sulle gambe Marcella. Forse cercava di coprirla” mormora Carmela. E Maria, lentissima, come se stesse recitando il verso di una poesia mandata a fatica a memoria: “Il fratello proteggeva la bambina, sua sorella” e, dopo un attimo di pausa: “se l’è messa così”, quindi allarga le braccia, commossa, a stringere il nulla.

Mi sembra assurdo. La memoria del lutto della famiglia Tassone si basa sulla carta stampata. “Davvero voi avete saputo dai giornali?”

“Sì”, tutti e tre insieme.

“Cioè, nessuno vi ha detto?”.

“No” tutti e tre, ancora insieme.

“I carabinieri non ve l’hanno detto?”.

“Volevano sapere da noi. E noi cosa sappiamo?” fa Carmela.

Per un secondo galleggiamo ancora in questo silenzio, che sembra venire da un’altra epoca. Penso al mio sogno. A Marcellina, con i suoi lunghi capelli che piange sangue.

Carmela ricomincia: “I carabinieri non sapevano come dirlo ai miei, e così glielo ha detto mio marito”. Il suo viso, adesso, è quello di una Santa Crocefissa. Lo sguardo di tutti è in alto, verso il soffitto e in direzione del cielo.

Maria: “Io sapevo solo di Alfonso, e domandavo: ma la machina era pe’ di qua, o era pe’ ca? Nessuno mi rispondeva, alla fine uno mi disse che era pe’ ca, e allora capii che anche la fiiola mia c’era”.

“Almeno Lamari è in galera” commento. Loro mi fissano come se non avessero mai sentito questo cognome. “Carmelo Lamari, il responsabile”.

Salvatore, rivolto alla moglie, dice qualcosa che mi pare assomigli a un calma, ma potrebbe essere anche no, anche aspetta.

Maria ha un impercettibile cedimento degli occhi, il volto per un secondo si trasforma, gli iridi si rivoltano, mi sembra un’altra. Assomiglia a Marcellina, nel sogno; vorrei che lei sentisse che sono qui, per ascoltarla in questo frammento di Paese che non esiste, che sta inglobato fra le piaghe della malavita e della dimenticanza.

“Noi non sappiamo se sono loro i responsabili” dice Carmela. “La legge dice questo, però noi non eravamo lì per sapere chi è stato, chi non è stato. Dicono che hanno dato l’ergastolo per la via di mia sorella, ma questo secondo i giornali, per la televisione”. Si riavvia i capelli ricci e biondi dietro le orecchie, e mi pare fiera e bella. “Mia sorella è la prima bimba che è stata uccisa qui, in Calabria. La prima bimba. Adesso se la sono dimenticati tutti. E mia madre spera sempre che, un giorno, la potrà rivedere di nuovo”.

“Vero” sentenzia Maria. Poi, anche se non c’entra niente, come se potesse cambiare le cose o aggiungere un altro significato alla storia: “Sa, la sera del fatto erano le otto. Lo stesso orario del primo. Alle otto, qui, è sera”.

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Lontano, dalle mode e dal tempo

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“C’è forse un’ora che noi non conosciamo, un’ora del giorno o forse della notte, quando tutto si fa di diamante, in cui il mistero potrebbe essere risolto”. Goffredo Parise, Lontano

Ogni anno porta con sé nuovi autori. E autori da rileggere. Il mio 2016 inizia rileggendo il mio scrittore preferito, Goffredo Parise, che dai tempi del liceo – quando mi incantò con Il ragazzo morto e le comete, un libro che credo di aver comprato almeno dieci volte negli anni – non ha smesso di farmi compagnia. Sempre sul comodino. Ovunque andassi.

Ho ricominciato a leggerlo dall’ultimo volume che lasciai, qualche anno fa. Lontano. Allora, non mi era piaciuto molto. Troppo frammentario, troppo assetato di vita e, a tratti, fulmineo per dare la profondità immediata che avevo tanto amato nei Sillabari. Si tratta di una raccolta di articoli pubblicati sulla terza pagina del Corriere della Sera tra l’aprile 1982 e il marzo 1983. Sono viaggi per il mondo – fra tutti Laos, Indonesia e Giappone -, ma anche istanti della vita che fu e del presente raccontato con quell’ironia cinica di cui Parise era maestro.

