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Lucca, 1 – Remo Santini

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Remo Santini ha una divisa. Camicia azzurra, giacca blu scura con i primi due bottoni slacciati, pantaloni sportivi. Mentre mi parla, le sue mani non stanno mai ferme: le dita dalle unghia corte si infilano adesso fra i capelli scuri e lisci, adesso si appoggiano sul tavolo, ora sfogliano l’aria, dunque tornano a sfiorare il viso allungato, con delle rughe sottili intorno agli occhi. Mi racconta, dietro la sua scrivania, circondato da manifesti che lo ritraggono sorridente, di una profezia: “Una volta la professoressa Mannelli mi mandò con degli altri compagni a fare un sopralluogo nelle corti rurali della piana. Avevamo il compito di realizzare un reportage fotografico sulle bellezze architettoniche, tornammo con una relazione sui problemi delle corti. E lei mi disse: potresti fare il giornalista, o il politico”. Pare la scena di un film, ma è la realtà. “La campagna è nel mio DNA, anche se sono nato negli Stati Uniti e lì ho vissuto per i primi due anni della mia vita. Quando i miei tornarono in Italia da Chicago, dove erano emigrati per fuggire dalla povertà del Dopoguerra, ho vissuto la sofferenza e il desiderio di dovermi riscattare. Ero un bambino timido, passavamo da un paese all’altro, le amicizie erano quelle dei vicini di casa, i valori semplici e non ambiziosi. Eppure ambizioso lo sono diventato. Il merito è di nonna Lina, che era rimasta negli USA con gli altri miei parenti, e quando tornava durante il Settembre Lucchese per rivivere le atmosfere, le emozioni, rivedere gli amici, mi portava in giro per l’Italia. Da Venezia a Roma con lei ho scoperto le cose del mondo. È stata lei a insegnarmi l’amore per le tradizioni, e a farmi capire che nella vita bisogna fare qualcosa di importante, che bisogna scommettere anche quando gli altri ti dicono: ma cosa stai facendo? Che ti metti a fare?”. Ed è in momenti come questi, come sosteneva lo scrittore Sergio Atzeni, in cui si vive in bilico fra l’idea che gli altri hanno di noi e quello che noi vorremmo essere, che si rivela il futuro. “La prima volta mi capitò a diciassette anni. Tornai a casa e annunciai ai miei genitori che volevo fare il giornalista. Per loro, da sempre molto concreti, era un sogno irrealizzabile, ma io non mi arresi”.

Così escono nel 1984 i primi articoli sulla Nazione (“scrivevo di calcio, sport di cui non sapevo niente”), poi Santini finisce le magistrali e decide di non iscriversi all’Università. “Mi buttai sul giornalismo. La lucchesità era già un mio tema, e così mi dedicai a fare interviste sul territorio”. È l’inizio: nel 1987 Santini viene assunto part time, nel 1989 il contratto diventa a tempo pieno, e nel 1991 diviene giornalista professionista. Nel 1993 nella piccola chiesa di San Colombano si sposa con Luisella (“io l’avevo notata, ma lei non mi calcolava e così quando una nostra amica in comune ci ha fatto incontrare…”). Nascono Elisa che ha 21 anni, fa il servizio civile alla Misericordia ed è iscritta all’Università, e Alessandro, studente all’Istituto Tecnico Commerciale F. Carrara. “Ai miei figli – spiega – insegno a crederci sempre. Se hai spirito di abnegazione, arrivi”. Oltre al riscatto, personale e sociale, Santini ha caro il già citato tema della lucchesità, cui ha dedicato anche tre libri pubblicati da Maria Pacini Fazzi. “La lucchesità oggi – racconta – è credere che l’identità e le radici non siano provincialismo, ma la forza motrice per costruire il futuro, e forgiare la ricchezza economica di un territorio. La mia lucchesità è 2.0. Non riguarda solo il centro storico, ma si apre anche ai territori della provincia attraverso valori reali: la solidarietà, l’attaccamento alle tradizioni e alla famiglia, intesa come affetti e come culla in cui ti rifugi”. Un’immagine che calza alla topografia della città: ventre materno, ventre matrigno. “Io – continua Santini – sono grato a Lucca perché, in un posto che è sempre stato governato da pochi, sono riuscito a farmi strada, a diventare capo della cronaca di un giornale importante, e presidente del Rotary con il quale ho promosso un’apertura alla città. Non nascondo di aver attraversato negli anni diverse crisi, come quando nel 1982 volevo lasciare le superiori. A farmi cambiare idea fu un viaggio dai parenti a Chicago, dove rimasi quattro mesi. Facevo il cameriere da Bimbo’s, il ristorante di mio zio Narciso. Lui era partito da Lucca con le valigie di cartone, aveva lavorato con mio padre in un’azienda di salumi ed era riuscito a farsi da sé. Forse anche grazie a quella situazione ho scoperto che cosa sia il senso di riuscita. Che cosa voglia dire avere delle ambizioni”. Tante esperienze, un punto di riferimento in Indro Montanelli e in Arrigo Benedetti (“che orgoglio ricevere nel 2013 il premio a lui intitolato”), letture con Lucca protagonista, una passione per i romanzi di Garcia Marquez ed Hesse. “Ho riletto Siddharta prima di scegliere di candidarmi. Il suo è un percorso che racconta come, dalle ferite che si sono sopportate, si possa arrivare a rinascere. All’inizio ero combattuto, sapevo che con la politica mi lasciavo alle spalle la mia professione, eppure ero consapevole di aver dato tutto a Lucca dal punto di vista giornalistico. Poi sa che ho pensato?”. Scuoto la testa. “Al mio cantante preferito, Renato Zero. E a quando dice: tu, spettatore vuoi davvero che io viva il sogno che non osi vivere te?”.

