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Opposti non complementari

Da oggi “Bellissime” arriva a Torino al Museo Diffuso della Resistenza per la mostra “Opposti non complementari” organizzata con il Patrocinio di UNICEF Italia. Dal 19 ottobre il cortometraggio omonimo che ho realizzato grazie a Fandango Libri e insieme ad Antonella Gaeta, Maurizio Felicetti ed Ilaria Fusco – che potete rivedere su Repubblica.it a questo link – sarà infatti proposto nel corso del percorso espositivo. Il 20 novembre poi, in occasione della giornata internazionale dei diritti dell’infanzia, sarò anche io a parlare di “Bellissime” (questa volta il libro) al Museo Diffuso della Resistenza. Se siete in zona, vi aspetto!

Bellissime

OPPOSTI NON COMPLEMENTARI
Bambini nei concorsi di bellezza statunitensi e nei campi profughi libanesi

Fotografie di Barbara Baiocchi e Jean-Claude Chincheré A cura di Andrea Balzola

20 ottobre – 3 dicembre 2017
Polo del ‘900 – Palazzo San Celso; corso Valdocco 4/A – Torino

Uno sguardo iper-sensibile e diverso su bambini che vivono due condizioni estreme e opposte: i bambini confezionati dai genitori come bambolotti per le passerelle dei concorsi di bellezza negli Stati Uniti e i bambini che hanno perso tutto tranne la vita, in fuga dalla feroce guerra siriana e accampati provvisoriamente nei campi profughi libanesi.

I due autori degli scatti di “Opposti non complementari” si sono soffermati su bambini prigionieri degli adulti e delle loro follie, gli uni ingabbiati dall’incantesimo contemporaneo del look mediatico, gli altri rapiti dall’istinto predatorio della guerra. Sono mondi opposti e non complementari che non si possono parlare, uno fondato sul troppo e l’altro sul niente, l’uno costruito artificialmente, l’altro ridotto in macerie, che i due fotografi ci restituiscono con i loro sguardi: uno femminile e uno maschile, uno a colori, l’altro prevalentemente in bianco e nero, uno tagliente e ironico, l’altro empatico.

Il curatore della mostra, Andrea Balzola, e Mara Moscano hanno messo in relazione alcune ricerche convergenti con i reportage realizzati dai fotografi Barbara Baiocchi e Jean-Claude-Chincheré: dalla testimonianza del i contributi video sulle bambine in passerella, “Bellissime” della scrittrice Flavia Piccinni e Antonella Gaeta, e “Divine” della regista Chiara Brambilla.

La mostra è prodotta dal Museo diffuso della Resistenza e dal Comune di Torre Pellice, con il sostegno del Consiglio Regionale del Piemonte-Comitato Resistenza e Costituzione, in collaborazione con la Diaconia Valdese e il Comitato Provinciale di Torino per l’Unicef; si inserisce nel programma “Infanzia Negata” promosso e organizzato dal Polo del ‘900, che si svilupperà tra ottobre e dicembre e avrà il suo momento centrale il 20 novembre, Giornata Internazionale dei Diritti dell’Infanzia.

Mercoledì 18 ottobre, ore 11.00: presentazione alla stampa del programma Infanzia Negata

Giovedì 19 ottobre, ore 18.00: inaugurazione della mostra Opposti non complementari.

19 ottobre ore 18.00: INAUGURAZIONE della mostra Opposti non complementari

Saluti: Alessandro Bollo, direttore Fondazione Polo del ‘900; Nino Boeti, Vicepresidente Consiglio Regionale del Piemonte, Marco Cogno, Sindaco di Torre Pellice.

Saranno presenti: il giornalista Toni Capuozzo, il curatore Andrea Balzola; i fotografi Barbara Baiocchi e Jean-Claude Chincheré; Maria Costanza Trapanelli, Presidente del Comitato Provinciale Unicef di Torino; i rappresentanti della Diaconia Valdese – Corridoi Umanitari.

