A proposito di Lucca, Toscana, Lucca, Tutto, niente, Vite Lucchesi

Ironia Lucchese, WOM Festival

 

poster_ok.png

 

A volte le idee arrivano quando meno te lo aspetti. E pensare che un festival di musica indie potesse sbarcare a Lucca è forse qualcosa di imprevedibile quanto immaginare la facciata della chiesa di San Francesco popolarsi con le provocatorie immagini di Peter Greenaway e trovare una violoncellista tatuata nella locandina di Lucca Classica. Eppure Lucca – bigotta, addormentata, provinciale e anche un poco classista, avviluppata nella sua squisita borghesia di facciata e di maniera – si risveglia ogni giorno un poco più contemporanea. Il merito è anche di chi ancora non ha trent’anni (o trent’anni li ha fatti da poco) e sceglie la città delle Mura, la nostra città, per creare cultura e turismo. O, più semplicemente, per produrre movimento. È quest’ultima la massima ambizione di David Martinelli e Francesco Sala, che hanno sognato un festival per promuovere la musica. La musica suonata, quella dei concerti, degli artisti indie e anche un poco sconosciuti (ma non troppo). Da tre anni i due organizzano il WOM Festival che si tiene l’ultimo fine settimana di maggio a Villa Bottini, e declina la scena musicale italiana attraverso gruppi che a Roma come a Milano sono piccoli cult, ma faticano (nonostante spotify e la rete) a imporsi nella nostrana provincia.

“Tutto è nato – mi racconta David Martinelli – tre anni fa. Mentre io e Francesco sorseggiavamo l’ultimo gin tonic in piazza, abbiamo deciso che avremmo provato a colmare questo vuoto. Abbiamo cominciato facendo suonare Davide Toffolo e Luca Masseroni dei Tre Allegri Ragazzi Morti nel chiostro della biblioteca civica Agorà, registrando un meraviglioso sold out e oltre duecento partecipanti. Poi Sara Loreni e Lucio Corsi nell’angolo di un pub appena fuori dalle mura. Con l’arrivo dell’estate, abbiamo allestito una rassegna a cadenza settimanale nell’Ostello San Frediano, che ha visto esibirsi le band più interessanti della nuova scena indipendente italiana, tra cui Canova, Campos, Bruno Belissimo, Lemandorle. I ragazzi lucchesi hanno iniziato a partecipare sempre più, segno che la mancanza di questo tipo di spettacolo fosse marcata. Così abbiamo deciso di fare un passo ulteriore: un vero e proprio festival di musica indie italiana di tre giorni”. Arrivano a Lucca in molti, e tutto viene fatto in casa con il sostegno del Comune di Lucca e di pochissimi altri sponsor. Viene lanciata anche una campagna di crowdfunding online su Eppela. “A primavera – continua Martinelli, che ha anche il dono di un’ironia lapalissiana e un poco inconsapevole -, stare in un giardino ad ascoltare musica super-figa è la cosa più goduriosa che ci sia. Se non fosse stato per Lucca, forse, io e Francesco non ci saremmo mai decisi ad iniziare un percorso come quello di WOM. La città ha avuto un’enorme carica ispiratrice. In particolar modo durante i primi tempi era divertente andare a cercare spazi che potessero prestarsi per concerti o feste varie. Per me, non ridere, Lucca è una super top model. Se Intimissimi dovesse far indossare i propri capi ad una città, sicuramente sceglierebbe Lucca!”. Impossibile, naturalmente, restare seri davanti a risposte così. “Parlando dei suoi amministratori però – precisa Martinelli – sarebbe auspicabile che tutti gli spazi pubblici di competenza comunale come ville e auditorium fossero totalmente efficienti e a disposizione dei cittadini. Ciò non capita sempre, ma confido che, partendo dagli errori fatti in passato, l’amministrazione possa aver imparato e riesca a raddrizzare il tiro. Le premesse ci sono”. Una frecciatina sottile, sottilissima. “Anche per questo a Lucca non è facile parlare di scena musicale, soprattutto perché non ci sono spazi per farla maturare. Potremmo parlare di campionati di calcio se non ci fossero campi sportivi? Credo che il compito delle band o dei musicisti che vivono tale privazione sia difficile e debba vertere su una grande collaborazione”. Ovvero? “Semplice: “Io ho una band, tu hai una band, diamoci una mano a vicenda per esibirci e condividere il pubblico, più siamo meglio è!”. Ci sono molti progetti più che validi a Lucca, ad esempio, mi piace lo spirito di collaborazione tra Ciulla e Gionata, due promettenti cantautori che, tra l’altro, si esibiranno anche al WOM!”. Poi c’è Effenberg, altro cantautore lucchese. E lo stesso Martinelli, laureato in filosofia, è un musicista. “Da poco più di un anno vivo a Pisa, ma sono nato e cresciuto a Lucca. La mia formazione deriva per lo più dalle esperienze avute con i Gonzaga, la mia band, grazie alle quali ho avuto modo di conoscere le varie figure professionali che si muovono in questo mondo. Tanta curiosità e voglia di capirci di più, sbagli e figuracce con i professionisti, quelli veri, hanno fatto e stanno facendo il resto”. Un resto che si conclude a fine mese: “Se la voglia di vedere artisti del calibro di Donatella Rettore, Colapesce, Selton, Francesco De Leo non dovesse essere sufficiente, un lucchese dovrebbe partecipare per respirare un clima di festa e di novità, per campanilismo verso i musicisti autoctoni in programmazione, per vedere quanto sono geniali gli artisti che esporranno le proprie opere nell’Area Expo. Dovrebbe partecipare perché, se non lo facesse, molto probabilmente starebbe a casa a lamentarsi”. E cosa direbbe? “Non c’è mai niente da fare nella mia città, che noia, vorrei vivere a Berlino! E cos’è questo rumore? Via, chiamo la polizia!”.

