A proposito di Lucca, In edicola, Tutto, niente

Quel grande saggio (inconsapevole) di Andrea Bocconi

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Andrea Bocconi è uno scrittore, uno psicoterapeuta e un grande saggio. Un saggio come quelli dei fumetti o, meglio, dei romanzi di viaggio. In tutti i romanzi di viaggio c’è sempre un momento in cui il personaggio dopo mille difficoltà, salite molto faticose, camminate sotto il sole cocente, incontri con malviventi e con donne bellissime che provano a suggerire strade lastricate di buone intenzioni (quelle che portano all’inferno), incontra un grande saggio. Solitamente questo grande saggio è vestito di arancione, ha i capelli bianchi, la lunga barba e lo sguardo sornione. Andrea Bocconi non veste quasi mai di arancione, ma ha i capelli bianchi, la lunga barba e lo sguardo sornione. E per questo sarebbe il perfetto grande saggio che tutti noi vorremmo incontrare almeno una volta nella vita o, più iconicamente, il perfetto grande saggio per la maggior parte dei libri di viaggio pubblicati da sempre. Eppure, e purtroppo, Bocconi non si è ancora arreso al destino che il futuro gli riserva e per adesso si dedica a fare lo scrittore, lo psicoterapeuta e lo schermidore.

La scherma è una passione che si porta dietro da quasi mezzo secolo, e sarà la protagonista del suo nuovo romanzo per racconti che l’anno prossimo uscirà per un grande editore (un libro bellissimo, che ho avuto la possibilità di leggere in anteprima e che mi ha fatto rimpiangere la mia totale abnegazione per lo sport); la scherma è anche la sua gioia: “Sì – mi dice, con una voce che scandisce piano le parole, fa risuonare le vocali senza inflessioni e si crogiola nella lentezza – è una grande passione”. Non si può dire che sia logorroico. E la scherma è anche fonte di successi, raggiunti tutti con la maturità. Nel 2015 Bocconi – lo schermidore più longevo della Puliti Lucca, che secondo voci non confermate viene chiamato al Palazzetto dell’Annunziata dove si allena il professore – ha gareggiato a Pistoia nel campionato nazionale master categoria 3, quello riservato agli over 60, classificandosi terzo (sconfitto però con classe dal campione europeo, il livornese Paroli); negli anni ha vinto due volte i campionati europei a squadre, e ha portato a casa altri due bronzi nell’individuale.

“L’anno prossimo vado ai Campionati Europei over 60 che si terranno a Chiavari” mi spiega e in controluce intravedo una straordinaria, oserei dire sorprendente, grinta (debitamente domata secondo la moderazione lucchese). La stessa grinta sotterranea che deve essere venuta fuori quando ha inconsciamente (e auguriamoci temporaneamente) abdicato al ruolo di grande saggio per inseguire una vita girovaga, che anche adesso è fatta di Lucca, di Arezzo, e di soprattutto di mondo.

