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A casa dei Carofiglio

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Questa è una storia di meridione, sapori, ricordi di famiglia e macchine da scrivere. È la storia di una casa nel bosco, di quegli odori che messi in fila fanno tutta una vita, di quei piatti che ti riportano indietro nel tempo, a quando eri bambino e le avventure erano rubare caramelle o intrufolarsi in case di misteriosi vicini. Ma è anche una storia di cuori spezzati. Anzi, di un cuore spezzato.

Tutto comincia un giorno di autunno di quasi vent’anni fa, quando Francesco Carofiglio – scrittore, architetto, disegnatore e regista, nonché fratello del più conosciuto Gianrico – entra nel suo appartamento e non trova più niente. “Non erano stati i ladri, ma la mia ex fidanzata” spiega, sprofondando in un divano amaranto. Siamo nel suo appartamento – un groviglio di poltrone, oggetti, libri, quadri disegnati da lui stesso, fotografie e curiose istallazioni artistiche – ai confini del quartiere popolare Libertà, poche centinaia di metri dal mare e dal centro di Bari. “Ci eravamo mollati e le avevo detto: porta via tutto quello che vuoi. Lei mi aveva preso in parola, e non aveva lasciato niente. Ricordo che la prima notte mi arrangiai con un materasso di fortuna, una lampadina infilata in una presa e il cappotto come coperta. Non ho mai sofferto tanto il freddo. Eppure proprio quella notte capii che le cose non servono a niente altro se non a essere cose. E che dovevo raccontare la mia storia”.

Nacquero così le prime trenta pagine di With or without you, romanzo dal forte tono autobiografico che raccontava di un aspirante attore diviso fra la Puglia e Roma. Dopo quattro anni, il romanzo fu pubblicato da Rizzoli (“rimase tre anni fermo da un editore, ma non dico quale”), divenne un discreto successo, ma soprattutto segnò per sempre la vita del suo primo lettore, tale Gianrico Carofiglio, che all’epoca faceva il magistrato. “Avevo studiato giurisprudenza e intrapreso una carriera che non aveva niente a che fare con il mio sogno da bambino, diventare uno scrittore. In famiglia venivo considerato riflessivo e studioso, quello creativo era Francesco! Eppure leggendo quelle trenta pagine il pensiero dell’infanzia ritornò con prepotenza, e così iniziai il mio primo romanzo” ricorda Gianrico, abbozzando un sorriso. Ha dei grandi occhi verdi, scandisce piano le parole, si passa le mani sulle gambe magre: ha una palestra in casa dove si allena tutti i giorni, lui ci tiene a essere sportivo (“mica come la maggior parte degli scrittori”). L’esordio è nel 2002 con il legal thriller Testimone Inconsapevole cui seguono, a cadenza quasi annuale, altri dieci libri. “La prima lettrice fu mia madre, scrittrice a sua volta. Mi disse che le piacevano più le parti relative al processo e alla giurisprudenza, che quelle puramente narrative. Me ne feci una ragione. In fondo, quello estroso per lei era Francesco” ricorda ancora, alzando un poco le spalle. Ed è curioso, ma bellissimo, vedere che nonostante i successi e gli anni – Gianrico ne ha 53, Francesco 50 – quella sottile, giocosa, rivalità fra fratelli sopravvive intatta. Si nota anche nell’ultimo libro dei due, che tornano a collaborare dopo sette anni dall’uscita della graphic novel Cacciatori nelle tenebre, dove Gianrico era autore e Francesco illustratore. L’editore è sempre Rizzoli e l’occasione è, per dirla con le parole degli stessi Carofiglio, il “memoir gastronomico-sentimentale” La casa nel bosco.

“Mi avevano chiesto di fare un libro dalle atmosfere culinarie, e subito mi è venuta l’idea di coinvolgere mio fratello. Doveva essere un gioco, ma è stato molto più faticoso del previsto” continua Gianrico, e poi racconta delle litigate, degli incontri settimanali, dei ricordi delle estati passate nella Foresta Mercadante, di come a volte sia difficile aprirsi con il proprio fratello, di come tutto “sia vero ma romanzato”. Anche gli odori e i sapori? “No, quelli no. Ci abbiamo messo la nostra infanzia e adolescenza senza filtri. A partire dal polpettone umido di nonna Italia, sicilianissima, che lo serviva con un’emulsione di limone e olio, e negli anni ha preso il sapore dei piatti che hai mangiato poche volte nella vita, e che non assaggerai più. O come la pasta al forno di nonna Maria, che tante volte abbiamo consumato e che cuciniamo anche noi” riprende Francesco, a sottolineare che la fratellanza è anche, e soprattutto, nei ricordi e nei cibi che sanno come “riportare indietro”. Indietro a una complicata “ratatouille olfattiva” nella quale, da lettori, è difficile non trovare un dettaglio in cui riconoscersi – l’odore del gelsomino, il sapore delle caramelle di zucchero, i suoni del bosco e le aspettative per le vacanze estive – e nella quale a tratti, in contro luce, compare Enza Buono, la madre scrittrice che stava per ore a ticchettare sulla sua Lettera 22.