“Le parole lontano, antico, e simili sono poeticissime e piacevoli, perché destano idee vaste, e indefinite, e non determinabili e confuse”. Questo nota, riportando lo Zibaldone, nella sua postfazione Silvio Perrella che ne racconta la rincorsa di tutta una vita, diventata forse ossessione: “capire partendo da se stessi, verificando fin dentro le proprie fibre più intime i pensieri e i gesti, quelli propri e quelli altrui e del mondo”. Ed è esattamente questo l’insegnamento di Parise. Almeno per me. Questa ricerca instancabile, questa ossessione che si traduce nel non frenarsi mai. Caratteristica che è forma e parola di ogni suo romanzo, di ogni suo articolo, e che fa anche di questo libretto piccolo, che lui probabilmente avrebbe considerato minore come si fa con le cose cui si dà poca importanza perché sono prodotte in scioltezza, la fotografia di un maestro. Da leggere, e rileggere. Nonostante gli anni. Nonostante le mode del momento.

In libreria, Libri, Tutto, niente

L’ultimo libro del 2015

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“Un celebre filosofo tedesco scrisse, alla fine del suo studio più importante, che la civetta di Minerva, simbolo della Sapienza, si alza in volo sul far della sera. Soltanto alla fine ci apparirebbe chiaro tutto il significato della nostra esistenza. Poco prima che si spenga definitivamente la nostra luce abbiamo un’illuminazione che ci fa diventare saggi e cogliere la verità su tutto il passato. Proprio Hegel, spegnendosi a Berlino il 14 novembre 1831, pare avesse detto, esalando l’ultimo respiro, al suo studente prediletto: Solo tu mi hai sempre capito. E non mi hai capito del tutto“*. 

Credo che La memoria di Elvira sarà l’ultimo libro che riuscirò a terminare nel 2015. E sono felice che sia proprio questo libro Sellerio, il numero 1000 della collana voluta proprio da Elvira con il marito Enzo e Leonardo Sciascia, a chiudere questo anno. E’ una lettura di ricordo, perché sono proprio i ricordi di autori, amici e vecchi compagni d’avventura (tutti nomi di primissimo piano del panorama nazionale) quelli che lo compongono. E’ una lettura di libri perché i libri sono gli unici, amatissimi protagonisti con i loro molti riferimenti e leggendolo ne ho acquistati due, ben colpevole di non averli mai letti prima: L’ultima provincia di Luisa Adorno e Il fiore azzurro di Penelope Fitzgerald. Naturalmente, entrambi pubblicati nella medesima collana blu. Naturalmente, non esiste al mondo niente di più bello di un libro che si fa catena per altri libri, che saranno a loro volta catena per altri ancora…

Il ritratto che viene restituito di Elvira Sellerio è quello di una donna decisa e instancabile, dalle interminabili sigarette e dall’attaccamento alla terra che così tanto mi affligge. Leggere La memoria di Elvira è stato entrare in un tempo parallelo che non si frenerà mai, perché tale è stata la forza e la capacità di questa donna di costruire mondi attraverso i libri da inventare paradisi di carta per tutti.

Ci sono costellazioni di frasi e concetti che da soli valgono la lettura perché “si è giovani senza saperlo” e, soprattutto, come era solita ripetere Elvira Sellerio (lo ricorda Alessandra Lavagnino): “Bada che non è proibito dire la verità: non sempre. Questo nessuno lo capisce. Prendono la verità per menzogna e viceversa: dipende dal narratore. Vedi Dante… Ma non devi pensare queste cose. Tu scrivi!”.

 

 

* dal racconto, incluso del libro, di Francesco M. Cataluccio L’ultimo “deve essere” di Elvira Sellerio.