Tutto, niente

The Vegan Fest

 

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C’è stato un breve periodo della mia vita in cui sono stata vegana. Accadeva una manciata di anni fa ed è stato, a dire la verità, un periodo molto breve. Credevo di avere delle motivazioni etiche forti, ma evidentemente non lo erano abbastanza se, davanti alla quotidianità, era crollate malamente. In quel periodo, però, ho scoperto che essere vegani è molto faticoso. Per prima cosa la gente (tutta la gente) si sente in diritto, a volte perfino in obbligo, di giudicarti: come fai a non mangiare la carne? Come fai a vivere senza formaggi? E le uova, vogliamo parlare delle uova? Ma ti rendi conto delle mancanze nutrizionali? Ti rendi conto di come metti in difficoltà le persone? E poi tu, che ami le borse e le scarpe di pelle, che fai, le butti? Queste erano solo alcune delle domande che mi ponevano continuamente, e sempre con un astio incredibile. Non sapevo cosa rispondere, e mi sentivo un poco la mia amica Martina Donati, autrice di due splendidi volumi di cultura vegana (“Keep calm e diventa vegano” e “Il Mangiavegano”, entrambi pubblicati da Newton Compton Editori), quando sosteneva il suo punto di vista. Mi sembrava assurdo che persone placide si accanissero così tanto su quella che reputavo una scelta personale, niente di più. Con i mesi avevo imparato a fare finta di niente, alzando le spalle e dicendo semplicemente “questo non mi va”. Eppure lo scontro era sempre dietro l’angolo, e sottendeva l’evidente incapacità di creare un dialogo propria dei nostri tempi.

Essere vegani – che vuol dire eliminare completamente tutti i derivati animali dalla propria alimentazione, e dal proprio vestiario – è una scelta impegnativa, a volte vissuta come una religione, praticata da quasi 2 milioni di italiani (Rapporto Eurispes 2017). Un giro d’affari da 700milioni di euro secondo l’Osservatorio VeganOK, che evidenzia come i consumi di alimenti sostitutivi stiano raggiungendo aumenti incredibili, dalle zuppe (+37% rispetto al 2016), alle alternative alla carne (+27,1%) o al latte (+19%). Non c’è dunque da stupirsi che per incanalare questa nuova spinta di consumi, dettata per alcuni dall’etica e per altri da motivi prettamente salutistici, nascano aziende e prodotti. Non c’è da sorprendersi che manifestazioni un tempo di nicchia, diventino trasversali e sempre più attraenti. È il caso del “VeganFest” che si battezza come il più grande festival d’Europa e, fino a questa sera, ospiterà 80 espositori al Polo Fiere di Lucca. Giunto alla sua undicesima edizione, sempre in collaborazione con VeganOK, il Festival mette insieme una sequenza di presentazioni, street food, degustazioni, cooking show e conferenze scientifiche. Un modo per approcciarsi alle abitudini, che a volte prendono i confini della filosofia, in modo laico e all’insegna della comprensione. Unico strumento per cercare di annullare quella ridicola schermaglia, promossa adesso dai vegani integralisti adesso da chi li contrasta in modo intransigente, ormai anacronistica e di cui tutti siamo stati, almeno una volta nella vita, testimoni.

Ricordo ancora quando, anni fa, mi ritrovai a una cena di Capodanno con alcuni amici a Pennabilli, paese di straordinaria bellezza in Romagna e luogo prediletto di Tonino Guerra. A cena, in una piccola casa vicina alla piazza principale, davanti al caminetto, uno degli invitati aveva chiesto che non venisse mangiato il cotechino a mezzanotte. “A quello che mi hanno regalato a lavoro io ho fatto il funerale” aveva raccontato nello sconcerto generale. Uno degli invitati aveva perso la testa: “Ti senti migliore di me perché non mangi carne?” aveva domandato, e la cena era diventata un inquietante confronto, a tratti paradossale, fra due stili di vita diversi. Ognuno sosteneva, naturalmente, che il proprio fosse migliore dell’altro. Il risultato era stato che nessuno aveva cambiato idea e la cena era stata malamente distrutta, a dimostrazione che lo scontro è sempre dannoso, e che il confronto e la comprensione dovrebbero essere la chiave per approcciarsi a qualsiasi tema. Il filosofo tedesco Ludwig Andreas Feuerbach sosteneva “L’uomo è quello che mangia”. L’augurio di questa domenica di VeganFest è che ognuno possa scegliere di cosa nutrirsi in maniera indipendente, comprendendo (e non giudicando) le preferenze altrui.