Su Il Tirreno, nella mia rubrica “Vite Lucchesi”.

Annunci
In edicola, Toscana, Lucca, Tutto, niente

Il neofascismo intorno a noi

339512-preview-Michela-Murgia.jpeg

Michela Murgia non è solo una scrittrice di successo, e una conduttrice televisiva. Non è solo in giro per i teatri italiani con lo spettacolo sold out “Quasi Grazia” scritto da Marcello Fois, che racconta la storia di Grazia Deledda (“il teatro mi attrae solo per la misura di mettere in scena i miei testi, ma in questo caso salire sul palcoscenico aveva un senso profondo”). Ma è anche, forse soprattutto, un’attivista e un’intellettuale che si interroga sul tempo. Per questo giovedì 23 novembre sarà a Lucca, al Teatro San Girolamo, per l’incontro (ore 17:30) “Sempre fascismo è”, cui seguirà (alle 21) il monologo teatrale dell’attore Marco Brinzi “Autobiografia di un picchiatore fascista”.

Il tema del suo incontro è di straordinaria attualità. Soprattutto ora che il movimento dichiaramente fascista Casaggì, dopo aver vinto le elezioni studentesche a Prato e Pistoia, trionfa anche in provincia di Firenze. È forse un segnale?

In politica non esiste il vuoto: se c’è un varco, questo viene subito riempito. Da quando i soggetti politici strutturati sono assenti, nelle scuole e nella società, a prendere il loro posto sono forze alternative. Questi ragazzi molto spesso non sono fascisti, ma vengono strumentalizzati. Non hanno di fronte un’alternativa. Sono vittime della mancanza di contro-narrazioni. Il fascismo da storytelling diventa propaganda.

Diventa propaganda, e conquista consenso. Anche in Toscana.

Nella mia testa la Toscana è rossa, anche se la Lega qui ha preso molti voti. In questo caso però non si tratta di essere rossi, bianchi o neri. Il discorso è la predisposizione al populismo, che è la fase prima del fascismo. Il populismo agisce direttamente sull’umore e sui sentimenti delle persone. Se in una stanza hai venti persone, non potranno pensarla nello stesso modo. Il populismo però trova il modo di metterle d’accordo sfruttando il loro minimo comune denominatore che spesso parla alla pancia. Per questo nessuno è al sicuro.

Da cosa?

Dai meccanismi propri di questo fascismo dilagante. Dentro un vuoto di valori è possibile qualunque radicalizzazione. Il neofascismo per un italiano, l’ISIS per un ragazzo di etnia diversa.

Le ultime elezioni comunali a Lucca hanno rivelato il crescente consenso di CasaPound.

Lucca è un prodromo. La spia di una situazione che sta degenerando. Il problema però non è il fascismo, ma il fascismo nel momento in cui inizia ad organizzarsi. Per anni si è creduto che il fascismo fosse un’idea, invece è un metodo.

Un metodo che si deve imparare a interpretare. E lo racconterà proprio a Lucca mercoledì.

Non è stata una scelta casuale. L’indifferenza di tante persone mi fa pensare che in troppi abbiano perso le competenze civili necessarie per interpretare il presente. Ma se il fascismo tornasse, e sta tornando, come lo riconosceremmo?

Per questo lei ha stilato dieci fattori indicativi su cui riflettere.

Dieci marcatori in grado di evidenziare come il fascismo si manifesti anche in luoghi, e in momenti, inaspettati. La verticizzazione della figura del capo è uno degli elementi principali. Ma ha il suo rilievo anche la costruzione di un nemico che non è mai l’avversario politico, e non ha un nome specifico. Anzi viene riconosciuto in una categoria generica. E poi c’è la banalizzazione della complessità.

Che cosa significa?

