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Bellissime va in Puglia

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Dopamine Dressing?

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Se nel vostro armadio, accanto a una collezione di abiti funerari, è spuntata una gonna giallo canarino o un pullover turchese probabilmente siete anche voi vittime di La La Land. O, più semplicemente, siete inconsapevoli cultori del dopamine dressing, ultima strategia di automedicamento secondo cui indossare abiti divertenti e variopinti riesce a migliorare l’umore.

Archiviata la psicologia del colore – strategicamente usata nel marketing da anni, e fautrice di solidi legami fra sfumature cromatiche e applicazioni al fine di modellare gli impulsi del possibile acquirente –, la moda adesso è una colata arcobaleno di brillantezza che non lascia immuni neanche i grandi stilisti.

Armani fa di uno sgargiante arancione dai richiami orientali il suo colore feticcio per la primavera/estate 2017, e lo declina in preziose giacche in pelle, fluttuanti gonne in organza, vestiti trasparenti e orecchini oversize. Giambattista Valli opta per il rosa in tulle e per opulenti ricami floreali, mentre Maison Margiela alterna al total black, voluttuosi rossi. Gucci sceglie un labirinto di sfumature, lo stesso fanno Pucci e Versace. Anche la pelletteria non si rivela indenne da questo trend. La borsa del momento è firmata Loewe, ed è un elefantino multicolore diventato il vero protagonista delle fashion week internazionali; non meno attenzione, in termini di stampa e di vendite, hanno riscosso le borse con un paio di occhi di Anya Hindmarch e quella a strisce verticali di Sophie Hulme.

Naturalmente il dopamine dressing – portato a battesimo da Grazia UK, e divenuto oggetto di ampio dibattito sul The Guardian – è stato massicciamente adottato, più o meno consapevolmente, da attrici e trendsetter. I casi più eclatanti? Gwyneth Paltrow, che si è fatta fotografare con la green jumpsuit della designer inglese Emilia Wickstead, e Anna dello Russo che ha optato in un unico outfit per una borsa arcobaleno, cappotto broccato celeste, felpa rosa che indica il giorno della settimana di Alberta Ferretti (Monday, per la precisione).

Il buon umore a tutti i costi, come se non bastasse nella vita reale, ha attaccato anche i capi cheap. Ed ecco spuntare le Converse riadattate secondo Comme des Garçons, i jeans di House of Holland tempestati di cuori colorati, il wrap dress smanicato con cintura in tessuto color pesca riproposto da Mango e decisamente simile a quello inossato da Emma Stone nella pellicola di Damien Chazelle, l’abito giallo di Topshop Unique in lustrini già decretato capo cult di stagione.

E dire che al momento non esistono sostegni scientifici alla teoria. Come unico baluardo resta un articolo in grado di evidenziare il ruolo dell’abbigliamento nei processi cognitivi (Enclothed Cognition) pubblicato dal Journal of Experimental Social Psychology nel 2012 con la firma di Hajo Adam e di Adam Galinsky.