Ma, come dicevamo prima, questa è anche una storia di sapori. Così i due mi trascinano di là, in cucina, per farmi provare la ricetta dello Zio Franco. Iniziano ad armeggiare fra pentole e padelle, assaggiano, commentano, discutono. Assomigliano un po’ a dei bambini pasticcioni. All’improvviso, però, tutto sembra aver trovato un ordine e inspiegabilmente mi viene allungato un piatto di spaghetti bruciacchiati. Provo a dire che no, non ho fame, ma i due insistono. Alla fine assaggio e sì, sarà un miracolo, ma quello che hanno preparato è davvero un piatto di pasta buonissimo.

Questo articolo è uscito sul numero 11 di Gioia. La ricetta la trovate solo in edicola. 

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Quando la moda arriva dietro le sbarre

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La moda è una pianta rampicante che cresce dove meno te la aspetti. E così capita di ritrovarla con la forma di oggetti dal design sorprendente, meravigliose giacche di broccato o di raffinatissima seta grezza, borse in pelle dai dettagli fluo e collane baroccheggianti, dentro il carcere. Si tratta di un business buono che fa della bellezza la chiave per il reinserimento sociale, e coinvolge dieci carceri italiane, avamposti di rieducazione in quel mare magnum di disperazione che è la situazione detentiva in Italia. Protagoniste sono soprattutto le 2821 donne – il 4,3% del totale dei carcerati, di cui 1102 straniere – che ogni giorno imparano il mestiere dell’artigianato e della creazione dalla Puglia al Piemonte.

A Lecce nel 2007 è nato, grazie a Luciana Delle Donne, Made in Carcere, che coinvolge 20 detenute e propone accessori da 5 a 50 euro. A Roma la produzione è quella di Rebibbia Fashion, lussuose e artigianalissime borse in pelle o in cuoio dall’omonimo carcere. A Genova le detenute di Pontedecimo producono abiti e bijoux con l’evocativo marchio Creazioni al Fresco.

Le realtà più artisticamente interessanti sono però a Nord, a Torino e a Venezia. Nel carcere femminile della Giudecca da dodici anni opera Il Cerchio. “All’inizio – spiega la vice presidente, Annalisa Busetto – la produzione era limitata, ma adesso le cose sono cambiate e nel 2003 in Campo S. Antonin abbiamo aperto il negozio Banco Lotto n°10, che propone abiti artigianali che puntano sulla qualità delle stoffe, le mitiche Rubelli”. Alla Giudecca lavorano due persone esterne e sette detenute, tre delle quali sono assunte dal Comune e arrivano a guadagnare più di 800 euro al mese. “Nel corso di questo decennio – continua Busseto – abbiamo presentato parecchie sfilate di moda in luoghi simbolo della venezianità e al momento lavoriamo anche per commesse esterne. Per la Fenice abbiamo creato numerosi costumi, e per loro curiamo anche la manutenzione degli abiti di scena”.

Più design e meno tradizione a Torino, dove l’Associazione lacasadipinocchio dal 2008 lavora con le detenute del carcere Lorusso Cutugno. “Abbiamo creato il progetto Fumne, che in piemontese vuol dire donne. Produciamo borse, bigiotteria, scialli, articoli per la casa. Le nostre proposte di stile e di design partono da materiali di recupero donati dalle aziende della zona, e la loro unicità è merito esclusivo delle detenute: quando arrivano all’atelier non hanno nessuna speranza, ma appena il loro innato rifiuto delle regole viene indirizzato artisticamente nasce un cortocircuito che produce genialità anziché devianza” spiega Monica Cristina Gallo, presidente dell’Associazione. Una catena virtuosa che permette alle detenute, regolarmente assunte, di guadagnare e che oggi si articola anche con FumneLab, laboratorio mensile che apre le porte del carcere alle donne interessate a imparare le tecniche manuali dalle detenute, e FumneIndependent, progetto formativo che prevede corsi per le donne prossime all’uscita. “Nel nostro atelier – conclude Gallo – abbiamo coinvolto fino ad oggi quaranta carcerate. Il nostro sogno è quello di fornire loro competenze pratiche e nuova fiducia in se stesse perché soltanto così avranno più possibilità di trovare un lavoro e aiutare onestamente la famiglia”. Insomma, se avevate dubbi che la moda potesse essere bella e buona, eccovi smentiti.

