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La Scordanza di Dora Albanese

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Che cosa è l’amore? E cosa può fare una donna per amore? Soprattutto, può una donna deliberatamente scegliere un amore malato, e in questo amore invischiarsi fino a dimenticare la propria casa, il proprio marito e i propri figli?
Per Caterina, trent’anni negli anni Ottanta, cresciuta a Muggera – un paese che non esiste in una Basilicata arsa dal sole e dai silenzi, simbolo di un Sud arcaico ed eterno – l’amore è solo “mal d’amore”. Ed è un amore che la fa fuggire dai suoi bambini e da quell’esistenza che è divenuta una prigione, per finire, cercando la libertà e l’indipendenza, vittima di pura schiavitù.
Nel suo primo romanzo, La Scordanza, Dora Albanese – classe 1985, esordiente di successo nel 2009 con la raccolta di racconti Non dire madre – non traccia semplicemente una provocazione, ma affonda lo sguardo in un tema centrale del dibattito nel nostro Paese. La violenza sulle donne si apre in una lunga sequenza di abusi psicologici e fisici, declinati attraverso atti sessuali animaleschi, insulti, botte. Caterina da donna emancipata, diventa vittima di un uomo che non sa amare, e che “voleva lei, non la sua storia”. Voleva lei, il suo corpo, i suoi seni, le sue cosce, ma non il suo essere. Voleva, più semplicemente, una donna oggetto. A ogni pagina riecheggia quella violenza esercitata sul corpo femminile che, secondo gli ultimi dati Istat, ha coinvolto nel corso della propria vita 6 milioni 788mila donne e che vede nel 62,7% degli stupri colpevole il partner attuale o precedente. Con La Scordanza, appena pubblicato da Rizzoli (pp.233, € 19), Dora Albanese traccia dunque con una lingua puntuale e sapientemente rutilante un racconto di odori – l’odore del latte, della terra bagnata, del sangue, del dolore – e di abbandono. L’abbandono di una madre. L’abbandono di una terra. L’abbandono di quello che gli altri vorrebbero che fossimo, per provare finalmente a diventare noi stessi. Dora Albanese ci chiede: è giusto pagare un prezzo per la propria libertà? E cosa accade quando questo prezzo è un amore malato?

#TestiTosti esordisce oggi su “Il Tirreno“. Ogni lunedì racconterò un romanzo, una raccolta di racconti, un saggio in grado di dare uno sguardo diverso su un tema su cui tutti quanti siamo costretti a riflettere, più o meno consapevolmente, più o meno volontariamente. Buona lettura!

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Irene Brin, una nota biobibliografica

 

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Maria Vittoria Rossi nasce a Roma il 14 luglio 1911 da Vincenzo Rossi, alto ufficiale dell’esercito del re distaccato nella capitale, e Maria Pia Luzzato, ebrea nata a Vienna. Tre anni dopo viene alla luce a Firenze la sorella Franca, alla quale sarà affettuosamente legata per tutta la vita. La famiglia va a vivere a Genova e al termine del ginnasio la madre la ritira da scuola, diventandone l’istitutrice.

Lettrice onnivora, durante l’adolescenza legge un romanzo al giorno, si innamora di Proust e Musil, impara l’inglese, il francese, il tedesco e lo spagnolo. Nel 1932 comincia a scrivere su «Il Lavoro» di Genova con lo pseudonimo di Marlene, dunque di Oriane in omaggio alla Duchessa di Guermantes di Marcel Proust; qui entra in contatto con Giovanni Ansaldo e Mario Melloni. Dopo aver perso il suo primo amore, Carlo Roddolo, il 3 aprile 1937 sposa il tenente Gaspero del Corso. Lo stesso giorno esce su «Omnibus» il suo primo racconto firmato come Irene Brin, pseudonimo che Leo Longanesi ha coniato per lei e che andrà a nutrire l’infinita schiera di nom de plume utilizzati per differenziare le collaborazioni e gli stili, fra i quali restano celebri Maria del Corso per i giornali politici, Adelina e Geraldina Tron per le tematiche femminili, I.B. per le critiche cinematografiche, Ortensia per le cronache mondane dei teatri.

