Francesca Caminoli, un ritratto d’interni

image.jpg

 

Francesca Caminoli vive in un appartamento che è costruzione di memoria attraverso gli oggetti. Ci sono libri, quadri, tappeti, due gatte sorelle, l’odore delle sigarette che fuma con lentezza e dedizione, e poi: fotografie. Molte, moltissime fotografie.

L’appartamento – che è vicino a Porta Elisa, ha un giardino meraviglioso che lei definisce troppo ordinato per i miei gusti, grandi finestre da cui si scorge l’umanità varia che popola le Mura – parla per lei. Parla per lei, per quanto Francesca Caminoli non voglia. “Mi trasferirò, voglio tornare in campagna” mi spiega appena mi accoglie, e mi guarda con grandi occhi nocciola che si sciolgono in sfumature verdi, il visto segnato da rughe profonde, i capelli bianchi e arruffati, la frangetta luminosa, senza età. Nata a Lecco nel 1948, figlia di un imprenditore – che scoprirò essere alquanto rigoroso e rigido, nonché grande camminatore –, Caminoli vive a Milano fino a trentaquattro anni.  “Facevo la giornalista. Per alcuni anni ho lavorato al Corriere dell’Informazione con Ferruccio De Bortoli, Vittorio Feltri, Gian Antonio Stella. Con Carla Giagnoni e Serena Zoli curavamo la Pagina della Donna. Poi cambiò direttore, la pagina fu chiusa perché reputata un ghetto. Ma un ghetto, francamente, non era. Scovavamo cose belle, ci divertivamo come matte” ricorda. La voce è roca, del fumatore e di chi nella vita non si è mai risparmiato. L’accento vagamente del Nord, qui e lì ha qualche consonante che vibra in lucchese. “Lavoravo – continua, mentre mi offre un caffè, che berremo con latte e senza zucchero, tutto d’un sorso, in cucina – dalle cinque la mattina fino all’ora di pranzo. Poi andavo a casa, stavo con i bambini, la sera c’erano sempre collettivi, progetti, ambizioni. Non c’era tempo di sentirsi stanchi, si era parte di qualcosa. Di un fermento incredibile”. Eppure Caminoli a 34 anni cambia vita. Decide di trasferirsi a Massaciuccoli con il marito, che lì aveva una casa. “I giornali stavano cambiando, e l’immagine conquistava sempre più importanza rispetto al contenuto. Collaborai per un paio d’anni con alcune testate, poi smisi. Vivevamo in campagna, facevamo i contadini, avevamo un ufficio stampa, scrivere forse non mi interessavano poi tanto”. Mi tornano in mente delle parole della scrittrice spagnola Mercè Rodoreda, che scovo anche nella libreria di Caminoli con un romanzo bellissimo: La piazza del diamante (nella recente edizione de La nuova frontiera); interrogata sul perché per anni non avesse scritto niente, lei rispose: perché ero troppo occupata a vivere. Ecco. La vita. La vita che esplode, e che nel caso di Caminoli la guida a mettere insieme il suo primo libro. “Abitavo a Torre, e con mio marito ospitavamo una donna bosniaca con il figlio. Il giorno in cui lui lui le rispose in italiano, lei capì che doveva tornare a Sarajevo. Alla prima tregua partì. Non voleva vivere come una profuga. Continuammo a sentirci, e quando due anni dopo fu firmata la pace andai a trovarla. Trovai la distruzione. Era un cumulo di macerie. Durante la festa musulmana di Bajram, alcuni abitanti di Sarajevo varcano la frontiera per andare a rendere omaggio alle tombe dei loro parenti, ma il pullman viene assalito da un gruppo di serbi e quattro persone vennero uccise. Il giorno dopo i giornali italiani non ne parlavano che in poche righe. Decisi di scriverne”. È il 1999. Francesca Caminoli intreccia una relazione editoriale con la casa editrice Jaca Book, che prosegue ancora oggi. Il battesimo di questo sodalizio è proprio Il giorno di Najram, che prende spunto da quel tragico fatto di sangue. Seguono nel 2003 La neve di Ahmed, e poi da altri tre libri che partono sempre da frammenti di cronaca e da un impegno civile mai ottuso, sempre sincero. “Adesso non voglio più cambiare il mondo. Per me il vero  impegno civile è poter migliorare la vita anche solo di una persona”. E dire che con il suo ultimo libro, Perché non mi dai un bacio?, di persone ne ha aiutate molte. Moltissime. “Nel 2000 sono andata per la prima volta in Nicaragua con il progetto Los Quinchos, un’associazione laica che accoglie circa 250 bambini. Sono rimasta tre mesi, e ho creato un giornalino con i ragazzi di strada. Quando poi è morto mio figlio, ho venduto delle sue stampe e ho comprato una piccola casa per loro. E sempre per loro saranno i diritti del mio ultimo libro, che racconta la storia di Zelinda Roccia, la fondatrice del progetto. Attraverso questa casa, Guido adesso vive anche quaggiù. Dimenticare è far morire davvero”. La guardo. Gli occhi sono altrove. Penso al suo libro più struggente, Viaggio in Requiem, che racconta il suo viaggio verso la Puglia e verso Otranto, sulle tracce del figlio artista Guido, suicida a 30 anni; ogni parola è un confronto con se stessi, con l’essere madre e persona. Fuori dai capitoli passano i luoghi, le sensazioni che questi trasmettono, ma nel cuore resta la sofferenza, l’amore, un mazzo di girasoli. “Dopo che ho perso mio figlio, le priorità sono cambiate. La mia scrittura è rimasta semplice, forse perché vengo dal giornalismo. A Lucca per un periodo ho partecipato alla vita cittadina, negli anni Novanta sono anche stata Consigliere Comunale, ma adesso mi interesso pochissimo delle cose della città. Tocca alle nuove generazioni, a chi ha idee nuove”. La voce però è altrove. Ferma, ma altrove. A Guida, probabilmente. Lei è una roccia, scherzo per smorzare la tensione. Lei sorride: “Vorrei essere friabile. Ti possono fare di tutto, quando credono che tu sia una roccia. Ma non è così. Adesso faccio una vita solitaria. Abito in città, ma è come se stessi in cima a un monte. Non ho mai fatto parte di nessun salotto, di nessun circolo, molti mi amici mi dicevano che avrei dovuto per la mia carriera. Eppure non l’ho mai fatto, e non mi sono mai pentita”.

 

Questa intervista è uscita oggi su Il Tirreno nella mia rubrica A proposito di Lucca.