Partendo dal fatto che il linguaggio dei politici strutturati è incomprensibile, e sembra voler allontanare le persone semplici, il populista parla come mangia o, almeno, si presenta così. In questo modo intercetta gli umori del popolo. Storicamente la semplificazione è necessaria, ma la banalizzazione è dannosissima perché tradisce la complessità, e la traduce in slogan. E così si arriva ai paradossi: siccome quello che dice Salvini si capisce, si pensa che sia il cuore delle cose. Ma Salvini non è un semplificatore, è un banalizzatore che a una domanda giusta, dà una risposta semplice ma sbagliata. Il suo atteggiamento è volontario, e si appropria di una categoria del linguaggio fascista. Ciascuna voce, dunque anche questa, se considerata in modo singolo non è fascismo. Ma quando uno comincia a contare cinque allarmi, qualche domanda dovrebbe cominciare a farsela.

In politica chi fa suonare più campanelli?

Il populismo è una strada facile. La complessità aiuta a costruire il consenso nel lungo periodo, ma è più facile agire su una paura istintiva per prendere il voto sul momento. Per un politico che non ha una visione da statista, non c’è niente altro di importante. Nelle sezioni storicamente si costruiscono i consensi della base. Bisognerebbe forse domandarsi per quale motivo Forza Italia non ne avesse bisogno.

Oggi qual è la cosa che la spaventa di più?

Siamo diventati un popolo di razzisti. Ma la cosa più spaventosa è la facilità con cui le persone cedono la responsabilità di se stessi a un altro. Questo spesso produce una rinuncia alla partecipazione politica e al coinvolgimento. Basta una sola generazione per perdere i valori democratici. La manutenzione della democrazia, soprattutto per un Paese dove questa è giovane come in Italia, è la cosa più complicata.

Ma chi dovrebbe farla questa manutenzione?

Le istituzioni nel senso civile. La scuola. Noi. La resistenza non si fa sui monti, ma comincia per le strade, nei teatri, nelle scuole, nelle case e nelle teste.

Oggi su “Il Tirreno”. 

Toscana, Lucca, Tutto, niente, Vite Lucchesi

Quella violenza sulle donne che accade a quando meno te lo aspetti

 

landscape-1479733423-giornata-contro-la-violenza-sulle-donne-2016.jpg

Lucca, dicembre 1999. Un gruppetto di donne parla. Al centro la più battagliera di tutte: Daniela Elena Caselli. Finalmente, dopo mesi di riunioni, la decisione è presa. È arrivato il momento di creare qualcosa di utile alle altre donne della provincia. Qualcosa che possa diventare una casa, uno strumento di aiuto e di ascolto. Qualcosa che possa e sappia fornire accoglienza telefonica, ma anche consulenza psicologica e legale, creando allo stesso tempo a Lucca e nelle zone vicine un percorso di sensibilizzazione e prevenzione per quella cosa spesso taciuta, ma che riguarda tutti (anche quelle e quelli che meno ti aspetti), e che è violenza. Violenza sulle donne.

Quella cosa che ogni anno viene celebrata il 25 novembre, decretata dall’Onu come la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne proprio nel 1999. Quella che “sono passati diciotto anni, ma non è cambiato molto”.

A riflettere così, con una momentanea amarezza, è proprio Daniela Elena Caselli, battagliera come allora, fondatrice e presidentessa del Centro Luna Onlus, che ha legato il suo destino alle donne che, in silenzio, subiscono o hanno subito.

“Purtroppo – continua, con una voce che si fa comprensiva e accogliente – questi abusi sono molto diffusi e frequenti. Può sembrare strano, ma sono forme di violenza spesso taciute e nascoste, che diventano ancora più distruttive a causa dell’isolamento e dell’indifferenza sociale”. La paura di ogni donna resta quella di non essere creduta. Ed è per questo che serve un cambio di mentalità. “Il timore di venire colpevolizzate è fortissimo. A tutto ciò si aggiunge la mancanza di conoscenza: spesso le vittime non sanno né cosa fare né a chi rivolgersi per trovare aiuto”. Eppure, con fatica e nel tempo, il Centro Luna Onlus riesce a diventare uno strumento di sostegno reale. “Le donne che subiscono violenza a Lucca sono molte, anche se non hanno voce. Nell’anno 2017 sono aumentate considerevolmente e fino al 31 ottobre ne abbiamo aiutate 186. L’anno scorso fra Lucca, la Piana e la Valle del Serchio abbiamo ascoltato 152 donne, che abbiamo sostenuto psicologicamente, dando informazioni sulla rete dei servizi, ma anche consulenze legali, e accompagnamento all’autonomia lavorativa”. Si tratta però di dati approssimativi, poiché non esiste ancora un modo incrociato di rilevamento fra i vari interlocutori. È comunque chiaro come aiutare una donna equivalga a coinvolgere un gran numero di figure professionali e di risorse: un lavoro sotterraneo che rischia, a volte, di incepparsi. “Come nel caso di Vania Vannucchi. Lei – continua Caselli – non aveva chiesto aiuto a nessuno e forse, e dico forse, poteva essere salvata. Ci siamo costituite e siamo state riconosciute parte civile nel suo processo, ma i casi difficili sono tanti, come quello di stalking, seguito da noi dall’inizio fino al processo, che si sta svolgendo in questo periodo e che vede come protagonista una giovane donna”.