Questa intervista è uscita oggi su Il Tirreno, nella mia rubrica “Ritratti D’Autore / A proposito di Lucca”.

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La passione sospesa: Marguerite Duras

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Leopoldina Pallotta della Torre ha un nome altisonante, da contessa quale effettivamente è, grandi occhi di un nocciola dorato, che si posano sulle cose con una delicatezza stupita. Quando parla le labbra, che tinge sempre di borgogna, accompagnano i ricordi quasi fossero sospiri. La sua lingua gode di inflessioni bolognesi, francesi poiché a Parigi ha vissuto a lungo anche se in modo altalenante, e si ritrova – a cercar bene – anche qualcosa di toscano. Di lucchese, per la precisione.

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Leopoldina infatti a Lucca, seguendo il destino suggeritole della madre proprietaria della tenuta di Carignano, è arrivata quasi 13 anni fa accompagnata dal marito e dalle figlie. “Adesso di figlie ne ho tre” mi racconta. “A Lucca la mia vita è cambiata. Per fortuna avevo ricominciato spesso da zero. Qui mi sono ritrovata a fare la manager, mentre prima…”. La voce si sospende. E sarà fatta soprattutto di sospensioni, di vuoti e di sottintesi la nostra conversazione. Sarà costruita in onore a Marguerite Duras, scrittrice feticcio di molti lettori, e naturalmente anche la mia. A Marguerite Duras: l’autrice de L’Amante, l’autrice de L’Amante della Cina del Nord, l’autrice di decine di romanzi, di sceneggiature di successo come Hiroshima Mon Amour, ma anche di gloriosi, provocatori, mirabolanti articoli e di una vita che pare un’opera d’arte. Proprio a Marguerite Duras, forse la più grande scrittrice francese del Novecento, Leopoldina ha dedicato un meraviglioso libro, adesso introvabile, che si chiama appunto “La passione sospesa” (Archinto, pp. 171). Si tratta di un libro che è una conversazione a due voci, fra una Duras provata dalla malattia e dall’età, e una Pallotta dalla Torre di venticinque anni, ossessionata dalla Duras stessa, che a sua volta rivede in lei la gioventù perduta, la speranza, la bellezza. “Non volevo fare un libro intervista – continua Leopoldina –. Gli incontri con Duras sono durati tre anni. Ero immersa nel suo mondo. Quando la andai a trovare per la prima volta, vidi i suoi occhi che erano blu: brillavano, e la voce roca, avvolgente, carnivora, non poteva non conquistare”. Leopoldina si ferma. Si accomoda sulla poltroncina verde davanti a me, si sistema i capelli lunghi e di un castano che gode dei medesimi riflessi, un poco più chiari, dello sguardo. Una maglietta colorata, nella quale predomina il verde, le fascia il corpo magro. È una bella donna, che s’avvolge di uno charme annunciato nel sangue: il padre conte, la moglie italiana nata a Londra dalla cultura cosmopolita.