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Questo articolo è stato pubblicato sabato 22 marzo su Pagina99 WE. 

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Le foto sono tratte da www.buru-buru.com dove vengono messe in vendita le creazione di Fumne. 

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Domenica!, con Lisetta Carmi

Donne del Novecento

Lisetta Carmi

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“Esistono donne che vivono due vite. Altre tre. In pochissime quattro. E poi c’è Lisetta Carmi, genovese, pianista, fotografa, seguace di Babaji, studiosa e iniziata al silenzio. C’è Lisetta Carmi, novant’anni, un grande sorriso su un volto che risplende e cinque vite alle spalle. Lisetta che ha scelto di vivere in quella Valle d’Itria dove anche io sono cresciuta, e passa le sue giornate a imparare e a capire in un appartamento che è in cima a una lunghissima, ripidissima, rampa di scale. In fondo, alle salite e alle discese, alle trasformazioni, al vento che ti travolge e ispira, devasta, trasforma, Lisetta è abituata. Fa parte di lei, perché Lisetta ha la forma del cambiamento”. E’ questa la storia meravigliosa che racconto oggi alle 10.50 – ma la trovate anche in podcast sul sito di Passioni cliccando qui – su Radio3 Rai. La storia di una donna che ha vissuto cinque vite, Lisetta Carmi.

imageCarmi-Travestiti“Me lo aveva detto Babaji che avrei vissuto cinque vite”. Parola di Lisetta Carmi, che nella sua vita è stata prima musicista e concertista, poi fotografa di fama internazionale, quindi seguace di Babaji e fondatrice del primo ashram europeo in quella splendida terra che è la Valle d’Itria. Memorabile è ancora oggi il suo libro sui travestiti, i portuali, l’erotismo e l’autoritarismo del cimitero monumentale di Staglieno, i viaggi per documentare il mondo, il fulminante incontro con Ezra Pound, che le fece aggiudicare il prestigiosissimo Premio Niépce. Da Genova alla Valle d’Itria, passando per l’India, questa è la straordinaria storia umana di Lisetta Carmi che viene raccontata dalla sua voce, insieme a quella di Daniele Segre che le ha dedicato il film “Lisetta Carmi: un anima in cammino”  (I Cammelli, 2010), e al racconto della celebre studiosa di fotografia Giovanna Calvenzi, che ne ha raccontato la biografia nello splendido “Le cinque vite di Lisetta Carmi” (Bruno Mondadori, 2013).

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 Le foto sono tratte dal libro, ormai introvabile, “Travestiti” di Lisetta Carmi. 

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Italia-Romania: in viaggio con le badanti

 

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C’è un filo invisibile che collega la Puglia, l’Italia intera, alla Romania. È un filo fatto di asfalto e di pneumatici. È un filo fatto di sguardi, e di capelli tagliati corti. Profuma di orecchiette al sugo, ma ha il sapore del goulash.

Questo filo di seta parte dalle vite delle nostre nonne e delle nostre mamme, e arriva alle storie di altre donne – di altre nonne, di altre mamme – in Romania. A fare la spola fra i due universi ci sono degli autobus di linea e dei pulmini illegali che quasi ogni giorno partono da tutte le nostre città e si mettono in viaggio per oltre duemila chilometri. È un cammino lungo, dura più di quaranta ore, ed è costellato da soste continue, di paesaggi che dal finestrino cambiano, si sovrappongono, si fanno storie e racconti.

“Sarà il viaggio più lungo della mia vita” penso, quando sto per salire sull’autobus una sera di marzo; non è passata nemmeno una settimana, ma mi pare trascorsa una vita. Tutto intorno a me ci sono una ventina di signore impegnatissime a scartare panini avvolti nella carta stagnola e a pescare patatine da grandi pacchetti. Non c’è tempo per le presentazioni: l’autobus riparte subito, e allora mi metto seduta e comincio a guardare fuori dal finestrino. Sono anni che mi chiedo che cosa è questo viaggio che in modo tanto mitico – è pericoloso, è tremendo, è bellissimo – mi è stato raccontato. E poi, se poco sappiamo delle donne che si prendono cura dei nostri anziani, ancora meno conosciamo delle città da dove arrivano e del viaggio che compiono per arrivare in Italia, spesso cariche di bagagli e con negli occhi soprattutto nostalgia.