20 novembre: GIORNATA INTERNAZIONALE DEI DIRITTI DELL’INFANZIA

ore 10.00 – Polo del ‘900, sala S. Celso

L’UNICEF NEL MONDO PER LA DIFESA DEI DIRITTI DEI MINORI

L’attività è rivolta agli studenti della scuola primaria e a quelli dei primi due anni delle secondarie di primo grado.

ore 18.00 – Polo del ‘900, sala S. Celso

IL ROVESCIO DEI DIRITTI DEI BAMBINI

a cura di Andrea Balzola, Mara Moscano

Saluto della Fondazione Polo del ‘900

Maria Costanza Trapanelli, Presidente Comitato Provinciale di Torino per l’UNICEF

Andrea Balzola curatore della mostra, autore multimediale, docente dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino

Jean-Claude Chincheré e Barbara Baiocchi, fotografi

Flavia Piccinni, autrice del libro Bellissime (Fandango Libri) Contributi video di Chiara Brambilla e Flavia Piccinni

ore 20.30 – Polo del ‘900, sala ‘900, S. Daniele

COLLA
a cura della Rete Italiana di Cultura Popolare

Tratto da Fifa nera/fifa blu (Donzelli Editore): lettura scenica con Alessandra Ballerini, scrittrice ed autrice del libro, e Antonio Damasco, attore e regista teatrale, con musica dal vivo.

La mostra Opposti non complementari sarà aperta al pubblico dal 20 ottobre al 3 dicembre con il seguente orario: da martedì a domenica 10/18; giovedì 14/22; chiuso il lunedì.
Ingresso libero
http://www.museodiffusotorino.it – tel. 011 01120780

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La Scordanza di Dora Albanese

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Che cosa è l’amore? E cosa può fare una donna per amore? Soprattutto, può una donna deliberatamente scegliere un amore malato, e in questo amore invischiarsi fino a dimenticare la propria casa, il proprio marito e i propri figli?
Per Caterina, trent’anni negli anni Ottanta, cresciuta a Muggera – un paese che non esiste in una Basilicata arsa dal sole e dai silenzi, simbolo di un Sud arcaico ed eterno – l’amore è solo “mal d’amore”. Ed è un amore che la fa fuggire dai suoi bambini e da quell’esistenza che è divenuta una prigione, per finire, cercando la libertà e l’indipendenza, vittima di pura schiavitù.
Nel suo primo romanzo, La Scordanza, Dora Albanese – classe 1985, esordiente di successo nel 2009 con la raccolta di racconti Non dire madre – non traccia semplicemente una provocazione, ma affonda lo sguardo in un tema centrale del dibattito nel nostro Paese. La violenza sulle donne si apre in una lunga sequenza di abusi psicologici e fisici, declinati attraverso atti sessuali animaleschi, insulti, botte. Caterina da donna emancipata, diventa vittima di un uomo che non sa amare, e che “voleva lei, non la sua storia”. Voleva lei, il suo corpo, i suoi seni, le sue cosce, ma non il suo essere. Voleva, più semplicemente, una donna oggetto. A ogni pagina riecheggia quella violenza esercitata sul corpo femminile che, secondo gli ultimi dati Istat, ha coinvolto nel corso della propria vita 6 milioni 788mila donne e che vede nel 62,7% degli stupri colpevole il partner attuale o precedente. Con La Scordanza, appena pubblicato da Rizzoli (pp.233, € 19), Dora Albanese traccia dunque con una lingua puntuale e sapientemente rutilante un racconto di odori – l’odore del latte, della terra bagnata, del sangue, del dolore – e di abbandono. L’abbandono di una madre. L’abbandono di una terra. L’abbandono di quello che gli altri vorrebbero che fossimo, per provare finalmente a diventare noi stessi. Dora Albanese ci chiede: è giusto pagare un prezzo per la propria libertà? E cosa accade quando questo prezzo è un amore malato?

#TestiTosti esordisce oggi su “Il Tirreno“. Ogni lunedì racconterò un romanzo, una raccolta di racconti, un saggio in grado di dare uno sguardo diverso su un tema su cui tutti quanti siamo costretti a riflettere, più o meno consapevolmente, più o meno volontariamente. Buona lettura!

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Il Mondo di Irene Brin

 

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Da quando sono bambina, ho sempre perso tutti i libri che mi sono passati fra le mani e sotto gli occhi. Gli unici che non ho mai smarrito, e che ho sempre tenuto in prossimità – sopra il comodino, sotto il letto, appoggiati sulla scrivania, dentro la borsa, nel portabagagli della macchina – sono i libri di Maria Vittoria Rossi. I libri di Mariù, come la chiamavano affettuosamente i parenti. I libri di Contessa Clara. I libri di Irene Brin, secondo lo pseudonimo che le suggerì Leo Longanesi e grazie al quale l’Italia imparò a conoscerla, e per un lungo tempo se ne innamorò.