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“Incontrare Duras – riprende – mi ha lasciato un alone sulla vita, anche sulla vita amorosa. L’amore era il suo tema. E lei era una seduttrice nata. Aveva un lato intellettuale, e uno selvatico. Aveva un lato perverso, e poi restava un’idealista. Ogni tanto mi guardava, e mi faceva delle domande: era curiosissima. Forse proiettava in me qualcosa che non era mai stata, o quella spensieratezza che mai aveva posseduto. Quando eravamo insieme non potevo prendere appunti, né registrare. Gli appunti la infastidivano, e così dopo le nostre chiacchierate nel suo studio, chiacchierate in cui lei mangiava caramelle alla menta che non mi offriva mai, uscivo fuori di corsa dal suo palazzo e scrivevo tutto. Quanti appunti presi nella metropolitana!”. Il libro, che verrà presto ripubblicato in Francia, fu un successo: 20 mila copie vendute, 13 traduzioni, centinaia di recensioni. “Firmai il contratto a Forte dei Marmi. La Toscana è un tema ricorrente della mia vita”. Una vita fatta di traslochi, di spostamenti, di richiami ascoltati e negati. “Ho iniziato – aggiunge Leopoldina – a Bologna, nella redazione neonata di Repubblica. Poi mi sono trasferita a Milano, dove scrivevo di cultura e società. La mia maestra era Natalia Aspesi. A 28 anni una sorta di crisi mistica. Il lavoro andava bene, avevo ricevuto un’offerta importante, ma ho rifiutato. Sono tornata a Bologna, ho cominciato a fare la freelance, ho fondato un festival di musica contemporanea, ANGELICA, che esiste ancora e ha 26 anni”. Tutto sembra aver riacquisito una normalità, poi il telefono suona. E la vita cambia. Di nuovo. “Chiamavano da Berlino. Un regista ebreo tedesco di grande spessore, Peter Zadek, aveva appena preso la direzione artistica del Berliner Ensemble, il teatro fondato da Bertolt Brecht, e voleva mettere in scena Miracolo a Milano. Lascio tutto, e mi trasferisco a Berlino Est. È un lavoro duro, fatto di ricostruzioni, di sofferenza e di meraviglia. Non avevo neanche il telefono di casa. Lo spettacolo fu un successo. Diventai l’assistente personale di Zadek, e dopo quattro anni a Berlino incontrai mio marito Sebastian che lavorava per la TV tedesca”. Arriva il matrimonio, e poi 12 anni a Francoforte e dunque Lucca. L’arte torna a dominare la vita di Leopoldina, che organizza tre mostre nella tenuta di Carignano in collaborazione con Ludovico Pratesi. Ma Duras resta nell’aria. “Quando lessi L’Amante, rimasi folgorata. E mi dissi: io devo assolutamente conoscere la persona che ha vissuto queste cose. Mi ero innamorata del mondo Duras. Lei era un’incantatrice. Era perversa e innocente” sussurra, mentre le parole si sciolgono in un sorriso. Ed è esattamente quello che è accaduto a me. Dopo aver letto Duras, hai bisogno di conoscere qualcuno che l’ha conosciuta. Che ha guardato i suoi occhi, visto le sue labbra muoversi, le sue mani agitarsi. Ed ha qualcosa di miracoloso – ma anche di molto lucchese, perché in nessun posto come a Lucca gli artisti sono ai margini della narrazione cittadina – che quel qualcuno sia qui, affacciato su via Fillungo, con occhi nocciola e capelli che possiedono i riflessi del sole.

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Questo articolo è uscito oggi in A proposito di Lucca, la mia rubrica domenicale su Il Tirreno.

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Odio dunque sono

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Avere un’opinione su internet è molto semplice. Ancor prima di avere un’idea, basta possedere l’invettiva. L’invettiva di questi tempi è tutto, in particolar modo se viene supportata da uno smartphone e da una buona connessione internet.

Ci si scaglia contro la ragazza che è stata ripresa in momenti di intimità, così come con la sopravvissuta alla valanga di Rigopiano. Si scarica la propria rabbia in un vomito inarrestabile di parole, convinti che queste non abbiano un peso e un’essenza. Convinti, soprattutto, che i commenti online siano senza conseguenze, e futuro.