Neanche me ne accorgo, e l’autobus ha già macinato 500 km, poi 600, quindi 1000. Siamo al confine con la Slovenia e io, mentre guardo fuori dal finestrino, penso che quando avevo dieci anni le badanti non esistevano. C’erano le donne di compagnia, che andavano a casa degli anziani a fare le visite, e restavano lì interi pomeriggi a chiacchierare. C’erano le infermiere, per chi era ammalato, ma non abbastanza da essere ricoverato. C’era la famiglia, soprattutto, che accudiva i propri genitori e i propri nonni, e intorno faceva una maglia di gommapiuma per proteggerne il frammentarsi delle ossa, e della memoria. In neppure vent’anni, però, tutto è cambiato. Adesso per gli anziani arrivano dalla Romania queste donne che mi stanno accanto adesso. Hanno cinquant’anni, ma spesso ne dimostrano almeno dieci di più. Si chiamano Irina, Iolanta, Jancu, Dora. Vengono perlopiù dalle campagne, hanno mani ruvide e sguardi sfuggenti; parlano poco del loro passato, e le loro storie si assomigliano tutte un po’: le difficoltà finanziarie, i problemi con i propri mariti, i soldi dello stipendio che ogni giorno servono a meno, non servono a niente. Poi la telefonata di un’amica, o di una conoscente. Poi il viaggio dalla Romania, spesso in clandestinità. “Per pagarmi il viaggio mi indebitai fino al collo – mi racconta Irina, occhi azzurri e infossati, capelli grigi a caschetto -. Rimasi una settimana ferma in Croazia, pensavo di aver perso tutto, ma alla fine ci portarono in una barca di notte ad Ancona: era per sei persone, noi ci stavamo in diciotto”.

E poi c’è la paura, il primo lavoro, il dover accudire un anziano pur non avendolo mai fatto prima. “Pensavo che sarebbe stato facile – mormora Dora, mentre attraversiamo lentamente la Slovenia e dal finestrino le città sono tutte innevate e i paesi si fanno sempre più sfocati; poi, d’improvviso, diventa notte -. A Costanza stavo in un laboratorio di analisi mediche, ma guadagnavo duecento euro e non riuscivo a mantenere mia figlia. Così ho lasciato il microscopio e ho preso la scopa. Dovevo accudire una signora paralizzata. In quella casa c’era così tanto dolore che non ho resistito, e dopo meno di due mesi sono andata via”. Il dolore è una parola che ricorre spesso nei racconti che mi fanno compagnia mentre arranchiamo Ungheria. Il dolore di dover stare accanto a una persona che soffre, il dolore per le famiglie che non accettano le badanti pur avendole assunte, il dolore che ti entra sotto la pelle quando il tuo nonno – come le badanti chiamano i nostri anziani – sta morendo, e poi muore e devi essere tu a vestirlo e a dargli l’ultimo saluto. La vita allora nella sua tragica routine si ripete: dover cercare un altro lavoro, dover trovare un altro nonno, trascorrere con lui gli ultimi anni della sua vita sperando che non muoia, ma anche che non soffra. Ci fermiamo in Ungheria – dove nella stazione di servizio decine di uomini si accalcano per giocare ad Albanegra, un gioco con i bicchieri vietato in tutto il Paese – e poi, dopo il controllo documenti, in Romania. È giorno. Il paesaggio è tutto uguale: campagne, pochi alberi, qualche casa messa male. D’improvviso poi l’autobus si ferma e noi rimaniamo tre ore al freddo, in mezzo al niente. Quando arriva un altro autobus dalla Germania per portarci a destinazione mi sembra un miracolo, e così il viaggio ricomincia fra soste continue, persone che si sentono male, altre chiacchiere. Tutti hanno voglia di parlare, quasi nessuno di ascoltare. Quando arriviamo a Brasov, una città di montagna che è l’ultima tappa prima di Bucarest, alla stazione ci sono dei bambini – avranno cinque, sei anni – che chiedono l’elemosina. Sono soli, abbandonati. Le badanti fanno a gara a fare loro un panino, una mela; “poverini” mi dice Irina. Non so come sia potuto accadere, ma si è venuto a creare un clima da gita scolastica e si sta bene, anche se il viaggio mi sembra un’interminabile epopea nel cuore dell’Europa. Poi, quando meno ce lo aspettiamo, l’autista annuncia che stiamo per arrivare. Guardo fuori dal finestrino: ma è così buio che non si vede niente. Sono trascorsi più di due giorni – due giorni per un tragitto che un aereo impiega due ore a fare – ma finalmente siamo arrivati, e appena vedo i vialoni di Bucarest mi sento felice. Quando sono partita, non sapevo che cosa aspettarmi e cosa cercare, ma molto ho trovato. Ho capito, soprattutto, come mi ha spiegato Rodika che abita in Italia da dieci anni che “sì, noi veniamo per i soldi, ma senza un po’ di cuore questo lavoro non lo puoi fare”.

