bellissime, In libreria, Tutto, niente

MONDO PITTI, DOVE NASCE L’IMMAGINARIO COLLETTIVO DELLA BELLEZZA INFANTILE

gli stati

 

Stiamo accalcate le une sulle altre. Strette fra la balaustra e il muro. Respiriamo il fiato e gli umori della sconosciuta che ci fa da seconda pelle. Restiamo immobili, i faretti traballanti intorno ai piedi. Sotto di noi, la platea è una collezione di tavolini tondi dai colori pastello sopra cui sono sistemati dei vasetti con popcorn e marshmallow.

“Attenzione, non vi muovete che, se scoppia un incendio, ci rimaniamo secche”. Le parole della donna accanto a me risuonano come un presagio. Intorno le altre madri sbuffano, agitano fogli piegati a ventaglio, si lamentano al cellulare. “Condizioni così disumane non me le sarei mai immaginate” mormora una, “sembriamo carne da macello, eppure siamo noi che diamo loro la materia prima” chiosa l’altra.

Siamo nella piccionaia della piccionaia del Teatro Odeon, pieno centro di Firenze. È la sfilata de Il Gufo, uno degli eventi più importanti di Pitti Bimbo, la manifestazione dedicata alla moda bambino più autorevole e famosa del mondo. Restiamo ammassate in uno spazio cui è vietata, come ci spiegherà terrorizzato un tecnico della struttura, la presenza di così tante persone. “Questo è il posto degli addetti luci” si è giustificato poco fa l’uomo, imbarazzato, provando a suggerire di andare via. Eppure, non ci ha potuto cacciare: i genitori si sono infuriati, e non ci sono altri spazi per ospitare le mamme dei bambini che fra poco sfileranno.

È quasi sera. La sfilata è in ritardo di venti minuti, gli ospiti – i buyer internazionali, i negozianti e i giornalisti per cui tutto questo è stato allestito – ancora non sono arrivati. I bambini sono sul set dalle sette di questa mattina, e da due giorni vivono qui dentro: prima hanno fatto i fitting degli abiti, dunque estenuanti prove per imparare la coreografia che fra poco andrà in scena. Oggi ai genitori è stato concesso di vederli per pochi minuti. I malumori sono esplosi nel primo pomeriggio, quando dei bimbi hanno raccontato di non aver ricevuto né la merenda né dell’acqua. “Cosa vuol dire che non hanno ricevuto l’acqua?” ho chiesto a Elena Meazza, fondatrice insieme a Laura Antonioli dell’agenzia milanese per baby modelle e baby modelli Piccolissimo Me. “Vuol dire – mi ha risposto lei – che non gli hanno dato neanche una bottiglietta d’acqua. Letteralmente”.

Questa non è una pratica nuova al mondo bimbo. Molto spesso – e sono decine le bambine e le madri che me lo hanno confessato – sui set non viene concesso di bere per evitare di bagnare inavvertitamente i vestiti o di rovinare il trucco, e soprattutto per limitare al minimo le richieste di andare in bagno. Si tratta di un codice di comportamento frequente, condiviso con il mondo adulto dove le pause sui set sono ridotte al minimo per contenere le distrazioni e gli errori.

“Queste pratiche – mi ha confidato una mamma con un passato da modella – sono sostenute anche nell’ambiente dei grandi, ma questo non mi interessa, perché per quanto riguarda il bambino le considero allucinanti. Già perdo la testa quando vedo mia figlia costretta a cinque, sei ore di lavoro senza pause, o quando per giorni di lavoro ci pagano una miseria, ma i diritti basilari vanno rispettati! Anche un paio di mesi fa la piccola è tornata a casa da un photoshooting della collezione di un noto brand italiano e mi ha detto che le era stato vietato di bere. Sono andata su tutte le furie. Ne ho parlato con l’agenzia e la risposta mi ha gelato: le cose vanno così, o sei dentro o sei fuori. Passerò da rompiscatole? La bimba lavorerà meno? Non importa. Non ci ho pensato due volte e ho cambiato: di agenzie ce ne sono poche, questo è un mondo piccolo dove tutti sanno tutto di tutti, ma non potevo restare con chi ci aveva trattato così”.

Effettivamente, quello del mondo bimbo in Italia è un universo piccolo che passa attraverso una manciata di società. A gestirle sono prevalentemente donne che hanno trascorsi nella moda e si muovono fra casting, selezioni, e sfilate quasi fosse casa loro. Intorno a queste agenzie – che costruiscono il supporto fisico per le sfilate e le pubblicità, gli spot televisivi e i redazionali delle riviste patinate – trova consistenza la moda bimbo, che da sola ha un giro d’affari pari a 2,7 miliardi di euro. E Pitti con le sue oltre 500 collezioni, di cui quasi la metà proveniente dall’estero, e con i circa 7000 compratori italiani ed esteri che ne affollano le corsie, si configura come l’appuntamento più importante del mondo. Il cuore pulsante della moda bimbo per sei giorni l’anno: tre giorni a gennaio, tre giorni a giugno. Fra gli stand e le passerelle, fra i riservati cocktail e le esclusive presentazioni, nasce l’immaginario collettivo che a pioggia ricadrà nelle pagine di pubblicità e nei redazionali, negli spot televisivi e nei video virali. Fra una bottiglietta d’acqua negata e una passata di mascara prende forma la bambina secondo i parametri moderni: quelli della bellezza. Quelli dell’apparenza.

Questo estratto è un’anticipazione di Bellissime della scrittrice e giornalista Flavia Piccinni. Il libro esce oggi per Fandango Libri.

Dai centri commerciali del napoletano alle periferie toscane, passando per la riviera romagnola e l’hinterland milanese, da sfilate di baby modelle a concorsi di bellezza per under 10, Flavia Piccinni racconta di un mondo poco indagato, da cui nasce e si sviluppa l’immaginario collettivo relativo alla bellezza infantile, che a macchia si diffonde dal nostro Paese in tutto il mondo.

Questo estratto è stato pubblicato su Gli Stati Generali

Atlantide, Tutto, niente

Ma che senso ha l’editoria indipendente?

 

festival_editori_indipendenti.jpgOggi è la giornata mondiale delle librerie indipendenti. Quelle librerie che chiudono disperatamente: Roma negli ultimi 4 anni ha perso 50 storiche librerie, Milano ne perde una ogni mese. Quelle librerie, dunque, che sono battitrici libere: non hanno gruppi (né grandi né piccoli) alle spalle, decidono autonomamente cosa comprare, cosa proporre, che cosa rifiutare. Quelle librerie, insomma, che ogni giorno e letteralmente combattono una battaglia spietata che è fatta di sconti, conflitti per accaparrarsi l’autore più o meno noto, l’anteprima.

Il mercato italiano è molto contenuto. Vale secondo l’ultimo rapporto AIE 2,530 miliardi euro. Gli italiani che leggono almeno un libro l’anno sono 4 su 10 (secondo l’inquietante rapporto ISTAT), e i lettori che invece posso essere definiti forti, ovvero che leggono in media almeno un libro al mese, sono il 13,7% (erano 14,3% nel 2014), mentre quasi un lettore su due (45,5%) si conferma “lettore debole”, avendo letto non più di tre libri in un anno. Gli ebook non hanno molto peso: solo 8 italiani su 100 ne hanno letto o scaricato uno negli ultimi tre mesi (a fronte dei 4,5 milioni di utenti che hanno utilizzato Internet negli ultimi tre mesi).

Nonostante questi dati ridicoli – basti pensare che il comparto moda vale 52,4 miliardi di produzione nel 2015, 402.700 occupati e di un saldo della bilancia commerciale di più di 8,5 miliardi – il mercato editoriale italiano è spietatissimo. E starci dentro – da autrice che pubblica con case editrici indipendenti, e da editrice indipendente – è una grande scommessa. Una scommessa densa di fermento, di soddisfazioni, di momenti davvero duri, incredibilmente duri (soprattutto quando arrivano i conti), e di una straordinaria bellezza.

Niente è più bello di dare la voce a un libro che ti ha spaccato in due il cuore, che ha cambiato (anche di poco) la tua visione della vita, che ha rappresentato una tappa importante. Si dice che un libro per il suo autore è paragonabile a un figlio, ma stampare il libro di un altro che hai visto crescere, che hai visto prendere forma o tradurre… è un’emozione ancora superiore. Non è dare voce a se stessi, ma restituire un suono alla voce degli altri.

Con questo spirito oggi ho pensato alla giornata nazionale delle librerie indipendenti, leggendo con piacere – grazie al suggerimento di Simone Caltabellota che ne ha discusso su facebook e ha sintetizzato il suo pensiero un comunicato che trovate qui –  un articolo pubblicato sul The Guardian. Si tratta di un pezzo che sta generando molte polemiche nel mondo anglosassone, ed è a firma della giornalista e scrittrice inglese Paula Cocozza. Riguarda il calo di vendite degli ebook, che nel 2016 hanno avuto in UK un crollo del 17% rispetto al 2015, mentre il libro cartaceo ha conosciuto una crescita dell’8%.

Il senso è: i libri di carta sono un sacco di cose diverse e in più di un ebook. Per quanto l’editoria abbia provato a vampirizzarli non c’è riuscita. Adesso, però, sta pagando le conseguenze della sua trascuratezza. Conseguenze che  da una parte hanno guidato la creazione di libri di carta prodotti con minore cura, dall’altra hanno spinto verso la sublimazione dell’editoria, di un’editoria fatta di cura dei dettagli, di attenzione e di auto-determinazione.

Quando due anni fa con altri tre soci ho fondato Atlantide, non pensavo che la nostra scelta di non andare in altre librerie che in quelle indipendenti, evitando qualsiasi altro circuito, come le catene o Amazon, fosse così radicale. Non lo pensavo, perché mi sembrava una cosa giusta e dunque il problema non si presentava. Ed è in giornate come questa, in cui mi vengono in mente le facce e i nomi dei nostri librai, gli incontri, le discussioni, le insicurezze che penso che sia stata la cosa più saggia, più giusta, più necessaria. Perché se il sistema culturale italiano è in crisi è anche colpa del rapporto che si è perso fra il libraio e il lettore. Della poca cura messa nel fare i libri. Dei libri in serie. Dei libri come shampoo. Della massificazione, e della miopia.

Questa riflessione la trovate su Gli Stati Generali. 

Atlantide, Tutto, niente

Giornata Nazionale delle Librerie Indipendenti – Simone Caltabellota: “È il tempo di scelte nette. A chiederlo sono i lettori, non i Saloni del Libro”.

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Si festeggia oggi la giornata nazionale delle librerie indipendenti italiane. E, in occasione della pubblicazione sul Guardian di un articolo che sta facendo molto discutere nel mondo anglosassone a firma della giornalista e scrittrice inglese Paula Cocozza sulla perdita di interesse da parte degli ebook – che nel 2016 hanno avuto in UK un crollo del 17% rispetto al 2015, mentre il libro cartaceo ha conosciuto una crescita dell’8% – il direttore delle Edizioni di Atlantide ha affidato al profilo facebook della casa editrice una riflessione sul mondo dell’editoria.

“Non ci voleva molto – spiega Simone Caltabellota – a immaginare che l’editoria miope e massificata di questi anni avrebbe pagato comunque le conseguenze delle sue scelte. Invece di considerare l’ebook come un efficace canale parallelo al libro cartaceo, perlopiù l’editoria contemporanea lo ha semplicemente e strumentalmente celebrato soprattutto come una soluzione alla crisi del sistema culturale, editoriale e distributiva. E invece di percepirlo come un qualcosa in più e accanto all’editoria “tradizionale”, ne ha approfittato per impoverire ulteriormente la qualità di contenuti, materiali, lavoro redazionale, grafico e tipografico del libro di carta, appiattendone progressivamente le linee e la ricerca editoriale in pochi format più o meno standard, e sempre più stretti e privi di qualsiasi originalità”.
Gli eBook sono diventati “unhip”, fuori moda constata il “Guardian” sulla base dei dati degli ultimi tempi, e i libri di carta, soprattutto quelli fatti bene e curati adeguatamente, con passione (dalla scelta, appunto, della carta, al tocco, alla copertina), stanno conoscendo un’inaspettata rinascita.
Il libro tradizionale, conclude il Guardian, viene scelto anche per questo, come oggetto unico, come oggetto di “valore”.
E questa è esattamente la filosofia di Atlantide, nata meno di due anni fa e attualmente l’unica casa editrice italiana che lavora esclusivamente con librerie indipendenti, a oggi oltre centocinquanta in tutta Italia. Atlantide infatti ha optato fin dalla pubblicazione dei suoi primi titoli per una scelta non solo in controtendenza, ma decisamente radicale: evitare di dare i propri libri ai supermercati del libro, cioè le librerie di catena (Feltrinelli, Mondadori, Giunti, Coop, Ubik etc. etc.), a IBS e ad Amazon.
“Crediamo che il ruolo del libraio – conclude Caltabellota – tornerà ad essere sempre più centrale nel prossimo futuro. Siamo probabilmente soltanto all’inizio di una nuova fase della nostra editoria: è il tempo di fare delle scelte nette, che riguardano tutti: editori, scrittori e lettori. E, naturalmente, anche librai. Nessun Salone del Libro, a Milano, a Torino o altrove servirà a nulla – ammesso che a qualcosa serva ancora se non in senso spettacolare, uno spettacolo legato alle forme più superficiali e passeggere della cultura del libro – se non ci si rende conto di questo. Noi lo stiamo facendo, ed è una sfida che ogni giorno trova con noi nuovi lettori e nuovi librai”.
Il 2016 è stato uno straordinario primo anno per la casa editrice romana: non solo i libri di Atlantide hanno immediatamente raggiunto il favore dei lettori e il plauso della critica, ma sono stati ristampati vari titoli più e più volte.
L’OUTSIDER di Colin Wilson è stato consacrato sia da “Repubblica” che dal “Corriere della Sera” tra i migliori libri in assoluto dell’anno, LEONIDA di Nada Malanima si avvicina alla quinta ristampa e RITRATTO DI JENNIE e VIAGGIO SUL FIUME di Robert Nathan, scrittore fino ad oggi pressoché sconosciuto in Italia, stanno diventando veri e propri libri di culto.
“Anche quest’anno, come fatto nel 2016, – aggiunge Caltabellota – pubblicheremo 10 titoli in 999 copie ciascuno: i primi tre, da poco disponibili, sono la straordinaria autobiografia di Colin Wilson, OLTRE I SOGNI, mai prima d’ora tradotta in italiano, L’INFERNO di Barbusse, romanzo “maledetto” del primo Novecento francese, assente in libreria da quasi cinquanta anni e da noi proposto in una nuova elegante traduzione opera della scrittrice Manuela Maddamma, e FILOSOFI MODERNI di Adriano Tilgher, che raccoglie per la prima volta una serie di saggi del filosofo napoletano che vanno da Marcione e Pico della Mirandola fino a Heidegger. Seguiranno nei prossimi mesi nuovi titoli inediti in Italia di Robert Nathan, il terzo e conclusivo TOMASO di Vittorio Accornero, una raccolta di Irene Brin, i racconti fantastici di Jack Finney e due romanzi contemporanei, il primo dell’americana Tiffany McDaniel e il secondo, davvero sorprendente e assolutamente lontano da quanto si va scrivendo oggi, di un esordiente italiano il cui nome sveleremo a breve”.

 

Frequenze Corsare

Frequenze Corsare #2

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Alle 19 come tutti i martedì arriva sulla W8 di Radio Rai Frequenze Corsare. Per festeggiare la giornata mondiale del libro oggi intervistiamo Teresa Ciabatti, autrice de “Il mio paradiso è deserto” (Rizzoli), e poi Lirio Abbate che ci guida nel mondo della ‘ndrangheta rosa con “Fimmine ribelli”. Per la rubrica Entropia parliamo di quattro libri appena pubblicati: lo spassosissimo bestiario dei lavori culturali ovvero “l’ultimo party” pubblicato da ISBN di Giovanni RobertiniGiovanni Cocco e “La caduta” (Nutrimenti) che è anche la “prima pagina” di questa puntata, Francesca Chirico e “Io Parlo” (Castelvecchi) che ci racconta la storia di Rossella Casini, vittima di ‘ndrangheta dimenticata e perduta da oltre vent’anni, e per finire un romanzo appena pubblicato da Newton Compton: “L’inferno avrà i tuoi occhi” di Silvia Montemurro.

Il podcast? Lo trovate qui 

 

Frequenze Corsare

Frequenze Corsare: la prima puntata

 

 

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I libri sbarcano sulla W8!Per iniziare 2 interviste (Gianluca Morozzi e Alessandro Bertante), 4 recensioni e 1 riscoperta (Goffredo Parise  letto da Nanni Moretti). Tutto condito con alternative

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Ovvero…

Tutto per conquistare una ragazza L’intervista di questa settimana è con Gianluca Morozzi, scrittore bolognese con alle spalle ben 19 libri (e dire che è nato soltanto nel 1971), che ha appena pubblicato per Fernandel la raccolta “Niente fiori per gli scrittori” (pp. 310, € 16) e che ci racconta come il suo esordio in libreria, avvenuto ben 12 anni fa, sia avvenuto “per conquistare una ragazza, peccato che poi si sia messa con un altro”.

Fanno più male gli scrittori o i politici che si improvvisano? A raccontare in tre minuti il suo libro c’è Alessandro Bertante, autore de “Estate crudele” pubblicato a fine aprile da Rizzoli, e già finalista al Premio Strega nel 2011 con “Nina dei Lupi” (Marsilio), nonché direttore del primo sito di recensioni online www.bookdetector.com Bertante ci racconta una Milano decisamente pulp e non si tira indietro dal provocare perché “in Italia abbiamo paura degli intellettuali, e in molti si improvvisano scrittori”.

Entropia Sulla scrivania ci sono quattro libri: “Specchio Infranto” della scrittrice catalana Mercé Rodoreda (laNuovafrontiera, pp. 305), “L’origine della distanza” di Francesca Scotti (Terre di mezzo, pp. 107), “Mare Chiuso” di Stefano Liberti e Andrea Segre (minimum fax,  pp. 80) e “Non avere paura dei libri” di Christian Mascheroni (Hacca).

La riscoperta & L’audiolibro Chi era Goffredo Parise? Per scoprirlo non c’è niente di meglio che l’audiolibro (Emons, € 18,90) in cui il regista Nanni Moretti legge i suoi meravigliosi Sillabari. Ascoltare per credere.

 

Tracklist B for my name, Beastie Boys 9.00 am, Girls in Hawaii Estate, Chet Baker Long Distance Call, Phoenix Quiet night of quiet stars, Corcovado Piccolo Cinema Onirico, Tre allegri ragazzi morti

 

 

ENTROPIA

//dettagli

La rubrica dedicata ai libri che passano dalla mia scrivania al comodino, e poi di nuovo alla scrivania quindi, ormai finiti, alla biblioteca. Insomma, volumi che riescono a superare lo scoglio delle prime cento pagine lette per creare… Entropia!

Il primo principio

“Specchio Infranto” della scrittrice catalana Mercé Rodoreda pubblicato dalla romana laNuovafrontiera. Mercé Rodoreda è considerata una delle più rappresentative scrittrici catalane e, nata nel 1908 a Barcellona, visse tutta la sua vita in esilio: antifascista fino al midollo, dopo la vittoria di Franco fuggì dall’amata Spagna dove tornò soltanto nel 1972, dieci anni prima di morire. I suoi libri più famosi sono “La Piazza del Diamante” e “Via delle Camelie”, ma anche il suo romanzo d’esordio “Aloma”, che racconta l’iniziazione sentimentale di una giovane spagnola e dimostra una modernità sconvolgente. Con “Specchio Infranto” Mercé Rodoreda torna a parlare di donne – elette sempre come figure centrali dei suoi romanzi – e lo fa raccontando di Teresa, figlia di una pescivendola, che sposa il vecchio e ricco Rovira.

 

Il secondo principio

“L’Origine della distanza” di Francesca Scotti edito da Terre di mezzo.

Francesca Scotti – autrice milanese classe 1981, diplomata al conservatorio e con una laurea in giurisprudenza – con Terre di mezzo pubblica, a poco più di un anno dall’esordio con “Qualcosa di simile”, un romanzo di poco più di cento pagine che si chiama “L’Origine della distanza”. Anche questo è ambientato in Giappone, paese che Scotti frequenta e conosce, e racconta una di quelle storie minime fatte più di silenzi che di parole. Protagonista è Vittoria, che decide di andare a Kyoto per amore: il suo Lorenzo lavora lì, e lei vuole stare con lui. Peccato che nel momento in cui lei arriverà, Lorenzo sarà andato via e a Vittoria non resterà che trovare un motivo per restare.

 

Il terzo principio

“Mare Chiuso” di Stefano Liberti e Andrea Segre, libro + dvd, pubblicato da minimumfax.

Per chi non si accontenta, ecco il cofanetto di “Mare Chiuso” che, appena uscito per minimumfax, propone un interessante libriccino e un film per la regia di Stefano Liberti e Andrea Segre che raccontano ciò che è accaduto dal 2009 al 2010 a quei profughi intercettati nelle acque del Mediterraneo dalle autorità militari italiane.

 

Il quarto principio

“Non avere paura dei libri” di Christian Mascheroni pubblicato da una piccola casa editrice marchigiana, Hacca.

“Non avere paura dei libri” è un libro interessante, che inizia in modo fulminante: “mia madre – la viennese che negli anni Settanta indossava la sfacciataggine della libertà per le mormoranti vie di Appiano Gentile – aveva l’abitudine di bruciare i libri. Con il posacenere sul materasso e una pila di romanzi sul comò, in bilico come il palazzo di Inferno di cristallo, a Eva bastavano un paio di pagine per trasformare una sigaretta in una torre di cenere”.

 

 Oggi alle 19 e poi sempre disponibile in PodCast sulla W8 Radio Rai… just cliK here!

 

 

Tutto, niente

Frequenze Corsare

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Da oggi alle 19 sulla W8 di Radio Rai parte una nuova avventura. Si chiama Frequenze Corsare, ed è un programma di libri. Io sarò autrice e voce, e questo blog almeno per un po’ ospiterà i libri di cui parleremo in trasmissione. 

Frequenze Corsare ha una pagina su Facebook https://www.facebook.com/frequenze.corsare

ed è anche su Twitter con un account @frequenzecorsare e un hashtag #frequenzecorsare

 

Cosa c’è di interessante da leggere (e da evitare) adesso in libreria? Come trascorre le sue giornate uno scrittore? Come nasce un libro e come si fa a pubblicarlo?

Queste sono solo alcune delle domande cui Frequenze Corsare cercherà di rispondere perché se l’editoria e i lettori sono in crisi, le idee non lo sono affatto. E allora con la scrittrice e giornalista Flavia Piccinni ci addentreremo nella jungla di parole, quella fatta da romanzi, raccolte di racconti, saggi, sillogi poetiche, audiolibri ed ebook. Spazio quindi a volumi appena pubblicati, curiosi e provocatori, ma anche a opere dimenticate che meritano di essere riscoperte. A movimentare le cose ci saranno interviste corsare ad autori e a poeti affermati, ma anche a neofiti ed esordienti. E poi domande al vetriolo a direttori di case editrici, editor, agenti letterari, giornalisti, redattori di riviste e disturbatori. La colonna sonora sarà italiana e straniera, ma rigorosamente alternativa. Il mondo dell’editoria non è mai stato così interessante. Ascoltare per credere! 

Ogni settimana Frequenze Corsare si fa in due. Il martedì alle 19.00 al centro della trasmissione ci sarà il mondo dell’editoria, mentre il giovedì alle 19.45 sarà il web – con tutte le sue possibilità per esordienti e non a caccia di idee e di suggestioni – a far battere il cuore del programma. E per chi si perde una puntata… niente paura: c’è il podcast!

Polvere

Da Repubblica

Se i numeri fossero davvero quelli di questo articolo, non riesco a immaginare – in un’Italia che non ha i soldi neppure per tutelare le sue bellezze, e’ di oggi il crollo a Pompei – come ci si possa interrogare sulla possibilità di fondi statali per gli scrittori. Mi piacerebbe conoscere l’esordiente che può aspirare per un anticipo dai 5 ai 7 mila euro (?!?) e lo scrittore medio che ne guadagna fino a 50mila (?!?). E casomai vorrei pure vedere la media di vendite di quei 160 libri che ogni giorno invadono le librerie (e che, secondo recenti statistiche, a volte non arrivano a vendere neppure 100 copie)..

In Italia si pubblicano ogni giorno 160 libri, circa 60 mila all´anno, di questi 10 mila sono testi letterari alla prima edizione. Ognuno in media vende quattromila copie. Su decine di migliaia di autori, molto meno dell´un per cento vive della propria scrittura. Tra quelli che ci riescono, Andrea Camilleri, Gianrico Carofiglio e Andrea De Carlo, e non a caso in questi giorni figurano in cima alla classifica dei più venduti. Che con la letteratura non si mangi non è però una novità: Svevo, nonostante la stima di Joyce, era impiegato nell´azienda di vernici del suocero; l´ingegner Gadda lavorava in Rai; Bianciardi sbarcava il lunario con le sue traduzioni. E le cose da allora non sono cambiate.
Sono tre in sostanza le fasce in cui si possono dividere gli scrittori nel nostro Paese. La prima, quella degli “esordienti”, può aspirare, quando va bene, a un primo contratto con una grande casa editrice che si aggira tra i 5 mila e i 7 mila euro, con delle percentuali sui diritti che vanno dal 5% dei tascabili all´8%. Uno scrittore “medio”, invece, può contare su un anticipo che sfiora i 50 mila euro. Infine, c´è la ristretta “casta” formata da quelli che vendono oltre le 100 mila copie all´anno. Ed è chiaro che, in questo caso, la retribuzione aumenta: il prezzo corrisposto ancor prima della pubblicazione oscilla tra i 100 mila e i 400 mila euro. Ma qui vanno calcolati anche i guadagni ricavati dagli acquisti dei libri all´estero, di cui il 50% va all´editore e l´altro 50% allo scrittore. In Italia gli autori che possono permettersi di vivere di soli romanzi sono una decina al massimo. Quelli il cui solo nome li scaraventa direttamente nella top ten: come Niccolò Ammaniti e Sandro Veronesi.
Soltanto chi vende tra le 50 mila e le 100 mila copie – una percentuale minima – riesce a garantirsi un discreto tenore di vita. In Francia e nei paesi scandinavi, a soccorrere gli uomini di lettere ci sono sovvenzioni statali e borse di studio. Qui abbandonare il proprio mestiere rimane invece un lusso per pochi. E, per arrivare alla fine del mese, ognuno s´industria come può, tra lavori part time, scuole di scrittura e collaborazioni con giornali e case editrici. Altri rivendicano il diritto alla scrittura attraverso la Rete, dove sono nati collettivi come “Scrittori precari“  e  “Scrittori sommersi“.
Domenico Starnone, che è stato a lungo insegnante, oggi fa lo scrittore, ma non solo. È anche giornalista e autore di sceneggiature. Il motivo? Lo spiega lui stesso: «Di sola scrittura non si riesce a vivere». Anche quando si hanno all´attivo libri come Via Gemito (Feltrinelli), che nel 2001 ha vinto il premio Strega, o Ex Cattedra (Feltrinelli), ripubblicato in una nuova edizione ampliata. «Facendo una media tra i miei libri più venduti e quelli di minor impatto sul mercato, la cifra dell´anticipo per me si aggira tra i 50 e i 100 mila euro».
Nella rosa dei golden writer c´è Erri De Luca, che con il Peso della farfalla si è confermato uno degli italiani più venduti. «Ma per gli esordienti è diverso: non possono contare sulla scrittura per vivere», dice lo scrittore, che prima di scalare le classifiche ha fatto anche l´operaio: «Per arrivare a scrivere è meglio sporcarsi le mani. Solo così la scrittura può rimanere uno spazio libero, un tempo salvato al lavoro». De Luca però non dimentica i primi passi e il primo libro: «Per Non ora, non qui, uscito nel 1989, Feltrinelli mi pagò 1 milione e 800 mila lire, che equivalevano a due mesi e mezzo di lavoro in cantiere». Ma non sono certo cifre che bastano a dare sicurezza. In ogni caso, De Luca non è d´accordo sull´opportunità dei sussidi statali agli scrittori, come invece avviene in Francia: «L´assistenza economica trasforma lo scrittore in un burocrate. La scrittura è un atto di libertà, non un impiego che ha un fatturato».
Tra chi l´indipendenza l´ha conquistata con relativa facilità, c´è la vincitrice dell´ultimo Campiello (Accabadora, Einaudi). Michela Murgia, il successo di mercato lo raggiunge già con la prima prova narrativa Il mondo deve sapere. Il libro ambientato in un call center, che ha ispirato la sceneggiatura del film di Paolo Virzì Tutta la vita davanti, esce nel 2006 per le edizioni Isbn ed è un caso editoriale. «Chiaro che per farcela devi vendere a sufficienza», spiega la Murgia. «Io sono stata fortunata. Ho avuto successo già con il primo libro e questo mi ha permesso di mollare gli altri lavori. Uno scrittore che venda intorno alle 50 mila copie guadagna come un avvocato di provincia. Io ho già venduto 210 mila copie, dunque guadagno più di un avvocato di provincia». Prima di diventare scrittrice per mestiere la Murgia è stata operatrice fiscale, venditrice di multiproprietà e anche portiere di notte. «Quando ho esordito ho avuto un anticipo abbastanza consistente» – racconta – «ma adesso so che le cose sono cambiate. Gli esordienti sono pagati dalle piccole case editrici cifre irrisorie intorno ai 200-300 euro».
Ottocento euro al mese per il suo impiego part time al 50 per cento come agronomo al ministero delle Politiche agricole. Anticipi di 3500 – 5000 euro sui singoli libri, a seconda delle case editrici. Più collaborazioni con tre quotidiani, insegnamento ai corsi di scrittura, stesura di testi per il teatro. «In tutto 40 mila euro all´anno, se va bene. Ho comprato casa a Roma con un mutuo trentennale»: così Antonio Pascale (La città distratta, Einaudi; Questo è il paese che non amo, minimum fax) mette insieme il suo reddito annuale. «La maggioranza degli scrittori italiani non vive solo di scrittura. Il conto è presto fatto: 15 mila copie vendute, obiettivo che raggiungono in pochi, corrispondono a 15 mila euro di ricavi. Però non c´è solo il fattore vendite, ma anche un problema culturale: spesso gli scrittori non considerano il loro come un lavoro da retribuire. Sono i primi a non chiedere un compenso per le presentazioni. Io senza un gettone di presenza non vado da nessuna parte. Nel nostro paese non si crede più nel valore degli intellettuali come in Francia e Scandinavia».
C´è chi un mestiere non vuole proprio abbandonarlo. È il caso di Cristiano Cavina, che racconta la provincia emiliano-romagnola dove vive in romanzi come Nel paese di Tolintesàc (Marcos y Marcos), 30 mila copie vendute. «Se mi chiedono che lavoro faccio, dico il pizzaiolo», spiega. «Eppure con un libro ogni due anni riuscirei a vivere, soprattutto se accettassi anche altri lavori che rifiuto: articoli e sceneggiature. Per ogni titolo prendo un anticipo di 40 mila euro, poi ci sono gli incontri: ogni partecipazione mi viene pagata 300 euro, ma nelle scuole e nelle librerie degli amici vado gratis. Però non abbandonerei mai il mio posto al forno della pizzeria. Diventerei un pallone gonfiato. Per me è importante ricordarmi da dove vengo. Vivo ancora in affitto nell´appartamento delle case popolari dove sono nato. Gli aiuti agli scrittori? Non mi piacerebbe che lo Stato ci aiutasse. Lavorare davvero è più utile».
Una scelta completamente opposta è quella di Andrej Longo, autore di Dieci e Chi ha ucciso Sarah? (Adelphi), che non ha vissuto sempre di scrittura: è stato bagnino, cameriere, pizzaiolo. «Da due anni posso permettermi di non lavorare, tranne scrivere, ma quello è un divertimento non un lavoro. Sarei contrario comunque a finanziamenti statali agli autori. In Italia è difficile immaginare una commissione esente da interessi e lobby varie che si occupi di questo».
Antonio Pennacchi, vincitore con Canale Mussolini dell´ultima edizione del premio Strega, non dimentica comunque il proprio passato da operaio. «Sono uscito nel ´99 dalla fabbrica, 50 anni di fabbrica. Fabbrica di cavi elettrici e telefonici di Latina. I primi libri li leggevo la notte ai miei compagni di lavoro». E chiude la questione a modo suo. «Comunque non è una vergogna avere successo e fare i soldi. L´importante è raccontare alla gente storie vere».

Raffaella De Santis e Dario Pappalardo, la Repubblica, 2 novembre