Della violenza delle parole ce ne ricordiamo ogni manciata di mesi. A settembre, dopo il suicidio della giovane e bella 31enne campana protagonista di quattro video pornografici amatoriali diventati virali che l’avevano resa oggetto di scherno sul web, avevamo guardato unanimemente alla rete e ai social network come a dei mostri, dimenticando che ogni singola particella di quella prepotenza erano persone come noi: i nostri vicini di casa, i nostri colleghi, noi stessi.

Fra amnesie e prese di coscienza rispetto alla sotterranea potenza distruttiva del web, e alla colata di odio che sa riversare giornalmente contro il malcapitato di turno, risuonano ultime le parole pronunciate la settimana scorsa da Laura Bordini. Il Presidente della Camera ha attaccato Facebook per aver bloccato per 24 ore l’account dell’informatica Arianna Drago, che aveva denunciato pubblicamente numerosi gruppi chiusi di stupro virtuale sulla piattaforma creata da Mark Zuckeberg.

Di queste ore è la valanga verbale rivolta a Giorgia Galassi, sopravvissuta alla tragedia di Rigopiano, mandata alla gogna a causa di un post sul proprio profilo Facebook in cui ringraziava “tutte le persone che si sono preoccupate per me in questi giorni”. La sua colpa? Secondo migliaia di utenti è stata quella non aver provato empatia per chi si trovava ancora sotto le macerie dell’hotel, di non aver ringraziato Dio, di non essersi ritenuta abbastanza fortunata. A leggere i commenti c’è da rabbrividire per la quantità di parole inutili e non richieste messe a offendere chi è appena scampato a una tragedia.

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Da moderata quale mi sono sempre considerata, pensavo che non avrei mai provato sulla mia pelle lo sgradevole sentimento di fastidio continuato – un fastidio simile a un pizzicotto dall’entità sopportabile, ma allo stesso modo inesauribile – che genera la valanga del web. L’hate speech – letteralmente l’incitamento all’odio – mi ha invece investito da domenica pomeriggio, quando ho pubblicato su Huffington Post (una testata online del Gruppo L’Espresso, per la quale ho un blog) un post provocazione – un po’ semplicistico e sintetico, a essere sinceri – sul burqa. La sintesi è piuttosto banale: dopo averlo provato a Kuwait City, riflettevo sull’annullamento del corpo indossandone uno. Le reazioni prodotte sono state la strumentalizzazione da parte di due quotidiani che hanno fatto un taglia-incolla un po’ becero costruendo un trattato di pessimo giornalismo sulle mie parole (ma di ottimo giornalismo scandalistico, a dirla tutta), due interviste radiofoniche, migliaia di condivisioni, migliaia di commenti, decine di messaggi privati e di email a dimostrazione che le offese possono essere decisamente ripetitive, e piuttosto noiose. Letta una, lette tutte.

La cosa che ho imparato, però, è stato come non sia possibile passare indenni dal fuoco del web, che si scaglia come un serpente contro la sua preda e la distrugge con insulti, infamie, strumentalizzazioni. La parola diventa un modo per espellere la rabbia silente.

Ma è una parola troppo violenta per essere rivolta veramente contro il malcapitato di turno. Siamo diventati tutti bombe a mano pronte a esplodere, e utilizziamo la tastiera per fare del male. Utilizziamo la tastiera per rigurgitare rabbia, per essere notati, per dire la nostra, per aggredire, per uccidere. Odiare è l’io esisto degli anni Duemila.

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Quello sul burqa, per tornare alla mia questione personale, era il post di un blog e dunque non di un trattato di sociologia, né un bignami di femminismo applicato all’Islam. Avrei potuto argomentare meglio ed evitare di liquidare un tema così spinoso in una manciata di righe, ma l’idea era di applicare il tema a un’esperienza personale: il divieto a Kuwait City di girare per strada con le spalle e le gambe scoperte.

Quello che ho imparato negli ultimi tre giorni, però, è più prezioso di ogni saggio di antropologia che io abbia mai letto. Di ogni trattato sulla banalità del male che abbia mai studiato. Di ogni libro sul web, e sulla sua forza che sia mai capitato sulla mia scrivania.

Rem tene, verba sequentur dicevano i latini per ammonire a conoscere gli eventi, poiché le parole sono seguenti. Il motto dei tempi moderni, e ne ho le prove, è invece un altro: trova le parole, possibilmente di offesa e di giudizio gratuito, i concetti seguiranno. Forse. Perché, alla fine, i concetti non sono poi così importanti.

Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno.

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Per l’8 marzo regaliamo un fiore di origami

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Oggi provate a regalare non mimose, ma fiori carta. Regalate origami, fatti con fogli di giornale e magari di libri. Sui social network non pubblicate foto di cene con le amiche, o di aperitivi in minigonna. Non soltanto almeno. Se l’otto marzo nasce per ricordare le conquiste sociali e politiche delle donne, continuiamo allora a gioire per quello che è stato ottenuto, ma non dimentichiamo quanto c’è ancora da fare. Una strada la suggerisce Amnesty International che lancia la campagna #maipiùsposebambine: un hashtag sul web, e dei fiori di carta da consegnare all’ambasciata italiana del Burkina Faso il 15 aprile. Per l’occasione sono arrivate in Italia Hortence Lougué, attivista per i diritti delle donne in Burkina Faso. Lougué conduce progetti per sostenere l’istruzione delle ragazze che affrontano il matrimonio precoce e forzato anche in giovanissima età, e lotta contro la pratica delle mutilazioni genitali femminili. Un sorriso gentile e occhi scuri, impenetrabili, mi racconta con il suo francese delicato, abituato a ingentilire l’orrore, il dramma taciuto delle spose bambine: “Sposarsi a sette, otto, nove anni. Fare un figlio a dieci, con un uomo venti, trent’anni più grande. E’ questo il destino delle bimbe del Burkina Faso, che sono costrette a diventare presto grandi, e non conoscono né l’odore delle mimose, né tantomeno il potere dei loro diritti”.

Il loro destino è comune a 13,5 milioni di ragazze che, ogni anno, sono costrette a sposarsi prima dei 18 anni con uomini più vecchi di loro. 37 mila bambine ogni giorno. Più o meno quante quelle di un comune mediamente popoloso della nostra Toscana. I numeri non sono le storie, ma le storie raccontano. Perché in questi numeri c’è la storia di chi, come Maria, a 13 anni è stata costretta a sposare un uomo di 70 anni che aveva già cinque mogli. Quando ha provato a rifiutarsi, si è sentita dire dal proprio padre: Se non ti congiungi a tuo marito, ti uccido. “Maria allora è scappata. Ha camminato per oltre tre giorni da sola. Ha messo fra lei e la sua famiglia quasi 200 km, e ha cercato aiuto in un centro per adolescenti. Sembrano storie folli, ma sono le vicende che ogni giorno viviamo e a cui proviamo a dare un finale felice” continua Kiswendsida Noelie Kouragio, coordinatrice nazionale dell’attivismo giovanile per Amnesty International Burkina Faso.

In questo Paese nel cuore dell’Africa Occidentale, il matrimonio forzato è la regola, soprattutto nelle campagne. Secondo l’Unicef oltre il 52% delle donne è costretta a sposarsi prima dei 18 anni. Di queste oltre il 10% è obbligata a convolare a nozze forzate prima dei 15 anni. La differenza media di età fra i coniugi è di 35 anni, con picchi anche di cinquanta. “In Burkina Faso, i mariti hanno potere assoluto sulle donne – conclude Hortence Lougué -. Decidono quanti figli devono avere, e le utilizzano come delle domestiche. La violenza sessuale e la violenza fisica sono all’ordine del giorno. Le donne non studiano, tanto è vero che solo sei ragazze su dieci hanno accesso all’istruzione. Le donne hanno una vita ben definita davanti: a 19 anni la maggior parte è sposata, e più della metà ha già dei figli. Per far cambiare le cose, deve cambiare la mentalità della gente. Deve arrivare la cultura, l’idea che ogni donna è uguale all’uomo”.

Questo pezzo è stato pubblicato oggi su Il Tirreno.

 

 

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Siepi di bosso lucchese

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Non avevo mai pensato a Lucca come a una siepe. Una lunghissima siepe di bosso, della medesima altezza e del medesimo colore. Non una foglia fuori posto. Non un fiore, cresciuto più per sorte che per desiderio, messo a frastagliarne l’ordinarietà. Non avevo mai pensato ai lucchesi come a dei calvinisti. Anche questo è vero. Eppure, dopo una lunga conversazione con un non lucchese che nel centro storico ha scelto di fermarsi diversi anni fa, mi è parso chiaro come la nostra città sia proprio questo: un groviglio di seguaci di Calvino che vivono circondati da una siepe ordinatissima e identica, alta abbastanza da nascondere gli affari più umani – i panni sporchi, insomma, che si lavano sempre in casa -, ma sufficientemente bassa da permettere di sbirciare nelle vite degli altri. Di guardare, e di essere visti. Insomma, una trappola mortale di erba e di mediocrità. Già, perché il cuore della questione non è né il perfettibile giardinaggio locale, né la vocazione religiosa autoctona, ma la mediocrità.

