bellissime, Tutto, niente

Bellissime a Lucca

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Venerdì 13 ottobre a Lucca, presso LuccaLibri, Flavia Piccinni presenterà con Ilaria Vietina “Bellissime – Baby miss, giovani modelli e aspiranti lolite” pubblicato da Fandango Libri.

L’iniziativa è promossa in collaborazione con la Città della Donne. 

Appuntamento alle 17.30 in Viale Regina Margherita 13! 

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MONDO PITTI, DOVE NASCE L’IMMAGINARIO COLLETTIVO DELLA BELLEZZA INFANTILE

gli stati

 

Stiamo accalcate le une sulle altre. Strette fra la balaustra e il muro. Respiriamo il fiato e gli umori della sconosciuta che ci fa da seconda pelle. Restiamo immobili, i faretti traballanti intorno ai piedi. Sotto di noi, la platea è una collezione di tavolini tondi dai colori pastello sopra cui sono sistemati dei vasetti con popcorn e marshmallow.

“Attenzione, non vi muovete che, se scoppia un incendio, ci rimaniamo secche”. Le parole della donna accanto a me risuonano come un presagio. Intorno le altre madri sbuffano, agitano fogli piegati a ventaglio, si lamentano al cellulare. “Condizioni così disumane non me le sarei mai immaginate” mormora una, “sembriamo carne da macello, eppure siamo noi che diamo loro la materia prima” chiosa l’altra.

Siamo nella piccionaia della piccionaia del Teatro Odeon, pieno centro di Firenze. È la sfilata de Il Gufo, uno degli eventi più importanti di Pitti Bimbo, la manifestazione dedicata alla moda bambino più autorevole e famosa del mondo. Restiamo ammassate in uno spazio cui è vietata, come ci spiegherà terrorizzato un tecnico della struttura, la presenza di così tante persone. “Questo è il posto degli addetti luci” si è giustificato poco fa l’uomo, imbarazzato, provando a suggerire di andare via. Eppure, non ci ha potuto cacciare: i genitori si sono infuriati, e non ci sono altri spazi per ospitare le mamme dei bambini che fra poco sfileranno.

È quasi sera. La sfilata è in ritardo di venti minuti, gli ospiti – i buyer internazionali, i negozianti e i giornalisti per cui tutto questo è stato allestito – ancora non sono arrivati. I bambini sono sul set dalle sette di questa mattina, e da due giorni vivono qui dentro: prima hanno fatto i fitting degli abiti, dunque estenuanti prove per imparare la coreografia che fra poco andrà in scena. Oggi ai genitori è stato concesso di vederli per pochi minuti. I malumori sono esplosi nel primo pomeriggio, quando dei bimbi hanno raccontato di non aver ricevuto né la merenda né dell’acqua. “Cosa vuol dire che non hanno ricevuto l’acqua?” ho chiesto a Elena Meazza, fondatrice insieme a Laura Antonioli dell’agenzia milanese per baby modelle e baby modelli Piccolissimo Me. “Vuol dire – mi ha risposto lei – che non gli hanno dato neanche una bottiglietta d’acqua. Letteralmente”.

Questa non è una pratica nuova al mondo bimbo. Molto spesso – e sono decine le bambine e le madri che me lo hanno confessato – sui set non viene concesso di bere per evitare di bagnare inavvertitamente i vestiti o di rovinare il trucco, e soprattutto per limitare al minimo le richieste di andare in bagno. Si tratta di un codice di comportamento frequente, condiviso con il mondo adulto dove le pause sui set sono ridotte al minimo per contenere le distrazioni e gli errori.

“Queste pratiche – mi ha confidato una mamma con un passato da modella – sono sostenute anche nell’ambiente dei grandi, ma questo non mi interessa, perché per quanto riguarda il bambino le considero allucinanti. Già perdo la testa quando vedo mia figlia costretta a cinque, sei ore di lavoro senza pause, o quando per giorni di lavoro ci pagano una miseria, ma i diritti basilari vanno rispettati! Anche un paio di mesi fa la piccola è tornata a casa da un photoshooting della collezione di un noto brand italiano e mi ha detto che le era stato vietato di bere. Sono andata su tutte le furie. Ne ho parlato con l’agenzia e la risposta mi ha gelato: le cose vanno così, o sei dentro o sei fuori. Passerò da rompiscatole? La bimba lavorerà meno? Non importa. Non ci ho pensato due volte e ho cambiato: di agenzie ce ne sono poche, questo è un mondo piccolo dove tutti sanno tutto di tutti, ma non potevo restare con chi ci aveva trattato così”.

Effettivamente, quello del mondo bimbo in Italia è un universo piccolo che passa attraverso una manciata di società. A gestirle sono prevalentemente donne che hanno trascorsi nella moda e si muovono fra casting, selezioni, e sfilate quasi fosse casa loro. Intorno a queste agenzie – che costruiscono il supporto fisico per le sfilate e le pubblicità, gli spot televisivi e i redazionali delle riviste patinate – trova consistenza la moda bimbo, che da sola ha un giro d’affari pari a 2,7 miliardi di euro. E Pitti con le sue oltre 500 collezioni, di cui quasi la metà proveniente dall’estero, e con i circa 7000 compratori italiani ed esteri che ne affollano le corsie, si configura come l’appuntamento più importante del mondo. Il cuore pulsante della moda bimbo per sei giorni l’anno: tre giorni a gennaio, tre giorni a giugno. Fra gli stand e le passerelle, fra i riservati cocktail e le esclusive presentazioni, nasce l’immaginario collettivo che a pioggia ricadrà nelle pagine di pubblicità e nei redazionali, negli spot televisivi e nei video virali. Fra una bottiglietta d’acqua negata e una passata di mascara prende forma la bambina secondo i parametri moderni: quelli della bellezza. Quelli dell’apparenza.

Questo estratto è un’anticipazione di Bellissime della scrittrice e giornalista Flavia Piccinni. Il libro esce oggi per Fandango Libri.

Dai centri commerciali del napoletano alle periferie toscane, passando per la riviera romagnola e l’hinterland milanese, da sfilate di baby modelle a concorsi di bellezza per under 10, Flavia Piccinni racconta di un mondo poco indagato, da cui nasce e si sviluppa l’immaginario collettivo relativo alla bellezza infantile, che a macchia si diffonde dal nostro Paese in tutto il mondo.

Questo estratto è stato pubblicato su Gli Stati Generali

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BELLISSIME – un estratto

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C’è un palco fatto da dei pallet di legno. Sopra questo palco c’è un telo rosso. Sopra questo telo rosso c’è una striscia di velluto anch’essa rossa, macchiata qui e lì. Sopra la striscia rossa, che ha delle strane pieghe in cui il rischio è l’inciampo, avanzano piccole scarpine rosa, bianche e celesti. Appartengono a bambine dai tre ai sette anni, che alla periferia di Napoli sognano di diventare baby miss.

A ottocento chilometri di distanza c’è un parquet di legno. È dentro un loft arredato con fotografie di modelle bambine e di pubblicità. È un parquet di legno chiaro, con un pallino al centro: tutto intorno luci da studio fotografico, sul cavalletto una macchina fotografica che punta un pannello bianco.

Davanti, una bambina di sei anni. Ha i capelli castani lunghi fino al sedere. Gli occhi sono azzurri, con ciglia lunghe e scure. La piccola viene avanti senza scarpe, decisa.

Si ferma a qualche metro dalla scrivania. Inclina la testa da una parte, e poi dall’altra. Si mette sul fianco, inarca la schiena. Indossa una maglietta viola, con delle piccole ruches intorno alle maniche, e dei jeans attillati tempestati di paillettes. Ha un viso piccolo. Mascara. Phard. Rossetto. Sembra una Madonna bambina.

Fa un altro passo, e poi inclina il volto maliziosa: le movenze sono quelle di un’adulta che percepisce il suo corpo e conosce cosa è la bellezza. Davanti a lei una ragazza si inginocchia. “Sorridi”, le dice, e lei sorride.

I provinatori – due cinquantenni, rispettivamente direttore marketing e responsabile della pubblicità di un noto brand d’abbigliamento italiano – la studiano estasiati. Sono qui da stamattina: cercano piccole mannequin per il loro catalogo estivo, che verrà diffuso in tutto il mondo. La produzione dei canoni estetici internazionali della moda bimbo, di cui l’Italia è leader, parte proprio da qui.

“Me la fai fare una posa?”, chiede l’uomo, e allora la ragazza domanda alla bimba di mettersi nuovamente su un fianco. Lei, con movimenti affettati, si posiziona sul pallino, accenna una smorfia, si gira lentamente, posiziona la gamba destra avanti e poi si volta di scatto, compiendo una sorta di piroetta.

I due uomini annuiscono beati: “Brava cucciola!”.

La madre, che tutto il tempo è rimasta in silenzio sulle scale, quasi invisibile, quando sente gli apprezzamenti si avvicina. È una quarantenne dai capelli scuri, pantaloni alla caviglia e giacca in pelle. “È andata bene?”, domanda. La bambina sorride, le mani che si torcono dietro la schiena. La ragazza che l’ha fotografata sorride, anche i due uomini accanto a me sorridono. Poi la giovane fa un cenno rapido, e le due escono di scena. A dare il cambio arriva una giovane mamma: tiene in braccio un bimbo di un anno, occhi azzurri e capelli riccioli, castani. “Milano – mi ha spiegato poco fa – è il posto giusto per fare i provini. Questa mattina mi sono svegliata all’alba, ho preso il volo da Catania ed eccomi qui. Facciamo il provino e poi ripartiamo, perché mio marito ci tiene che la sera mangiamo tutti insieme. Sai, è dura, ma al Sud non esistono queste cose così particolari, e così per i casting viaggiamo molto. Io lo faccio per lui, perché lui in queste cose si sciala proprio”.

È la stessa mamma che ritroverò, mesi dopo, sul set di una nota pubblicità: il bimbo infilato in un passeggino, un pacco di biscotti in mano, alle mie spalle una fila di bambine in attesa di essere truccate da una cinquantenne con i capelli neri legati in due codine, i grossi occhiali di celluloide nera, in mano un pennello per dipingere a una bimba di tre anni le gote di rosa.

“Guarda verso l’alto gattina” dice, impugnando il mascara.

La bambina alza un poco il visino. La donna le scuote leggermente il mento, serrato fra l’indice e il pollice. “No, gattina, lo sguardo. Non il viso”, spiega, muovendole il volto. “Brava micetta”, sussurra allora. “Adesso mettiamo il gloss, che dici, ti va il gloss? Così le labbra sono lucide lucide e belle belle.” La bimba annuisce, e l’immagine di lei che lo specchio mi restituisce è quella di una trentenne ben tenuta.

In disparte restano le mamme. Guardano, sfogliano giornali, ogni tanto esclamano – indicando una pubblicità, puntando un redazionale – “Ma guarda chi c’è!”. Il riferimento è alla loro piccola, o a quella che considerano la rivale per eccellenza. Fra questi due estremi c’è tutto il mondo della moda italiana secondo le procreatrici delle nostrane baby mannequin. Loro stesse, e l’altro. Niente altro conta.

Non conta che spesso i bambini sui set non abbiano diritto all’acqua per evitare di bagnare inavvertitamente i vestiti o di rovinare il trucco, e soprattutto per limitare al minimo le richieste di andare in bagno. Non conta che le pause, nonostante le prescrizioni di legge, siano ridotte all’osso. Non conta che i compensi siano ridicoli: ottanta euro netti per una sfilata che verrà diffusa in tutto il mondo, trecento per uno spot pubblicitario. Non conta neppure che le prove siano estenuanti, e che a tutelare questi bambini non ci sia nessuno. Soltanto i genitori, a volte, quando non viene loro vietato l’accesso per questioni di segretezza. “Capita – mi racconta Elisa G., della periferia di Roma, madre di una bambina bellissima e molto richiesta – che proibiscano a noi mamme di partecipare. Comprendo la paura che i fitting vengano diffusi in anteprima, ma non mi piace. Ogni volta ripeto a Emma la solita cosa: se ti chiedono di togliere le mutandine tu non lo fare, inizia a urlare e chiamami”. Il dubbio sublimato dell’abuso sessuale, che serpeggia silenzioso in un mondo apparentemente immacolato e alimentato da stereotipi adultizzati, è tutto contenuto qui. Ed è mutandine. Ed è urla. Ed è chiama.

Intorno galleggia un business da 2,7 miliardi di euro, che si nutre di immagini infantili e si costruisce su reticenze che molto hanno a che fare con la percezione dell’infanzia, e con la realtà che l’infanzia custodisce. È qualcosa che ha a che vedere anche con il pudore, con la pena del giudizio degli altri e con l’angoscia (o la consapevolezza) di una possibile demonizzazione. Questo rende tutto – le interviste, la naturalezza che si dipinge subito di verosimiglianza, il grado di sostegno e di timore, la spregiudicatezza e il rigore – molto più elaborato, quasi complicato; e lo rende decisamente più interessante perché c’è un filo traballante che lega le bambine che tutti abbiamo davanti dalla mattina alla sera, o quasi, e la percezione che quelle bambine hanno di loro stesse. Un filo che collega la produzione dell’immaginario collettivo – che va in scena su riviste patinate e pubblicità, trovando la sua apoteosi nelle sfilate di Pitti Bimbo – a ciò che le piccole di quattro, cinque, sei anni dicono. Mi piacciono le sfilate perché mi truccano e sembro come mamma. E: Non mi piace quando non mi scelgono perché vuol dire che non vado bene. E: Adoro le sfilate al centro commerciale perché ci sono i fotografi e tutti mi dicono che sono bella. Ma, soprattutto, come mi ha detto Elisa, sei anni: Non mi piacciono i bambini brutti, perché sono tristi.

 

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Questo estratto di “Bellissime” è stato pubblicato su Pagina99