Ho impiegato gli ultimi dieci anni della mia vita a leggere Maria Vittoria Rossi, a provare a decifrare quel enigma che si annida nelle sue parole, che hanno sempre odore di polvere e fatica, di delicatezza e acredine. Ho cercato per anni di arrampicarmi in quell’alchimia silenziosa che è stata la sua vita, costruita da frammenti opposti, distantissimi eppure dai medesimi profili, cercando di tradurre la sua personalità labirintica e trasformista. Più ho provato a scavare, più ho trovato dubbio e altro mistero.

Nella sua vita Maria Vittoria Rossi è stata giornalista di cani schiacciati, come all’epoca si definivano gli articoli di costume, è stata instancabile traduttrice, gallerista di talento, brillante anticipatrice di tendenze, avida lettrice e raffinata intellettuale.

La sua storia non si può analizzare attraverso singoli momenti – alcuni dei quali si sono poi rivelati epici, come quando nascose quaranta disertori nella soffitta di casa – , ma lascia trasparire la sua essenza nel momento in cui acquista la complessità dell’insieme; esattamente come accade per un quadro, o per un romanzo a chiave. Tutti gli episodi della vita di Irene Brin – dall’interminabile sequenza di pseudonimi, al primo incontro con il futuro marito all’Hotel Excelsior scandito da una serie di balli durante i quali parlarono di Proust, a quando Diana Vreeland la notò a Central Park abbigliata con un elegantissimo Fabiani e la trasformò nella prima corrispondente italiana per «Harper’s Baazar» – hanno un fondo mitologico, che suggerisce determinazione e incanto.

Per cercare Irene Brin – quasi fosse un cappello rosso che continua a passeggiare per New York, o il passo sbilenco che avanza per Via Margutta, o la cadenza di una voce che risuona per Palazzo Torlonia – sono andata nei suoi luoghi, come avevo fatto sei anni fa mentre curavo l’edizione della raccolta dimenticata Olga a Belgrado, pubblicata per la prima volta da Vallecchi editore nel 1943.

Ho cercato Irene Brin nella sua casa a Sasso di Bordighera, una palazzina che s’affaccia su un giardino meraviglioso di palme e di erba, dove sta ancora la sua macchina da scrivere con la gomma da cancellare legata a un nastrino rosso e dove si respira l’odore dei suoi abiti, il colore dei suoi occhi nel ritratto che Campigli le fece nel 1954, provando invano a svelare la sua campigliesca tristezza. Ho cercato Irene Brin per le strade di Roma, intorno a Piazza del Popolo e dentro Rosati, camminando in Via del Corso e vicino Via Giulia. Per un lungo periodo mi è parso di intravederla alla Galleria nazionale d’arte moderna, dove dal 2000 ha trovato dimora il fondo Irene Brin, Gaspero del Corso e L’Obelisco. Ed è qui che in fogli ingialliti, fra i dattiloscritti originali di Olga a Belgrado e Usi e costumi, fra agendine dalle copertine scure, fra decine di articoli e di appunti, ho trascorso molti struggenti autunni. Ed è qui che Irene Brin è diventata la sorpresa degli articoli pubblicati su «Il Borghese» e su «Omnibus», la destinataria di migliaia di lettere, come quelle firmate da Leo Longanesi che il 7 ottobre 1953 le scriveva: «ho conservato sempre grande nostalgia degli anni di «Omnibus», in cui andavamo tanto d’accordo. Ecco che ora possiamo ricominciare d’accapo», e così arrivava a proporle «una storia rapida della moda e dei gusti che, come l’intendo, dovrebbe cominciare dal 1870, vale a dire da Roma Capitale e arrivare fino a oggi». Il libro non vide mai la luce, ma si dimostrò una delle molte trame che animarono la prosa di Irene Brin fino alla sua morte, insieme alla malinconia delle sue donne, alla frustrazione per l’amore irrisolto e doloroso, alla frivolezza e alla madre. E poi, in un bellissimo novembre denso di pioggia e di profumi, incontrai L’Italia esplode, il racconto firmato per la collana curata da Milena Milani Un anno di… dell’editore genovese Michele Immordino, in cui raccontava il suo 1952. Il libro, rimasto inedito fino al 2014, quando Viella lo ha pubblicato per la curatela di Claudia Palma, ha definitivamente tracciato il suo profilo di donna in bilico perenne fra la disperazione e la gioia. Fra la silenziosa vita interiore e quella affollatissima delle vernici, dei rossetti, della lacca sulle unghie.