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E spero che mi perdonerete se in una prossima domenica mi dedicherò a trattare la questione calvinista, decisamente curiosa e interessante per i suoi meandri storici che hanno fatto di Lucca una stella della cultura dell’epoca, a cominciare da quel Giovanni Diodati, grande teologo e professore di lingua ebraica, che tradusse la Bibbia in italiano e in francese, e che era nato a Ginevra nel 1957 proprio da una famiglia lucchese fuggita alla persecuzione religiosa.

Ma, dicevamo, la questione oggi è più di viscere che di intelletto. Oggetto – unico oggetto possibile in questo inizio di anno denso di buoni e inutili propositi, che probabilmente avremo già mandato alle ortiche dopo neanche dieci giorni dall’inizio del 2016 – è la struggente mediocrità che ci avviluppa. E lo fa in un modo così violento da annullare ogni desiderio di rivolta. Sempre che a Lucca, una rivolta, ci sia mai stata e che sia possibile. Meglio dire, allora, che protagonista sarà l’elaborazione di un qualsivoglia piano programmatico capace di permettere alla città di elevarsi oltre il grado zero della provincia italiana. Il compito sarebbe della politica, ne siamo certi, ma anche dei cittadini. Di quei cittadini che dovrebbero smetterla di coltivare siepi tutte uguali, della medesima altezza e senza fiori. Dei cittadini che sono chiamati a sorvegliare, in vista delle prossime elezioni politiche, il futuro della nostra città: perché vincano i programmi, la vera voglia di cambiare, le idee e i piani per un futuro di Lucca che sia premiante per le forze, le capacità, le culture locali che hanno la capacità di guardare al mondo. Non solo fino a Capannori, o Antraccoli, o Picciorana insomma. E diventa allora fondamentale il ruolo dei giornalisti. Perché i giornalisti (non gli scrittori, cui purtroppo vengono consegnati più poteri e più aspirazioni di quelle che competono loro) hanno un compito preciso che è quello di raccontare la realtà, nel segno dell’imparzialità e della trasparenza. “Considero il giornale un servizio pubblico come i trasporti pubblici e l’acquedotto. Non manderò nelle vostre case acqua inquinata” diceva Enzo Biagi, fermo nel condannare quella terra di mezzo dentro cui vivevano e vivono ancora oggi molti suoi colleghi, bravi a tramare nell’ombra le future campagne politiche, sfruttando la visibilità dettata dalle parole per accaparrarsi il favore degli elettori/lettori.

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Un modo di agire che fa tornare in mente il quarto stratagemma cinese (libro, quello dei 36 stratagemmi cinesi, che se non avete letto vi consiglio): attendere riposati l’avversario affaticato. Ovvero agire, senza combattere direttamente l’avversario, sfiancandolo con situazioni logoranti. Per dirla con le parole di Sunzi, il generale e filosofo cinese considerato come l’autore del celeberrimo L’arte della guerra: “In generale chi occupa per primo il campo di battaglia e vi attende l’avversario, si troverà in vantaggio; chi, al contrario, lo occuperà dopo e si affretterà a dar battaglia, sarà esausto. Chi eccelle nell’arte della guerra, manovra l’avversario e non viene manovrato”. Dunque, oggi più che mai ai lucchesi tocca la capacità di distinguere i rivoluzionari dagli anarchici, gli aspiranti politici dai politici veri. Ma soprattutto la capacità di riconoscere quelli che mirano, fuori dalle ambizioni personali, a far conquistare a Lucca un posto in prima fila in Italia, e nel mondo. Non con mediocri labirinti di potere, ma con siepi difformi, colorate, visionarie. Perché ormai non basta più lamentarsi. Perché ormai non basta più essere uguali agli altri. Per non attirare l’attenzione. Sperando che il tempo passi.

Questo articolo è stato pubblicato nella mia rubrica domenicale “A proposito di Lucca” in uscita ogni domenica su Il Tirreno.

