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Lontano, dalle mode e dal tempo

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“C’è forse un’ora che noi non conosciamo, un’ora del giorno o forse della notte, quando tutto si fa di diamante, in cui il mistero potrebbe essere risolto”. Goffredo Parise, Lontano

Ogni anno porta con sé nuovi autori. E autori da rileggere. Il mio 2016 inizia rileggendo il mio scrittore preferito, Goffredo Parise, che dai tempi del liceo – quando mi incantò con Il ragazzo morto e le comete, un libro che credo di aver comprato almeno dieci volte negli anni – non ha smesso di farmi compagnia. Sempre sul comodino. Ovunque andassi.

Ho ricominciato a leggerlo dall’ultimo volume che lasciai, qualche anno fa. Lontano. Allora, non mi era piaciuto molto. Troppo frammentario, troppo assetato di vita e, a tratti, fulmineo per dare la profondità immediata che avevo tanto amato nei Sillabari. Si tratta di una raccolta di articoli pubblicati sulla terza pagina del Corriere della Sera tra l’aprile 1982 e il marzo 1983. Sono viaggi per il mondo – fra tutti Laos, Indonesia e Giappone -, ma anche istanti della vita che fu e del presente raccontato con quell’ironia cinica di cui Parise era maestro.

“Le parole lontano, antico, e simili sono poeticissime e piacevoli, perché destano idee vaste, e indefinite, e non determinabili e confuse”. Questo nota, riportando lo Zibaldone, nella sua postfazione Silvio Perrella che ne racconta la rincorsa di tutta una vita, diventata forse ossessione: “capire partendo da se stessi, verificando fin dentro le proprie fibre più intime i pensieri e i gesti, quelli propri e quelli altrui e del mondo”. Ed è esattamente questo l’insegnamento di Parise. Almeno per me. Questa ricerca instancabile, questa ossessione che si traduce nel non frenarsi mai. Caratteristica che è forma e parola di ogni suo romanzo, di ogni suo articolo, e che fa anche di questo libretto piccolo, che lui probabilmente avrebbe considerato minore come si fa con le cose cui si dà poca importanza perché sono prodotte in scioltezza, la fotografia di un maestro. Da leggere, e rileggere. Nonostante gli anni. Nonostante le mode del momento.

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L’ultimo libro del 2015

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“Un celebre filosofo tedesco scrisse, alla fine del suo studio più importante, che la civetta di Minerva, simbolo della Sapienza, si alza in volo sul far della sera. Soltanto alla fine ci apparirebbe chiaro tutto il significato della nostra esistenza. Poco prima che si spenga definitivamente la nostra luce abbiamo un’illuminazione che ci fa diventare saggi e cogliere la verità su tutto il passato. Proprio Hegel, spegnendosi a Berlino il 14 novembre 1831, pare avesse detto, esalando l’ultimo respiro, al suo studente prediletto: Solo tu mi hai sempre capito. E non mi hai capito del tutto“*. 

Credo che La memoria di Elvira sarà l’ultimo libro che riuscirò a terminare nel 2015. E sono felice che sia proprio questo libro Sellerio, il numero 1000 della collana voluta proprio da Elvira con il marito Enzo e Leonardo Sciascia, a chiudere questo anno. E’ una lettura di ricordo, perché sono proprio i ricordi di autori, amici e vecchi compagni d’avventura (tutti nomi di primissimo piano del panorama nazionale) quelli che lo compongono. E’ una lettura di libri perché i libri sono gli unici, amatissimi protagonisti con i loro molti riferimenti e leggendolo ne ho acquistati due, ben colpevole di non averli mai letti prima: L’ultima provincia di Luisa Adorno e Il fiore azzurro di Penelope Fitzgerald. Naturalmente, entrambi pubblicati nella medesima collana blu. Naturalmente, non esiste al mondo niente di più bello di un libro che si fa catena per altri libri, che saranno a loro volta catena per altri ancora…

Il ritratto che viene restituito di Elvira Sellerio è quello di una donna decisa e instancabile, dalle interminabili sigarette e dall’attaccamento alla terra che così tanto mi affligge. Leggere La memoria di Elvira è stato entrare in un tempo parallelo che non si frenerà mai, perché tale è stata la forza e la capacità di questa donna di costruire mondi attraverso i libri da inventare paradisi di carta per tutti.

