Quel Fiume è la notte

Quel Fiume

 

Lea è appena arrivata a Varanasi. Si è limitata a prendere un maglione a casaccio dall’armadio e a infilarlo nello zaino senza aspettarsi nulla. Deve fuggire da Cesare, mettere distanza, lasciare che il tempo vada più in fretta, e l’India è il posto giusto per smarrirsi, anche se nell’aria c’è odore di celebrazioni funebri, fiori maturi, sandalo e cera. Adriana, orecchini di perle e capelli tinti di nero, non ha fatto troppe domande sui motivi della partenza, e anche al telefono, adesso che è lontana, non indaga, rimane indifferente, ma si sa, passano gli anni e le madri restano sempre le stesse, non hanno paura di ferire, sono fatte così. Come sarebbe stata se avesse deciso di tenersi quel figlio, ora Lea non vuole saperlo. Deve dimenticare il mese di maggio, l’alba di primavera, il lettino che corre veloce, il corridoio infinito, l’infermiera che chiede Sei sicura?, la sensazione precisa che sicura, dopo l’aborto, non lo sarà mai più. Nel disordine di strade senza nome e alberghi fatiscenti, tra donne bellissime che vendono sari e venerano i propri bambini, “Quel fiume è la notte” conduce nelle zone taciute della nostra coscienza, dove regna il mistero e la vergogna. Con una scrittura sacra e livida, come le acque del Gange, Flavia Piccinni racconta il tormento di una scelta difficile, in un’epoca in cui ogni condizionamento è tabù.

Quel Fiume è la notte, Fandango Libri, pp. 234, € 16.50

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