Questo articolo è uscito, in forma ridotta, ieri su Repubblica Bari

 

Dal viaggio è anche nato Italia-Romania: in viaggio con le badanti, un audio-documentario che andrà in onda da oggi a venerdì alle 19.45 su Radio3 Rai nel programma Tre Soldi a cura di Fabiana Carobolante, Daria Corrias e Lorenzo Pavolini.

Per il podcast cliccare qui

 

Puglia, Taranto

La mia Taranto

 

“Guarda, vedi quelle nuvole bianche?” chiede mia nonna. Davanti a noi c’è il Mar Piccolo, con le sue barche azzurre e verdi, piccole, da cartolina. Ci sono i pescatori che camminano lenti. Le macchine fanno lo struscio; hanno i finestrini abbassati e la musica alta. È una mattina di agosto. È il 1994.

“Mena, le vedi sì o no?” insiste. Annuisco. Lei punta il dito verso un palazzo alto, grigio, davanti a noi. “Dietro sta l’Ilva” spiega. “E queste nuvole sono figlie delle ciminiere. Sono il pane della città”.

La guardo, ma non dico niente. Lei allora mi chiede se voglio un gelato, e poi ci avviamo verso i vicoli di Taranto Vecchia, dove anche mia madre è cresciuta. Intanto, io penso al cielo – e non me lo dimenticherò mai, anche se non avevo neppure dieci anni – che è di nuvole grosse e pesanti. Nuvole a forma di animali e di uomini. Nuvole con il colore denso di certi quadri scadenti, fatti da pittori che non sanno diluire bene la tinta. Da pittori che non conoscono le sfumature.

Per le strade l’odore anche allora era quello di adesso: il pesce appena preso e steso al sole, il soffritto, la frutta matura che prende l’aria dentro le casse di plastica colorate. Il rumore era quello delle urla delle donne, dei motorini smarmittati che si infilano fra i vicoli e viaggiano sotto i panni che si asciugano grondando acqua. Mia nonna mi teneva per mano, e mi raccontava la città di quando era giovane. La Marina con i bei ragazzi di leva. I bagni sul lungomare. Le passeggiate per il centro. Le corse a perdifiato lungo i campi per arrivare al Galeso. “Stavi nel vento, e nell’acqua. Tutte cose semplici e povere” ricordava. Io l’ascoltavo distratta, eppure le sue parole mi facevano chiedere se, forse forse, Taranto non fosse sempre stata la città che conoscevo io. Quella con gli operai dalle tute blu, con la puzza asfissiante vicino all’Ilva che era circondata da un muro lunghissimo, mi sembrava infinito, e tutte le volte che andavamo a Bari provavo a contare per vedere quanti secondi, quanti minuti, servivano per costeggiarlo tutto.

Appena potevo, chiedevo anche a mia madre di Taranto. Già allora era la mia ossessione. Era la mia passione sapere che cosa c’era in quella strada prima di me, cosa prima di mia madre e poi indietro, fino a quando la gente riusciva a ricordare. Volevo sapere le storie dei palazzi, le storie dei vicoli. Come era cambiato il paesaggio, come era cambiata la città. Chiedevo a chiunque. Avevo bisogno di sapere. Non ne comprendevo il perché – e a stento lo intuisco adesso, ma so che molto ha a che vedere con le radici, con la necessità di cercare il proprio posto nel mondo e di trovarlo a partire dalla cosa forse più semplice, l’appartenenza ai luoghi e a una tradizione famigliare – ma lo facevo. A neppure dieci anni avevo scoperto che Taranto prima dell’Ilva non aveva che pochi operai. Era una qualsiasi città del Sud, con un bel porto e una storia antica, che cominciava prima della nascita di Cristo, nel 706. Nei miei pensieri di bambina le leggende e la storia si incrociavano, e credevo davvero che Falanto a cavallo di un delfino, reggendo una stola di bisso, fosse arrivato in Puglia per fondare l’unico posto al mondo dove ero, e dove sono tutt’oggi felice.

La Taranto che mi raccontava mia madre era completamente diversa rispetto a quella di nonna. C’erano sempre le passeggiate, il porto e la Marina. Ma c’era anche l’Italsider, inaugurata dal Presidente Saragat nel 1965, quando lei aveva appena compiuto dieci anni, e accolta come una benedizione. C’erano le ciminiere, i quartieri che nascevano a ridosso della fabbrica, il benessere che arrivava con il posto fisso. Gli operai morti sul lavoro, ma quelli erano pochi e si potevano tollerare.

Ricordo che una volta le chiesi perché, fra tutti i posti d’Italia, avessero aperto l’acciaieria proprio vicino a casa nostra. Lei allora, come faceva sempre quando diventavo troppo insistente, aveva sbuffato “È così. Punto e basta”.

Dalle mie domande di bambina sono passati quasi vent’anni. Allora non si parlava ancora di registri tumori, diossina, polveri e benzopirene. Allora c’era solo l’Ilva, con le sue nuvole alte e dense, le ciminiere che coloravano il cielo di rosso e a volte, la sera, con mio padre da Villa Peripato andavamo a vedere “il panorama”. Allora Taranto conosceva le lotte operaie e imparava il mobbing, ma non immaginava quello che sarebbe stato il suo futuro. Dell’innocenza di allora si pagano le conseguenze adesso. Per i ricatti di allora – salute o lavoro? – si trema oggi, sconfitti, con la stessa paura. Ma Taranto non può più essere “punto e basta”, come diceva mia madre. E anche se non tornerà la città di mia nonna, quella che fece innamorare Guido Piovene e costrinse a riflettere Pasolini, non può più permettersi per la salute e il rispetto dei suoi abitanti di svegliarsi sotto queste nuvole bianche, di panna. Sotto queste nuvole pesanti. Nuvole assassine.

Ieri, su Repubblica Bari

Puglia, Taranto

Ilva: è finito il tempo di aspettare

 

 

Quando ho saputo dell’Ilva ero in Ungheria per un reportage. La televisione al centro della squallida camera dell’albergo dove mi trovavo – un letto singolo, delle tende così sporche da essere diventate marroni, una sedia con lo schienale sfasciato – mi restituiva delle immagini spaventose: le facce degli operai sperdute, le strade affollate, la decisione della Magistratura. Un incubo. Il dilemma eterno di Taranto che si ripresenta lucido e devastante nella torrida estate: il lavoro o la salute. L’Italia che sembra riscoprire all’improvviso la situazione ambientale più agghiacciante dell’intera Nazione, e lo fa con una retorica imbarazzante, banalizzando il dramma, mostrando quanto Leonardo Sciascia avesse ragione a dire che “siamo un Paese senza memoria e verità”. Perché la verità, a Taranto, è quella dei dati relativi all’inquinamento che da quasi dieci anni tutti quanti abbiamo a disposizione. Ma è anche la somma degli operai che con l’Ilva, spaccandosi la schiena e ammazzandosi per il lavoro, hanno costruito la loro vita. Perché la memoria è quella del registro tumori più preoccupante del Mezzogiorno. È la storia di un bambino di sette anni, cui è stato diagnosticato – e questo ormai quattro anni fa – il cancro del fumatore. È la storia di tutti i bambini dei Tamburi che ogni anno, semplicemente per il fatto di respirare, è come se fumassero mille sigarette. Ma è anche la memoria di chi dal 1965 ha trovato nell’Italsider la possibilità di un presente: la casa, la macchina, la sicurezza economica del posto fisso.

E così nemmeno dieci giorni fa, davanti alla televisione, la prima cosa che ho provato, lo ammetto, è stata paura. Paura come se ci fosse appena stato un terremoto, e dovessi prendere le cose più importanti per scappare via. Paura per i migliaia di operai e per le loro famiglie. Paura che qualcosa stesse succedendo per davvero. Improvvisamente, mi sono trovata a sperare che l’Ilva non chiudesse. Che il destino di Taranto non fosse quello di essere, ancora una volta, lasciata a se stessa come una cozza vuota: una volta mangiato il mollusco, la valva non serve più.

Nemmeno mezz’ora dopo, però, mi sentivo soltanto impotente. Perché in situazioni come questa, quando la realtà è troppo complessa per essere sintetizzata, le parole non valgono niente. Possono raccontare. Posso provare a denunciare. Ma niente di più. E francamente per me oggi non è abbastanza. Perché oggi che le domande si fanno sempre più insistenti – Chiuderanno solo i reparti per la produzione a caldo? L’Ilva può davvero fermarsi per sempre? Quando può durare questa situazione di stallo? Arriveranno davvero i 336 milioni di euro del protocollo d’intesa? Si inizierà un processo di bonifica reale e con quali tempi?  – e la speranza è che qualcosa cambi davvero, non possiamo più permettere che la nostra città – da sempre capace di anticipare le tendenze nazionali, come già fatto con Giancarlo Cito e con il dissesto economico – continui a essere illusa e ricattata. Il diritto alla salute, così come quello al lavoro, non possono più essere delle alternative. Adesso la magistratura, la politica e soprattutto noi tarantini non possiamo più permettere che il futuro della città venga deciso e manipolato dagli altri. Non possiamo più permettere che Taranto continui a essere “senza memoria e verità”. Adesso, noi non possiamo più permetterci di dimenticare. Né di aspettare.