Oggi su Il Tirreno

 

 

 

 

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Ah! Ernesto – Ah! Duras

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Se avete un figlio – ma anche un fratello, un nipote, un cugino o semplicemente un bambino a cui volete bene – avete adesso un imperativo morale: accompagnarlo a scoprire e leggere “Ah! Ernesto” di Marguerite Duras, appena pubblicato da Rizzoli con le illustrazioni di Katy Couprie (pp. 80, € 25).

Si tratta di una perla troppo a lungo dimenticata, in cui lo spirito sessantottino si fa fiaba per adulti e piccini. A firmarla è una delle più grandi autrici francesi del Novecento – come dimenticare “L’Amante” o “L’Amante della Cina del Nord”? – che accompagna il lettore nella storia del piccolo Ernesto, chiamato così in omaggio a Che Guevara. Ernesto, naturalmente, è un ribelle. Va a scuola per la prima volta, torna a casa e dice alla mamma: “Non andrò più a scuola. Perché a scuola mi insegnano cose che non so!”. Quando i genitori lo accompagnano dal maestro, non ha dubbi: a scuola lui non ci vuole andare “perché non ne vale la pena”. Perché le cose della scuola lui “le saprà”. La sua granitica convinzione è pura libertà, rifiuto dei valori prestabili, tentativo di ritrovare l’innocenza e il sé. “In un certo senso – ricorderà a proposito Marguerite Duras – Ernesto dice: mi insegnano il sapere ma non la conoscenza. O meglio, mi insegnano delle cose che non mi interessa sapere. In altre parole: non mi lasciano imparare a non imparare, a fare da solo”.

Il libro è un vero gioiello. Non potrà non conquistare gli appassionati di Marguerite Duras, che a chiusura del testo troveranno preziosi documenti: le lettere scritte a mano e a macchina dall’autrice, frammenti del dattiloscritto con le sue minuziose correzioni apportate a penna, e poi i toccanti ricordi dell’editore francese Francois Ruy-Vidal che le commissionò il libro (“leggendo Duras provavo ogni volta la stessa estasi che si avverte nel ritemprarsi e nel dissetarsi, perché mi sentivo perfettamente in sintonia con quanto scriveva”), la locandina originaria del film che, ispirandosi al testo, Marguerite Duras girò nel 1985 con Jean Mascolo e Jean-Marc Turine. Si tratta di Les Enfants. Ernesto venne salutato dalla critica Francese come “il nuovo eroe del cinema di Duras, un’intelligenza cava, come un iceberg”. Un’intelligenza ribelle. Modernissima. Da scoprire. Da amare.

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Su Il Tirreno, oggi, nella mia rubrica del lunedì Testi Tosti.

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Metafore lucchesi e Lucca Film Festival

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Era il 1975. Luchino Visconti girovagava per la Toscana alla ricerca di una villa che potesse restituire l’atmosfera di un romanzo bellissimo, firmato da Gabriele D’Annunzio: L’innocente. Non lo sapeva ancora, Visconti, ma quello sarebbe stato il suo ultimo film. E sarebbe stato presentato a Cannes nel 1976, esattamente due mesi dopo la sua morte.

Nel girovagare fra le ville e le campagne, in una giornata di pioggia e di vento, Visconti ritrovò Lucca e la sua provincia. E qui si innamorò di Villa Mansi, di Villa Arnolfini e della graziosa Chiesina di Gattaiola. Scelse quei luoghi, regalando loro l’immortalità del Novecento: quella cinematografica.