Descrivere Andrea Bocconi è un esercizio complesso, perché ha avuto una discreta sequenza di vite, che fra loro si incastrano, si rimpiazzano, si potenziano: la laurea in legge da giovanissimo, il lavoro in carcere con i detenuti, la passione per la psicologia, l’incontro con Roberto Assagioli, la scoperta della psicosintesi, la scrittura, quell’andatura pacata che è un passo flemmatico, quasi molleggiato, e lo sguardo che sembra una lama, una lama silenziosa che si infila nel ricordo di Tiziano Terzani e di Fosco Maraini, maestri di una vita, e grandi saggi. Bocconi ha un aneddoto per tutto. Gli parli di India e ti racconta di quella volta che ha passato un mese a insegnare in un posto sperduto, di cui naturalmente si ricorda il nome che è impronunciabile, e poi ti incanta con la prima volta in cui ci andò, negli anni Settanta, per tornarci da allora almeno una volta l’anno. Gli dici Indonesia e ti menziona le maschere – che affollano la sua graziosa casa sui Fossi, “la comprai anni fa, non la venderò mai”, con un giardino che pare un piccolo angolo disordinato di paradiso – e dei tramonti di Ubud. Ti scappa la parola Nicaragua e ricorda di una grande casa dove vivono decine di ragazzi di strada, che cercano una speranza negli altri, e che gli hanno fatto compagnia per straordinarie settimane. E potresti andare avanti per ore, tra frammenti di vita e citazioni di libri. I libri che insieme a delle gloriose tende balinesi, sublimazione dell’arredamento orientaleggiante che si declina adesso nella specchiera del bagno ora nel copridivano, affollano sfrenatamente la casa, e sono volumi di psicologia, di grandi scrittori, di viaggio, di scoperta. Bisognerebbe fare uno studio sulla casa di Andrea Bocconi, eppure nessuno ci ha ancora pensato. Ma in molti leggono i suoi libri – che forse è un po’ come entrare in questo ventre, in questa caverna dove mi accoglie con un maglione blu, quando invece avrei preferito un più prosaico completo di shantung arancione –, libri ibridi che raccontano di viaggio, ma soprattutto di altro. Se il successo è arrivato con Viaggiare e non partire (Guanda, 2002), non vanno dimenticati il romanzo Il Monaco di vetro pubblicato da JacaBook, e la raccolta di racconti – alcuni dei quali bellissimi, come quello che dà il nome all’antologia – La tartaruga di Gaugin (Guanda, 2005). C’è poi un fil-rouge sotterraneo in tutti i volumi (editi sempre da Guanda). Si tratta dell’esplorazione in modi non convenzionali: quello in compagnia del proprio nucleo famigliare che per Bocconi è formato dalla moglie Francesca e dai due figli (India Formato Famiglia, 2011), quello destinato all’esplorazione a piedi (Di buon passo, 2007) o sul dorso di un asino (Viaggio con l’asino, 2009). Sono abbastanza per riempire un intero scaffale della libreria di un appassionato. E sarà una gioia sapere per i fedelissimi che da metà giugno Bocconi tornerà in libreria. “Il merito è di Raccontare il Viaggio, scritto con Guido Bosticco e con una serie di interventi degli altri docenti della Scuola del Viaggio, di cui sono responsabile del laboratorio di scrittura. Si tratta di un libro utile per i blogger o per chi tiene un diario o vuole scrivere un reportage. Consigli pratici, esempi, racconti che nascono dall’esperienza”. Gli chiedo che cosa è il viaggio per lui, che il mondo lo ha attraversato con il passo dello scrittore e dello sportivo, con lo sguardo dello psicoterapeuta e con l’ambizione (ancora inconsapevole) di diventare un grande saggio. Bocconi infossa un poco il collo, come sempre fa quando sta ragionando, quando modella la risposta più scontata, più impulsiva, per trarne fuori una coincidenza con il suo pensiero. “Il viaggio, quello vero, spazza la continuità spazio-temporale della nostra vita, ci mette in un tempo sospeso in cui tutto appare nuovo, noi compresi” mi dice, e non serve aggiungere altro.

Questo articolo è stato pubblicato oggi su Il Tirreno, nella mia rubrica di ritratti – A proposito di Lucca.

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Lucca, 1 – Remo Santini

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Remo Santini ha una divisa. Camicia azzurra, giacca blu scura con i primi due bottoni slacciati, pantaloni sportivi. Mentre mi parla, le sue mani non stanno mai ferme: le dita dalle unghia corte si infilano adesso fra i capelli scuri e lisci, adesso si appoggiano sul tavolo, ora sfogliano l’aria, dunque tornano a sfiorare il viso allungato, con delle rughe sottili intorno agli occhi. Mi racconta, dietro la sua scrivania, circondato da manifesti che lo ritraggono sorridente, di una profezia: “Una volta la professoressa Mannelli mi mandò con degli altri compagni a fare un sopralluogo nelle corti rurali della piana. Avevamo il compito di realizzare un reportage fotografico sulle bellezze architettoniche, tornammo con una relazione sui problemi delle corti. E lei mi disse: potresti fare il giornalista, o il politico”. Pare la scena di un film, ma è la realtà. “La campagna è nel mio DNA, anche se sono nato negli Stati Uniti e lì ho vissuto per i primi due anni della mia vita. Quando i miei tornarono in Italia da Chicago, dove erano emigrati per fuggire dalla povertà del Dopoguerra, ho vissuto la sofferenza e il desiderio di dovermi riscattare. Ero un bambino timido, passavamo da un paese all’altro, le amicizie erano quelle dei vicini di casa, i valori semplici e non ambiziosi. Eppure ambizioso lo sono diventato. Il merito è di nonna Lina, che era rimasta negli USA con gli altri miei parenti, e quando tornava durante il Settembre Lucchese per rivivere le atmosfere, le emozioni, rivedere gli amici, mi portava in giro per l’Italia. Da Venezia a Roma con lei ho scoperto le cose del mondo. È stata lei a insegnarmi l’amore per le tradizioni, e a farmi capire che nella vita bisogna fare qualcosa di importante, che bisogna scommettere anche quando gli altri ti dicono: ma cosa stai facendo? Che ti metti a fare?”. Ed è in momenti come questi, come sosteneva lo scrittore Sergio Atzeni, in cui si vive in bilico fra l’idea che gli altri hanno di noi e quello che noi vorremmo essere, che si rivela il futuro. “La prima volta mi capitò a diciassette anni. Tornai a casa e annunciai ai miei genitori che volevo fare il giornalista. Per loro, da sempre molto concreti, era un sogno irrealizzabile, ma io non mi arresi”.

Così escono nel 1984 i primi articoli sulla Nazione (“scrivevo di calcio, sport di cui non sapevo niente”), poi Santini finisce le magistrali e decide di non iscriversi all’Università. “Mi buttai sul giornalismo. La lucchesità era già un mio tema, e così mi dedicai a fare interviste sul territorio”. È l’inizio: nel 1987 Santini viene assunto part time, nel 1989 il contratto diventa a tempo pieno, e nel 1991 diviene giornalista professionista. Nel 1993 nella piccola chiesa di San Colombano si sposa con Luisella (“io l’avevo notata, ma lei non mi calcolava e così quando una nostra amica in comune ci ha fatto incontrare…”). Nascono Elisa che ha 21 anni, fa il servizio civile alla Misericordia ed è iscritta all’Università, e Alessandro, studente all’Istituto Tecnico Commerciale F. Carrara. “Ai miei figli – spiega – insegno a crederci sempre. Se hai spirito di abnegazione, arrivi”. Oltre al riscatto, personale e sociale, Santini ha caro il già citato tema della lucchesità, cui ha dedicato anche tre libri pubblicati da Maria Pacini Fazzi. “La lucchesità oggi – racconta – è credere che l’identità e le radici non siano provincialismo, ma la forza motrice per costruire il futuro, e forgiare la ricchezza economica di un territorio. La mia lucchesità è 2.0. Non riguarda solo il centro storico, ma si apre anche ai territori della provincia attraverso valori reali: la solidarietà, l’attaccamento alle tradizioni e alla famiglia, intesa come affetti e come culla in cui ti rifugi”. Un’immagine che calza alla topografia della città: ventre materno, ventre matrigno. “Io – continua Santini – sono grato a Lucca perché, in un posto che è sempre stato governato da pochi, sono riuscito a farmi strada, a diventare capo della cronaca di un giornale importante, e presidente del Rotary con il quale ho promosso un’apertura alla città. Non nascondo di aver attraversato negli anni diverse crisi, come quando nel 1982 volevo lasciare le superiori. A farmi cambiare idea fu un viaggio dai parenti a Chicago, dove rimasi quattro mesi. Facevo il cameriere da Bimbo’s, il ristorante di mio zio Narciso. Lui era partito da Lucca con le valigie di cartone, aveva lavorato con mio padre in un’azienda di salumi ed era riuscito a farsi da sé. Forse anche grazie a quella situazione ho scoperto che cosa sia il senso di riuscita. Che cosa voglia dire avere delle ambizioni”. Tante esperienze, un punto di riferimento in Indro Montanelli e in Arrigo Benedetti (“che orgoglio ricevere nel 2013 il premio a lui intitolato”), letture con Lucca protagonista, una passione per i romanzi di Garcia Marquez ed Hesse. “Ho riletto Siddharta prima di scegliere di candidarmi. Il suo è un percorso che racconta come, dalle ferite che si sono sopportate, si possa arrivare a rinascere. All’inizio ero combattuto, sapevo che con la politica mi lasciavo alle spalle la mia professione, eppure ero consapevole di aver dato tutto a Lucca dal punto di vista giornalistico. Poi sa che ho pensato?”. Scuoto la testa. “Al mio cantante preferito, Renato Zero. E a quando dice: tu, spettatore vuoi davvero che io viva il sogno che non osi vivere te?”.

Questa intervista è uscita oggi su Il Tirreno, nella mia rubrica “Ritratti D’Autore / A proposito di Lucca”.

Atlantide, Tutto, niente

Ma che senso ha l’editoria indipendente?

 

festival_editori_indipendenti.jpgOggi è la giornata mondiale delle librerie indipendenti. Quelle librerie che chiudono disperatamente: Roma negli ultimi 4 anni ha perso 50 storiche librerie, Milano ne perde una ogni mese. Quelle librerie, dunque, che sono battitrici libere: non hanno gruppi (né grandi né piccoli) alle spalle, decidono autonomamente cosa comprare, cosa proporre, che cosa rifiutare. Quelle librerie, insomma, che ogni giorno e letteralmente combattono una battaglia spietata che è fatta di sconti, conflitti per accaparrarsi l’autore più o meno noto, l’anteprima.

Il mercato italiano è molto contenuto. Vale secondo l’ultimo rapporto AIE 2,530 miliardi euro. Gli italiani che leggono almeno un libro l’anno sono 4 su 10 (secondo l’inquietante rapporto ISTAT), e i lettori che invece posso essere definiti forti, ovvero che leggono in media almeno un libro al mese, sono il 13,7% (erano 14,3% nel 2014), mentre quasi un lettore su due (45,5%) si conferma “lettore debole”, avendo letto non più di tre libri in un anno. Gli ebook non hanno molto peso: solo 8 italiani su 100 ne hanno letto o scaricato uno negli ultimi tre mesi (a fronte dei 4,5 milioni di utenti che hanno utilizzato Internet negli ultimi tre mesi).

Nonostante questi dati ridicoli – basti pensare che il comparto moda vale 52,4 miliardi di produzione nel 2015, 402.700 occupati e di un saldo della bilancia commerciale di più di 8,5 miliardi – il mercato editoriale italiano è spietatissimo. E starci dentro – da autrice che pubblica con case editrici indipendenti, e da editrice indipendente – è una grande scommessa. Una scommessa densa di fermento, di soddisfazioni, di momenti davvero duri, incredibilmente duri (soprattutto quando arrivano i conti), e di una straordinaria bellezza.

Niente è più bello di dare la voce a un libro che ti ha spaccato in due il cuore, che ha cambiato (anche di poco) la tua visione della vita, che ha rappresentato una tappa importante. Si dice che un libro per il suo autore è paragonabile a un figlio, ma stampare il libro di un altro che hai visto crescere, che hai visto prendere forma o tradurre… è un’emozione ancora superiore. Non è dare voce a se stessi, ma restituire un suono alla voce degli altri.

Con questo spirito oggi ho pensato alla giornata nazionale delle librerie indipendenti, leggendo con piacere – grazie al suggerimento di Simone Caltabellota che ne ha discusso su facebook e ha sintetizzato il suo pensiero un comunicato che trovate qui –  un articolo pubblicato sul The Guardian. Si tratta di un pezzo che sta generando molte polemiche nel mondo anglosassone, ed è a firma della giornalista e scrittrice inglese Paula Cocozza. Riguarda il calo di vendite degli ebook, che nel 2016 hanno avuto in UK un crollo del 17% rispetto al 2015, mentre il libro cartaceo ha conosciuto una crescita dell’8%.

Il senso è: i libri di carta sono un sacco di cose diverse e in più di un ebook. Per quanto l’editoria abbia provato a vampirizzarli non c’è riuscita. Adesso, però, sta pagando le conseguenze della sua trascuratezza. Conseguenze che  da una parte hanno guidato la creazione di libri di carta prodotti con minore cura, dall’altra hanno spinto verso la sublimazione dell’editoria, di un’editoria fatta di cura dei dettagli, di attenzione e di auto-determinazione.

Quando due anni fa con altri tre soci ho fondato Atlantide, non pensavo che la nostra scelta di non andare in altre librerie che in quelle indipendenti, evitando qualsiasi altro circuito, come le catene o Amazon, fosse così radicale. Non lo pensavo, perché mi sembrava una cosa giusta e dunque il problema non si presentava. Ed è in giornate come questa, in cui mi vengono in mente le facce e i nomi dei nostri librai, gli incontri, le discussioni, le insicurezze che penso che sia stata la cosa più saggia, più giusta, più necessaria. Perché se il sistema culturale italiano è in crisi è anche colpa del rapporto che si è perso fra il libraio e il lettore. Della poca cura messa nel fare i libri. Dei libri in serie. Dei libri come shampoo. Della massificazione, e della miopia.

Questa riflessione la trovate su Gli Stati Generali. 

Atlantide, Tutto, niente

Giornata Nazionale delle Librerie Indipendenti – Simone Caltabellota: “È il tempo di scelte nette. A chiederlo sono i lettori, non i Saloni del Libro”.

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Si festeggia oggi la giornata nazionale delle librerie indipendenti italiane. E, in occasione della pubblicazione sul Guardian di un articolo che sta facendo molto discutere nel mondo anglosassone a firma della giornalista e scrittrice inglese Paula Cocozza sulla perdita di interesse da parte degli ebook – che nel 2016 hanno avuto in UK un crollo del 17% rispetto al 2015, mentre il libro cartaceo ha conosciuto una crescita dell’8% – il direttore delle Edizioni di Atlantide ha affidato al profilo facebook della casa editrice una riflessione sul mondo dell’editoria.

“Non ci voleva molto – spiega Simone Caltabellota – a immaginare che l’editoria miope e massificata di questi anni avrebbe pagato comunque le conseguenze delle sue scelte. Invece di considerare l’ebook come un efficace canale parallelo al libro cartaceo, perlopiù l’editoria contemporanea lo ha semplicemente e strumentalmente celebrato soprattutto come una soluzione alla crisi del sistema culturale, editoriale e distributiva. E invece di percepirlo come un qualcosa in più e accanto all’editoria “tradizionale”, ne ha approfittato per impoverire ulteriormente la qualità di contenuti, materiali, lavoro redazionale, grafico e tipografico del libro di carta, appiattendone progressivamente le linee e la ricerca editoriale in pochi format più o meno standard, e sempre più stretti e privi di qualsiasi originalità”.
Gli eBook sono diventati “unhip”, fuori moda constata il “Guardian” sulla base dei dati degli ultimi tempi, e i libri di carta, soprattutto quelli fatti bene e curati adeguatamente, con passione (dalla scelta, appunto, della carta, al tocco, alla copertina), stanno conoscendo un’inaspettata rinascita.
Il libro tradizionale, conclude il Guardian, viene scelto anche per questo, come oggetto unico, come oggetto di “valore”.
E questa è esattamente la filosofia di Atlantide, nata meno di due anni fa e attualmente l’unica casa editrice italiana che lavora esclusivamente con librerie indipendenti, a oggi oltre centocinquanta in tutta Italia. Atlantide infatti ha optato fin dalla pubblicazione dei suoi primi titoli per una scelta non solo in controtendenza, ma decisamente radicale: evitare di dare i propri libri ai supermercati del libro, cioè le librerie di catena (Feltrinelli, Mondadori, Giunti, Coop, Ubik etc. etc.), a IBS e ad Amazon.
“Crediamo che il ruolo del libraio – conclude Caltabellota – tornerà ad essere sempre più centrale nel prossimo futuro. Siamo probabilmente soltanto all’inizio di una nuova fase della nostra editoria: è il tempo di fare delle scelte nette, che riguardano tutti: editori, scrittori e lettori. E, naturalmente, anche librai. Nessun Salone del Libro, a Milano, a Torino o altrove servirà a nulla – ammesso che a qualcosa serva ancora se non in senso spettacolare, uno spettacolo legato alle forme più superficiali e passeggere della cultura del libro – se non ci si rende conto di questo. Noi lo stiamo facendo, ed è una sfida che ogni giorno trova con noi nuovi lettori e nuovi librai”.
Il 2016 è stato uno straordinario primo anno per la casa editrice romana: non solo i libri di Atlantide hanno immediatamente raggiunto il favore dei lettori e il plauso della critica, ma sono stati ristampati vari titoli più e più volte.
L’OUTSIDER di Colin Wilson è stato consacrato sia da “Repubblica” che dal “Corriere della Sera” tra i migliori libri in assoluto dell’anno, LEONIDA di Nada Malanima si avvicina alla quinta ristampa e RITRATTO DI JENNIE e VIAGGIO SUL FIUME di Robert Nathan, scrittore fino ad oggi pressoché sconosciuto in Italia, stanno diventando veri e propri libri di culto.
“Anche quest’anno, come fatto nel 2016, – aggiunge Caltabellota – pubblicheremo 10 titoli in 999 copie ciascuno: i primi tre, da poco disponibili, sono la straordinaria autobiografia di Colin Wilson, OLTRE I SOGNI, mai prima d’ora tradotta in italiano, L’INFERNO di Barbusse, romanzo “maledetto” del primo Novecento francese, assente in libreria da quasi cinquanta anni e da noi proposto in una nuova elegante traduzione opera della scrittrice Manuela Maddamma, e FILOSOFI MODERNI di Adriano Tilgher, che raccoglie per la prima volta una serie di saggi del filosofo napoletano che vanno da Marcione e Pico della Mirandola fino a Heidegger. Seguiranno nei prossimi mesi nuovi titoli inediti in Italia di Robert Nathan, il terzo e conclusivo TOMASO di Vittorio Accornero, una raccolta di Irene Brin, i racconti fantastici di Jack Finney e due romanzi contemporanei, il primo dell’americana Tiffany McDaniel e il secondo, davvero sorprendente e assolutamente lontano da quanto si va scrivendo oggi, di un esordiente italiano il cui nome sveleremo a breve”.

 

Tutto, niente

Maternità surrogata. Perché si.

Non ho figli, e (per ora) non ne voglio. L’argomento è stato il fulcro di molti dibattiti intestini al mio gruppo di amici e di famigliari (Perché non vuoi un figlio? Ormai hai trent’anni, dovresti fare un figlio! Secondo me saresti una brava/pessima/esaurita/energica madre. Hai pensato che fra un po’ l’orologio biologico inizierà a fare tic tac?), cui ho provato a più riprese a spiegare che semplicemente non era il momento adatto (soldi/tempo/energie/carriera/futuro).

Per un po’ ho rimandato, di anno in anno, il lieto evento, e dunque ho alzato definitivamente le mani scoprendo che, a volte, basta essere generici per salvarsi dalle pressioni sociali.

Non ho nessun pregiudizio nei confronti di chi ha una famiglia (perché dovrei averne? per lo stesso motivo secondo cui chi ha una famiglia ne ha nei confronti di chi non ne desidera una), né verso chi ne sogna ardentemente una. Vivo pienamente il mio tempo, o almeno me lo auguro, e intanto sfioro con il pensiero la riflessione dell’anno scorso dello scrittore Francesco Pacifico su Il Magazine).

Con questi trascorsi ho iniziato a leggere il libro della giornalista Serena Marchi, dal titolo Mio Tuo Suo Loro, pubblicato qualche settimana fa da Fandango Libri. Marchi racconta la storia di quindici donne che hanno scelto di diventare madri surrogate, e del viaggio fatto, dall’Abruzzo al Texas, per incontrarle.

Il cuore del libro è la narrazione dei sentimenti, delle ambizioni, delle questioni economiche e psicologiche che ruotano intorno a chi “presta il proprio utero e una parte della propria vita per partorire i figli degli altri”. Non c’è giudizio, ma solo racconto. Parole, luoghi, suggestioni, interviste, intenzioni, qualche fallimento, qualche sorriso.

Il libro ha scatenato una naturale polemica, non per il tono del testo – che si pone “in ascolto” e che gode di interessanti riflessioni sulla legislazione in vigore dei Paesi toccati dalla Marchi per le sue interviste -, bensì per l’argomento. A dimostrazione che ancora oggi la Gpa (Gestazione Per Altri) è nel nostro Paese un grande tabù.

Eppure ogni storia incontra una riflessione che si allarga sulla vita, sul senso dell’altruismo, sul senso del denaro e della Gpa che spesso viene presentata come via esterna per la coppia maschile ad avere un figlio, quando “a ricorrere in misura maggiore a tale tecnica procreativa sono le coppie eterosessuali nelle quali la donna aspirante madre è sterile”.

Snodo centrale è naturalmente il diritto all’autodeterminazione nella genitorialità. E serpeggia anche il dibattito interno all’ambiente femminista e sintetizzato da Victoria, neanche 25 anni, “minuta, carnagione chiara, pulita, capelli lisci appoggiati alle spalle” che vive in Texas, a Sant’Antonio, e che ha scelto di diventare madre surrogata “per spirito di servizio” e perché voleva “fare qualcosa di grande, di unico per qualcun altro” e perché così “avremmo avuto dei soldi per iniziare a costruire (lei e il suo compagno) la nostra vita insieme”.

Victoria che per la gravidanza ha percepito 25mila dollari (“metà sono nel mio conto in banca, l’altra metà investiti in un fondo per il mio futuro”) e che – anche se oggi non lo rifarebbe – spiega:

Nessuno può decidere cosa devo fare del mio corpo. È solo mio. Se le femministe non vogliono che un uomo decida sui loro corpi, io pretendo che nessuna donna decida sul mio. Nessuno accetta che qualcun altro decida per lui. E io non lo accetterò mai. Non tutte però possono farlo.

Ed è la sintesi perfetta di una questione che si apre al giudizio del mondo, e resta vicenda privata e personalissima. Il libro della Marchi è una lettura istruttiva, che spinge a riflettere, ad abbattere le chiusure per aprirsi al dialogo (anche se, al momento, il confronto continua a sprofondare nei toni da farsa, e da stadio).

Personalmente non farei mai la madre surrogata (per ingenerosità e per questioni di tempo in primis). Eppure, qualora ne avessi bisogno (perché l’orologio biologico, perché non si sa mai, ecc.) non avrei alcun dubbio: mi rivolgerei a chi – per affetto, per stima, per soldi, per solidarietà – sceglie di portare in grembo i figli degli altri. Difendendo le proprie libertà, anche per noi.

 

Questo articolo è stato pubblicato con il titolo “Maternità surrogata: perché no?” su Huffington Post. Lo trovate qui

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Nicola Borrelli, e il Lucca Film Festival

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Nel 1975 Stanley Kubrick gira fra Germania, la Gran Bretagna e l’Irlanda uno dei suoi capolavori. Esattamente vent’anni dopo, un pomeriggio d’autunno, un dodicenne boicotta il videogioco del momento per guardare la videocassetta di un film nel salotto della casa a due piani, a pochi passi dalle Mura, dove vive con i genitori.

Quel dodicenne non lo sa ancora, ma quella pellicola ambientata nel Settecento che è tutta estetica, lunghissimi campi e orizzonti sconfinati, trasformerà la sua visione del mondo. O, quantomeno, influenzerà tutta la sua vita.

Il film in questione si chiama Barry Lyndon, e il dodicenne protagonista di questa storia è Nicola Borrelli, 34 anni, instancabile Presidente del Lucca Film Festival e dell’Europa Cinema. Lo incontro davanti a un the in un bar dalle grandi vetrate che affacciano su Piazza del Giglio; fuori c’è un sole che suggerisce tepori primaverili, e vestiti leggeri. Un sole che suggerisce l’imminente messa in moto di quella macchina che lui dirige, e che è fatta di ospiti di rilievo internazionale – quest’anno sono attesi Oliver Stone, Willem Dafoe, Oliver Assayas e Aki Kaurismaki -, anteprime e mostre. “Partiremo il due aprile” mi spiega Borrelli, capelli scuri tirati all’indietro che nascondono fili d’argento, occhi grandi e scuri, indecifrabili. “E dire – continua – che è iniziato tutto per una scommessa. O quasi”. Si ferma, si sistema la cravatta verde bosco e alza un po’ il sopracciglio sinistro, una mossa che ripeterà più volte nel corso della nostra conversazione. “Abitavo a Bologna, dove studiavo cinema al Dams. Per me, che avevo fatto il Nottolini per assecondare i desideri della mia famiglia e che avevo un futuro da architetto, tutto era nuovo. Finalmente potevo dare sostanza alla mia passione. Quelli sono stati gli anni della vera formazione, perché un conto è essere affascinati, estasiati, innamorati del cinema e un conto è studiarne la storia, approfondire le arti che vanno a comporlo, le varie discipline che lo animano. Ricordo settimane e settimane passate a guardare di tutto. Vivevo in uno stato di isolamento, ma è grazie a quelle immersioni che ho maturato una passione così trasversale. E proprio in quegli anni ho capito che, per me, il cinema è immagini in movimento. Anche per questo con il Festival abbiamo eliminato tutte le etichette, tutte le classificazioni”. Ormai prossimo alla fine degli studi, Borrelli si interroga sul futuro. “Chiacchierando con degli amici di Lucca, fra cui Alessandro de Francesco, che da bambino condivideva con me la smodata passione per il cinema, ci siamo detti che forse avremmo potuto provare qualcosa di folle, che a Lucca mancava”. Quel qualcosa di folle nasce nel 2005 e va a battesimo come Lucca Film Festival.  “Volevo che fosse a Lucca perché qui sono cresciuto, e perché Lucca ha il cinema nel DNA. Una testimonianza sono i due circoli dedicati al grande schermo, seguiti da decine di appassionati. Speravamo di trovare terreno fertile”. E il terreno fertile sorprende Borrelli, complice la situazione felice che la città attraversa. “Eravamo un gruppo di ragazzi appena ventenni e forse questo, forse la nostra ingenua passione, deve aver spinto interlocutori importanti a darci fiducia”. Borrelli trova aiuto da parte delle Istituzioni e un prezioso sostegno da Marcello Bertocchini, già allora Presidente del Circolo del Cinema di Lucca. “Fu una sorta di battesimo, che ha avuto conferma nel 2013 quando Bertocchini, in qualità di Direttore della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, ha voluto scommettere su di noi con un aumento di budget”. Il risultato è duplice: il festival trova maggiori forze per investire in progetti di livello internazionale, e aumentano gli investitori allettati dalla garanzia che il contributo della Fondazione suggerisce. Arrivano anche successi come la vittoria al prestigioso bando Funder35 promosso dalla Fondazione Cariplo, insieme ad altre 17 Fondazioni di rilievo nazionale, e riservato alle migliori imprese culturali giovanili italiane. “In questo modo – aggiunge Borrelli, che nel tempo libero collabora con altri Festival in giro per il mondo, e insegna storia del Cinema in strutture pubbliche e private  – avremo la possibilità di dare stabilità a dei collaboratori del Festival”. Ormai il LFF – che l’anno scorso ha portato in città 60mila turisti – coinvolge stabilmente 10 persone, ma durante i giorni della manifestazione il team supera le cento. Solo la squadra della sezione Effetto Cinema Notte, la cui direzione artistica è affidata a Stefano Giuntini e Cristina Puccinelli, è formata da 37 membri che organizzano in giro per la città 50 eventi.

“Una delle novità di quest’anno – svela Borrelli – è la nascita di una giuria popolare creata in collaborazione con i due circoli del cinema cittadini. Era una richiesta del territorio, il risultato sarà una menzione d’onore. Il mio sogno continua ad essere quello di riuscire a fare con il festival la tripletta, ovvero creare la condizione perché a Lucca si possa creare un film, girarlo e farlo vedere”. Borrelli sorride, si accende una sigaretta. “A volte ripenso a Kubrick. Nel mio immaginario è restato per anni, insieme alla poesia incredibile che il regista e sceneggiatore sovietico Tarkovskij riusciva a mettere nei suoi lavori”. Senza volerlo, siamo tornati a Barry Lyndon, e al suo regista che sempre ripeteva: “Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato”. E, dunque, visto. Magari su un divano da bambini. Magari su uno schermo da ragazzi. Magari in concorso al Lucca Film Festival.

 

Atlantide, Tutto, niente

Aprile: i nuovi libri di ATLANTIDE

Scarica qui le schede del mese di aprile

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Oltre i Sogni
Autobiografia di un outsider
Colin Wilson 

“Tutti noi, sotto la superficie della nostra mente,
possediamo uno strato di felicità.
Il problema è riuscire ad accedervi”. 

Come si diventa liberi? E’ l’interrogativo che porta il giovane Colin Wilson a scrivere L’Outsider, uno dei libri più coraggiosi e influenti del secondo Novecento inglese, pubblicato con successo da Atlantide nel 2016.
Oltre i Sogni è la storia esaltante, comica, drammatica, e a ogni pagina ricca di suggestioni illuminanti di un ragazzo di una famiglia proletaria inglese, ma è anche è soprattutto la storia di un uomo che riesce a fare della propria vita il suo unico possibile destino. Un’opera capace di ispirare il lettore a superare i propri limiti per riconoscere chi si è davvero e, forse, chi si può diventare.

“The Outsider: uno dei migliori saggi del 2016”
Dario Olivero, La Repubblica

Un classico della controcultura e della filosofia underground, ancora capace di allargare le prospettive e di suscitare ulteriori domande. Più di questo, cosa si può chiedere a un saggio?“.
Emanuele Trevi, La Lettura – Corriere della Sera

Viviamo in un’epoca che neutralizza, mettendola a profitto, ogni forma di irregolarità. L’Outsider racconta dell’eccezione
Nicola Lagioia, La Repubblica

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L’Inferno
Henri Barbusse

Un giovane uomo arriva a Parigi e prende alloggio in una pensione borghese. Una sera, per caso, scopre che c’è una piccola fessura nel muro da cui può vedere cosa succede nella stanza accanto… Pubblicato per la prima volta nel 1908, L’Inferno – firmato dallo scrittore più caratteristico e influente della cultura francese dei primi decenni del Novecento, torna in libreria  con una nuova traduzione di Manuela Maddama.

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Filosofi Moderni
Adriano Tilgher 

Una scelta di saggi scritti tra gli anni Venti e i primi Quaranta sulla filosofia moderna e contemporanea, che costruiscono una visione ricca di stimoli e intuizioni sorprendenti sul pensiero occidentale moderno e la civiltà contemporanea firmata da Adriano Tilgher, originalissimo studioso di filosofia e autore di numerosi libri di estetica, etica, filosofia politica, critica teatrale e letteraria, inviso al fascismo e in odore di scomunica religiosa.