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Libreria Lucchese

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Tre uomini e una donna. È questa un’istantanea della scrittura lucchese, fermata al momento. Si tratta dunque di un periodo decisamente propizio per la nostra narrativa, soprattutto grazie a piccole case editrici locali e alle numerose iniziative in città che regalano carta alle parole e ai pensieri di numerosi scrittori locali.

Dopo una settimana di instancabile lettura made in Lucca, ho deciso di iniziare questo piccolo tour nostrano da Giuliana Ricci, già distintasi in numerosi concorsi nazionali, che con il racconto lungo Nel profondo (Dunwich Edizioni, reperibile come ebook online a cominciare da Amazon dove costa 0,99 €) guida il lettore negli abissi di un’apparente città sommersa. Protagonista è il sommozzatore Ario, moderno Ulisse che durante una delle sue immersioni avverte una voce suadente da cui non vorrebbe allontanarsi; la narrazione è avvolgente, densa di immagini e di suggestioni, con richiami omerici e toni poetici. È un libro agile, piacevole, che si legge tutto di un fiato. Una lettura domenicale perfetta, che invoglia a scoprire altro dell’autrice, e a sperare che presto pubblichi un romanzo.

Il successivo autore è invece Alessandro Trasciatti. Per introdurlo utilizzerò le parole del poeta viareggino Roberto Amato che così lo presenta nella rivista di cultura La Balena Bianca: “Ho conosciuto lo strano scrittore una decina di anni fa. Prima l’uomo e poi il libro. Trasciatti quarantenne era un ragazzotto dalle manone da carpentiere che però faceva il postino. Forse non c’era una grande contraddizione in questo, perché mi sembrò evidente, da subito, che mai avrebbe saputo costruire una porta o un tavolo, e forse nemmeno verniciare una persiana”. In effetti Alessandro Trasciatti, che è adesso al suo quarto libro, non ha mai costruito una panchina e con “Il dottor Pistelli. Una vita in ritardo” (Garfagnana Editrice, pp. 116) traccia la biografia per racconti di un fallito ambizioso che è venuto a patti con la vita: farsi chiamare dottore pur non essendosi mai laureato (tanto è la forma che conta), lasciare andare una donna che ti ama, volere una donna che non ti desidera (ma che fino a poco prima ti avrebbe preso). È un libro particolare, reso ancora più frammentario e incuriosente dalle illustrazioni di Nazzareno Giusti. È un libro soprattutto di compromessi con se stessi e con le proprie ambizioni, esattamente come il settimo libro di Sebastiano Mondari, milanese di nascita che a Lucca ha fondato una scuola di scrittura creativa. Con Gli amici che non ho (Codice Edizioni, pp. 247), Mondadori traccia il bilancio della vita di Giuliano Sconforti, 48 anni, comico caduto in disgrazia con tre ex mogli e quattro figlie a carico. Lo fa forse nel modo più superficiale: raccontando la vita sentimentale di Sconforti, che passa da un letto all’altro, e spera di trovare l’equilibrio grazie a una donna.

Anche l’ultimo volume di questa libreria lucchese ha come protagoniste le donne, intese come oggetti di ardente e instancabile desiderio. Si tratta de “La donna perfetta” (Carmignani Editrice, pp. 200), di Gianluca Meschi, lucchese classe 1978, che l’anno scorso aveva pubblicato con l’editore di Massarosa Del Bucchia il romanzo “Sulle tracce dell’amore”. Il libro, pubblicato da un piccolo editore appena nato a Calci, è scritto con la leggerezza di chi ha voglia di giocare con le parole e con le storie, pescando dalla propria vita senza vergogna e aspirando all’intrattenimento. Il protagonista Riccardo è prigioniero di non-scelte (fra le tante donne cui si accompagna non riesce infatti a trovarne una con cui stare bene, e così si crogiola nell’attesa), fino a quando non ritrova una vecchia compagna del liceo, Lucia. È questo l’incontro in cui il destino, luminoso e romantico, annida il suo futuro. A esaminare con attenzione la nostra narrativa pare dunque in forma, anche se qualche penna femminile in più non stonerebbe. Adesso sta a noi lucchesi darle forma e sostegno. Buona lettura!

Questa rubrica è uscita nella mia rubrica domenicale su Il Tirreno, A proposito di Lucca.