Una malinconia che è sempre in secondo piano, eppure è presente in ogni scritto, e avvolge lo straordinario, profondo, orgoglioso talento di una donna che per anni è stata semplicisticamente definita come una giornalista di costume. Ma Irene Brin, come emerge con limpida chiarezza da queste pagine, ha saputo raccontare con incredibile lucidità un’epoca e le universali ossessioni umane, che ancora oggi si mostrano nella loro contemporaneità. Ha saputo anche dare spazio alla libertà della parola e dell’immaginazione, come accade ne Le Visite, forse la sua raccolta più preziosa, nella quale declina il suo struggente animo in personaggi femminili ondivaghi, eterei, malinconici e presentissimi. Dal 1920 al 1965, Il Mondo traccia così i confini di un tempo attraverso una lingua meticolosa e raffinata, che con un’eleganza sorprendente inchioda l’anima e le sue perversioni. Irene Brin traspare in tutto quello che sfiora, e per spiegare il suo mistero ritornano le parole usate nell’introduzione che fece a Prime vite immaginarie di Marcel Schwob, da lei tradotto per Fausto Capriotti Editore, che pubblicò il testo in un’edizione delicata ed preziosissima nel marzo del 1946. A proposito dello scrittore francese, Irene Brin nota: «Una cultura enorme, un’elaborata alchimia di stile, un gusto morboso per le esistenze fastosamente deviate, per i vizi delicatamente pittoreschi, un’amicizia fraterna e quasi casta per le fillettes communes medioevali, per le piccole prostitute di tutti i tempi: (…) l’opera resta fedele a una sua traccia, malinconicamente sensuale, e riesce difficile pensare che i suoi pazienti studi negli archivi, le lunghe esplorazioni sulle antiche cronache, si alternassero a periodi di desolante sofferenza, o a tentativi estremi di viaggi in terra straniera. (…) Del resto un singolare desiderio di innocenza anima tutti gli scritti». Ed è come se in contro luce, per un gioco di rimandi ossessivi e rutilanti, si intravedesse sempre lei, Irene Brin. La si intravedesse con i suoi occhi annacquati dalla miopia, mentre cerca, come tutti i miopi, di restituire al mondo un confine conosciuto e di riempirne i margini con l’ambizione, la determinazione, il sogno. Ed è così che arriva l’Irene Brin più sincera, quella del motto: “Nelle difficoltà, arroganza e allegria”. Quella che nel testo inedito Le perle di Jutta – riscoperto di recente dal nipote Vincent Torre in un baule nella casa di Sasso di Bordighera – afferma: “Nessuno ascolta mai il cuore degli altri”.

Il Mondo di Irene Brin è il mondo di una donna che non riesce a vedere solo i suoi giorni, ma si costringe – adesso nel ritratto delle protagoniste e dei protagonisti che ci restituiscono l’anima transitoria che accompagna ogni successo, ora nell’analisi delle ossessioni fisiche e linguistiche, adesso nella disamina delle abitudini e delle mode – a svelare un tempo. Grazie a una lingua da romanziera di talento e di giornalista acuta, Irene Brin mette a fuoco attraverso una sorprendente ironia il rapporto con l’arte, con il costume, con le tradizioni, con la vita. Apparecchia per noi un mondo, e ci invita a guardarlo con lei.

 

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Da Il Mondo di Irene Brin, pubblicato da Atlantide.

In libreria dal 10 ottobre 2017

 

Brin

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Il Mondo, da oggi in libreria

Oggi esce per Atlantide “Il Mondo” di Irene Brin.

Si tratta di una raccolta che mette insieme gli scritti pubblicati nel corso di tutta la vita dalla scrittrice (di seguito la nota al testo), e traccia un profilo di Irene Brin come autrice e giornalista, nonché come attenta, spietata, lucida, coraggiosa analista del tempo.

Buona lettura!