Così, di ripresa in scoperta, fra un luogo scovato per sbaglio e uno cercato a lungo, si consolida il rapporto fra Lucca e il grande schermo, andato a battesimo secondo le cronache nel 1935 quando Giovacchino Forzano girò nella Villa Reale di Marlia “Fiordalisi d’oro”. Il punto più alto di questo rapporto – che gode di fasi alterne, e si affligge di una perpetua competizione con la Versilia baciata negli anni Ottanta dalla saga di Sapore di Mare – è legato a un luogo di esoterismo e di magia, che si gloria di un giardino barocco meraviglioso. Si tratta di Palazzo Pfanner, costruito nel 1660 dai patrizi lucchesi Moriconi, ambientazione di uno dei più noti film del cinema italiano degli ultimi Cinquant’anni: “Il Marchese del Grillo” che qui Mario Monicelli girò nel 1981 (con incursioni anche a Villa Mansi e Villa Torrigiani), forse ispirato da Luigi Magni (che nel medesimo luogo aveva girato nel 1980 Arrivano i bersaglieri) o piuttosto da Michele Tarantini (L’insegnante viene a casa, 1978). Il palazzo – prescelto anche nel 1996 da Jane Campion per Ritratto di Signora, e ancora nel 2001 da L’amore probabilmente di Giuseppe Bertolucci – si potrebbe indicare come metafora stessa del sentimento ambivalente fra la città e il cinema. Un rapporto mai realmente consolidato per quanto riguarda l’elezione a luogo di riprese del centro storico, oggetto di molteplici pubblicità internazionali, ma mai di lungometraggi come pur meriterebbe.

Eppure il cinema a Lucca, grazie al Lucca Film Festival, è di casa. Il Festival si rivela infatti una straordinaria occasione per valorizzare il territorio, veicolarlo all’estero e promuoverlo in Italia. Un’efficiente macchina per trasformare quella che solitamente viene tenuta nell’angolo, la cultura, in uno strumento di aggregazione sociale e in opportunità lavorativa. Il Festival sta poi mettendo in cantiere ciò che

dovremmo richiedere a tutte iniziative che annualmente in città si tengono, come il Lucca Summer Festival o il PhotoLux: coinvolgere direttamente gli studenti e sostenere la creatività locale. La co-produzione di opere (come il documentario dedicato a Possenti), il coinvolgimento delle scuole e Lucca Effetto Cinema Notte, che trasforma la città e 39 locali in un set a cielo aperto, sono concrete strategie. Strumenti attivi di resistenza culturale per evitare che i luoghi della storia e del passato si trasformino in mere scatole di ciò che erano. Esattamente come è accaduto a palazzo Pfanner: un tempo oasi di cinema e di storia, ora soggiorno per turisti.

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Duelli

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“Da giovane sono stato coinvolto in un vero duello all’arma bianca, sfida d’onore con le spade. Era il 1973. Neppure immaginavo che i duelli esistessero ancora, per me erano roba da romanzo: Dumas, Puskin, Conrad”. Inizia così l’ultimo libro del lucchese Andrea Bocconi, classe 1950, noto autore di libri di viaggio fra cui “Il giro del mondo in aspettativa” e “In viaggio con l’asino” (entrambi pubblicati da Guanda), psicoterapeuta e soprattutto schermidore. Sottolineo schermidore perché la capacità di dominare l’arte della scherma è fondamentale per l’essenza stessa del suo ultimo libro, il prezioso Duelli, recentemente pubblicato da Mondadori (pp. 135, € 18). Si tratta di un testo alquanto inusuale. Una sorta di romanzo per racconti nel quale Bocconi mette in scena se stesso e il suo mondo di lama, intrecciando il passato e il presente con una fluidità sorprendente. I piani del tempo e dei luoghi si sovrappongono, e portano a convivere personaggi e storie che mai avrebbero potuto incontrarsi, se non ci fosse stata di mezzo la spada. E così in un varco temporale allargato – che viene tenuto insieme da una prosa controllata e precisa, netta come un colpo che va a segno per fare male – si trovano a convivere un matematico giovanissimo (il protagonista della prima parte, il cui incipit è fulminante: “Era una pioggia belga: noiosa, monotona, prevedibile”) sfidato a mortale duello nella Francia del XIX secolo, e il maestro Muramoto, costretto a confrontarsi con un allievo indegno, nel Giappone del XVII secolo. C’è poi l’Italia – la porzione del testo meno romantica, e forse più riuscita: sicuramente la più coinvolgente – che vede Bocconi schierato in prima persona, mentre ricorda come “la scherma va per dinastie. Ma anche padri e madri con passati meno gloriosi possono essere insopportabili. Tutto sarebbe più semplice se la scherma fosse riservata agli orfani”. In sintesi: ironia e intelligenza, toscanità pura. Leggendo Duelli viene voglia di immergersi a perdifiato in un universo distante per i più. E tornano in mente per ore i ronzanti sogni, le vane aspettative e speranze degli schermidori moderni. Tornano in mente le parole dell’Hagakure, una delle opere letterarie più note al mondo che tramandano la saggezza dei samurai sotto forma di brevi aforismi: “La via del samurai è la morte”. Ma noi accontentiamoci degli eroici gestiti altrui, e di questa bella lettura.