Non sono però da sottovalutare i più comuni maltrattamenti in famiglia, e non va sottostimata neanche la violenza sui bambini. Sono tutti frammenti dello stesso mosaico. Un mosaico che Caselli ha cominciato a guardare da lontano.

“Il mio percorso di studi – mi racconta – è stato molto tecnico: ho il diploma di ragioneria e perito commerciale. Come molte donne della mia generazione lo studio era un lusso, e un pezzo di carta che permettesse di trovare subito un lavoro era fondamentale. Ho frequentato per un periodo anche l’università, poi ho abbracciato in tutto e per tutto le lotte femministe, anche se in una città borghese come Lucca era abbastanza complicato. Mi sono sposata giovane e ho avuto due figli. Poi ho sospeso la mia vita a vantaggio della famiglia. Ma io e mio marito siamo cresciuti con obiettivi diversi, e la separazione è stata inevitabile. Così, quando i figli erano cresciuti, ho ripreso la mia vita da dove l’avevo lasciata. Esattamente da quel punto. Mi sono rimboccata le maniche, e mi sono impegnata nuovamente per la parità di genere”. Torniamo così a quell’inizio dicembre di 18 anni fa, quando un gruppo di donne con una speranza e un sogno si riunì per mettersi a servizio delle più deboli. “Fin dal primo giorno – continua Caselli –  l’obiettivo primario sono stati l’ascolto e l’aiuto. Dietro a questi disagi momentanei si nascondevano spesso situazioni di violenza intra-famigliare”. Disagi momentanei, se così si vogliono definire, che affondavano la loro sofferenza in profondità, e che non di rado venivano tagliati fuori dall’ascolto sociale istituzionalizzato. Intanto la vita di Daniela Elena va avanti: lei riprende gli studi e frequenta la scuola di Psicologia Comparata di Firenze, dove segue un corso triennale che le fa conseguire il titolo di counselor nella relazione d’aiuto. Il Centro Luna Onlus, già costituitosi centro antiviolenza, dal 2010 diventa poi membro dell’Associazione Nazionale D.I.R.E, acronimo che sta per donne in Rete, che al momento accoglie 80 centri in tutta Italia, e con loro prosegue nella formazione specifica partecipando a gruppi di studio, seminari e momenti formativi tematici. “Momenti di confronto e di discussione. Perché, e questo mi rende fiera, in questi anni di estenuante lavoro qualche vita l’abbiamo salvata. A volte fisicamente. E soprattutto molte donne hanno ripreso la forza, e la loro dignità”.

Questa intervista è uscita oggi su “Il Tirreno” nella mia rubrica “Vite Lucchesi”.

A proposito di Lucca, Toscana, Lucca, Tutto, Tutto, niente

Lucca Comics&Games

Unknown-12

C’è una Lucca che è fuori dal tempo, e tutti i giorni sopravvive adesso come nel Medioevo. E c’è una Lucca che diventa un varco temporale, mettendo insieme l’età della pietra con il futuro. In questa Lucca – che resterà congelata fra fumetti e cosplayer fino a domenica sera, nel sacro nome di Lucca Comics&Games – capita di incontrare IT che ti offre un palloncino, Batman che va a braccetto con Joker e più volte Jack Sparrow (a quanto pare continua ad andare per la maggiore). Resistono poi i personaggi de la Bella e la Bestia, che si studiano con sguardo innamorato (mentre lei, sbracciata, trema a ogni folata di vento). Ci sono numerosi folletti, qualche strega, un paio di famiglie Addams (tutte diversamente inquietanti), vampiri, cappellai matti, saiyan e super saiyan, personaggi la cui identità non è facile riconoscere (perché troppo astrusa, o perché troppo diversa dall’originale). Finalmente, poi, spunta (dal carnevale) qualcosa di universale: delle principesse dai vestiti voluminosi e dai capelli avvolti nella lacca; a fatica avanzano nella folla che è tutta una sequenza di “facciamo una foto?” o “posso fare una foto?” o “dai, devo farti una foto!”.

Ci si muove come in trincea fra macchine da presa, macchine fotografiche, smartphone e schermi di tablet. Senza accorgersene, si entra in un tunnel di tecnologie e di apparenza.

Tutto intorno resta Lucca, una città da palla di vetro, con i palazzi antichi, i sampietrini sconnessi, le finestre da cui si intravedono tende di broccato e si immaginano antiche nobiltà. Tutto intorno resta una città a misura d’uomo – piccole strade, tante biciclette, pochissime auto, facce che tutti conoscono (e che tutti finiscono per ignorare, se non altro per non prendersi la fatica di accennare un saluto) – e poi “la navicella” che su questa città ogni anno cade, e si diffonde a macchia d’olio, come un’epidemia, fra i vicoli: le piazze sono tutte requisite, e a colazione ci si imbatte con uguale frequenza nei soldati di Call of Duty (bellissimi cinquantenni panzuti, dalle facce rubizze) o in alieni assorti nel mangiucchiare un croissant. Intanto, e ovunque, grandissimi padiglioni alti più dei palazzi annullano ogni atmosfera, per crearne un’altra: sono fatti da materiali luccicanti e luminosi, led come se non ci fosse altra luce, come se non esistesse alternativa soluzione per ricreare il giorno.