“Per quanto non sia ancora riscontrabile una dimostrazione scientifica, da tempo si è a conoscenza che certi colori migliorino l’umore” spiega la psichiatra Donatella Marazziti dell’Università di Pisa. “Con buona probabilità dal punto di vista cognitivo l’autocondizionamento può giocare un ruolo importante. Ovvero: mi sento meglio, o peggio, a seconda del colore che indosso. Si tratta di una suggestione che potrebbe rivelarsi come una sorta di incentivo, una vera e propria motivazione, capace di innescare l’aumento della dopamina, ovvero il neurotrasmettitore che sottende la gratificazione e il piacere”. Tutto rientra dunque nel campo dell’autopercezione, che per antonomasia non è replicabile o misurabile. Costantino della Gherardesca, conduttore televisivo e radiofonico, non ha dubbi e suggerisce anzi un’ulteriore passaggio: “Pratico da tempo il dopamine dressing. Anche se per me a fare la differenza non sono i colori, ma il taglio e le proporzioni degli abiti. La manica raglan, ad esempio, blocca la dopamina. Un calzino corto sarebbe praticamente un neurolettico. Per quanto mi riguarda, dopamine dressing è semplicemente vestirsi in modo decente. Paradossalmente, quando mi vesto comodo durante la giornata provo una sensazione di forte disagio. Se mi sento vestito male mi deprimo, se invece sono in giacca e cravatta sono decisamente più allegro. Siccome disprezzo gli uomini che si conciano male è corretto da parte mia, eticamente, odiarmi quando prediligo capi pratici”. Contorto, ma comprensibile e apprezzabile. “I vestiti in sé – sostiene Marina Savarese, autrice di Sfashion (Morellini Editore, pp. 200) e insegnante di fashion management al Polimoda di Firenze –  non possono renderti più felice. Sicuramente, però, esistono abiti che ti fanno stare bene e non sono necessariamente quelli che vanno di moda. Non esiste un codice estetico universale. Personalmente preferisco vestirmi in modo colorato, soprattutto quando la giornata è grigia, e a volte scelgo talmente tanti colori contemporaneamente da sembrare un arcobaleno. Così quando mi guardo allo specchio mi faccio allegria da sola. E chi mi incontra sorride. Merito anche dei miei capelli che ora sono rosa”.

Dopamine hair. Un fenomeno ancora da studiare, che forse potrebbe dare un senso al proliferare di decolorazioni presenti a vantaggio di colori pastello e del blorange – capelli biondi con riflessi arancioni, come un tramonto – considerato, a seconda del punto di vista, come l’ultima follia beauty, o il supremo trend.

Se pensate di essere immuni al dopamine dressing, iniziate a dubitare. La moda del colore, da sempre apprezzata in salsa pacchiana e celebrata iconicamente da serie televisive nostrane come Il boss delle cerimonie o Lucky Ladies sulle napoletane upper class, trova il modo di reinventarsi a seconda del soggetto, come racconta Matteo B. Bianchi, scrittore e autore televisivo. Da poco in libreria con una nuova edizione del suo primo successo, Generations of Love (Fandango, pp. 284), Bianchi non esita: “Nel mio armadio ci sono esclusivamente camicie dai colori simili, sui toni del blu e dell’azzurro. Detesto comprare vestiti, devo sforzarmi per farlo. Tempo fa durante i saldi ho acquistato un paio camicie e arrivato a casa ho scoperto che una l’avevo già: stesso modello, stesso colore. Questo la dice lunga sulla monotonia del mio abbigliamento. A volte invidio l’esuberanza dei capi altrui, ma non me li vedrei mai addosso. La verità è che sono un abitudinario, e tendo a scegliermi una sorta di divisa nella quale mi sento a mio agio. D’inverno camicie a scacchi, d’estate felpa su t-shirt. Le mie esagerazioni sono t-shirt rosso acceso, o giallo squillante. Le metto quando sono nel mood giusto. Mi sembra di indossare qualcosa di vagamente provocatorio. Non è insomma roba per tutti i giorni”. Evidentemente La La Land e il colore, l’ultimo antidepressivo made in fashion, non lo hanno ancora contagiato.

 

 

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Questo articolo è uscito ieri su Pagina99. Lo trovate in edicola per tutta la settimana. 

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Frequenze Corsare

Frequenze Corsare: Paolo di Paolo & Patrizia Magli

 

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E’ online il podcast della nuova puntata di Frequenze Corsare che trovate qui con Paolo di Paolo (Mandami Tanta Vita, Feltrinelli) abbiamo parlato di Piero Gobetti e del Premio Strega, con Patrizia Magli (Pitturare il volto. Il trucco, l’arte, la moda edito da Marsilio) invece di come il trucco è un modo per comunicare al mondo, e con noi stessi.