Ci sono costellazioni di frasi e concetti che da soli valgono la lettura perché “si è giovani senza saperlo” e, soprattutto, come era solita ripetere Elvira Sellerio (lo ricorda Alessandra Lavagnino): “Bada che non è proibito dire la verità: non sempre. Questo nessuno lo capisce. Prendono la verità per menzogna e viceversa: dipende dal narratore. Vedi Dante… Ma non devi pensare queste cose. Tu scrivi!”.

 

 

* dal racconto, incluso del libro, di Francesco M. Cataluccio L’ultimo “deve essere” di Elvira Sellerio. 
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Libreria Lucchese

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Tre uomini e una donna. È questa un’istantanea della scrittura lucchese, fermata al momento. Si tratta dunque di un periodo decisamente propizio per la nostra narrativa, soprattutto grazie a piccole case editrici locali e alle numerose iniziative in città che regalano carta alle parole e ai pensieri di numerosi scrittori locali.

Dopo una settimana di instancabile lettura made in Lucca, ho deciso di iniziare questo piccolo tour nostrano da Giuliana Ricci, già distintasi in numerosi concorsi nazionali, che con il racconto lungo Nel profondo (Dunwich Edizioni, reperibile come ebook online a cominciare da Amazon dove costa 0,99 €) guida il lettore negli abissi di un’apparente città sommersa. Protagonista è il sommozzatore Ario, moderno Ulisse che durante una delle sue immersioni avverte una voce suadente da cui non vorrebbe allontanarsi; la narrazione è avvolgente, densa di immagini e di suggestioni, con richiami omerici e toni poetici. È un libro agile, piacevole, che si legge tutto di un fiato. Una lettura domenicale perfetta, che invoglia a scoprire altro dell’autrice, e a sperare che presto pubblichi un romanzo.

Il successivo autore è invece Alessandro Trasciatti. Per introdurlo utilizzerò le parole del poeta viareggino Roberto Amato che così lo presenta nella rivista di cultura La Balena Bianca: “Ho conosciuto lo strano scrittore una decina di anni fa. Prima l’uomo e poi il libro. Trasciatti quarantenne era un ragazzotto dalle manone da carpentiere che però faceva il postino. Forse non c’era una grande contraddizione in questo, perché mi sembrò evidente, da subito, che mai avrebbe saputo costruire una porta o un tavolo, e forse nemmeno verniciare una persiana”. In effetti Alessandro Trasciatti, che è adesso al suo quarto libro, non ha mai costruito una panchina e con “Il dottor Pistelli. Una vita in ritardo” (Garfagnana Editrice, pp. 116) traccia la biografia per racconti di un fallito ambizioso che è venuto a patti con la vita: farsi chiamare dottore pur non essendosi mai laureato (tanto è la forma che conta), lasciare andare una donna che ti ama, volere una donna che non ti desidera (ma che fino a poco prima ti avrebbe preso). È un libro particolare, reso ancora più frammentario e incuriosente dalle illustrazioni di Nazzareno Giusti. È un libro soprattutto di compromessi con se stessi e con le proprie ambizioni, esattamente come il settimo libro di Sebastiano Mondari, milanese di nascita che a Lucca ha fondato una scuola di scrittura creativa. Con Gli amici che non ho (Codice Edizioni, pp. 247), Mondadori traccia il bilancio della vita di Giuliano Sconforti, 48 anni, comico caduto in disgrazia con tre ex mogli e quattro figlie a carico. Lo fa forse nel modo più superficiale: raccontando la vita sentimentale di Sconforti, che passa da un letto all’altro, e spera di trovare l’equilibrio grazie a una donna.

Anche l’ultimo volume di questa libreria lucchese ha come protagoniste le donne, intese come oggetti di ardente e instancabile desiderio. Si tratta de “La donna perfetta” (Carmignani Editrice, pp. 200), di Gianluca Meschi, lucchese classe 1978, che l’anno scorso aveva pubblicato con l’editore di Massarosa Del Bucchia il romanzo “Sulle tracce dell’amore”. Il libro, pubblicato da un piccolo editore appena nato a Calci, è scritto con la leggerezza di chi ha voglia di giocare con le parole e con le storie, pescando dalla propria vita senza vergogna e aspirando all’intrattenimento. Il protagonista Riccardo è prigioniero di non-scelte (fra le tante donne cui si accompagna non riesce infatti a trovarne una con cui stare bene, e così si crogiola nell’attesa), fino a quando non ritrova una vecchia compagna del liceo, Lucia. È questo l’incontro in cui il destino, luminoso e romantico, annida il suo futuro. A esaminare con attenzione la nostra narrativa pare dunque in forma, anche se qualche penna femminile in più non stonerebbe. Adesso sta a noi lucchesi darle forma e sostegno. Buona lettura!