 

 

 

 

Fashion in flight

Divisa Delia Biagiotti per Alitalia 1964-1966 (Large).JPG

 

Nel 1961 Barbie diventò assistente di volo. Aveva una graziosa divisa celeste con gonna scampanata al ginocchio, giacca adente, candida camicetta bianca a mezze maniche, leziose scarpine dal tacco nero in tinta con una borsa a cartella, cappellino e guanti avorio. Sorrideva in quel modo sgradevole cui siamo abituati, e aveva i capelli biondi a caschetto. Era una dipendente della compagnia statunitense, l’American Airlines, anche se nel 1966 (forse per mobilità) avrebbe indossato la divisa di Pan Am (abito blu scuro e capelli neri tragicamente cotonati) e solo nel 1973 sarebbe ritornata definitivamente alla casa madre. La Barbie Stewardess, che poi sarebbe diventata flight attendant, era il terzo esempio in casa Mattel di una bambola lavoratrice. Prima, Barbie era stata solo ballerina e infermiera. Improvvisamente grazie a lei l’immaginario delle bambine occidentali si ampliava, includendo un sottinteso significativo: le ambizioni delle loro madri. Nonostante gli incidenti aerei – come quello in cui morì a 22 anni Nelly Diener, la prima air hostess europea -, un posto da assistente di volo era ambitissimo. Considerate come l’emblema (truccato dal sessismo imperante) del successo femminile, apparivano giovani, bellissime, filiformi, vincenti e cosmopolite. L’interesse nei loro confronti era esploso fin dall’esordio, tanto che quando nel 1930 la Transcontinentale and Western Airlines aveva pubblicato un annuncio per 43 assunzioni, si erano presentate in duemila. I canoni di selezione erano molto rigidi, e basati esclusivamente su parametri estetici. Le candidate dovevano essere magre, alte, giovani, single ma non vedove, senza figli e con vista perfetta.

barbie-11.jpg

Non è poi cambiato molto. In Cina le assistenti di volo sono reclutate da agenzie di modelle fra le giovani studentesse con “voce dolce, e alcuna vergogna a esporre parti di pelle” e la compagnia Emirates Airlines, come ha riportato il New York Post, obbliga le sue dipendenti a rispettare rigidamente numerosi canoni estetici, fornendo indicazioni sul trucco e obbligando le dipendenti a non ingrassare (chi sgarra viene spedito in palestra e presso un centro di nutrizione). Forse è anche per questo che le hostess di Emirate sono considerate le più belle, almeno secondo lo Scott Schuman delle cabin crew: Jay, americano a Dubai, che ha abdicato al lavoro da giornalista per diventare assistente di prima classe , ma soprattutto blogger e instagrammer con lo pseudonimo di Fly Guy. A confermarlo è stata anche la competizione proposta dal sito di viaggio Trippy. Per rispondere a una domanda che assilla il mondo intero – Quale sono le hostess più calde (hottest)? – Trippy con l’ausilio di un software ha creato un volto-tipo per ogni compagnia con la fusione di numerosi scatti fatti al personale. Emirates Airlines ha trionfato con un rating di 7.17, all’ultimo posto Frontier Airlines con 5.48. Alitalia non classificata. E dire che la nostra compagnia di bandiera è ormai alla ricerca, nel momento di crisi totale che attraversa, di una sublimazione nella moda: a dicembre, nel corso dell’Alitalia Day, ha presentato in una sfilata le nuove divise firmate da Ettore Bilotta. Le uniformi che arrivano dopo 25 anni di medesimo look – firmato da Mondrian nel 1998 e prodotto dal gruppo Nadini di Vignola al costo complessivo di 9 miliardi di lire – hanno numerosi riferimenti al passato: l’eleganza delle forme, l’uso del rosso per il personale in volo (grigio antracite per gli uomini), e del verde per chi resta a terra (e anche dei criticatissimi collant). Barbie, che nel 2011 aveva celebrato Alitalia, presentando le quindici divise ufficiali delle hostess disegnate dai più celebri stilisti del mondo, dovrà aggiornare la collezione. A ricordare per sempre l’eleganza delle assistenti di volo nostrane resteranno il tailleur elegantissimo delle Sorelle Fontana (1950), il completo lineare di Delia Biagiotti (1960), la minigonna con spolverino verde firmato da Mila Schön (1969 e 1972), le gonne e camicette bianche dalle spalle squadrate di Renato Balestra (1986) e il doppiopetto grigio creato da Giorgio Armani (1991).

Giorgio-Armani_image_ini_620x465_downonly.jpg

Puro lusso in confronto a ciò a cui sono state costrette le americane. Alla loro nascita, negli anni Trenta, indossavano tailleur dai toni pallidi, gonne al ginocchio e capelli ondulati nascosti sotto graziose cloche; dovevano suggerire il lusso e l’eleganza del jet-set, annullando ogni sentore della vigente depressione economica. Con gli anni Quaranta l’uniforme si fece più scura, comparì il rossetto rosso e i capelli vennero legati: l’ispirazione arrivava da Hollywood, e le hostess dovevano imitarne il look per avvenenza e classe. Negli anni Cinquanta Pan Am ebbe l’intuizione di sfruttare l’allure delle assistenti di volo per trasformarne il look in qualcosa di iconico. Nacque così la storica divisa blu aderente, la camicia bianca, il cappellino vezzoso portato sui capelli acconciati con cura (poi ripresa da Barbie). Negli anni Sessanta arrivò anche ad alta quota la moda. I biglietti più economici permettevano a un crescente numero di persone di utilizzare gli aerei, e così la libertà dello stile venne declinata in USA con osceni stivali bianchi al ginocchio, calze arancioni, mini abiti rossi e gialli con cappellino e cappa rossi. Negli anni Settanta si fece largo la bombetta, la gonna sopra il ginocchio, il gilet e la camicia colorata, mentre gli anni Ottanta furono il momento di trucco abbondante, vestiti colorati e blazer. I maxi spallini e le giacche over size segnarono gli anni Novanta, in accoppiata a calze trasparenti e mezzo tacco. Era l’ultimo grido di stile prima degli anni Duemila, quando la definitiva affermazione delle compagnie low cost ha suggerito look più dinamici, ma soprattutto economici. Tanto che le hostess di American Airlines hanno recentemente rifiutato di indossare le nuove divise a causa dei problemi dermatologici che le stoffe (scadenti) avevano dato a 1600 dipendenti. Il caso di Zac Posen, messo a lavoro per modernizzare gli abiti del personale di Delta Airlines (anche questi rossi), resta isolato e sono lontani i tempi del fashion in flight, che è diventato una mostra omonima all’Aviation Museum di San Francisco (fino al 10 settembre).

Barbie-divisa-Mila-Schon.jpg

Se la moda è sempre di più qualcosa di collaterale alle hostess, il volo si appropria di interesse. Nel marzo 2016 Finnair ha ospitato una sfilata all’aeroporto di Helsinki, United Airlines ha lanciato una campagna social in collaborazione con Banana Republic, Lufthansa ha organizzato un fashion show su un boeing Francoforte/NY per lo stilista Rubin Singer: la prima sfilata a 30mila piedi d’altezza. Etihad Airways – che ha quote di minoranza anche in Alitalia, Jet Airways, airberlin – ha fatto ancora di più: arrivando a diventare partner delle Fashion Week internazionali, e presentandosi come sponsor ufficiale a 17 eventi annuali in tutto il mondo, da NY a Londra, da Milano a Mumbai. Ne è nato Runway to Runway, un nuovo member club che offre benefici alla comunità fashion internazionale. L’idea alla base è decisamente semplice: incanalare i globetrotter, e sfruttare il mondo della moda nel suo lato glamour, ma anche nella sua capacità di produrre desiderio attraverso la continua connessione globale. Alle hostess, fra uno sciopero e un atterraggio, non resta che il ricordo di un andato, mondo dorato.

fashioninflightexhibitionLandingFinal.jpg

Questo articolo è stato pubblicato ieri su Pagina99, e lo trovate in edicola per tutta la settimana.

