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Lucca, 1 – Remo Santini

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Remo Santini ha una divisa. Camicia azzurra, giacca blu scura con i primi due bottoni slacciati, pantaloni sportivi. Mentre mi parla, le sue mani non stanno mai ferme: le dita dalle unghia corte si infilano adesso fra i capelli scuri e lisci, adesso si appoggiano sul tavolo, ora sfogliano l’aria, dunque tornano a sfiorare il viso allungato, con delle rughe sottili intorno agli occhi. Mi racconta, dietro la sua scrivania, circondato da manifesti che lo ritraggono sorridente, di una profezia: “Una volta la professoressa Mannelli mi mandò con degli altri compagni a fare un sopralluogo nelle corti rurali della piana. Avevamo il compito di realizzare un reportage fotografico sulle bellezze architettoniche, tornammo con una relazione sui problemi delle corti. E lei mi disse: potresti fare il giornalista, o il politico”. Pare la scena di un film, ma è la realtà. “La campagna è nel mio DNA, anche se sono nato negli Stati Uniti e lì ho vissuto per i primi due anni della mia vita. Quando i miei tornarono in Italia da Chicago, dove erano emigrati per fuggire dalla povertà del Dopoguerra, ho vissuto la sofferenza e il desiderio di dovermi riscattare. Ero un bambino timido, passavamo da un paese all’altro, le amicizie erano quelle dei vicini di casa, i valori semplici e non ambiziosi. Eppure ambizioso lo sono diventato. Il merito è di nonna Lina, che era rimasta negli USA con gli altri miei parenti, e quando tornava durante il Settembre Lucchese per rivivere le atmosfere, le emozioni, rivedere gli amici, mi portava in giro per l’Italia. Da Venezia a Roma con lei ho scoperto le cose del mondo. È stata lei a insegnarmi l’amore per le tradizioni, e a farmi capire che nella vita bisogna fare qualcosa di importante, che bisogna scommettere anche quando gli altri ti dicono: ma cosa stai facendo? Che ti metti a fare?”. Ed è in momenti come questi, come sosteneva lo scrittore Sergio Atzeni, in cui si vive in bilico fra l’idea che gli altri hanno di noi e quello che noi vorremmo essere, che si rivela il futuro. “La prima volta mi capitò a diciassette anni. Tornai a casa e annunciai ai miei genitori che volevo fare il giornalista. Per loro, da sempre molto concreti, era un sogno irrealizzabile, ma io non mi arresi”.

Così escono nel 1984 i primi articoli sulla Nazione (“scrivevo di calcio, sport di cui non sapevo niente”), poi Santini finisce le magistrali e decide di non iscriversi all’Università. “Mi buttai sul giornalismo. La lucchesità era già un mio tema, e così mi dedicai a fare interviste sul territorio”. È l’inizio: nel 1987 Santini viene assunto part time, nel 1989 il contratto diventa a tempo pieno, e nel 1991 diviene giornalista professionista. Nel 1993 nella piccola chiesa di San Colombano si sposa con Luisella (“io l’avevo notata, ma lei non mi calcolava e così quando una nostra amica in comune ci ha fatto incontrare…”). Nascono Elisa che ha 21 anni, fa il servizio civile alla Misericordia ed è iscritta all’Università, e Alessandro, studente all’Istituto Tecnico Commerciale F. Carrara. “Ai miei figli – spiega – insegno a crederci sempre. Se hai spirito di abnegazione, arrivi”. Oltre al riscatto, personale e sociale, Santini ha caro il già citato tema della lucchesità, cui ha dedicato anche tre libri pubblicati da Maria Pacini Fazzi. “La lucchesità oggi – racconta – è credere che l’identità e le radici non siano provincialismo, ma la forza motrice per costruire il futuro, e forgiare la ricchezza economica di un territorio. La mia lucchesità è 2.0. Non riguarda solo il centro storico, ma si apre anche ai territori della provincia attraverso valori reali: la solidarietà, l’attaccamento alle tradizioni e alla famiglia, intesa come affetti e come culla in cui ti rifugi”. Un’immagine che calza alla topografia della città: ventre materno, ventre matrigno. “Io – continua Santini – sono grato a Lucca perché, in un posto che è sempre stato governato da pochi, sono riuscito a farmi strada, a diventare capo della cronaca di un giornale importante, e presidente del Rotary con il quale ho promosso un’apertura alla città. Non nascondo di aver attraversato negli anni diverse crisi, come quando nel 1982 volevo lasciare le superiori. A farmi cambiare idea fu un viaggio dai parenti a Chicago, dove rimasi quattro mesi. Facevo il cameriere da Bimbo’s, il ristorante di mio zio Narciso. Lui era partito da Lucca con le valigie di cartone, aveva lavorato con mio padre in un’azienda di salumi ed era riuscito a farsi da sé. Forse anche grazie a quella situazione ho scoperto che cosa sia il senso di riuscita. Che cosa voglia dire avere delle ambizioni”. Tante esperienze, un punto di riferimento in Indro Montanelli e in Arrigo Benedetti (“che orgoglio ricevere nel 2013 il premio a lui intitolato”), letture con Lucca protagonista, una passione per i romanzi di Garcia Marquez ed Hesse. “Ho riletto Siddharta prima di scegliere di candidarmi. Il suo è un percorso che racconta come, dalle ferite che si sono sopportate, si possa arrivare a rinascere. All’inizio ero combattuto, sapevo che con la politica mi lasciavo alle spalle la mia professione, eppure ero consapevole di aver dato tutto a Lucca dal punto di vista giornalistico. Poi sa che ho pensato?”. Scuoto la testa. “Al mio cantante preferito, Renato Zero. E a quando dice: tu, spettatore vuoi davvero che io viva il sogno che non osi vivere te?”.

Questa intervista è uscita oggi su Il Tirreno, nella mia rubrica “Ritratti D’Autore / A proposito di Lucca”.

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Francesca Caminoli, un ritratto d’interni

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Francesca Caminoli vive in un appartamento che è costruzione di memoria attraverso gli oggetti. Ci sono libri, quadri, tappeti, due gatte sorelle, l’odore delle sigarette che fuma con lentezza e dedizione, e poi: fotografie. Molte, moltissime fotografie.

L’appartamento – che è vicino a Porta Elisa, ha un giardino meraviglioso che lei definisce troppo ordinato per i miei gusti, grandi finestre da cui si scorge l’umanità varia che popola le Mura – parla per lei. Parla per lei, per quanto Francesca Caminoli non voglia. “Mi trasferirò, voglio tornare in campagna” mi spiega appena mi accoglie, e mi guarda con grandi occhi nocciola che si sciolgono in sfumature verdi, il visto segnato da rughe profonde, i capelli bianchi e arruffati, la frangetta luminosa, senza età. Nata a Lecco nel 1948, figlia di un imprenditore – che scoprirò essere alquanto rigoroso e rigido, nonché grande camminatore –, Caminoli vive a Milano fino a trentaquattro anni.  “Facevo la giornalista. Per alcuni anni ho lavorato al Corriere dell’Informazione con Ferruccio De Bortoli, Vittorio Feltri, Gian Antonio Stella. Con Carla Giagnoni e Serena Zoli curavamo la Pagina della Donna. Poi cambiò direttore, la pagina fu chiusa perché reputata un ghetto. Ma un ghetto, francamente, non era. Scovavamo cose belle, ci divertivamo come matte” ricorda. La voce è roca, del fumatore e di chi nella vita non si è mai risparmiato. L’accento vagamente del Nord, qui e lì ha qualche consonante che vibra in lucchese. “Lavoravo – continua, mentre mi offre un caffè, che berremo con latte e senza zucchero, tutto d’un sorso, in cucina – dalle cinque la mattina fino all’ora di pranzo. Poi andavo a casa, stavo con i bambini, la sera c’erano sempre collettivi, progetti, ambizioni. Non c’era tempo di sentirsi stanchi, si era parte di qualcosa. Di un fermento incredibile”. Eppure Caminoli a 34 anni cambia vita. Decide di trasferirsi a Massaciuccoli con il marito, che lì aveva una casa. “I giornali stavano cambiando, e l’immagine conquistava sempre più importanza rispetto al contenuto. Collaborai per un paio d’anni con alcune testate, poi smisi. Vivevamo in campagna, facevamo i contadini, avevamo un ufficio stampa, scrivere forse non mi interessavano poi tanto”. Mi tornano in mente delle parole della scrittrice spagnola Mercè Rodoreda, che scovo anche nella libreria di Caminoli con un romanzo bellissimo: La piazza del diamante (nella recente edizione de La nuova frontiera); interrogata sul perché per anni non avesse scritto niente, lei rispose: perché ero troppo occupata a vivere. Ecco. La vita. La vita che esplode, e che nel caso di Caminoli la guida a mettere insieme il suo primo libro. “Abitavo a Torre, e con mio marito ospitavamo una donna bosniaca con il figlio. Il giorno in cui lui lui le rispose in italiano, lei capì che doveva tornare a Sarajevo. Alla prima tregua partì. Non voleva vivere come una profuga. Continuammo a sentirci, e quando due anni dopo fu firmata la pace andai a trovarla. Trovai la distruzione. Era un cumulo di macerie. Durante la festa musulmana di Bajram, alcuni abitanti di Sarajevo varcano la frontiera per andare a rendere omaggio alle tombe dei loro parenti, ma il pullman viene assalito da un gruppo di serbi e quattro persone vennero uccise. Il giorno dopo i giornali italiani non ne parlavano che in poche righe. Decisi di scriverne”. È il 1999. Francesca Caminoli intreccia una relazione editoriale con la casa editrice Jaca Book, che prosegue ancora oggi. Il battesimo di questo sodalizio è proprio Il giorno di Najram, che prende spunto da quel tragico fatto di sangue. Seguono nel 2003 La neve di Ahmed, e poi da altri tre libri che partono sempre da frammenti di cronaca e da un impegno civile mai ottuso, sempre sincero. “Adesso non voglio più cambiare il mondo. Per me il vero  impegno civile è poter migliorare la vita anche solo di una persona”. E dire che con il suo ultimo libro, Perché non mi dai un bacio?, di persone ne ha aiutate molte. Moltissime. “Nel 2000 sono andata per la prima volta in Nicaragua con il progetto Los Quinchos, un’associazione laica che accoglie circa 250 bambini. Sono rimasta tre mesi, e ho creato un giornalino con i ragazzi di strada. Quando poi è morto mio figlio, ho venduto delle sue stampe e ho comprato una piccola casa per loro. E sempre per loro saranno i diritti del mio ultimo libro, che racconta la storia di Zelinda Roccia, la fondatrice del progetto. Attraverso questa casa, Guido adesso vive anche quaggiù. Dimenticare è far morire davvero”. La guardo. Gli occhi sono altrove. Penso al suo libro più struggente, Viaggio in Requiem, che racconta il suo viaggio verso la Puglia e verso Otranto, sulle tracce del figlio artista Guido, suicida a 30 anni; ogni parola è un confronto con se stessi, con l’essere madre e persona. Fuori dai capitoli passano i luoghi, le sensazioni che questi trasmettono, ma nel cuore resta la sofferenza, l’amore, un mazzo di girasoli. “Dopo che ho perso mio figlio, le priorità sono cambiate. La mia scrittura è rimasta semplice, forse perché vengo dal giornalismo. A Lucca per un periodo ho partecipato alla vita cittadina, negli anni Novanta sono anche stata Consigliere Comunale, ma adesso mi interesso pochissimo delle cose della città. Tocca alle nuove generazioni, a chi ha idee nuove”. La voce però è altrove. Ferma, ma altrove. A Guida, probabilmente. Lei è una roccia, scherzo per smorzare la tensione. Lei sorride: “Vorrei essere friabile. Ti possono fare di tutto, quando credono che tu sia una roccia. Ma non è così. Adesso faccio una vita solitaria. Abito in città, ma è come se stessi in cima a un monte. Non ho mai fatto parte di nessun salotto, di nessun circolo, molti mi amici mi dicevano che avrei dovuto per la mia carriera. Eppure non l’ho mai fatto, e non mi sono mai pentita”.