Oggi, su Testi Tosti – la mia rubrica di libri tutti i lunedì su Il Tirreno.

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Rime per festeggiare il primo giorno di primavera

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Al Minneapolis Istitute of Arts c’è una sala blu. E in quella sala blu c’è un dipinto di Giorgio Vasari. Ritrae Cavalcanti, Dante, Boccaccio, Petrarca, Cino da Pistoia e Guittone d’Arezzo. È un dipinto del 1544, e ferma nel tempo i più grandi poeti che la nostra regione abbia mai avuto. Alcuni poeti. Perché come sarebbe possibile dimenticare Petrarca, che di Cino da Pistoia fu allievo? Ma anche Boccaccio, Lapo Gianni detto il Fiorentino, il lucchese Bonagiunta Orbicciani, e Giosuè Carducci? Impossibile non smarrire per strada qualcuno. Impossibile non ricordare, in tempi più recenti, il livornese Giorgio Caproni, autore di alcune delle più belle poesie del Novecento, o la struggente, folle e vorticosa opera di Dino Campana, la cui vita pare essa stessa un componimento. E poi, come non citare Curzio Malaparte, pratese, che della Toscana fece un ritratto assai fulminante? “La Toscana – scrisse – è paesaggio magico dove tutto è gentile intorno, tutto è antico e nuovo”. E di questo bilico eterno, che s’affaccenda nel nuovo mentre s’affossa nel vecchio, è specchio perfetto la poesia che oggi – primo giorno di primavera – festeggia a livello mondiale la sua giornata, secondo una decisione dell’Unesco di diciannove anni fa.

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Da Camaiore a Firenze, non mancheranno gli appuntamenti aperti alla cittadinanza, per celebrare il passato e i giovani poeti che negli anni si sono affermati a livello nazionale. Da ricordare dunque la pisana Simona Cerri Spinelli, già vincitrice del Premio Rimini, e autrice del recente “Al centro dei rovesci” (Interno Poesia editore, pp. 64). Ma anche il bravo Marco Corsi, classe 1985, che vive a Persignano, vicino Arezzo ed è dottore di ricerca in Italianistica. “Guardiamo dal vano che si attarda/ la linea di apertura delle cose” scrive nella romantica “Via Rossini”. E lui, incluso nel XII Quaderno italiano di Poesia (Marcos y Marcos), una sorta di bibbia contemporanea dei poeti da seguire, riflette:quanti gradini ho sceso verso il fondo dell’inferno/ e quanti versi ho letto come nitroglicerina/ per esportare un minimo di senso/ dalla contaminazione dell’incerto”. Fra i poeti toscani però il più celebre, ma allo stesso tempo isolato, nascosto nella sua Viareggio e poco incline all’incontro, è Roberto Amato, scoperto da Manlio Cancogni ed esordiente nel 2003 con “Le cucine celesti” (Diabasis) con cui vinse il prestigioso Premio Viareggio. Amato è autore di versi misteriosi, enigmatici, bellissimi. Da leggere è senza dubbio “L’acqua alta” (2010) prima puntata di una trilogia di volumi proseguita con “Lo scrittore di saggi” (2012) e “Le città separate” (2015), tutti pubblicati dalla casa editrice romana Elliot.

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Alla poesia tradizionale, bisogna però affiancare la musica. Ce lo ha insegnato il Premio Nobel consegnato a Bob Dylan con la motivazione: “Ha creato una nuova espressione poetica”. Allora la lista dei poeti toscani si allunga. C’è Piero Ciampi, struggente e maledetto e geniale come pochi altri, e poi Nada Malanima che un libro di poesie l’ha pubblicato nel 2003: “Le mie madri”. A riflettere bene, ci sono anche i versi di Francesco Motta, cantautore emergente e già vincitore del prestigioso Premio Tenco nel 2016, o Andrea Appino degli Zen Circus. Pensando a loro, tornano in mente le parole di Malaparte: “I toscani hanno il cielo negli occhi e l’inferno in bocca”.