Dopamine Dressing?

coverlg.jpg

 

Se nel vostro armadio, accanto a una collezione di abiti funerari, è spuntata una gonna giallo canarino o un pullover turchese probabilmente siete anche voi vittime di La La Land. O, più semplicemente, siete inconsapevoli cultori del dopamine dressing, ultima strategia di automedicamento secondo cui indossare abiti divertenti e variopinti riesce a migliorare l’umore.

Archiviata la psicologia del colore – strategicamente usata nel marketing da anni, e fautrice di solidi legami fra sfumature cromatiche e applicazioni al fine di modellare gli impulsi del possibile acquirente –, la moda adesso è una colata arcobaleno di brillantezza che non lascia immuni neanche i grandi stilisti.

Armani fa di uno sgargiante arancione dai richiami orientali il suo colore feticcio per la primavera/estate 2017, e lo declina in preziose giacche in pelle, fluttuanti gonne in organza, vestiti trasparenti e orecchini oversize. Giambattista Valli opta per il rosa in tulle e per opulenti ricami floreali, mentre Maison Margiela alterna al total black, voluttuosi rossi. Gucci sceglie un labirinto di sfumature, lo stesso fanno Pucci e Versace. Anche la pelletteria non si rivela indenne da questo trend. La borsa del momento è firmata Loewe, ed è un elefantino multicolore diventato il vero protagonista delle fashion week internazionali; non meno attenzione, in termini di stampa e di vendite, hanno riscosso le borse con un paio di occhi di Anya Hindmarch e quella a strisce verticali di Sophie Hulme.

Naturalmente il dopamine dressing – portato a battesimo da Grazia UK, e divenuto oggetto di ampio dibattito sul The Guardian – è stato massicciamente adottato, più o meno consapevolmente, da attrici e trendsetter. I casi più eclatanti? Gwyneth Paltrow, che si è fatta fotografare con la green jumpsuit della designer inglese Emilia Wickstead, e Anna dello Russo che ha optato in un unico outfit per una borsa arcobaleno, cappotto broccato celeste, felpa rosa che indica il giorno della settimana di Alberta Ferretti (Monday, per la precisione).

Il buon umore a tutti i costi, come se non bastasse nella vita reale, ha attaccato anche i capi cheap. Ed ecco spuntare le Converse riadattate secondo Comme des Garçons, i jeans di House of Holland tempestati di cuori colorati, il wrap dress smanicato con cintura in tessuto color pesca riproposto da Mango e decisamente simile a quello inossato da Emma Stone nella pellicola di Damien Chazelle, l’abito giallo di Topshop Unique in lustrini già decretato capo cult di stagione.

E dire che al momento non esistono sostegni scientifici alla teoria. Come unico baluardo resta un articolo in grado di evidenziare il ruolo dell’abbigliamento nei processi cognitivi (Enclothed Cognition) pubblicato dal Journal of Experimental Social Psychology nel 2012 con la firma di Hajo Adam e di Adam Galinsky.

“Per quanto non sia ancora riscontrabile una dimostrazione scientifica, da tempo si è a conoscenza che certi colori migliorino l’umore” spiega la psichiatra Donatella Marazziti dell’Università di Pisa. “Con buona probabilità dal punto di vista cognitivo l’autocondizionamento può giocare un ruolo importante. Ovvero: mi sento meglio, o peggio, a seconda del colore che indosso. Si tratta di una suggestione che potrebbe rivelarsi come una sorta di incentivo, una vera e propria motivazione, capace di innescare l’aumento della dopamina, ovvero il neurotrasmettitore che sottende la gratificazione e il piacere”. Tutto rientra dunque nel campo dell’autopercezione, che per antonomasia non è replicabile o misurabile. Costantino della Gherardesca, conduttore televisivo e radiofonico, non ha dubbi e suggerisce anzi un’ulteriore passaggio: “Pratico da tempo il dopamine dressing. Anche se per me a fare la differenza non sono i colori, ma il taglio e le proporzioni degli abiti. La manica raglan, ad esempio, blocca la dopamina. Un calzino corto sarebbe praticamente un neurolettico. Per quanto mi riguarda, dopamine dressing è semplicemente vestirsi in modo decente. Paradossalmente, quando mi vesto comodo durante la giornata provo una sensazione di forte disagio. Se mi sento vestito male mi deprimo, se invece sono in giacca e cravatta sono decisamente più allegro. Siccome disprezzo gli uomini che si conciano male è corretto da parte mia, eticamente, odiarmi quando prediligo capi pratici”. Contorto, ma comprensibile e apprezzabile. “I vestiti in sé – sostiene Marina Savarese, autrice di Sfashion (Morellini Editore, pp. 200) e insegnante di fashion management al Polimoda di Firenze –  non possono renderti più felice. Sicuramente, però, esistono abiti che ti fanno stare bene e non sono necessariamente quelli che vanno di moda. Non esiste un codice estetico universale. Personalmente preferisco vestirmi in modo colorato, soprattutto quando la giornata è grigia, e a volte scelgo talmente tanti colori contemporaneamente da sembrare un arcobaleno. Così quando mi guardo allo specchio mi faccio allegria da sola. E chi mi incontra sorride. Merito anche dei miei capelli che ora sono rosa”.

Dopamine hair. Un fenomeno ancora da studiare, che forse potrebbe dare un senso al proliferare di decolorazioni presenti a vantaggio di colori pastello e del blorange – capelli biondi con riflessi arancioni, come un tramonto – considerato, a seconda del punto di vista, come l’ultima follia beauty, o il supremo trend.

Se pensate di essere immuni al dopamine dressing, iniziate a dubitare. La moda del colore, da sempre apprezzata in salsa pacchiana e celebrata iconicamente da serie televisive nostrane come Il boss delle cerimonie o Lucky Ladies sulle napoletane upper class, trova il modo di reinventarsi a seconda del soggetto, come racconta Matteo B. Bianchi, scrittore e autore televisivo. Da poco in libreria con una nuova edizione del suo primo successo, Generations of Love (Fandango, pp. 284), Bianchi non esita: “Nel mio armadio ci sono esclusivamente camicie dai colori simili, sui toni del blu e dell’azzurro. Detesto comprare vestiti, devo sforzarmi per farlo. Tempo fa durante i saldi ho acquistato un paio camicie e arrivato a casa ho scoperto che una l’avevo già: stesso modello, stesso colore. Questo la dice lunga sulla monotonia del mio abbigliamento. A volte invidio l’esuberanza dei capi altrui, ma non me li vedrei mai addosso. La verità è che sono un abitudinario, e tendo a scegliermi una sorta di divisa nella quale mi sento a mio agio. D’inverno camicie a scacchi, d’estate felpa su t-shirt. Le mie esagerazioni sono t-shirt rosso acceso, o giallo squillante. Le metto quando sono nel mood giusto. Mi sembra di indossare qualcosa di vagamente provocatorio. Non è insomma roba per tutti i giorni”. Evidentemente La La Land e il colore, l’ultimo antidepressivo made in fashion, non lo hanno ancora contagiato.

 

 

dop-dressing.jpg

Questo articolo è uscito ieri su Pagina99. Lo trovate in edicola per tutta la settimana. 

c-galleries-587e4687103f6fe9074a0af2-anya-hindmarch.jpg

La passione sospesa: Marguerite Duras

TRPar7448469_0.jpg

Leopoldina Pallotta della Torre ha un nome altisonante, da contessa quale effettivamente è, grandi occhi di un nocciola dorato, che si posano sulle cose con una delicatezza stupita. Quando parla le labbra, che tinge sempre di borgogna, accompagnano i ricordi quasi fossero sospiri. La sua lingua gode di inflessioni bolognesi, francesi poiché a Parigi ha vissuto a lungo anche se in modo altalenante, e si ritrova – a cercar bene – anche qualcosa di toscano. Di lucchese, per la precisione.

16406454_10155040228572235_5648688380158746678_n.jpg

Leopoldina infatti a Lucca, seguendo il destino suggeritole della madre proprietaria della tenuta di Carignano, è arrivata quasi 13 anni fa accompagnata dal marito e dalle figlie. “Adesso di figlie ne ho tre” mi racconta. “A Lucca la mia vita è cambiata. Per fortuna avevo ricominciato spesso da zero. Qui mi sono ritrovata a fare la manager, mentre prima…”. La voce si sospende. E sarà fatta soprattutto di sospensioni, di vuoti e di sottintesi la nostra conversazione. Sarà costruita in onore a Marguerite Duras, scrittrice feticcio di molti lettori, e naturalmente anche la mia. A Marguerite Duras: l’autrice de L’Amante, l’autrice de L’Amante della Cina del Nord, l’autrice di decine di romanzi, di sceneggiature di successo come Hiroshima Mon Amour, ma anche di gloriosi, provocatori, mirabolanti articoli e di una vita che pare un’opera d’arte. Proprio a Marguerite Duras, forse la più grande scrittrice francese del Novecento, Leopoldina ha dedicato un meraviglioso libro, adesso introvabile, che si chiama appunto “La passione sospesa” (Archinto, pp. 171). Si tratta di un libro che è una conversazione a due voci, fra una Duras provata dalla malattia e dall’età, e una Pallotta dalla Torre di venticinque anni, ossessionata dalla Duras stessa, che a sua volta rivede in lei la gioventù perduta, la speranza, la bellezza. “Non volevo fare un libro intervista – continua Leopoldina –. Gli incontri con Duras sono durati tre anni. Ero immersa nel suo mondo. Quando la andai a trovare per la prima volta, vidi i suoi occhi che erano blu: brillavano, e la voce roca, avvolgente, carnivora, non poteva non conquistare”. Leopoldina si ferma. Si accomoda sulla poltroncina verde davanti a me, si sistema i capelli lunghi e di un castano che gode dei medesimi riflessi, un poco più chiari, dello sguardo. Una maglietta colorata, nella quale predomina il verde, le fascia il corpo magro. È una bella donna, che s’avvolge di uno charme annunciato nel sangue: il padre conte, la moglie italiana nata a Londra dalla cultura cosmopolita.

Marguerite+Duras+young+duras.jpg

“Incontrare Duras – riprende – mi ha lasciato un alone sulla vita, anche sulla vita amorosa. L’amore era il suo tema. E lei era una seduttrice nata. Aveva un lato intellettuale, e uno selvatico. Aveva un lato perverso, e poi restava un’idealista. Ogni tanto mi guardava, e mi faceva delle domande: era curiosissima. Forse proiettava in me qualcosa che non era mai stata, o quella spensieratezza che mai aveva posseduto. Quando eravamo insieme non potevo prendere appunti, né registrare. Gli appunti la infastidivano, e così dopo le nostre chiacchierate nel suo studio, chiacchierate in cui lei mangiava caramelle alla menta che non mi offriva mai, uscivo fuori di corsa dal suo palazzo e scrivevo tutto. Quanti appunti presi nella metropolitana!”. Il libro, che verrà presto ripubblicato in Francia, fu un successo: 20 mila copie vendute, 13 traduzioni, centinaia di recensioni. “Firmai il contratto a Forte dei Marmi. La Toscana è un tema ricorrente della mia vita”. Una vita fatta di traslochi, di spostamenti, di richiami ascoltati e negati. “Ho iniziato – aggiunge Leopoldina – a Bologna, nella redazione neonata di Repubblica. Poi mi sono trasferita a Milano, dove scrivevo di cultura e società. La mia maestra era Natalia Aspesi. A 28 anni una sorta di crisi mistica. Il lavoro andava bene, avevo ricevuto un’offerta importante, ma ho rifiutato. Sono tornata a Bologna, ho cominciato a fare la freelance, ho fondato un festival di musica contemporanea, ANGELICA, che esiste ancora e ha 26 anni”. Tutto sembra aver riacquisito una normalità, poi il telefono suona. E la vita cambia. Di nuovo. “Chiamavano da Berlino. Un regista ebreo tedesco di grande spessore, Peter Zadek, aveva appena preso la direzione artistica del Berliner Ensemble, il teatro fondato da Bertolt Brecht, e voleva mettere in scena Miracolo a Milano. Lascio tutto, e mi trasferisco a Berlino Est. È un lavoro duro, fatto di ricostruzioni, di sofferenza e di meraviglia. Non avevo neanche il telefono di casa. Lo spettacolo fu un successo. Diventai l’assistente personale di Zadek, e dopo quattro anni a Berlino incontrai mio marito Sebastian che lavorava per la TV tedesca”. Arriva il matrimonio, e poi 12 anni a Francoforte e dunque Lucca. L’arte torna a dominare la vita di Leopoldina, che organizza tre mostre nella tenuta di Carignano in collaborazione con Ludovico Pratesi. Ma Duras resta nell’aria. “Quando lessi L’Amante, rimasi folgorata. E mi dissi: io devo assolutamente conoscere la persona che ha vissuto queste cose. Mi ero innamorata del mondo Duras. Lei era un’incantatrice. Era perversa e innocente” sussurra, mentre le parole si sciolgono in un sorriso. Ed è esattamente quello che è accaduto a me. Dopo aver letto Duras, hai bisogno di conoscere qualcuno che l’ha conosciuta. Che ha guardato i suoi occhi, visto le sue labbra muoversi, le sue mani agitarsi. Ed ha qualcosa di miracoloso – ma anche di molto lucchese, perché in nessun posto come a Lucca gli artisti sono ai margini della narrazione cittadina – che quel qualcuno sia qui, affacciato su via Fillungo, con occhi nocciola e capelli che possiedono i riflessi del sole.

Marguerite-Duras_.jpg

Questo articolo è uscito oggi in A proposito di Lucca, la mia rubrica domenicale su Il Tirreno.