 

Questa intervista è uscita oggi su Il Tirreno nella mia rubrica A proposito di Lucca.

 

 

 

 

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Dopamine Dressing?

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Se nel vostro armadio, accanto a una collezione di abiti funerari, è spuntata una gonna giallo canarino o un pullover turchese probabilmente siete anche voi vittime di La La Land. O, più semplicemente, siete inconsapevoli cultori del dopamine dressing, ultima strategia di automedicamento secondo cui indossare abiti divertenti e variopinti riesce a migliorare l’umore.

Archiviata la psicologia del colore – strategicamente usata nel marketing da anni, e fautrice di solidi legami fra sfumature cromatiche e applicazioni al fine di modellare gli impulsi del possibile acquirente –, la moda adesso è una colata arcobaleno di brillantezza che non lascia immuni neanche i grandi stilisti.

Armani fa di uno sgargiante arancione dai richiami orientali il suo colore feticcio per la primavera/estate 2017, e lo declina in preziose giacche in pelle, fluttuanti gonne in organza, vestiti trasparenti e orecchini oversize. Giambattista Valli opta per il rosa in tulle e per opulenti ricami floreali, mentre Maison Margiela alterna al total black, voluttuosi rossi. Gucci sceglie un labirinto di sfumature, lo stesso fanno Pucci e Versace. Anche la pelletteria non si rivela indenne da questo trend. La borsa del momento è firmata Loewe, ed è un elefantino multicolore diventato il vero protagonista delle fashion week internazionali; non meno attenzione, in termini di stampa e di vendite, hanno riscosso le borse con un paio di occhi di Anya Hindmarch e quella a strisce verticali di Sophie Hulme.

Naturalmente il dopamine dressing – portato a battesimo da Grazia UK, e divenuto oggetto di ampio dibattito sul The Guardian – è stato massicciamente adottato, più o meno consapevolmente, da attrici e trendsetter. I casi più eclatanti? Gwyneth Paltrow, che si è fatta fotografare con la green jumpsuit della designer inglese Emilia Wickstead, e Anna dello Russo che ha optato in un unico outfit per una borsa arcobaleno, cappotto broccato celeste, felpa rosa che indica il giorno della settimana di Alberta Ferretti (Monday, per la precisione).

Il buon umore a tutti i costi, come se non bastasse nella vita reale, ha attaccato anche i capi cheap. Ed ecco spuntare le Converse riadattate secondo Comme des Garçons, i jeans di House of Holland tempestati di cuori colorati, il wrap dress smanicato con cintura in tessuto color pesca riproposto da Mango e decisamente simile a quello inossato da Emma Stone nella pellicola di Damien Chazelle, l’abito giallo di Topshop Unique in lustrini già decretato capo cult di stagione.

E dire che al momento non esistono sostegni scientifici alla teoria. Come unico baluardo resta un articolo in grado di evidenziare il ruolo dell’abbigliamento nei processi cognitivi (Enclothed Cognition) pubblicato dal Journal of Experimental Social Psychology nel 2012 con la firma di Hajo Adam e di Adam Galinsky.

“Per quanto non sia ancora riscontrabile una dimostrazione scientifica, da tempo si è a conoscenza che certi colori migliorino l’umore” spiega la psichiatra Donatella Marazziti dell’Università di Pisa. “Con buona probabilità dal punto di vista cognitivo l’autocondizionamento può giocare un ruolo importante. Ovvero: mi sento meglio, o peggio, a seconda del colore che indosso. Si tratta di una suggestione che potrebbe rivelarsi come una sorta di incentivo, una vera e propria motivazione, capace di innescare l’aumento della dopamina, ovvero il neurotrasmettitore che sottende la gratificazione e il piacere”. Tutto rientra dunque nel campo dell’autopercezione, che per antonomasia non è replicabile o misurabile. Costantino della Gherardesca, conduttore televisivo e radiofonico, non ha dubbi e suggerisce anzi un’ulteriore passaggio: “Pratico da tempo il dopamine dressing. Anche se per me a fare la differenza non sono i colori, ma il taglio e le proporzioni degli abiti. La manica raglan, ad esempio, blocca la dopamina. Un calzino corto sarebbe praticamente un neurolettico. Per quanto mi riguarda, dopamine dressing è semplicemente vestirsi in modo decente. Paradossalmente, quando mi vesto comodo durante la giornata provo una sensazione di forte disagio. Se mi sento vestito male mi deprimo, se invece sono in giacca e cravatta sono decisamente più allegro. Siccome disprezzo gli uomini che si conciano male è corretto da parte mia, eticamente, odiarmi quando prediligo capi pratici”. Contorto, ma comprensibile e apprezzabile. “I vestiti in sé – sostiene Marina Savarese, autrice di Sfashion (Morellini Editore, pp. 200) e insegnante di fashion management al Polimoda di Firenze –  non possono renderti più felice. Sicuramente, però, esistono abiti che ti fanno stare bene e non sono necessariamente quelli che vanno di moda. Non esiste un codice estetico universale. Personalmente preferisco vestirmi in modo colorato, soprattutto quando la giornata è grigia, e a volte scelgo talmente tanti colori contemporaneamente da sembrare un arcobaleno. Così quando mi guardo allo specchio mi faccio allegria da sola. E chi mi incontra sorride. Merito anche dei miei capelli che ora sono rosa”.

Dopamine hair. Un fenomeno ancora da studiare, che forse potrebbe dare un senso al proliferare di decolorazioni presenti a vantaggio di colori pastello e del blorange – capelli biondi con riflessi arancioni, come un tramonto – considerato, a seconda del punto di vista, come l’ultima follia beauty, o il supremo trend.

Se pensate di essere immuni al dopamine dressing, iniziate a dubitare. La moda del colore, da sempre apprezzata in salsa pacchiana e celebrata iconicamente da serie televisive nostrane come Il boss delle cerimonie o Lucky Ladies sulle napoletane upper class, trova il modo di reinventarsi a seconda del soggetto, come racconta Matteo B. Bianchi, scrittore e autore televisivo. Da poco in libreria con una nuova edizione del suo primo successo, Generations of Love (Fandango, pp. 284), Bianchi non esita: “Nel mio armadio ci sono esclusivamente camicie dai colori simili, sui toni del blu e dell’azzurro. Detesto comprare vestiti, devo sforzarmi per farlo. Tempo fa durante i saldi ho acquistato un paio camicie e arrivato a casa ho scoperto che una l’avevo già: stesso modello, stesso colore. Questo la dice lunga sulla monotonia del mio abbigliamento. A volte invidio l’esuberanza dei capi altrui, ma non me li vedrei mai addosso. La verità è che sono un abitudinario, e tendo a scegliermi una sorta di divisa nella quale mi sento a mio agio. D’inverno camicie a scacchi, d’estate felpa su t-shirt. Le mie esagerazioni sono t-shirt rosso acceso, o giallo squillante. Le metto quando sono nel mood giusto. Mi sembra di indossare qualcosa di vagamente provocatorio. Non è insomma roba per tutti i giorni”. Evidentemente La La Land e il colore, l’ultimo antidepressivo made in fashion, non lo hanno ancora contagiato.

 

 

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Questo articolo è uscito ieri su Pagina99. Lo trovate in edicola per tutta la settimana. 

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Lucca Capitale della Cultura 2020

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Lucca Capitale della Cultura 2020. Quella che era apparsa su questa rubrica un paio di settimane fa poteva sembrare una provocazione. Ma tanto provocazione non era, e ancora meno oggi è. Era ed è piuttosto un’idea – una suggestione mirabolante, un desiderio silenzioso, la passione che muove le cose del mondo di hegeliana memoria – sbocciata dall’aspirazione di costruire un programma basato sulla cultura per il futuro della città attraverso una rete inclusiva e aperta a tutti.

Una rete con maglie così grandi da comprendere chiunque sia mosso da spirito propositivo e di interesse collettivo, e allo stesso tempo così selettive da allontanare chi crede esclusivamente ai propri interessi, a dispetto di quelli comuni, e resta insensibile al fatto che per sopravvivere alle sfide e alle pretese del mondo moderno sia necessario costruire insieme, guidati da un progetto che trascenda il singolo (l’io) in nome della collettività (la città).

Non è una grande scoperta, che la cultura sia motore dell’economia. Fatevi un giro in città in questi giorni: passeggiate fra gli stand e i cosplayer, frequentate i bar e domandate agli albergatori; entrate nei negozi, e ammirate cosa hanno costruito i Lucca Comics&Games. E poi prendete i dati. I numeri che formano la nostra cultura, e che ci raccontano come mentre dal 2011 al 2015 l’economia italiana decresceva, la cultura declinata nei musei e nel design e nel cinema e nella letteratura e naturalmente nei festival produceva 248,8 miliardi. Il 17% del nostro Pil. Il rapporto Io sono cultura, promosso dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere, racconta esattamente questo: svela come ogni euro investito in cultura equivalga a 1,8 euro attivati altrove. Puntare sulla cultura produce un investimento a catena che tocca finanza, assicurazioni, sanità, costruzioni, metallurgia e meccanica. E in questi ultimi cinque anni ben 1,49 milioni di lavoratori sono stati occupati grazie a un circolo virtuoso nato non da super opere, ma da opere che costruiscono l’anima e fanno dell’essere umano ciò che è: idee, passioni, futuro.

Oggi, la cultura italiana è un mondo fatto da 412.521 imprese. Milioni di persone. E fra queste spiccano le industrie culturali come l’audiovisivo e l’editoria, che producono 33 miliardi di euro, circa il 36,6% delle ricchezze del sistema produttivo e creativo nel nostro Paese: lavoro per 487 mila persone. Nel 2015 nella classifica delle star della cultura, dopo Milano, Roma, Torino compaiono Siena, Arezzo, Firenze. Tre città toscane. Presto auguriamoci che toccherà anche Lucca.

Questa potrebbe essere l’occasione.

Grazie al prezioso supporto della Fondazione Banca del Monte che per prima ha raccolto questa provocazione che provocazione non vuole essere, nelle ultime settimane ho riflettuto senza sosta su Lucca Capitale 2020 (titolo che vale un milione di euro stanziato dal Governo). E ho adottato come mantra – per un progetto inclusivo e aperto a tutti, bisognoso del supporto di tutti – le bellissime parole di Oriana Fallaci, sul mio comodino in questi giorni insieme all’inquietante libro della coreana Han Kang, La Vegetariana, pubblicato da Adelphi. Oriana Fallaci, in uno stralcio di un articolo del 26 ottobre 2002 apparso sul Corriere della Sera, scrive “Per non assuefarsi, non rassegnarsi, non arrendersi, ci vuole passione. Per vivere ci vuole passione”. E Lucca Capitale della Cultura 2020 è l’occasione per non assuefarsi alla routine della città. Per non rassegnarsi che le cose vanno in un modo (quelle negative, naturalmente) e così andranno sempre. Per non arrendersi alla vita, che spesso castiga i destini all’immediatezza e non al progetto. Lucca Capitale della Cultura 2020 è la passione di una collettività che si mette insieme per un progetto comune. “Per vivere ci vuole passione”. E determinazione. E anche un po’ di follia. Sentimenti che nelle prossime settimane torneranno ciclicamente, in questa rubrica e su queste pagine, per raccontare di un progetto ambizioso e concreto che ha bisogno della partecipazione della città. Delle Istituzioni, delle realtà economiche e produttive, degli studenti e dei cittadini. Che ha bisogno di tutti noi. E soprattutto della nostra passione.

Questo articolo è stato pubblicato oggi nella mia rubrica su Il Tirreno.

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I cani hanno un solo difetto

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L’estate e i cani, binomio maledetto. I cani che vengono abbandonati. I cani che muoiono per il caldo, spesso dimenticati in macchina o su terrazzi assolati.“I cani – spiega Sandra Palmucci, direttrice del canile di Pontetetto da oltre dieci anni – che volano dentro la nostra struttura, come è successo qualche settimana fa. O come quelli che sono stati recentemente sequestrati a degli stranieri che queste bestie le tenevano sì insieme a loro, peccato che vivessero dentro una macchina”. Ma anche i cani che azzannano, e non lasciano scampo come è successo a Mascalucia, dove due doghi argentini hanno ucciso il piccolo Giorgio. Cani considerati come surrogati di figli da alcuni, e cani altrettanto erroneamente immaginati da altri come macchine da guerra, trofei da esibire, declinazione di potere; cani appartenenti a razze selezionate per la caccia e il combattimento, adesso utilizzate per incutere timore, fare la guardia, attaccare. Cani affidati a chiunque, senza regole. Incidenti a dimostrazione che una legislazione serve, perché l’educazione dell’animale è cosa seria e l’indole di ogni razza merita il suo padrone.

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“Lucca – aggiunge Palmucci – dieci anni fa era un’eccellenza in fatto di canili, ma le cose stanno precipitando e succedono cose inaudite: abbandoni, violenze sugli animali, e addirittura furti”. Nonostante l’allarme – o forse solo a dimostrazione dell’emergenza nazionale che stiamo vivendo -, il canile di Pontetetto è considerato un’eccellenza a livello nazionale, tanto che Legambiente lo ha incluso nel suo V rapporto nazionale come esempio: insieme a Bolzano siamo la più brava provincia italiana a trovare casa agli animali ospitati in canile. Di contorno, non mancano i drammi come quello del bassotto Otto, che una manciata di settimane fa è stato rubato alla sua padroncina e lanciato dal finestrino di un auto in corsa a San Vito, o quello di un cane che nel 2015 vicino Gallicano è stato impietosamente ucciso a martellate dal suo padrone e da altri due complici. “E poi – continua Palmucci – ci sono anche cani che a volte vengono utilizzati per l’accattonaggio, senza che nessuno faccia niente. Si tratta di qualcosa di molto grave, perseguito per legge, che spesso non viene giustamente punito”.

Mi viene in mente che in via Santa Croce, ogni tanto, staziona a chiedere l’elemosina un ragazzo. E’ un ragazzo giovane, gli occhi azzurri e un boxer dal manto tigrato fra le gambe. Si apposta solitamente sotto casa mia, un cartello in mano dove con scrittura sbilenca spiega la sua realtà: ho fame, aiutatemi. Il cane se ne sta silenzioso al suo fianco, gli occhi grandi e buoni, la testa sconsolata; quando il ragazzo ha abbastanza soldi va in una delle botteghe tutto intorno, compra qualcosa da mangiare per lui e qualcosa ancora per il cane. Consumano i loro spuntini in silenzio, mentre la gente intorno continua a passare incurante. Cinicamente, potremmo dire che quello che ne viene fuori è un banale ritratto del nostro tempo. Contiene la filosofia di vita di chi vive senza fissa dimora, la miseria, la povertà e l’accattonaggio. Quel ragazzo, ogni volta che lo intravedo, mi fa pensare alle parole che qualche tempo fa mi ha detto Roberto Marchesini, etologo, autore di numerose pubblicazioni fra cui il long seller Dizionario Bilingue Uomo/Cane (Sonda), nonché fondatore della Scuola di Interazione Uomo-Animale (SIUA): “il moderno rapporto con il cane è come quello dei punkabbestia. Sono loro che per primi hanno cominciato a portarsi il cane sempre dietro. Negli anni Sessanta, infatti, il cane veniva tenuto in giardino, e solo negli anni Ottanta si è cominciato a farlo entrare in casa. Ma i punk erano sempre accompagnati dai loro cani, esattamente come adesso desiderano sempre più persone”. Naturalmente, l’accattonaggio è un’altra cosa. E sintetizzare il rapporto millenario che lega l’uomo al suo più fedele amico – che nei secoli è stato al centro di liriche e romanzi, di ragionamenti filosofici e di movimenti etici – è impossibile. Come è impossibile provare a trovare un’unica traccia per quei 7 milioni di cani che, secondo il Rapporto Italia 2016 di Eurispes, affollano le case degli italiani e producono un business multimilionario. Ognuno ha la sua storia, e i suoi padroni. E quando guardo negli occhi la mia Petra, cucciolo di jack russell che da un paio di mesi movimenta la mia vita, mi vengono in mente, a sintetizzare questi tempi di calura, le celebri parole del francese Elian J. Finbert: “I cani non hanno che un difetto: credono agli uomini”.

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Questo articolo è stato pubblicato oggi nella mia rubrica su “Il Tirreno”. 

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Il Maestro e l’Anfiteatro

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Quando andavo al liceo, incontravo Possenti sotto casa. Aveva sempre le sue camicie chiare, le sue immancabili bretelle e quella barba bianca, incolta, messa a incorniciare degli occhi azzurri che parevano trasparenti. Aveva sempre anche l’aria assorta, come se la realtà non fosse quei sampietrini e quei palazzi e quei muri e quei frammenti di cielo che si intravedevano fra i tetti e che fanno Lucca; guardava le cose, mentre camminava ondeggiando, ma pareva essere altrove, in una realtà fatta di brandelli di colori, e di nasi lunghi, e di pesci con le ali, e di grandi occhi messi a scrutare il tempo e quella commedia umana che è la vita. Aveva poi sempre un sorriso gentile, e strafottente. Il sorriso di chi sa che tutto scorre, e che affannarsi è inutile, a volte perfino dannoso.

A Lucca tutti lo conoscevano, e al suo passaggio non potevano fare a meno di sorridere, tendergli la mano, chiedergli “Come sta?” “Cosa fa Maestro?” “Sta dipingendo?”. Lui rispondeva con la voce bassa e serena, mettendo le labbra in dentro, il naso un po’ ricurvo si apriva nelle due strette narici, gli occhi che si facevano ancora più chiari, e tradivano irrequietezza e nobiltà. Rispondeva a chiunque, e allora anche io, adolescente, anche se non lo conoscevo, avevo preso a salutarlo. “Buon giorno maestro” dicevo, ogni volta, con imbarazzo e deferenza. Maestro mi sembrava una parola altisonante, da registi con occhiali scuri e capelli scarruffati, dediti alle pose artistiche nei bar di Parigi e di Roma. Mi sembrava quasi di offenderlo, eppure mi uniformavo al gergo locale. Un gergo che ha eletto lui, come il Maestro per eccellenza.

 

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Se dici Maestro a Lucca per tutti è, e resterà, Antonio Possenti. Il maestro che ha scelto di restare lì, affacciato sull’Anfiteatro, a guardare la giostra della vita, che con ogni pennellata si trasforma, perché è tutta una questione di sfumature e di diluizioni. Perché è tutta una questione di sospensioni, e non c’è niente di più bello che salire sulla sua pittura che è una ruota panoramica, ti trascina in alto e ti porta via; non ti sazi mai di scoprire il mondo con i suoi occhi. Perché le opere di Possenti non sono quadri, sono istantanee ragionate e profonde come abissi dal pianeta: gli uomini hanno tratti di caricature e non lo sanno, gli animali rivelano il loro cuore senziente, il cielo non è azzurro ma turchino, e anche le farfalle che stanno ovunque sono frammenti di sogno e di incubo. Tutto è in bilico perenne, in un confine incredibilmente incerto fra il paradiso e l’inferno. Oltre alla sua sterminata e sorprendente galleria – perché centinaia sono le opere che ha prodotto nel corso della sua vita, che hanno portato in alto il nome della nostra città -, Possenti per anni ci ha insegnato che è possibile vivere d’arte. Lo ha spiegato in silenzio a tutti quei ragazzi che la mattina andando a scuola lo vedevano con gli occhi limpidi affrontare via Fillungo, lo ha insegnato agli apprendisti che volevano diventare pittori, ma anche a chi sognava come me di vivere mettendo in fila le parole. Per anni, Possenti è stato il cordone ombelicale fra il mondo dell’arte e le ambizioni dei lucchesi. Ce l’aveva fatta, e aveva deciso di restare ben saldo alle sue radici: affacciato sull’Anfiteatro, a guardare la vita e il mondo.

Qualche anno fa lo intervistai, e lui mi accolse in quello studio che è un’interminabile sequenza di dettagli, ed è l’essenza stessa dello studio del pittore. Dentro quella collezione infinita che era adesso una sequenza di chiavi in ferro battuto, adesso dei campanacci, e poi animali imbalsamati, uova di struzzo, pennelli, colori, vasi, libri affossati uno sull’altro, c’era l’arte come me la immaginavo da ragazzina quando lo incrociavo. C’era odore di acqua ragia e tempere, il disordine di chi non ha bisogno di dominare tutto con lo sguardo perché le cose sono cose e ci appartengono (o non ci appartengono) nonostante tutto.

Era un pomeriggio estivo, e parlammo del suo primo amore, della pittura e dei viaggi. Parlammo dell’India, e sedetti sopra la zampa di un elefante che era diventata sgabello. Lo studio, come Possenti e come la sua opera, era una voragine di vitalità e scoperta. Non c’era niente di banale, di scontato, di ripetitivo: Possenti era lo stile Possenti. Ed è raro, e prezioso, quando l’unicità della persona coincide con la sua arte.

Ricordo che mi regalò un quadro, fatto appositamente per me, con una dedica bellissima. Lo tengo nello studio, fra i romanzi che amo, e quando lo guardo penso a quel libro che avevamo iniziato a scrivere – sarebbero state sue le immagini, e mie le parole – e che giace in un cassetto del desktop, penso all’ironia con cui raccontava le cose, al senso insaziabile di scoperta, a quel viaggio in India di cui mi parlò per ore, agli incontri cadenzati negli anni nel suo studio di tappeti e quadri, alla sua voce che si faceva roca con il tempo, a quello sguardo del colore del cielo all’alba, d’estate, che aveva. Antonio Possenti aveva gli occhi come un cielo terso, di un azzurro quasi bianco, che prelude a bellissime giornate dense di ricordi e di sorrisi.

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Questo ricordo è stato pubblicato oggi su Il Tirreno.

Toscana, Lucca, Tutto, Tutto, niente

Un ricordo di Antonio Possenti

 

Eleonora

 

Aveva una piccola cicatrice sulla guancia destra, sotto l’occhio, e indossava una camicetta bianca, una lunga gonna blu, i calzini di spugna e le scarpe nere, di pelle. “Si chiamava Eleonora. Non era bella, ma sorrideva in modo gentile e gli occhi erano grigi, assomigliavano al cielo prima di una tempesta”.

Sono passati più di sessant’anni, ma Antonio Possenti non ha dimenticato niente e di quel giorno ricorda perfettamente ogni dettaglio, perfino la sua giacca rivoltata, i pantaloni alla zuava e la camicia celeste, le scarpe di cencio.

“La città era in festa per celebrare i dieci anni dalla canonizzazione di Santa Gemma Galgani. Io ero studente al ginnasio e con un mio compagno di classe, Francesco, eravamo andati ad assistere alla cerimonia. In realtà, speravamo di incontrare qualche fanciulla perché era molto difficile avere rapporti con il sesso femminile” racconta. Allora, erano gli anni cinquanta e Lucca aveva la geografia perfetta della cittadina di provincia, con le mura pronte a delimitare il dentro dal fuori, a separare i maschi dalle femmine. Le giornate di Possenti erano scandite dalle lezioni al liceo classico Machiavelli e dai pomeriggi passati a studiare le declinazioni. Avere una fidanzata era un miraggio, ma bastava solo uno sguardo durante la passeggiata in via Fillungo il sabato pomeriggio per iniziare a sognare.

“Con gli occhi si faceva tutto” spiega, con l’aria scanzonata di chi non prende niente sul serio, neppure se stesso. “E quando la scorsi nella folla, in Piazza Napoleone, mentre chiacchierava con una sua amica, la fissai intensamente con la speranza che mi notasse. Quando si voltò verso di me, le sorrisi e lei ricambiò” ricorda. Poi il corpo ha un fremito, Possenti accenna un sorriso e, per un attimo, assomiglia al soggetto più ricorrente dei suoi quadri: un uomo dalla barba lunga, dalla smorfia enigmatica, dalle pupille dilatate. Allunga le braccia dietro la testa e ricorda la naturalezza con cui le due ragazze, che venivano da Castelnuovo Garfagnana, si presentarono e accettarono inaspettatamente l’invito a vedere un film.

Peccato che, una volta seduti al cinema Moderno, iniziarono i guai. “Francesco e io ci guardavamo, dietro le teste delle due, e non sapevamo cosa fare. Non eravamo mai stati così vicini a delle ragazze” continua.

L’atmosfera era quella del primo bacio, con le ginocchia che si sfiorano, le mani che tremano, i risolini trattenuti, il respiro che si fa sottile. Poi, d’un tratto, l’inaspettato. “Eleonora si voltò verso di me, e mi baciò. Ero completamente impreparato e mi lasciai sfiorare da lei, che sembrava così esperta” racconta, annuendo compiaciuto, Possenti. “Ricordo quel momento come qualcosa di impensato e di meraviglioso che mi ha guidato in un mondo fino ad allora sconosciuto, ma tanto desiderato. Poco importa che presto gli incontri si fecero sempre più rarefatti, fino ad annullarsi” conclude.

Da allora, il pittore lucchese ha avuto storie con donne più o meno misteriose, sempre bellissime, e da quarantacinque anni è sposato con Giuliana, da cui ha avuto due figli. “Quel bacio però non lo dimentico” commenta e poi si alza dalla sua poltroncina rossa. Cammina lento per lo studio babilonia che affaccia sulla piazza più bella e celebre di Lucca, quella dell’Anfiteatro, ed è proprio come lui: un trionfo di colori, pezzi di viaggio, quadri rinascimentali e dipinti ancora incompiuti. Dalla finestra del terzo piano, Lucca, nel incredibile caldo estivo, si mostra come un insieme di tetti spioventi, camini, parabole, tegole cotte dal sole, e dagli anni.

Possenti passa vicino ai ricordi dei tanti viaggi compiuti, consumando più le scarpe che gli aeroporti, intorno al mondo. Si ferma davanti una piccola biblioteca di noce, apre la vetrata. “Non l’ho mai fatto vedere a nessuno” sussurra, e poi spalanca un cassetto. “Eccolo” dice, porgendomi un piccolo quadro. “È lei” bisbiglia, indicando la ragazza al centro del dipinto. Ha dei lunghi capelli scuri, un paio di occhiali tondi e un sorriso educato. Indossa una fascia azzurra, con una scritta dorata, che recita Viva Maria. “Questo non me lo aveva raccontato” commento e lui scuote la testa. Afferra il quadretto, lo volta. Nella sua grafia perfetta e allungata, di rosso, è scritto “Santa Gemma, il primo bacio”.

 

Questo articolo è uscito sei anni fa su Repubblica Firenze. Ed è un bellissimo ricordo del Maestro, che purtroppo è scomparso oggi e che domani ricorderò su Il Tirreno.