In ogni angolo, fumetti di ogni genere (sociali, per ridere, per riflettere, per deprimersi) e personaggi di fumetti e di telefilm; tantissimi attori di fama internazionale (come quelli arrivati per le première internazionali di Fox o per l’anteprima nazionale di Doctor Who), decine di film, l’aria japan che si moltiplica ogni anno, e poi ore di gioco, ore di incontri, una quantità impressionante di appuntamenti e un odore di cibo da fast food.

Una magia inspiegabile che porta altrove, e che esplode con quella ossessione collettiva e inarrestabile che sono i cosplayer. Uomini e donne, raramente bambini, che fanno centinaia e centinaia di chilometri per sfilare e che si portano dietro “l’allegria del popolo dei fumetti” (128mila biglietti staccati in tre giorni). L’allegria di chi prova entusiasmo per qualsiasi cosa gli si palesi a tiro e appartenga alla sfera emozionale del cartone: lodi per il bar che propone il cappuccino Super Mario (il solito cappuccino di tutti i giorni, che improvvisamente viene battezzato così), applausi per il portone Settecentesco al cui campanello è stata appesa una mappa (l’entusiasmo è per la mappa, naturalmente, non per il portone), inchini per i poliziotti con l’impermeabile giallo che stanno a dirigere il traffico (“papà sembrano dei minions!” ha esclamato, indicandoli, un bambino al genitore imbarazzatissimo).

I cosplayer andrebbero studiati. Sono impettiti. Non hanno mai freddo. Si fermano per una foto ogni cinque passi (forse anche ogni quattro), e sono sempre felici. Sorridenti. Protagonisti.

Sfidano con uguale e invidiabilissimo coraggio il mal tempo, le macchine, gli sguardi titubanti e ogni paura. “Lucca – mi spiega Marco, avvocato di rimini 32enne, che si è travestito da zombie e avanza con stile mummiesco per le strade – è una grande festa, mi diverto e mi dimentico i problemi”.  Per Simonetta, che di anni ne ha 21 ed è travestita da elfo, è il momento più atteso: “metto da parte i soldi per tutto l’anno, vengo qui e mi faccio la biblioteca per i seguenti dodici mesi”. Che viene da Bolzano e si è fatta un giorno di treno, però, non lo dice.

C’è chi a Lucca si è innamorato (“ho conosciuto al padiglione games cinque anni fa la mia ragazza” mi ha raccontato Marcello che vive a Pisa e frequenta il secondo anno di agraria), chi ogni anno torna nel solito posto (“li abbiamo visti crescere!” è il commento più frequente dei bottegai del centro) e chi lavora per un anno intero sul costume da indossare nei giorni della fiera. Lo fa con un’attenzione che ha qualcosa di maniacale e che si sofferma sul dettaglio più minuzioso dell’abito, sul modo di muoversi del proprio idolo, e perfino su quello di guardare.

“Quando ami un personaggio – mi spiega Dario, 35 anni, informatico di Rovigo – e vuoi essere lui, non ti puoi permettere che qualcosa vada storto. Soprattutto se hai la possibilità di diventare eroe per cinque giorni, come accade a Lucca Comics&Games”.

I lucchesi, che per anni hanno tenuto la manifestazione lontana dagli occhi e dalle attenzioni, iniziano a ricredersi. “Sai che ieri ho visto un costume davvero bello” racconta il barista sotto casa, dove ogni mattina vado a fare colazione. Solitamente è l’emblema del lucchese doc: camicia azzurra dal colletto inamidato, gilè di lana marrone, montatura degli occhiali in celluloide spessa e tondeggiante, pipa in bocca e aria contrita. Parla pochissimo, non sorride mai. Invece adesso scuote la testa da una parte all’altra, gli occhi brillano, pare quasi contento. “Io te lo dico – mi confida -, ma non fare la spia. Ieri mattina è venuta una ragazza. Tacchi a spillo. Capelli neri lunghi fino al sedere. Faceva un freddo allucinante. Ma lei stava praticamente nuda. Un tanga e un reggiseno minuscolo. Niente altro. Tutti si giravano a guardarla. Io sono uscito dal bar, in tanti anni non l’ho mai fatto. E l’ho fissata. E per la prima volta in tutta la mia vita ho benedetto i Lucca Comics&Games”.

Unknown-11.jpeg

Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno.