Oggi, a Taranto, sul Corriere del Giorno

 

Puglia, Taranto

Taranto Rosso Fuoco – un reportage

Taranto vista da lontano è un cumulo di fuoco e polvere. Esce dalle ciminiere dell’Ilva per allungarsi verso il cielo e colorarlo di rosso, rosso Riva. Esce dalla raffineria dell’Eni che, quando si blocca, come è successo venerdì 29 luglio, fa tutto nero.

Quello era un guasto temporaneo all’impianto che lo ha fermato improvvisamente e ha sprigionato una fiamma densa, alta, spessa e tanta polvere che si liberava dalla torre centrale a formare nubi lunghe e inquietanti tutto intorno. Un imprevisto che ha mandato in tilt il centralino dei vigili del fuoco e in angoscia la popolazione convinta che fosse successo qualcosa di grave, qualcosa di molto più grave, perché se abiti a Taranto, casomai vicino al porto che è dominato dalla più grande acciaieria d’Italia, qualcosa di grave può sempre succedere. E anche io per un attimo, mentre dalla Statale 172 e dall’immacolata Martina Franca arrivavo verso la città dell’acciaio e delle cozze, e le campagne coltivate con ulivi e viti, con sterminati campi d’anguria e di insalata, si mescolavano con il Mar Piccolo, per un attimo ho pensato a un incidente. Ho pensato a quello che era successo a Seveso, alla nube tossica carica di diossina che era fuoriuscita dalla ICMESA di Meda il 10 luglio 1976 e aveva invaso tutta la Brianza. Allora non c’erano stati morti, ma solo 250 intossicati, e la decontaminazione era stata lunga, con conseguenze per la popolazione ancora non del tutto comprese. Perché se il tuo corpo respira la diossina più pericolosa, la TCDD, se sei un cane puoi morire, ma se sei un uomo porti sotto la pelle, in quegli alveoli che sono come spugne e che formano il corpo e il respiro, i segni per tutta la vita.

Lo sanno proprio bene i tarantini che quotidianamente, da quasi quarant’anni, sono sottoposti al “fuoco amico” della diossina che l’Ilva, da sola, produce in quantità mostruose: il 92% di quella italiana e il 10% di quella europea è firmata dal gruppo Riva a Taranto. Lo sanno bene quelli che abitano a ridosso dell’acciaieria nel quartiere Tamburi, dove un’ordinanza del sindaco dal 2010 impedisce ai bambini di giocare nei parchi per il rischio di contaminazione con sostanze tossiche come il pbc (policlorobifenili) e berillio, e quelli che fanno pascolare le bestie nelle campagne poco distanti l’ex Italsider. L’anno scorso sono stati costretti a uccidere 700 pecore che, pur vegetando entro il limite deciso dalla Regione Puglia di 20 km, erano cariche di diossina. Erano pericolose. Erano letali.

Ora anche le cozze, frutto simbolo della città che da sola ne produce ogni anno 30000 tonnellate, si sono scoperte contaminate. Dopo l’allarme lanciato a più riprese fin da gennaio da PaceLink e Fondo Antidiossina, il 22 luglio l’Azienda sanitaria locale ha emesso un’ordinanza che blocca il prelievo e la vendita dei mitili allevati nel primo seno del Mar Piccolo: la somma dei valori medi di pcb e diossina è risultata superiore agli 8 picogrammi per grammo previsti dalle norme. E così circa un terzo della produzione della zona è stata messa al bando e 24 mitilicoltori, sul totale dei 103 operanti, hanno dovuto consegnare le coltivazioni da distruggere all’Amministrazione Comunale, che ha messo volontariamente a disposizione dei danneggiati un fondo da duecentomila euro. 

Il provvedimento ha causato un immediato calo dei prezzi, ha generato diverse proposte – spostare parte dell’allevamento nel Mar Grande, istituire un marchio di qualità, creare un sigillo di tracciabilità – e una polemica notevole, senza dubbio non inferiore a quella sul perché sia stata concessa all’Ilva l’AIA, l’Autorizzazione integrata ambientale, nonostante i recenti rilievi del Nucleo Operativo Ecologico di Lecce che attestano “attività illecite”.

Eppure fra Via di Palma e Via d’Aquino, il cuore della città tirato a lucido dalla berlusconiana Rosanna di Bello, sindaco dal 2000 al 2006, artefice anche di un milionario buco nel bilancio che ha portato al fallimento Taranto, non c’è traccia di ribellione, ma piuttosto sopportazione. Fra i lampioncini francesi e la strada bianca, corre lenta la vita di una città di mare che con l’estate si riscopre godereccia e consuma il tempo fra le spiagge selvagge del Salento e aperitivi sul canale che guarda dritto verso le colonne doriche dell’antico tempio di Poseidone, le uniche testimonianze dell’antica grandezza della città. Di quando i Parteni arrivarono, era il 705 a.C., e fondarono la prima colonia di tutta la Puglia. Quella che senza difficoltà sarebbe diventata la capitale della Magna Grecia.

Solo una scritta vicino al più bel bar del corso, apparecchiato con tavolini immacolati e camerieri dai grembiuli blu, grida a caratteri cubitali su un muro di calce A quando il registro tumori? Il realtà, il registro tumori esiste ed è stato presentato alla città a fine luglio insieme ai dati elaborati dalla Asl locale che arrivano al 2006. Dati che raccontano quello che, per molti, qui è ovvio: Taranto, con i suoi 3303 casi, è la capitale meridionale dei tumori.

Le ragazze però continuano a passeggiare lente e sinuose con i loro pantaloni attillati, i bambini si rincorrono e le madri provano a fermarli, ma loro si liberano e corrono ancora. Taranto, silenziosa e rassegnata, sembra di nuovo lo specchio dell’Italia, come quando lanciò il telepredicatore Giancarlo Cito molto prima che Telemilano 58 e Berlusconi si trasformassero nel presente, e nel futuro. Solo un gruppo di ottantenni con i capelli cotonati e vestiti lunghi appena sotto le ginocchia parlano animatamente. E intanto sorridono. E intanto respirano.

Forse discutono del nuovo ospedale pubblico che verrà gestito in collaborazione scientifica con il San Raffaele di Milano e comporterà un investimento da 210 milioni. Il Presidente Vendola lo ha annunciato come “la più grande struttura sanitaria pubblica del Sud e tra le più grandi del Mediterraneo”. Sarà.

Per ora, Taranto continua solo a bruciare all’ombra dell’Ilva, che produce il 70% del pil della provincia e occupa direttamente 11.500 persone, senza contare il vastissimo indotto. Continua ad essere schiava di quel mostro, come viene comunemente chiamato qui, che nel 1995 venne privatizzata dal governo Dini a 1700 miliardi di lire e adesso è in mano al gruppo bresciano Riva. Da quell’Ilva che è una metastasi d’acciaio ancorata alle primitive membra della città: 15 chilometri quadrati di superficie, binari ferroviari per 200 km e strade per 50, 190 km di nastri trasportatori e 5 altiforni. Da quell’Ilva cui non sembra riuscire a dare risposta, e che vista da lontano assomiglia a un buco nero. È impossibile percepirla nella sua sterminata grandezza, nella sua agghiacciante imponenza. Ci hanno provato tanti scrittori tarantini a raccontarla, da Giancarlo De Cataldo a Cosimo Argentina, passando per Vito Bruno e Mario Desiati, eppure lei è sempre lì, con le sue infinite ciminiere e la E 312, la più alta di tutta Europa, che misura 220 metri. Lei è sempre lì, perché a Taranto il lavoro e la salute sono in una bilancia perenne che non permette di trovare l’equilibrio. E intanto le famiglie si indebitano – dal 1° gennaio 2002 al 31 dicembre 2010 hanno visto una crescita del debito del 197,8% – e i mitilicoltori sono costretti a sgomberare il loro mare e parte di quel porticciolo che dà sul Mar Piccolo, dove l’acqua tocca la banchina e le cozze ora costano un euro.

Pier Paolo Pasolini e Cesare Brandi per raccontare Taranto non usarono parole gentili, eppure alzare gli occhi al cielo, nei giorni giusti, qui è meraviglioso. Il tramonto è un cumulo di colori e di striature. Quando però, come oggi, le ciminiere dell’Ilva squarciano le nuvole il pensiero corre ancora a Seveso e alla canzone che Venditti per lei scrisse e che strillava: “Voi, che vivete tranquilli nella vostra coscienza di uomini giusti,/che sfruttate la vita per i vostri sporchi giochetti/allora, allora ammazzateci tutti”. Già, allora ammazzateci tutti. 

Questo articolo è uscito l’anno scorso, ad agosto, sul Riformista.