 

Brin

Il Mondo raccoglie per la prima volta una selezione di racconti, articoli e pensieri di Irene Brin. I testi sono tratti dalle prime edizioni pubblicate dall’autrice fra il 1944 e il 1965. Si è scelto di mantenere sempre la grafia originale, anche quando ormai in disuso – a patto che non si trattasse di un errore derivante da evidenti refusi –, per restituire il sapore di un’epoca e di una scrittrice che tanto talentuosamente seppe raccontarla.

Le Protagoniste, La Biancheria, Le Ragazze, La Bellezza I, La Bellezza II, I Protagonisti, sono tratti da Usi e Costumi, 1920-1940 nella prima edizione stampata a Roma nel giugno del 1944 e pubblicata da Donatello De Luigi nella collana La Barcaccia.

Sera al Florida, Cas Pas, Le Giubbe rosse, Un commendatore da Rosati, Modelli di carta, L’illusionista Lambert, Le clienti di Luciana, Gitanti milanesi, La bottega dei dischi, Un salotto intellettuale, La Capannina, L’amica australiana, Il Caffè Notturno sono tratti da Cose Viste, nell’edizione di Sellerio del 1994.

Le Visite viene qui riproposto integralmente nella prima edizione dell’aprile 1945, stampata a Roma per Partenia, nella Collezione Finestra a cura di Renato Giani.

Guardaroba della donna modesta, Guardaroba dell’uomo modesto e Piccolo Dizionario dei Dubbi Correnti sono riprodotti integralmente secondo l’edizione de Il Galateo del gennaio 1953 stampata a Roma da Carlo Colombo, e pubblicata da Irene Brin con lo pseudonimo di Contessa Clara. Fanno eccezione le voci di seguito che sono invece tratte dall’edizione de Il Galateo sempre pubblicata da Irene Brin con lo pseudonimo di Contessa Clara dalla casa editrice Carlo Colombo nell’ottobre 1965. Nello specifico: Allergie, Anelli, Aereo Privato, Ascelle, Attici, Bacio, Baldoria, Birichina, Brillanti, Campione, Censura, Champagne, Conformisti, Cono Gelato, Cucina, Diete, Fedeltà, Formalismo, Formidabile, Furbi, Gioventù Bruciata, Gorgonzola, Invecchiare, Lei e Tu, Moda, Moderazione, Orecchini, Poise, Profumi, Ricchi, Roulotte, Servili, Servizievoli, Televisione, Tequila, Trucco, Villani Inconsapevoli.

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Bellissime a Lucca

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Venerdì 13 ottobre a Lucca, presso LuccaLibri, Flavia Piccinni presenterà con Ilaria Vietina “Bellissime – Baby miss, giovani modelli e aspiranti lolite” pubblicato da Fandango Libri.

L’iniziativa è promossa in collaborazione con la Città della Donne. 

Appuntamento alle 17.30 in Viale Regina Margherita 13! 

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BIKINI

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BIKINI

Mentre l’atollo su cui cadde la prima bomba atomica viene già dimenticato, il costume da bagno minuscolo che ne trasse il nome di bikini sta giustamente passando di moda. L’uso imprudente della propria nudità può equivalere, per una ragazza in cerca di marito, ai disastri prodotti dalla bomba. In città, la credevamo snella, non scheletrica e la scopriremo, alla spiaggia, simile ad un piccolo, sofferente, invendibile abbacchio. E sua sorella, che giudicavamo florida, si rivelerà straripante e sproporzionata, una giovenca senza Giove. Questi paragoni con le vetrine dei macellai e con i mattatoi pubblici dovrebbero intimorire le maliziose, e indurle a coprirsi.

 

Da Il Mondo di Irene Brin pubblicato da Atlantide Edizioni. Dal 10 di ottobre in libreria.

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Irene Brin, una nota biobibliografica

 

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Maria Vittoria Rossi nasce a Roma il 14 luglio 1911 da Vincenzo Rossi, alto ufficiale dell’esercito del re distaccato nella capitale, e Maria Pia Luzzato, ebrea nata a Vienna. Tre anni dopo viene alla luce a Firenze la sorella Franca, alla quale sarà affettuosamente legata per tutta la vita. La famiglia va a vivere a Genova e al termine del ginnasio la madre la ritira da scuola, diventandone l’istitutrice.