In edicola, Testi Tosti, Toscana, Lucca, Tutto, niente

Nasci Cresci Posta

5157gKVqIpL._SX328_BO1,204,203,200_

 

Adele ha quindici anni e crede che “un like può cambiarti la vita”. In Austria c’è una ragazza che ha fatto causa ai genitori perché non volevano rimuovere le foto postate sui social newtork che la ritraevano come protagonista (e di cui non sapeva niente). Ogni giorno facebook rimuove 20mila account di bambini che non avrebbero diritto di iscriversi al social network poiché non ancora tredicenni (il limite minimo imposto dal Children’s Online Privacy Protection Act del 1998), e migliaia di bambini mentono sulla loro identità pur di crearsi un account. Nel corso di un anno i genitori postano 200 scatti dei loro propri bambini sui social (prassi battezzata come sharenting).

In questa mole di informazioni – che delineano un inquietante profilo dei tempi che stiamo vivendo – trova spazio il libro del giornalista Simone Cosimi e dello psicoterapeuta Alberto Rossetti: “Nasci, Cresci e Posta” (Città Nuova, pp. 110) che si snoda attraverso il mondo sul web fatto di violazione della privacy, manipolazioni, incapacità di gestire le informazioni, ma anche cyberbullismo, hate speech, sexting.

Si tratta di un agile saggio che pone interrogativi cui è ormai obbligatorio confrontarsi: come impedire ai bambini un approccio con i social? Come tutelare i minori e monitorare la doppia vita che molti adolescenti portano avanti (quella reale e quella che si costruiscono con chirurgica abilità attraverso i social per apparire come vorrebbero essere)? Come illustrare ai ragazzi nativi digitali che le azioni promosse online (dunque anche offese, giochi, corteggiamento, tutela della propria privacy) hanno delle conseguenze nella quotidianità?

Al centro di tutto resta l’esplicito e misterioso rapporto con i social network, che coinvolge con medesime incognite adulti e bambini. Cosimi e Rossetti restituiscono con abilità un mondo popolato da genitori che ossessivamente controllano gli spostamenti dei figli con la geolocalizzazione, ne monitorano la vita attraverso i profili social, ne spiano la quotidianità grazie ad applicazioni. Ne esce fuori un ritratto impietoso della società contemporanea, cui forse avrebbe giovato una presa di posizione meno moralista.

 

Nasci, cresci e posta

Simone Cosimi, Alberto Rossetti

Città Nuova, pp.110, € 15

 

Questa recensione è uscita ieri, come ogni lunedì, sulla mia rubrica su Il Tirreno.

In edicola, Toscana, Lucca, Tutto, niente

Lucca, 1 – Remo Santini

image.jpg

Remo Santini ha una divisa. Camicia azzurra, giacca blu scura con i primi due bottoni slacciati, pantaloni sportivi. Mentre mi parla, le sue mani non stanno mai ferme: le dita dalle unghia corte si infilano adesso fra i capelli scuri e lisci, adesso si appoggiano sul tavolo, ora sfogliano l’aria, dunque tornano a sfiorare il viso allungato, con delle rughe sottili intorno agli occhi. Mi racconta, dietro la sua scrivania, circondato da manifesti che lo ritraggono sorridente, di una profezia: “Una volta la professoressa Mannelli mi mandò con degli altri compagni a fare un sopralluogo nelle corti rurali della piana. Avevamo il compito di realizzare un reportage fotografico sulle bellezze architettoniche, tornammo con una relazione sui problemi delle corti. E lei mi disse: potresti fare il giornalista, o il politico”. Pare la scena di un film, ma è la realtà. “La campagna è nel mio DNA, anche se sono nato negli Stati Uniti e lì ho vissuto per i primi due anni della mia vita. Quando i miei tornarono in Italia da Chicago, dove erano emigrati per fuggire dalla povertà del Dopoguerra, ho vissuto la sofferenza e il desiderio di dovermi riscattare. Ero un bambino timido, passavamo da un paese all’altro, le amicizie erano quelle dei vicini di casa, i valori semplici e non ambiziosi. Eppure ambizioso lo sono diventato. Il merito è di nonna Lina, che era rimasta negli USA con gli altri miei parenti, e quando tornava durante il Settembre Lucchese per rivivere le atmosfere, le emozioni, rivedere gli amici, mi portava in giro per l’Italia. Da Venezia a Roma con lei ho scoperto le cose del mondo. È stata lei a insegnarmi l’amore per le tradizioni, e a farmi capire che nella vita bisogna fare qualcosa di importante, che bisogna scommettere anche quando gli altri ti dicono: ma cosa stai facendo? Che ti metti a fare?”. Ed è in momenti come questi, come sosteneva lo scrittore Sergio Atzeni, in cui si vive in bilico fra l’idea che gli altri hanno di noi e quello che noi vorremmo essere, che si rivela il futuro. “La prima volta mi capitò a diciassette anni. Tornai a casa e annunciai ai miei genitori che volevo fare il giornalista. Per loro, da sempre molto concreti, era un sogno irrealizzabile, ma io non mi arresi”.