Odio dunque sono

hater_1.jpg

Avere un’opinione su internet è molto semplice. Ancor prima di avere un’idea, basta possedere l’invettiva. L’invettiva di questi tempi è tutto, in particolar modo se viene supportata da uno smartphone e da una buona connessione internet.

Ci si scaglia contro la ragazza che è stata ripresa in momenti di intimità, così come con la sopravvissuta alla valanga di Rigopiano. Si scarica la propria rabbia in un vomito inarrestabile di parole, convinti che queste non abbiano un peso e un’essenza. Convinti, soprattutto, che i commenti online siano senza conseguenze, e futuro.

Della violenza delle parole ce ne ricordiamo ogni manciata di mesi. A settembre, dopo il suicidio della giovane e bella 31enne campana protagonista di quattro video pornografici amatoriali diventati virali che l’avevano resa oggetto di scherno sul web, avevamo guardato unanimemente alla rete e ai social network come a dei mostri, dimenticando che ogni singola particella di quella prepotenza erano persone come noi: i nostri vicini di casa, i nostri colleghi, noi stessi.

Fra amnesie e prese di coscienza rispetto alla sotterranea potenza distruttiva del web, e alla colata di odio che sa riversare giornalmente contro il malcapitato di turno, risuonano ultime le parole pronunciate la settimana scorsa da Laura Bordini. Il Presidente della Camera ha attaccato Facebook per aver bloccato per 24 ore l’account dell’informatica Arianna Drago, che aveva denunciato pubblicamente numerosi gruppi chiusi di stupro virtuale sulla piattaforma creata da Mark Zuckeberg.

Di queste ore è la valanga verbale rivolta a Giorgia Galassi, sopravvissuta alla tragedia di Rigopiano, mandata alla gogna a causa di un post sul proprio profilo Facebook in cui ringraziava “tutte le persone che si sono preoccupate per me in questi giorni”. La sua colpa? Secondo migliaia di utenti è stata quella non aver provato empatia per chi si trovava ancora sotto le macerie dell’hotel, di non aver ringraziato Dio, di non essersi ritenuta abbastanza fortunata. A leggere i commenti c’è da rabbrividire per la quantità di parole inutili e non richieste messe a offendere chi è appena scampato a una tragedia.

2211519_giorgia_galassi_facebook.jpg
Da moderata quale mi sono sempre considerata, pensavo che non avrei mai provato sulla mia pelle lo sgradevole sentimento di fastidio continuato – un fastidio simile a un pizzicotto dall’entità sopportabile, ma allo stesso modo inesauribile – che genera la valanga del web. L’hate speech – letteralmente l’incitamento all’odio – mi ha invece investito da domenica pomeriggio, quando ho pubblicato su Huffington Post (una testata online del Gruppo L’Espresso, per la quale ho un blog) un post provocazione – un po’ semplicistico e sintetico, a essere sinceri – sul burqa. La sintesi è piuttosto banale: dopo averlo provato a Kuwait City, riflettevo sull’annullamento del corpo indossandone uno. Le reazioni prodotte sono state la strumentalizzazione da parte di due quotidiani che hanno fatto un taglia-incolla un po’ becero costruendo un trattato di pessimo giornalismo sulle mie parole (ma di ottimo giornalismo scandalistico, a dirla tutta), due interviste radiofoniche, migliaia di condivisioni, migliaia di commenti, decine di messaggi privati e di email a dimostrazione che le offese possono essere decisamente ripetitive, e piuttosto noiose. Letta una, lette tutte.

La cosa che ho imparato, però, è stato come non sia possibile passare indenni dal fuoco del web, che si scaglia come un serpente contro la sua preda e la distrugge con insulti, infamie, strumentalizzazioni. La parola diventa un modo per espellere la rabbia silente.

Ma è una parola troppo violenta per essere rivolta veramente contro il malcapitato di turno. Siamo diventati tutti bombe a mano pronte a esplodere, e utilizziamo la tastiera per fare del male. Utilizziamo la tastiera per rigurgitare rabbia, per essere notati, per dire la nostra, per aggredire, per uccidere. Odiare è l’io esisto degli anni Duemila.

burqa.jpg

Quello sul burqa, per tornare alla mia questione personale, era il post di un blog e dunque non di un trattato di sociologia, né un bignami di femminismo applicato all’Islam. Avrei potuto argomentare meglio ed evitare di liquidare un tema così spinoso in una manciata di righe, ma l’idea era di applicare il tema a un’esperienza personale: il divieto a Kuwait City di girare per strada con le spalle e le gambe scoperte.

Quello che ho imparato negli ultimi tre giorni, però, è più prezioso di ogni saggio di antropologia che io abbia mai letto. Di ogni trattato sulla banalità del male che abbia mai studiato. Di ogni libro sul web, e sulla sua forza che sia mai capitato sulla mia scrivania.

Rem tene, verba sequentur dicevano i latini per ammonire a conoscere gli eventi, poiché le parole sono seguenti. Il motto dei tempi moderni, e ne ho le prove, è invece un altro: trova le parole, possibilmente di offesa e di giudizio gratuito, i concetti seguiranno. Forse. Perché, alla fine, i concetti non sono poi così importanti.

Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno.

Ho provato il burka e mi è piaciuto

burqa.jpg

A Kuwait City esistono due tipi di persone: i musulmani, e tutti gli altri. Gli altri li riconosci perché sono vestiti all’occidentale (spesso male, secondo le suggestioni che i Paesi Arabi inglobano nel loro lessico). I musulmani invece si giovano dell’unica vera produzione locale (oltre i datteri): quella tessile.

Gli uomini indossano tutti kandura (tuniche lunghe fino alle caviglie, solitamente dai toni chiari) e in testa portano keffiyeh fermate da agal. Alle donne è data più scelta: devono semplicemente essere coperte dalla testa ai piedi. Possono indossare burqa – che ha una rete davanti agli occhi -, avere lo sguardo libero con il niqab, tenere il viso scoperto con lo hijab o per mezzo del chador. Può sembrare una cosa semplice, ma non lo è affatto. È consigliato – se non obbligatorio – uniformarsi alle regole locali.

Ma quando la settimana scorsa sono arrivata all’aeroporto di Kuwait City avevo dimenticato le direttive arabe, e indossavo una giacca di lana aderente in vita, un vestito sotto al ginocchio, delle calze coprenti e delle scarpe con mezzo tacco. Non mi sono mai vergognata tanto. Per gli arabi sono le prostitute a lasciare le spalle, le braccia e le gambe scoperte. Le occidentali smemorate non sono particolarmente amate. Se credete di essere coraggiose e strafottenti non siete mai state a Kuwait City vestite all’occidentale. Una cosa da sapere sugli arabi è che non gradiscono particolarmente le mezze misure, e sanno come fartelo notare.

Per spirito di autoconservazione, curiosità e non ultimo un sottile (sottile?) gusto della provocazione, ho pensato allora di andare al Souk Al-Mubaeakiya, il più importante souk della città che è un’intricata sovrapposizione di negozi, negozietti, posticini dove prendere il the e mangiare piatti tradizionali ed economici. Una sorta di Ballarò molto più grande, più pulito e più arabo.