Questa rubrica è uscita nella mia rubrica domenicale su Il Tirreno, A proposito di Lucca.

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Per rivedere te

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Honoré de Balzac lo diceva chiaro e tondo: l’amore è un lusso. Uno di quei lussi fondamentali, tanto che per concederselo c’è chi farebbe qualsiasi cosa come Gabriele Dadati, giovane e promettente scrittore, nonché protagonista dell’ultimo romanzo di Gabriele Dadati. Non è un errore, ma l’essenza di Per rivedere te, romanzo a metà fra l’autofiction e la metaletteratura, nel quale il vero Gabriele Dadati – che è nato nel 1982 a Piacenza, ha esordito nel 2006 con il piccolo successo Sorvegliato dai fantasmi (PeQuod), cui sono seguiti Il libro nero del mondo (Gaffi, 2011), e l’anno dopo Piccolo testamento (Laurana) – racconta del suo omonimo alter ego che cerca di barcamenarsi in una jungla editoriale che non fa prigionieri, vive in una famiglia che lo considera in fondo un estraneo, non riesce ad andare avanti da un punto nero che segna il passato: un punto nero che è la morte di S.

Tutto accade all’inizio dell’estate 2009, fra giugno e luglio, sotto “un cielo estivo che faceva da cassa di risonanza al sole; tratteneva piccole nuvole”. Gabriele viene chiamato da Mattia Spaini, scafato titolare di un’agenzia di comunicazione milanese, che lo invita a prendere parte a un progetto: “L’idea generale della serie è proprio quella di giovani giornalisti o musicisti o registi o architetti, o appunto scrittori, che si confrontano con i maestri delle rispettive discipline”. Rifiutarsi pare impossibile, e dunque Gabriele sceglie Manlio Castoldi – sottotraccia il riferimento ad Aldo Rosselli, figlio del grande storico e antifascista fiorentino Nello – che nel 1971 era arrivato in finale al Premio Strega quando a vincere era stato il gigliese Raffaello Brignetti, con lo splendido romanzo La spiaggia d’oro.

Scegliere Castoldi cambia il destino di Dadati, da tempo intrappolato in un mondo di sesso e di perdizione padana; per dirla con parole sue: “sono molto concentrato e mi rendo conto che penso solo alle mie cose”. L’incontro con Castaldi non è dei più memorabili – avviene in uno “studio che rigurgitava di oggetti e in un angolo, dietro la scrivania, teneva una grande testa del Duce in metallo” -, lo stesso maestro non si rivela che mediocre. Ma la nipote Tabita, laureanda in lettere con una tesi su Zavattini, istruttrice di nuoto sincronizzato nel tempo libero, “pancia piatta, due tette che venivano fuori come musi di volpe da sopra il condominio delle costole”, prima con il sesso – morboso, impetuoso, descritto minuziosamente – e dopo con l’affetto, conquisterà Dadati, che uscirà piano, lentamente, da quell’apnea luttuosa in cui si era immerso, a soffocare. Per rivedere te è però ancheun romanzo sui compromessi, su chi “viene a patto con l’autorità, con la fame, con la morale”, su chi è costretto ogni giorno a frustrare le proprie aspettative e i sogni adolescenziali, le eterne speranze. Un romanzo su come si impara a perdere, e a ricominciare. Ma è, soprattutto, un libro su chi sopravvive, al lutto e alla vita. Su chi non può, e forse non riuscirà mai, a dimenticare “un giorno caldo di metà maggio, quando la luce smaltata descriveva i dettagli di ogni cosa”.

Gabriele Dadati, Per rivedere te (Barney Edizioni, Pp. 245, € 15.50)

Questa recensione è uscita oggi su Repubblica Firenze.