Così escono nel 1984 i primi articoli sulla Nazione (“scrivevo di calcio, sport di cui non sapevo niente”), poi Santini finisce le magistrali e decide di non iscriversi all’Università. “Mi buttai sul giornalismo. La lucchesità era già un mio tema, e così mi dedicai a fare interviste sul territorio”. È l’inizio: nel 1987 Santini viene assunto part time, nel 1989 il contratto diventa a tempo pieno, e nel 1991 diviene giornalista professionista. Nel 1993 nella piccola chiesa di San Colombano si sposa con Luisella (“io l’avevo notata, ma lei non mi calcolava e così quando una nostra amica in comune ci ha fatto incontrare…”). Nascono Elisa che ha 21 anni, fa il servizio civile alla Misericordia ed è iscritta all’Università, e Alessandro, studente all’Istituto Tecnico Commerciale F. Carrara. “Ai miei figli – spiega – insegno a crederci sempre. Se hai spirito di abnegazione, arrivi”. Oltre al riscatto, personale e sociale, Santini ha caro il già citato tema della lucchesità, cui ha dedicato anche tre libri pubblicati da Maria Pacini Fazzi. “La lucchesità oggi – racconta – è credere che l’identità e le radici non siano provincialismo, ma la forza motrice per costruire il futuro, e forgiare la ricchezza economica di un territorio. La mia lucchesità è 2.0. Non riguarda solo il centro storico, ma si apre anche ai territori della provincia attraverso valori reali: la solidarietà, l’attaccamento alle tradizioni e alla famiglia, intesa come affetti e come culla in cui ti rifugi”. Un’immagine che calza alla topografia della città: ventre materno, ventre matrigno. “Io – continua Santini – sono grato a Lucca perché, in un posto che è sempre stato governato da pochi, sono riuscito a farmi strada, a diventare capo della cronaca di un giornale importante, e presidente del Rotary con il quale ho promosso un’apertura alla città. Non nascondo di aver attraversato negli anni diverse crisi, come quando nel 1982 volevo lasciare le superiori. A farmi cambiare idea fu un viaggio dai parenti a Chicago, dove rimasi quattro mesi. Facevo il cameriere da Bimbo’s, il ristorante di mio zio Narciso. Lui era partito da Lucca con le valigie di cartone, aveva lavorato con mio padre in un’azienda di salumi ed era riuscito a farsi da sé. Forse anche grazie a quella situazione ho scoperto che cosa sia il senso di riuscita. Che cosa voglia dire avere delle ambizioni”. Tante esperienze, un punto di riferimento in Indro Montanelli e in Arrigo Benedetti (“che orgoglio ricevere nel 2013 il premio a lui intitolato”), letture con Lucca protagonista, una passione per i romanzi di Garcia Marquez ed Hesse. “Ho riletto Siddharta prima di scegliere di candidarmi. Il suo è un percorso che racconta come, dalle ferite che si sono sopportate, si possa arrivare a rinascere. All’inizio ero combattuto, sapevo che con la politica mi lasciavo alle spalle la mia professione, eppure ero consapevole di aver dato tutto a Lucca dal punto di vista giornalistico. Poi sa che ho pensato?”. Scuoto la testa. “Al mio cantante preferito, Renato Zero. E a quando dice: tu, spettatore vuoi davvero che io viva il sogno che non osi vivere te?”.

Questa intervista è uscita oggi su Il Tirreno, nella mia rubrica “Ritratti D’Autore / A proposito di Lucca”.

A proposito di Lucca, Donne, Toscana, Lucca, Tutto, Tutto, niente

Francesca Caminoli, un ritratto d’interni

image.jpg

 

Francesca Caminoli vive in un appartamento che è costruzione di memoria attraverso gli oggetti. Ci sono libri, quadri, tappeti, due gatte sorelle, l’odore delle sigarette che fuma con lentezza e dedizione, e poi: fotografie. Molte, moltissime fotografie.

L’appartamento – che è vicino a Porta Elisa, ha un giardino meraviglioso che lei definisce troppo ordinato per i miei gusti, grandi finestre da cui si scorge l’umanità varia che popola le Mura – parla per lei. Parla per lei, per quanto Francesca Caminoli non voglia. “Mi trasferirò, voglio tornare in campagna” mi spiega appena mi accoglie, e mi guarda con grandi occhi nocciola che si sciolgono in sfumature verdi, il visto segnato da rughe profonde, i capelli bianchi e arruffati, la frangetta luminosa, senza età. Nata a Lecco nel 1948, figlia di un imprenditore – che scoprirò essere alquanto rigoroso e rigido, nonché grande camminatore –, Caminoli vive a Milano fino a trentaquattro anni.  “Facevo la giornalista. Per alcuni anni ho lavorato al Corriere dell’Informazione con Ferruccio De Bortoli, Vittorio Feltri, Gian Antonio Stella. Con Carla Giagnoni e Serena Zoli curavamo la Pagina della Donna. Poi cambiò direttore, la pagina fu chiusa perché reputata un ghetto. Ma un ghetto, francamente, non era. Scovavamo cose belle, ci divertivamo come matte” ricorda. La voce è roca, del fumatore e di chi nella vita non si è mai risparmiato. L’accento vagamente del Nord, qui e lì ha qualche consonante che vibra in lucchese. “Lavoravo – continua, mentre mi offre un caffè, che berremo con latte e senza zucchero, tutto d’un sorso, in cucina – dalle cinque la mattina fino all’ora di pranzo. Poi andavo a casa, stavo con i bambini, la sera c’erano sempre collettivi, progetti, ambizioni. Non c’era tempo di sentirsi stanchi, si era parte di qualcosa. Di un fermento incredibile”. Eppure Caminoli a 34 anni cambia vita. Decide di trasferirsi a Massaciuccoli con il marito, che lì aveva una casa. “I giornali stavano cambiando, e l’immagine conquistava sempre più importanza rispetto al contenuto. Collaborai per un paio d’anni con alcune testate, poi smisi. Vivevamo in campagna, facevamo i contadini, avevamo un ufficio stampa, scrivere forse non mi interessavano poi tanto”. Mi tornano in mente delle parole della scrittrice spagnola Mercè Rodoreda, che scovo anche nella libreria di Caminoli con un romanzo bellissimo: La piazza del diamante (nella recente edizione de La nuova frontiera); interrogata sul perché per anni non avesse scritto niente, lei rispose: perché ero troppo occupata a vivere. Ecco. La vita. La vita che esplode, e che nel caso di Caminoli la guida a mettere insieme il suo primo libro. “Abitavo a Torre, e con mio marito ospitavamo una donna bosniaca con il figlio. Il giorno in cui lui lui le rispose in italiano, lei capì che doveva tornare a Sarajevo. Alla prima tregua partì. Non voleva vivere come una profuga. Continuammo a sentirci, e quando due anni dopo fu firmata la pace andai a trovarla. Trovai la distruzione. Era un cumulo di macerie. Durante la festa musulmana di Bajram, alcuni abitanti di Sarajevo varcano la frontiera per andare a rendere omaggio alle tombe dei loro parenti, ma il pullman viene assalito da un gruppo di serbi e quattro persone vennero uccise. Il giorno dopo i giornali italiani non ne parlavano che in poche righe. Decisi di scriverne”. È il 1999. Francesca Caminoli intreccia una relazione editoriale con la casa editrice Jaca Book, che prosegue ancora oggi. Il battesimo di questo sodalizio è proprio Il giorno di Najram, che prende spunto da quel tragico fatto di sangue. Seguono nel 2003 La neve di Ahmed, e poi da altri tre libri che partono sempre da frammenti di cronaca e da un impegno civile mai ottuso, sempre sincero. “Adesso non voglio più cambiare il mondo. Per me il vero  impegno civile è poter migliorare la vita anche solo di una persona”. E dire che con il suo ultimo libro, Perché non mi dai un bacio?, di persone ne ha aiutate molte. Moltissime. “Nel 2000 sono andata per la prima volta in Nicaragua con il progetto Los Quinchos, un’associazione laica che accoglie circa 250 bambini. Sono rimasta tre mesi, e ho creato un giornalino con i ragazzi di strada. Quando poi è morto mio figlio, ho venduto delle sue stampe e ho comprato una piccola casa per loro. E sempre per loro saranno i diritti del mio ultimo libro, che racconta la storia di Zelinda Roccia, la fondatrice del progetto. Attraverso questa casa, Guido adesso vive anche quaggiù. Dimenticare è far morire davvero”. La guardo. Gli occhi sono altrove. Penso al suo libro più struggente, Viaggio in Requiem, che racconta il suo viaggio verso la Puglia e verso Otranto, sulle tracce del figlio artista Guido, suicida a 30 anni; ogni parola è un confronto con se stessi, con l’essere madre e persona. Fuori dai capitoli passano i luoghi, le sensazioni che questi trasmettono, ma nel cuore resta la sofferenza, l’amore, un mazzo di girasoli. “Dopo che ho perso mio figlio, le priorità sono cambiate. La mia scrittura è rimasta semplice, forse perché vengo dal giornalismo. A Lucca per un periodo ho partecipato alla vita cittadina, negli anni Novanta sono anche stata Consigliere Comunale, ma adesso mi interesso pochissimo delle cose della città. Tocca alle nuove generazioni, a chi ha idee nuove”. La voce però è altrove. Ferma, ma altrove. A Guida, probabilmente. Lei è una roccia, scherzo per smorzare la tensione. Lei sorride: “Vorrei essere friabile. Ti possono fare di tutto, quando credono che tu sia una roccia. Ma non è così. Adesso faccio una vita solitaria. Abito in città, ma è come se stessi in cima a un monte. Non ho mai fatto parte di nessun salotto, di nessun circolo, molti mi amici mi dicevano che avrei dovuto per la mia carriera. Eppure non l’ho mai fatto, e non mi sono mai pentita”.

 

Questa intervista è uscita oggi su Il Tirreno nella mia rubrica A proposito di Lucca.