In una strada, saracinesca contro saracinesca, erano esposti solo abiti femminili. Manichini senza testa indossavano lunghe sequenze di abiti neri, apparentemente uguali. Sono entrata nel primo: un ragazzo egiziano (la maggior parte dei lavoratori a Kuwait City sono stranieri), camicia blu e jeans, mi ha guardato: “Can I help you?”. Se c’è una cosa che non manca, è la gentilezza verso il cliente apparentemente danaroso.

Dopo venti minuti avevo comprato, per la modica cifra di dieci denari che sono poco più di trenta euro, un burka nero. Avevo acquistato la taglia più piccola disponibile: la 48. Praticamente ci navigavo dentro. Quando ho domandato qualcosa di più stretto, il ragazzo mi ha guardato offeso: “No, deve andare largo e fluttuare” mi ha spiegato.

Indossarlo è stato piuttosto semplice. Praticamente te lo infili, e il gioco è fatto. Non devi perdere tempo a coordinare le scarpe con la borsa, o magari a scegliere il vestito che ti fascia meno, i pantaloni che non ti fanno difetto, la maglietta che evidenzia tragicamente e irrispettosamente i chili di troppo. Non devi neanche perdere tempo a sistemarti i capelli, o a truccarti. Non ti vede nessuno. Nessuno sa se dietro c’è una bella donna, o una donna poco attraente. È tipo il grembiule che ti facevano mettere da bambino, a scuola, ma molto più comodo: non solo non è più necessario preoccuparsi dei vestiti, ma anche del proprio aspetto esteriore.

Abituarsi a respirare dietro una specie di grata, sentendosi avvolti da un lenzuolo, è poi piuttosto semplice se non si soffre di claustrofobia, si dimenticano tutti gli insegnamenti della mamma e della nonna, nonché quelli relativi alla propria libertà e al significato religioso che l’oggetto custodisce: difendere la donna dagli sguardi altrui, preservandone l’immagine e dunque l’anima.

Per un attimo, con il burqa addosso, ho pensato che forse potrebbe essere giusto indossarlo ogni giorno. E guardandomi allo specchio, non ritrovando il mio viso, ma solo una nuvola nera, mi sono domandata se non sia forse questa una lezione che dobbiamo prendere dal mondo arabo: annullare la necessaria ossessione per l’immagine che tutte abbiamo, annullare il giudizio delle altre attraverso la loro bellezza, imparare a mostrarci privi di ossessioni e di sovrastrutture. Imparare a concentrarci su noi stessi, e non sull’abito/aspetto/percezione che abbiamo e che diamo. Forse, dove il femminismo ha fallito, il burka nel 2017 potrebbe riuscire. O no?

Questo articolo è stato pubblicato su Huffington Post Italia.

Marcellina Tassone, la prima vittima di ‘ndrangheta bambina

Marcellina Tassone è stata la prima vittima di ‘ndrangheta bambina. E’ stata ammazzata il 23 febbraio 1989 a Laureana di Borrello, freddata insieme al fratello Alfonso. Innocente vittima della faida fra le famiglie Cutellé e Cindamo, che a Laureana – piccolo paese in provincia di Reggio Calabria, a una manciata di chilometri da Rosarno – ha mietuto negli anni Ottanta oltre trenta vite. Marcella è stata completamente dimenticata. Inghiottita nella memoria di un Paese senza memoria. La sua storia è fra i Racconti di Mafiail nuovo numero di Narcomafie che, come ha scritto il curatore Piero Ferrante, vuole “fornire un’alternativa al modo di raccontare le cose” e lo fa mettendo insieme quindici scrittori, e quindici fumettisti. L’acquerello di Marcellina è firmato dall’artista Maria Accordino.

Me la sogno tutte le notti. Ha i capelli lunghi fino alle spalle, due ciuffi tirati in dietro, poco sopra le orecchie. I capelli neri e arruffati. Le sopracciglia folte. Porta una tunica gialla che sembra di seta. Sorride con le mani incrociate davanti. Io sono lì, davanti a lei. Ho addosso il vestito del funerale di nonno, quando tutti piangevano e nella chiesa del Carmine c’erano gerbere e crisantemi.

Mi guardo intorno. Siamo in una stanza buia. Un riflettore la illumina dall’alto. Ha gli occhi chiusi, e sta singhiozzando. Comincio ad accarezzarle le guance, le dico di calmarsi, ma lei pare altrove. All’improvviso la luce si spegne. Nel buio, l’unico rumore è quello del suo respiro. La rassicuro, ma lei continua ad ansimare, ha un fiato caldo che sa di miele e d’estate. Le sfioro il polso, lo tiro a me, poi una luce si accende, quindi un’altra, e un’altra ancora. Lei sorride, e finalmente la riconosco come l’ho vista nelle fotografie: bellissima, e bambina.

“Come stai?” chiedo. Lei alza lo sguardo. Avverto il suo alito: è l’odore delle pineta in agosto, quando la resina si squaglia e la salsedine la cuoce. Mi avvicino ancora un poco, un poco di più. Non faccio in tempo a parlare che lei mi ha afferrato il braccio, lo stringe. Urlo, ma la mia voce non ha suono. Poi Marcellina spalanca gli occhi. Piange. Le sue lacrime mi cadono addosso come pioggia e mi sporcano di sangue.

Faccio questo sogno da anni. Almeno una volta al mese. Da quando ho letto la storia di Marcellina per la prima volta, non l’ho più dimenticata. Era notte. La lampada grigia sulla scrivania era l’unica luce di tutto il palazzo, e io stavo in silenzio da ore, nel mio studio, circondata da decine di documenti: scandivano tutti la lunga scia di sangue, culminata nella strage di Duisburg, che aveva segnato gli ultimi due decenni a San Luca. Poi, sfogliando alla pagina sbagliata un’edizione de La Stampa del 1989, avevo trovato un trafiletto.

Uccisi da killer giovane e sorella (10 anni)

REGGIO CALABRIA – A Laureana di Borrello alcuni killer hanno ucciso ieri sera in un agguato un pregiudicato di 20 anni, Alfonso Tassone. Nella sparatoria è rimasta uccisa anche la sorella del pregiudicato Maria Carmela, di 10 anni. Nessuna traccia dei sicari, nessun testimone. Il doppio delitto è stato segnalato da una telefonata anonima ai carabinieri del luogo. (Agi)

La Stampa, p. 9

23 febbraio 1989

In quel momento qualcosa fra lo sterno e il cuore si era rotto, per sempre. Avevo passato l’intera notte a cercare articoli su di lei, Marcellina (non Maria Carmela, la sorella impropriamente indicata sul giornale). Avevo passato la notte a studiarne il profilo, a leggere dei proiettili che le avevano martoriato il corpicino e il bel viso. Avevo stampato una fotografia – nella quale indossava una tunica gialla, e dei fiori nei capelli -; l’avevo attaccata al muro, a pochi passi dal letto. Per mesi era stata la prima cosa che vedevo al risveglio, quando il mondo prende i suoi confini, e prima di andare a dormire. Marcellina era lì. Mi stava aspettando.

Dopo mesi di paure, un pomeriggio di marzo avevo cercato il numero della madre e avevo chiamato. Mi era stato detto di scrivere una lettera, perché le mie parole avessero traccia. Avevo raccontato di me su un foglio a righe il pomeriggio stesso, intanto fuori pioveva; ero andata a imbucare la busta lunga e stretta senza ombrello, con la grandine che mi schiaffeggiava la faccia, il pensiero fisso ed egoista.

Perché lo stavo facendo? Non lo sapevo. C’erano troppi motivi, e nessuno era vero da solo. Lo stavo facendo per me, perché il dolore nella storia di Marcellina combaciava per certi angoli con il mio. Lo stavo facendo perché mi pareva assurdo che una bambina fosse morta e la sua storia fosse andata smarrita; lo stavo facendo perché, a volte e quando meno te lo aspetti, sboccia qualcosa che non ti fa più vivere, fino a quando non le doni una voce. Lo stavo facendo perché non si campa di sola cronaca, ma esiste anche la memoria.

Qualche settimana dopo il telefono aveva squillato. Stavo provando un paio di scarpe, il numero aveva prefisso calabrese, avevo risposto trattenendo il fiato: “Sono Carmela, la sorella di Marcellina”. Un brivido che è mal di testa e paura era arrivato, tutto insieme, con gli occhi che si riempivano di lacrime e di ansia. Ero uscita con un piede scalzo, per strada, nella folla che creava per me solo silenzio. “Vieni, mia madre ti vuole conoscere” aveva detto Carmela, ed ero partita. Non sapevo che cosa ne sarebbe potuto venire fuori, ma sapevo che era importante.

Alla fine di un viaggio della speranza ero arrivata a Laureana di Borrello, che è una strada in salita, una sfilza di bar, una ripetitiva periferia a venti minuti da Rosarno, con case costruite a metà, insegne opache, viottoli sterrati. In un parco giochi alle spalle della scuola di Marcellina, una donna mi aveva spiegato: “sa, non aveva colpa, ma qui anche i bambini scontano le pene della famiglia”.

Cercavo di perdere tempo, sperando di poter tergiversare in eterno. Avevo comprato dei bignè in una pasticceria celeste. E poi, con la testa che era una girandola di pensieri, ero salita in macchina per andare all’appuntamento. Una Panda, dopo dieci minuti, mi si era affiancata: “Sei Flavia?”.

Avevo seguito Carmela e suo padre fino a un grande parcheggio di ghiaia. Prima di entrare nel piccolo portone di vetro smerigliato, messo al centro di un palazzetto giallo limone, avevo ingoiato le lacrime e la paura. Ero entrata dentro, nel caldo calabrese e in un odore dolciastro di zucchero bruciato e di sangue; alla fine di due rampe di scale, avevo intravisto una testa di ricci corti e scuri, degli occhiali di metallo tondi. Una donna dal viso gentile, e stanco, vestita di nero stava sull’uscio. Sembrava tutte le mamme del mondo. Era Maria. “Benvenuta” aveva mormorato, con un solo sospiro. “Benvenuta signorina” aveva ripetuto, e poi eravamo entrate nell’appartamento pitturato di giallo canarino invaso da tutte quelle cose – le bomboniere d’argento, le fotografie di famiglia, i centrini, un vaso sgargiante zeppo di fiori finti – che fanno di una casa, una casa del Sud. Gli occhi mi si erano riempiti di lacrime, e senza che me ne accorgessi: “Lo sa, signora, sua figlia me la sono sognata anche stanotte”.

Stringendomi il polso, con una forza dolce e ammaliante: “Anche io. Me la sogno tutte le notti, ed è bellissima e buona come era”. La voce di Maria è un sospiro. Mi racconta che il colore preferito di Marcellina era il giallo, mi spiega che amava le caramelle, il latte con i biscotti, andare a scuola e giocare con la sua migliore amica; sognava di fare la cantante, come Marcella Bella. Intanto, gli occhi si fanno lucidi, brillano come se avesse guardato per anni soltanto la pioggia. “Era una bimba troppo straordinaria. Una mamma non si dimentica, né se è brava né se è cattiva una figlia. Ma lei non è da dimenticare da nessuno. Eppure se l’hanno dimenticata. Hanno fatto quella piccola cosa prima, e poi si è addormentato tutto”. Nella voce di Maria non c’è niente della retorica che ho imparato a riconoscere durante i viaggi in Aspromonte, quando davanti mi trovavo madri che non parlavano dei figli, ma recitavano spettacoli a soggetto sui loro morti. “Adesso – aggiunge, con la voce che trema –, se si rivolgono adesso, non voglio fatto niente più. Dopo il piccolo monumento nella villa, è venuto non ricordo come si chiama, perché ho perso anche i sensi… Ho perso la memoria. Adesso la dico una parola, e subito dopo mi dimentico tutto”. Maria si ferma, si gira verso la figlia: “Come si chiamava quello?”.

“Scopelliti” dice Salvatore.

Carmela annuisce. Sento un calore che mi parte da dentro le dita, e si irradia in tutto il resto del corpo. Non mi sono mai sentita tanto impotente, nemmeno il giorno in cui ho capito che le mie parole non sarebbero servite a niente perché è un’illusione, una splendida illusione, credere che raccontare, testimoniare, dire possa davvero fare la differenza. Le parole sono foglie: cadono, si accumulano, si decompongono; non fanno mai rumore. Eppure, le parole sono le uniche cose che abbiamo.

“Da quando è successo il fatto, la mia vita è finita” conclude Maria.

Tutti e tre lo chiamano il fatto. Lo considerano un fatto, come se fosse scritto nel destino e non ci fosse alternativa alla sorte. Fino ad adesso, la dinamica dell’omicidio l’ho tenuta a distanza. E a distanza ho tenuto anche le voci, riportate sui giornali, secondo cui i fratelli Tassone erano degli ‘ndranghetisti. A distanza ho tenuto il killer: un colpo dietro l’altro, la faccia sfrantumata di Marcellina. Chissà se Carmelo Lamari, dopo aver sparato, quella notte ha pianto, chissà se si ricorda ancora, chissà se si è mai sentito in colpa. Anche un minuto soltanto, in tutta la vita.

“Mi racconta cosa accadde?”.

Maria s’affossa, e scompare dentro le mani. Carmela sa che deve parlare. “Quello di Mimmo è stato nel novembre 1988, quello di Marcella e Alfonso il 22 febbraio 1989. Sai, è come quando vieni dall’oscurità. Non capisci ciò che ti sta succedendo in quell’istante lì. Era un periodo in cui, va bene, succedevano tante cose brutte, ma non pensi mai che succedono a te. Anche perché i miei fratelli erano giovani. Non lo potevamo sapere, quando escono, con chi praticano, che amicizie avevano. Poi quella di Marcella è stata una tragedia atroce, io avevo quindici anni, e non c’è da…”. Gli occhi le si riempiono di lacrime, la voce però non si incrina. “Noi siamo leali. Se è successo questa cosa qua, chi l’ha fatto ce l’aveva con mio fratello? Bene! Ma che c’entra una bambina di undici anni? Come hanno avuto il coraggio di puntare un’arma verso una bambina?”. Scuote la testa con forza, a sfondare qualcosa davanti a lei. “È tutta la rabbia, la rabbia è quella”.

“Voi che spiegazione vi siete dati?” domando.

Maria mi guarda come se fossi cretina. “E chi te la dà una risposta? Impossibile è sapere, perché loro sono morti. Anche se succedeva qualcosa, non venivano a raccontarcelo a noi. I miei genitori erano all’oscuro di tutto, ma i miei fratelli hanno sempre lavorato”.

“Che facevano?”.

“I trattoristi” spiega Maria. “Io mi levavo la mattina cu presto, au cinqù, per preparare servetta come si usa ca. Patate, pollo, olive, uovo. Parti’ano insieme, ma non sempre lavoravano insieme. Quando tornavano la sera, si lavavano e ne sciano. ‘U paese chisto è”. Si guarda intorno, nelle pareti del salotto piccolo.

“E poi ci è crollato il mondo addosso tutto d’un colpo” continua Carmela. “Quando è successo quello di Mimmo, è stato il primo, era l’otto novembre, lo aspettavamo a casa perché non c’erano i telefonini. Lui alle sette doveva portare Alfonso alla stazione a Rosarno, perché doveva partire militare verso Reggio. Si era fatta una certa ora e non arrivava, di solito era molto puntale, e ci è sembrata una cosa tanto strana. Quando sono passate un bel po’ di ore ci siamo allarmati, siamo andati in caserma per sapere se potevano fare qualcosa per trovarlo”. Guarda verso Salvatore, che tiene la testa bassa. “Era un periodo in cui ne sentivi di tutti i colori. Era un periodo che avevi paura anche a uscire di casa. Ammazzavano anche per cazzate, hai capito?”.

Sì, ho capito.

“Mio marito si era messo insieme con altri amici, cercavano tutti. Ci avevano detto voi donne state a casa, anche perché se vediamo qualcosa voi come reagite? La reazione di una donna non è come quella di un uomo”. Si ferma. “Noi stavamo con la moglie di Alfonso, piangevamo, ma tutta la notte non abbiamo saputo niente” continua Carmela.

“E che pensavate?”.

“Pensavamo al peggio. Mai pensando vero. Mai pensando alle cose…”. Si volta verso la madre che è ripiegata su se stessa, un puntino nero nello spazio giallo del salotto.

“Alla fine l’hanno trovato in Contrada Duca, fuori paese, in campagna. C’erano delle ruote che sporgevano, erano quelle della 127 bianca di mio marito. Era nuova, sai? Del resto non sappiamo niente. Abbiamo scoperto le cose dai giornali”.

“Non vedetti niente” fa Maria. “Non vedetti niente” ripete, e la sua voce mi sembra venire da lontano, dall’oltretomba.

“Mio marito è andato in caserma. Noi non siamo andate” conclude Carmela.

“Anche da Alfonso e Marcellina non siamo andati” s’aggiunge Maria, cercando i miei occhi. Carmela mette la mano su quella della madre, che trema un poco. “Ringrazio oggi le persone che non mi hanno fatto passare, che me li ricordo vivi e non da morti”. Un silenzio che è acqua si distende intorno a noi; cominciamo a galleggiare in questo dolore passato che gronda ancora.

“Il giorno dell’altro fatto eravamo tutti a casa di mia mamma. Alfonso era andato a lavoro con la macchina di mio marito, ma quando era tornato a casa mamma gli aveva detto di andare a prendere Marcella”.

Maria, facendosi la croce, balbetta: “E nu venniro chiù, nuno dei due”.

“Si vede che la bambina l’ha presa, e poi è successo quel che è successo. In paese propria. Dove le persone passano, vedono e ti avvisano” aggiunge, poi spiega: “Alfonso non tornava, ma a un certo punto è arrivato un ragazzo… Io sono una tipa molto maliziosa, non sono mai positiva, non penso mai bene delle cose. Vedendo arrivare questa persona, e mio marito uscire, vedendo che chiudono la porta, ho detto a mia cognata: questa persona non è una che viene spesso, si vede che è successo qualcosa”. E qualcosa era successo. La macchina stava a bordo strada. “Pensavamo ad Alfonso, ma non a Marcella. Invece, Alfonso c’aveva sulle gambe Marcella. Forse cercava di coprirla” mormora Carmela. E Maria, lentissima, come se stesse recitando il verso di una poesia mandata a fatica a memoria: “Il fratello proteggeva la bambina, sua sorella” e, dopo un attimo di pausa: “se l’è messa così”, quindi allarga le braccia, commossa, a stringere il nulla.

Mi sembra assurdo. La memoria del lutto della famiglia Tassone si basa sulla carta stampata. “Davvero voi avete saputo dai giornali?”

“Sì”, tutti e tre insieme.

“Cioè, nessuno vi ha detto?”.

“No” tutti e tre, ancora insieme.

“I carabinieri non ve l’hanno detto?”.

“Volevano sapere da noi. E noi cosa sappiamo?” fa Carmela.

Per un secondo galleggiamo ancora in questo silenzio, che sembra venire da un’altra epoca. Penso al mio sogno. A Marcellina, con i suoi lunghi capelli che piange sangue.

Carmela ricomincia: “I carabinieri non sapevano come dirlo ai miei, e così glielo ha detto mio marito”. Il suo viso, adesso, è quello di una Santa Crocefissa. Lo sguardo di tutti è in alto, verso il soffitto e in direzione del cielo.

Maria: “Io sapevo solo di Alfonso, e domandavo: ma la machina era pe’ di qua, o era pe’ ca? Nessuno mi rispondeva, alla fine uno mi disse che era pe’ ca, e allora capii che anche la fiiola mia c’era”.

“Almeno Lamari è in galera” commento. Loro mi fissano come se non avessero mai sentito questo cognome. “Carmelo Lamari, il responsabile”.

Salvatore, rivolto alla moglie, dice qualcosa che mi pare assomigli a un calma, ma potrebbe essere anche no, anche aspetta.

Maria ha un impercettibile cedimento degli occhi, il volto per un secondo si trasforma, gli iridi si rivoltano, mi sembra un’altra. Assomiglia a Marcellina, nel sogno; vorrei che lei sentisse che sono qui, per ascoltarla in questo frammento di Paese che non esiste, che sta inglobato fra le piaghe della malavita e della dimenticanza.

“Noi non sappiamo se sono loro i responsabili” dice Carmela. “La legge dice questo, però noi non eravamo lì per sapere chi è stato, chi non è stato. Dicono che hanno dato l’ergastolo per la via di mia sorella, ma questo secondo i giornali, per la televisione”. Si riavvia i capelli ricci e biondi dietro le orecchie, e mi pare fiera e bella. “Mia sorella è la prima bimba che è stata uccisa qui, in Calabria. La prima bimba. Adesso se la sono dimenticati tutti. E mia madre spera sempre che, un giorno, la potrà rivedere di nuovo”.

“Vero” sentenzia Maria. Poi, anche se non c’entra niente, come se potesse cambiare le cose o aggiungere un altro significato alla storia: “Sa, la sera del fatto erano le otto. Lo stesso orario del primo. Alle otto, qui, è sera”.