Lettrice onnivora, durante l’adolescenza legge un romanzo al giorno, si innamora di Proust e Musil, impara l’inglese, il francese, il tedesco e lo spagnolo. Nel 1932 comincia a scrivere su «Il Lavoro» di Genova con lo pseudonimo di Marlene, dunque di Oriane in omaggio alla Duchessa di Guermantes di Marcel Proust; qui entra in contatto con Giovanni Ansaldo e Mario Melloni. Dopo aver perso il suo primo amore, Carlo Roddolo, il 3 aprile 1937 sposa il tenente Gaspero del Corso. Lo stesso giorno esce su «Omnibus» il suo primo racconto firmato come Irene Brin, pseudonimo che Leo Longanesi ha coniato per lei e che andrà a nutrire l’infinita schiera di nom de plume utilizzati per differenziare le collaborazioni e gli stili, fra i quali restano celebri Maria del Corso per i giornali politici, Adelina e Geraldina Tron per le tematiche femminili, I.B. per le critiche cinematografiche, Ortensia per le cronache mondane dei teatri.

La coppia, a causa del lavoro di Gaspero, è costretta a frequenti spostamenti e così dopo Merano, i due vanno a vivere a Civitavecchia e dunque in Jugoslavia. Qui nel 1941, Maria Vittoria Rossi scrive i racconti che andranno a comporre Olga a Belgrado, pubblicato due anni dopo da Vallecchi con lo pseudonimo di Irene Brin.

Nel 1943 la coppia torna a Roma. Inizia un periodo di ristrettezze economiche poiché Gaspero, divenuto maggiore dell’Esercito Italiano e considerato disertore a seguito dell’armistizio, si rifugia insieme ad altri quaranta militari nella soffitta di Palazzo Torlonia, nel quale i coniugi abitavano. Maria Vittoria viene così costretta prima a intensificare il lavoro di traduttrice, e dunque a vendere i regali di nozze.

Nell’ottobre del 1943 accetta un lavoro presso la libreria d’arte La Margherita in via Bissolati. Si dedica alla scrittura della biografia della Bella Otero che sarà pubblicata nel 1944 con il titolo La mia vita da Studio editoriale italiano, sempre nel 1944 pubblica Usi e costumi, mentre l’anno successivo esce la raccolta di racconti Le visite. 

Nel 1946 la coppia Del Corso affitta un locale in Via Sistina 146 e il 23 novembre dello stesso anno, grazie all’eredità paterna di Maria Vittoria, viene inaugurata con una mostra di Giorgio Morandi la Galleria l’Obelisco di Gaspero e Maria del Corso che diventerà un punto di riferimento per l’arte internazionale – promuovendo artisti come Vespignani, Caruso, Burri, Dalì, De Chirico, Campigli, Klee, Kandisky – e luogo di incontro di intellettuali quali Luchino Visconti, Pier Paolo Pasolini ed Ennio Flaiano.

La coppia del Corso viaggia moltissimo. Nel 1947, come Irene Brin pubblica in francese Images de Lautrec (Carlo Bestetti Edizioni d’arte) in occasione della mostra promossa da L’Obelisco, cui segue nel 1952 Femmes de Lautrec per lo stesso editore.

Il rapporto con la moda è sempre più stretto, e Maria Vittoria Rossi sostiene il marchese Giovanni Battista Giorgini per la prima sfilata di moda italiana del 12 febbraio 1951, che si sarebbe poi trasformata nelle giornate fiorentine di Pitti. Si intensifica anche l’attività di giornalista. Come Contessa Clara Ràdjanny von Skèwitch – che avrebbe poi ispirato ad Alberto Sordi il personaggio di Conte Claro, protagonista di una celebre parodia radiofonica – scrive su «La Settimana Incom», come Irene Brin racconta di eleganza e stile per «Harper’s Bazaar». Nel 1968 scopre di essere malata, eppure non interrompe la sua frenetica routine. Nel maggio del 1969 parte con il marito Gaspero per Strasburgo: vuole partecipare alla mostra di Diaghilev cui L’Obelisco ha prestato Feux d’artifice di Giacomo Balla. Sulla via del ritorno la sua situazione si aggrava, e i due si fermano nella casa di famiglia a Sasso di Bordighera, dove Maria Vittoria Rossi muore il 29 maggio.

Da Il Mondo, in uscita il 10 ottobre per Atlantide Edizione in tiratura numerata e limitata. Per maggiori informazioni basta consultare il sito dell’editore, cliccando qui