I libri di “Entropia” sono invece Cristina Zagaria e “Veleno” (Sperling&Kupfer), “Il Linguaggio del Corpo” di David Cohen (Orme), Gene Gnocchi e “Il Gene dello Sport” (Bompiani).

E domani alle 19.45 con Alessandro Leogrande parliamo di web, riviste online e cartacee e nuovi libri (come “Fumo sulla città” appena pubblicato da Fandango).

Tutto, niente

Bei libri, poche parole

Continuamente leggo libri belli, divertenti, tristi, tristissimi, ma anche orrendi, scritti male, sciatti, e non ho il tempo o lo spazio per recensirli. Se di quelli orrendi, scritti male e sciatti non mi importa, mi dispiace molto per quelli belli, che ti fanno battere il cuore, che ti stupiscono per la scrittura, per la storia, per la purezza.

Nell’ultimo periodo ho letto la bellissima “Aloma”, di Mercè Rodoreda – di cui ho già ampiamente parlato quiche è stata una splendida conferma dopo “La piazza del diamante” e “Via delle Camelie”, ed è pubblicato da La Nuova Frontiera.

“Baci a colazione” di Gaetano Cappelli, scrittore potentino dalla lunghissima e fortunata carriera, è stato invece una piacevole scoperta. In un momento in cui i baci vanno per la maggiore – penso per esempio a “Baci scagliati altrove” di Sandro Veronesi pubblicato da Fandango che ho recentemente intervistato per il Riformista – questo romanzo di Cappelli di 140 pagine edito da Masilio è un vero gioiellino, a partire dalla copertina. La storia è quella di Serena Drago, scrittrice senza idee e ambizioni, che un tempo aveva conosciuto il successo da bestellerista e che si ritrova, senza amore, come una qualsiasi abulica donna: nessun desiderio, nessun futuro. A cambiarle la vita – o almeno a provarci – ci sarà un altro scrittore, questo veramente fallito però, che spinto non dal cuore ma dall’ambizione cercherà di farle tornare la voglia di raccontare. Quasi l’ispirazione fosse come un interruttore: on e off. Cappelli però è bravo a raccontare le miserie degli scrittori di oggi, le smodate necessità degli editori e, forse ancor di più, dei lettori stessi.

Mi sono poi divertita con “Altri coniglietti, altri suicidi” lo spassoso libretto di Andy Riley che Mondadori pubblica con precisione quasi svizzera sotto Natale. I disegni di Riley sono semplici, in bianco e nero, ma molto chiari: i coniglietti sono depressi, e vogliono morire. Ma per loro un modo o l’altro non è lo stesso. Perché i coniglietti vogliono soffrire e allora scelgono scenari alla moda (come i tacchi a spillo di una donna anoressica che cammina con alle spalle New York), scenari letterari (essere inghiottiti da Moby Dick), leggendari (aspettare che il naso della Sfinge di Giza crolli e li travolga), estremi (saltare su un campo minato). Ci sono ore e ore di considerazioni da fare, sul suicidio e sull’ironia (o meno) necessaria a riguardo. O, meglio, ci sarebbero. Perché a volte è anche bello, semplicemente, mettere da parte i pensieri e semplicemente lasciarsi trascinare dalle immagini e dalle risate. Risate che, lo ammetto, in questo caso non sono mancate.

Adesso sulla scrivania – dopo “Cosa volete sentire” di cui parlerò a breve sul Riformista – ho “La rivoluzione incompiuta” di Costa Esping-Andersen (Il Mulino), il nuovo numero di Nuovi Argomenti (Mondadori) dove è stato pubblicato anche un mio racconto, e “Dizionario di letteratura snob” di Fabrice Gaignault (Excelsior 1881)*. Un libro che chiunque dovrebbe possedere. Almeno in duplice copia.

* e poi Milena Agus con “Sottosopra” (nottetempo), Gaia Manzini con “La scomparsa di Lauren Armstrong” (fandango) e altre decine di libri che rimangono incompiuti e intonsi sulla pila vicino la porta del bagno.