La coppia, a causa del lavoro di Gaspero, è costretta a frequenti spostamenti e così dopo Merano, i due vanno a vivere a Civitavecchia e dunque in Jugoslavia. Qui nel 1941, Maria Vittoria Rossi scrive i racconti che andranno a comporre Olga a Belgrado, pubblicato due anni dopo da Vallecchi con lo pseudonimo di Irene Brin.

Nel 1943 la coppia torna a Roma. Inizia un periodo di ristrettezze economiche poiché Gaspero, divenuto maggiore dell’Esercito Italiano e considerato disertore a seguito dell’armistizio, si rifugia insieme ad altri quaranta militari nella soffitta di Palazzo Torlonia, nel quale i coniugi abitavano. Maria Vittoria viene così costretta prima a intensificare il lavoro di traduttrice, e dunque a vendere i regali di nozze.

Nell’ottobre del 1943 accetta un lavoro presso la libreria d’arte La Margherita in via Bissolati. Si dedica alla scrittura della biografia della Bella Otero che sarà pubblicata nel 1944 con il titolo La mia vita da Studio editoriale italiano, sempre nel 1944 pubblica Usi e costumi, mentre l’anno successivo esce la raccolta di racconti Le visite. 

Nel 1946 la coppia Del Corso affitta un locale in Via Sistina 146 e il 23 novembre dello stesso anno, grazie all’eredità paterna di Maria Vittoria, viene inaugurata con una mostra di Giorgio Morandi la Galleria l’Obelisco di Gaspero e Maria del Corso che diventerà un punto di riferimento per l’arte internazionale – promuovendo artisti come Vespignani, Caruso, Burri, Dalì, De Chirico, Campigli, Klee, Kandisky – e luogo di incontro di intellettuali quali Luchino Visconti, Pier Paolo Pasolini ed Ennio Flaiano.

La coppia del Corso viaggia moltissimo. Nel 1947, come Irene Brin pubblica in francese Images de Lautrec (Carlo Bestetti Edizioni d’arte) in occasione della mostra promossa da L’Obelisco, cui segue nel 1952 Femmes de Lautrec per lo stesso editore.

Il rapporto con la moda è sempre più stretto, e Maria Vittoria Rossi sostiene il marchese Giovanni Battista Giorgini per la prima sfilata di moda italiana del 12 febbraio 1951, che si sarebbe poi trasformata nelle giornate fiorentine di Pitti. Si intensifica anche l’attività di giornalista. Come Contessa Clara Ràdjanny von Skèwitch – che avrebbe poi ispirato ad Alberto Sordi il personaggio di Conte Claro, protagonista di una celebre parodia radiofonica – scrive su «La Settimana Incom», come Irene Brin racconta di eleganza e stile per «Harper’s Bazaar». Nel 1968 scopre di essere malata, eppure non interrompe la sua frenetica routine. Nel maggio del 1969 parte con il marito Gaspero per Strasburgo: vuole partecipare alla mostra di Diaghilev cui L’Obelisco ha prestato Feux d’artifice di Giacomo Balla. Sulla via del ritorno la sua situazione si aggrava, e i due si fermano nella casa di famiglia a Sasso di Bordighera, dove Maria Vittoria Rossi muore il 29 maggio.

Da Il Mondo, in uscita il 10 ottobre per Atlantide Edizione in tiratura numerata e limitata. Per maggiori informazioni basta consultare il sito dell’editore, cliccando qui 

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Lontano, dalle mode e dal tempo

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“C’è forse un’ora che noi non conosciamo, un’ora del giorno o forse della notte, quando tutto si fa di diamante, in cui il mistero potrebbe essere risolto”. Goffredo Parise, Lontano

Ogni anno porta con sé nuovi autori. E autori da rileggere. Il mio 2016 inizia rileggendo il mio scrittore preferito, Goffredo Parise, che dai tempi del liceo – quando mi incantò con Il ragazzo morto e le comete, un libro che credo di aver comprato almeno dieci volte negli anni – non ha smesso di farmi compagnia. Sempre sul comodino. Ovunque andassi.

Ho ricominciato a leggerlo dall’ultimo volume che lasciai, qualche anno fa. Lontano. Allora, non mi era piaciuto molto. Troppo frammentario, troppo assetato di vita e, a tratti, fulmineo per dare la profondità immediata che avevo tanto amato nei Sillabari. Si tratta di una raccolta di articoli pubblicati sulla terza pagina del Corriere della Sera tra l’aprile 1982 e il marzo 1983. Sono viaggi per il mondo – fra tutti Laos, Indonesia e Giappone -, ma anche istanti della vita che fu e del presente raccontato con quell’ironia cinica di cui Parise era maestro.

“Le parole lontano, antico, e simili sono poeticissime e piacevoli, perché destano idee vaste, e indefinite, e non determinabili e confuse”. Questo nota, riportando lo Zibaldone, nella sua postfazione Silvio Perrella che ne racconta la rincorsa di tutta una vita, diventata forse ossessione: “capire partendo da se stessi, verificando fin dentro le proprie fibre più intime i pensieri e i gesti, quelli propri e quelli altrui e del mondo”. Ed è esattamente questo l’insegnamento di Parise. Almeno per me. Questa ricerca instancabile, questa ossessione che si traduce nel non frenarsi mai. Caratteristica che è forma e parola di ogni suo romanzo, di ogni suo articolo, e che fa anche di questo libretto piccolo, che lui probabilmente avrebbe considerato minore come si fa con le cose cui si dà poca importanza perché sono prodotte in scioltezza, la fotografia di un maestro. Da leggere, e rileggere. Nonostante gli anni. Nonostante le mode del momento.

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L’ultimo libro del 2015

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“Un celebre filosofo tedesco scrisse, alla fine del suo studio più importante, che la civetta di Minerva, simbolo della Sapienza, si alza in volo sul far della sera. Soltanto alla fine ci apparirebbe chiaro tutto il significato della nostra esistenza. Poco prima che si spenga definitivamente la nostra luce abbiamo un’illuminazione che ci fa diventare saggi e cogliere la verità su tutto il passato. Proprio Hegel, spegnendosi a Berlino il 14 novembre 1831, pare avesse detto, esalando l’ultimo respiro, al suo studente prediletto: Solo tu mi hai sempre capito. E non mi hai capito del tutto“*. 

Credo che La memoria di Elvira sarà l’ultimo libro che riuscirò a terminare nel 2015. E sono felice che sia proprio questo libro Sellerio, il numero 1000 della collana voluta proprio da Elvira con il marito Enzo e Leonardo Sciascia, a chiudere questo anno. E’ una lettura di ricordo, perché sono proprio i ricordi di autori, amici e vecchi compagni d’avventura (tutti nomi di primissimo piano del panorama nazionale) quelli che lo compongono. E’ una lettura di libri perché i libri sono gli unici, amatissimi protagonisti con i loro molti riferimenti e leggendolo ne ho acquistati due, ben colpevole di non averli mai letti prima: L’ultima provincia di Luisa Adorno e Il fiore azzurro di Penelope Fitzgerald. Naturalmente, entrambi pubblicati nella medesima collana blu. Naturalmente, non esiste al mondo niente di più bello di un libro che si fa catena per altri libri, che saranno a loro volta catena per altri ancora…

Il ritratto che viene restituito di Elvira Sellerio è quello di una donna decisa e instancabile, dalle interminabili sigarette e dall’attaccamento alla terra che così tanto mi affligge. Leggere La memoria di Elvira è stato entrare in un tempo parallelo che non si frenerà mai, perché tale è stata la forza e la capacità di questa donna di costruire mondi attraverso i libri da inventare paradisi di carta per tutti.

Ci sono costellazioni di frasi e concetti che da soli valgono la lettura perché “si è giovani senza saperlo” e, soprattutto, come era solita ripetere Elvira Sellerio (lo ricorda Alessandra Lavagnino): “Bada che non è proibito dire la verità: non sempre. Questo nessuno lo capisce. Prendono la verità per menzogna e viceversa: dipende dal narratore. Vedi Dante… Ma non devi pensare queste cose. Tu scrivi!”.

 

 

* dal racconto, incluso del libro, di Francesco M. Cataluccio L’ultimo “deve essere” di Elvira Sellerio.