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C’è mappa (e Lucca), su Marte

“La terra, fotografata dai robot sulla superficie di Marte, è una stellina che si confonde con le altre presenti nel cielo”. Parola di Andrea Pacifici, lucchese doc, che ha rinunciato alle lusinghe di metropoli internazionali per rimanere a Lucca. E da Sant’Anna disegnare le mappe di Marte. Sì, Marte: il quarto pianeta del sistema solare, il pianeta rosso (per le grandi quantità di ossido di ferro che lo ricoprono), quello dove fa quasi sempre freddo (le temperature oscillano fra 140°C e 20°C). Marte che custodisce il vulcano più alto di tutto il sistema solare – l’Olimpus Mons, che con i suoi 27 km di altezza è tre volte il nostro Everest – e che l’uomo, pur non essendoci mai stato, può studiare come se si trattasse della costa tirrenica o delle isole dell’arcipelago toscano. “Sulla Terra – mi spiega Pacifici, che ha quarant’anni, l’aria da scapestrato scienziato e un sorriso gentile – generalmente si va fisicamente sul posto, per Marte la cosa non è così semplice, e allora ci si affida ai dati inviati dalle sonde che sono in orbita attorno al pianeta. Per dare un’idea del dettaglio con cui oggi è possibile studiare i luoghi, è sufficiente pensare che se parcheggiassimo una macchina in uno dei suoi crateri saremmo in grado di riconoscerla”. Miracoli della tecnologia, che annullano le distanze (anche quando sono siderali). Miracoli di internet, che consente a Pacifici di lavorare da casa in rete con colleghi da tutte le parti del mondo. “Non sarei potuto andare via, come hanno fatto molti miei compagni. Amo la mia città, con tutti i suoi pregi, i suoi difetti e le sue contraddizioni. L’affetto per Lucca, maturato grazie a mio nonno Giuliano che l’ha studiata a fondo e che la sapeva raccontare come pochi nei suoi libri, per me si traduce anche nell’affetto per la famiglia e per gli amici”. E poi è il luogo dove tutto è cominciato perché proprio sui banchi di scuola lucchesi è iniziato il sogno di Pacifici: “Ho sempre avuto, fin da piccolo, la passione per l’astronomia. Mi affascinavano molto le fotografie dei pianeti, e in particolare il fatto che fossero tutti così diversi tra loro, oltre che dalla Terra”. Una passione che resiste agli anni e che viene alimentata dall’università. Pacifici ha infatti studiato geologia all’Università di Pisa, e poi ha conseguito un dottorato di ricerca europeo in scienze planetarie ed esobiologia presso l’Università di Pescara, arrivando a realizzare la prima carta geologica di una serie di carte planetarie pubblicate dall’Agenzia Spaziale Italiana e dalla Società Geologica Italiana.

“Adesso – racconta, come se fosse la cosa più naturale del mondo – coordino tutte le attività che riguardano le analisi geologiche e geomorfologiche dei siti di atterraggio delle due missioni europee ExoMars, che nel 2016 e nel 2018 arriveranno sul pianeta grazie a due sonde costruite a Torino. Ho il compito di realizzare mappe di vario tipo dei siti di atterraggio. Studio i dati inviati dalle sonde per stabilire se i siti scelti per l’atterraggio sono sufficientemente sicuri o se possono presentare dei rischi”. In pochi lo sanno, ma se per esempio lo spazio di atterraggio comprende rocce troppo grandi o non è sufficientemente orizzontale comporta un rischio molto alto: un errore di calcolo e la sonda potrebbe danneggiarsi colpendo una roccia o ribaltandosi durante l’atterraggio. Servono dunque calcoli e mappe molto precise. Anche mezzo centimetro può fare la differenza e mettere in discussione anni di lavoro. Insomma, non è un lavoro per approssimativi.

È una storia sorprendente, e alla fine della conversazione una domanda è inevitabile: fra tutti i pianeti, perché proprio Marte? Pacifici sorride dietro la sua lunga barba sale e pepe. Gli occhi scuri, nascosti dalla sopracciglia folte, si animano. “È più piccolo della Terra, il suo raggio è infatti circa la metà di quello terrestre, ma le strutture presenti sulla sua superficie sono enormi. E poi, è il pianeta delle contraddizioni”. Un po’ come Lucca.

Questo articolo è stato pubblicato oggi su “Il Tirreno” nella mia rubrica A proposito di Lucca.