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Esattamente come la mia poetessa preferita, la fiorentina Margherita Guidacci, cugina del poeta Nicola Lisi, insegnante di liceo e d’università, che si congedò dal mondo nel 1992. La sua ultima silloge è l’introvabile “Anelli del tempo”, un testamento spirituale che si sublima nella poesia All’ipotetico lettore, il cui significato è un abbraccio a chi posa sui versi gli occhi: “Ho messo la mia anima fra le tue mani./ Curvale a nido. Essa non vuole altro/ che riposare in te”.

Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno 

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Un anniversario, Ilaria Alpi

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È il 1994. Il 20 marzo del 1994. Un kalashnikov spara per ammazzare. Sull’asfalto, a pochi metri dall’hotel Hamana, nel nulla che sta intorno alla zona nord di Mogadiscio, restano a terra due corpi. Una donna, e un uomo. Una giornalista, e il suo operatore. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Sono in Somalia come inviati del Tg3. Dovrebbero documentare la guerra civile somala a seguito della missione internazionale ONU Restore Hope. Ma Ilaria Alpi scopre che fra l’Italia e la Somalia ci sono dei traffici non chiari, che hanno molto a che fare con le armi, i rifiuti tossici e il silenzio. Inizia a indagare. Inizia a fare interviste, ad ascoltare, a scoprire. Deve trattarsi di qualcosa di gigantesco, e di molto preoccupante, che al suo interno contiene servizi segreti, funzionari dell’Onu, malavita. L’Italia e la Somalia. Si tratta di un filo rosso di illeciti, e di silenzi. E lei a quel filo rosso si aggrappa perché sa che, seguendolo, arriverà a qualcosa. Qualcosa che, ancora oggi, non sappiamo cosa sia. A interrompere le sue ricerche – e a consegnarle per sempre nel buio – c’è infatti un proiettile che ferma il tempo per congelarlo.

“Loro… cercano noi” dice Ilaria a Miran, prima della tragedia. Il suo viso è teso, i capelli mossi intorno al volto. Tenace, instancabili e bellissima: anche alla fine. Almeno secondo il desiderio di Marco Rizzo e Francesco Ripoli, che le hanno dedicato il bellissimo fumetto omonimo appena ripubblicato, dopo dieci anni dalla prima edizione, da BeccoGiallo (pp. 144). Alpi, che viene raccontata nell’ultima settimana di vita, diviene un’eroina in un bianco e nero denso, che sa di terre lontani, di disperazioni e sogni. La graphic novel, già vincitrice del prestigioso titolo di miglior fumetto a Comicon 2008, si nutre di prestigiosi ricordi e testimonianze. Splende il racconto della giornalista Giovanna Botteri, corrispondente dagli Stati Uniti per la RAI e compagna di redazione di Alpi: “Ilaria rimane un riferimento importante per chi crede ancora nell’informazione come ricerca della verità, come reportage per spiegare e far capire altri mondi, altre culture, come missione, studio, lavoro, impegno, passione”. A raccontare negli anni Ilaria Alpi – entrata nel mito come Giancarlo Siani, assassinato nella camorra nel 1985, o Mauro Rostagno, ucciso in Sicilia in un agguato mafioso nel 1998 – ci hanno provato in molti. Dalla vicentina Gigliola Alvisi, che ne ha svelato la storia nel libro per ragazzi L’eroina che voleva raccontare l’inferno (Rizzoli, 2014), a Roberto Scardova con L’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: quindici anni senza verità (CarteFalse, 2009), antologia ragionata di contributi dei numerosi giornalisti che si sono occupati dell’inchiesta sull’omicidio di Alpi e Hrovatin. Il volume prende il via dall’attività del prestigioso premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi. Prima, però, nessuno aveva usato l’empatia della matita per tracciare un quadro d’inchiesta e di disperazione come Rizzo e Ripoli. Perché era il 1994. Il 20 marzo del 1994. Ma sembra ieri.

Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno