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Il neofascismo intorno a noi

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Michela Murgia non è solo una scrittrice di successo, e una conduttrice televisiva. Non è solo in giro per i teatri italiani con lo spettacolo sold out “Quasi Grazia” scritto da Marcello Fois, che racconta la storia di Grazia Deledda (“il teatro mi attrae solo per la misura di mettere in scena i miei testi, ma in questo caso salire sul palcoscenico aveva un senso profondo”). Ma è anche, forse soprattutto, un’attivista e un’intellettuale che si interroga sul tempo. Per questo giovedì 23 novembre sarà a Lucca, al Teatro San Girolamo, per l’incontro (ore 17:30) “Sempre fascismo è”, cui seguirà (alle 21) il monologo teatrale dell’attore Marco Brinzi “Autobiografia di un picchiatore fascista”.

Il tema del suo incontro è di straordinaria attualità. Soprattutto ora che il movimento dichiaramente fascista Casaggì, dopo aver vinto le elezioni studentesche a Prato e Pistoia, trionfa anche in provincia di Firenze. È forse un segnale?

In politica non esiste il vuoto: se c’è un varco, questo viene subito riempito. Da quando i soggetti politici strutturati sono assenti, nelle scuole e nella società, a prendere il loro posto sono forze alternative. Questi ragazzi molto spesso non sono fascisti, ma vengono strumentalizzati. Non hanno di fronte un’alternativa. Sono vittime della mancanza di contro-narrazioni. Il fascismo da storytelling diventa propaganda.

Diventa propaganda, e conquista consenso. Anche in Toscana.

Nella mia testa la Toscana è rossa, anche se la Lega qui ha preso molti voti. In questo caso però non si tratta di essere rossi, bianchi o neri. Il discorso è la predisposizione al populismo, che è la fase prima del fascismo. Il populismo agisce direttamente sull’umore e sui sentimenti delle persone. Se in una stanza hai venti persone, non potranno pensarla nello stesso modo. Il populismo però trova il modo di metterle d’accordo sfruttando il loro minimo comune denominatore che spesso parla alla pancia. Per questo nessuno è al sicuro.

Da cosa?

Dai meccanismi propri di questo fascismo dilagante. Dentro un vuoto di valori è possibile qualunque radicalizzazione. Il neofascismo per un italiano, l’ISIS per un ragazzo di etnia diversa.

Le ultime elezioni comunali a Lucca hanno rivelato il crescente consenso di CasaPound.

Lucca è un prodromo. La spia di una situazione che sta degenerando. Il problema però non è il fascismo, ma il fascismo nel momento in cui inizia ad organizzarsi. Per anni si è creduto che il fascismo fosse un’idea, invece è un metodo.

Un metodo che si deve imparare a interpretare. E lo racconterà proprio a Lucca mercoledì.

Non è stata una scelta casuale. L’indifferenza di tante persone mi fa pensare che in troppi abbiano perso le competenze civili necessarie per interpretare il presente. Ma se il fascismo tornasse, e sta tornando, come lo riconosceremmo?

Per questo lei ha stilato dieci fattori indicativi su cui riflettere.

Dieci marcatori in grado di evidenziare come il fascismo si manifesti anche in luoghi, e in momenti, inaspettati. La verticizzazione della figura del capo è uno degli elementi principali. Ma ha il suo rilievo anche la costruzione di un nemico che non è mai l’avversario politico, e non ha un nome specifico. Anzi viene riconosciuto in una categoria generica. E poi c’è la banalizzazione della complessità.

Che cosa significa?

Partendo dal fatto che il linguaggio dei politici strutturati è incomprensibile, e sembra voler allontanare le persone semplici, il populista parla come mangia o, almeno, si presenta così. In questo modo intercetta gli umori del popolo. Storicamente la semplificazione è necessaria, ma la banalizzazione è dannosissima perché tradisce la complessità, e la traduce in slogan. E così si arriva ai paradossi: siccome quello che dice Salvini si capisce, si pensa che sia il cuore delle cose. Ma Salvini non è un semplificatore, è un banalizzatore che a una domanda giusta, dà una risposta semplice ma sbagliata. Il suo atteggiamento è volontario, e si appropria di una categoria del linguaggio fascista. Ciascuna voce, dunque anche questa, se considerata in modo singolo non è fascismo. Ma quando uno comincia a contare cinque allarmi, qualche domanda dovrebbe cominciare a farsela.

In politica chi fa suonare più campanelli?

Il populismo è una strada facile. La complessità aiuta a costruire il consenso nel lungo periodo, ma è più facile agire su una paura istintiva per prendere il voto sul momento. Per un politico che non ha una visione da statista, non c’è niente altro di importante. Nelle sezioni storicamente si costruiscono i consensi della base. Bisognerebbe forse domandarsi per quale motivo Forza Italia non ne avesse bisogno.

Oggi qual è la cosa che la spaventa di più?

Siamo diventati un popolo di razzisti. Ma la cosa più spaventosa è la facilità con cui le persone cedono la responsabilità di se stessi a un altro. Questo spesso produce una rinuncia alla partecipazione politica e al coinvolgimento. Basta una sola generazione per perdere i valori democratici. La manutenzione della democrazia, soprattutto per un Paese dove questa è giovane come in Italia, è la cosa più complicata.

Ma chi dovrebbe farla questa manutenzione?

Le istituzioni nel senso civile. La scuola. Noi. La resistenza non si fa sui monti, ma comincia per le strade, nei teatri, nelle scuole, nelle case e nelle teste.

Oggi su “Il Tirreno”. 

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Il grande libro illustrato delle fobie

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Secondo il filosofo polacco Zygmunt Bauman “Il male e la paura sono gemelli siamesi”. In questo tempo di male assoluto e virulento, la paura si diffonde a macchia d’olio e trova per manifestarsi la strada della violenza e della disperazione, che sovente coincide con l’esasperazione dell’istinto più animale: la paura dell’altro, la paura di quello considerato diverso. Non è dunque un caso che ne “Il grande libro illustrato delle fobie” appena pubblicato da Baldini&Castoldi (pp. 159, €18) manchino proprio le voci xenofobia e omofobia. “Non perdete tempo a cercale, questo libro esce nel futuro” spiegano i due autori Gianluca Bavagnoli – nato a Pavia nel 1980 e direttore creativo di Studio Pym che si occupa di grafica e di comunicazione – e l’illustratore milanese, classe 1974, Andrea Q.

Si tratta di una scelta di sottrazione che ben esprime lo spirito guida di questo abecedario delle fobie che con un taglio immediato si presta a diventare una guida istantanea alle ossessioni. Ogni pagina, costituita da nome della fobia e dalla relativa spiegazione, viene illustrata in modo ironico e affatto banale. Nel testo non è raro imbattersi in fobie che paiono assurde (meno per chi le prova) come la hadefobia (paura delle campane), la koutaliafobia (paura dei cucchiai), la papirofobia (paura della carta) e la philemafobia (paura di baciare).

Ne esce fuori un divertissement contemporaneo che ha come unico fine quello di far divertire per mezzo delle intuizioni grafiche, e non ha la minima ambizione di guidare i lettori nella storia delle fobie o negli strumenti adatti ad annullarle. Se vi aspettate dunque un trattato di psicologia, lasciate perdere (la copertina parla da sé). Qualora invece vogliate trascorrere qualche quarto d’ora ridendo delle vostre fobie o cinicamente mettendo alla berlina le piccole, drammatiche e a volte invalidanti, angosce altrui, questo è il testo che fa per voi. In fondo, come diceva lo psichiatra Carl Gustav Jung: “Conoscere le nostre paure è il miglior metodo per occuparsi di quelle degli altri”. E già cominciare a darle loro un nome può essere un buon inizio.

 

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Questa recensione è uscita oggi su “Il Tirreno” nella mia rubrica settimanale “Testi Tosti”. 

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Lucca Comics&Games

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C’è una Lucca che è fuori dal tempo, e tutti i giorni sopravvive adesso come nel Medioevo. E c’è una Lucca che diventa un varco temporale, mettendo insieme l’età della pietra con il futuro. In questa Lucca – che resterà congelata fra fumetti e cosplayer fino a domenica sera, nel sacro nome di Lucca Comics&Games – capita di incontrare IT che ti offre un palloncino, Batman che va a braccetto con Joker e più volte Jack Sparrow (a quanto pare continua ad andare per la maggiore). Resistono poi i personaggi de la Bella e la Bestia, che si studiano con sguardo innamorato (mentre lei, sbracciata, trema a ogni folata di vento). Ci sono numerosi folletti, qualche strega, un paio di famiglie Addams (tutte diversamente inquietanti), vampiri, cappellai matti, saiyan e super saiyan, personaggi la cui identità non è facile riconoscere (perché troppo astrusa, o perché troppo diversa dall’originale). Finalmente, poi, spunta (dal carnevale) qualcosa di universale: delle principesse dai vestiti voluminosi e dai capelli avvolti nella lacca; a fatica avanzano nella folla che è tutta una sequenza di “facciamo una foto?” o “posso fare una foto?” o “dai, devo farti una foto!”.

Ci si muove come in trincea fra macchine da presa, macchine fotografiche, smartphone e schermi di tablet. Senza accorgersene, si entra in un tunnel di tecnologie e di apparenza.

Tutto intorno resta Lucca, una città da palla di vetro, con i palazzi antichi, i sampietrini sconnessi, le finestre da cui si intravedono tende di broccato e si immaginano antiche nobiltà. Tutto intorno resta una città a misura d’uomo – piccole strade, tante biciclette, pochissime auto, facce che tutti conoscono (e che tutti finiscono per ignorare, se non altro per non prendersi la fatica di accennare un saluto) – e poi “la navicella” che su questa città ogni anno cade, e si diffonde a macchia d’olio, come un’epidemia, fra i vicoli: le piazze sono tutte requisite, e a colazione ci si imbatte con uguale frequenza nei soldati di Call of Duty (bellissimi cinquantenni panzuti, dalle facce rubizze) o in alieni assorti nel mangiucchiare un croissant. Intanto, e ovunque, grandissimi padiglioni alti più dei palazzi annullano ogni atmosfera, per crearne un’altra: sono fatti da materiali luccicanti e luminosi, led come se non ci fosse altra luce, come se non esistesse alternativa soluzione per ricreare il giorno.

In ogni angolo, fumetti di ogni genere (sociali, per ridere, per riflettere, per deprimersi) e personaggi di fumetti e di telefilm; tantissimi attori di fama internazionale (come quelli arrivati per le première internazionali di Fox o per l’anteprima nazionale di Doctor Who), decine di film, l’aria japan che si moltiplica ogni anno, e poi ore di gioco, ore di incontri, una quantità impressionante di appuntamenti e un odore di cibo da fast food.

Una magia inspiegabile che porta altrove, e che esplode con quella ossessione collettiva e inarrestabile che sono i cosplayer. Uomini e donne, raramente bambini, che fanno centinaia e centinaia di chilometri per sfilare e che si portano dietro “l’allegria del popolo dei fumetti” (128mila biglietti staccati in tre giorni). L’allegria di chi prova entusiasmo per qualsiasi cosa gli si palesi a tiro e appartenga alla sfera emozionale del cartone: lodi per il bar che propone il cappuccino Super Mario (il solito cappuccino di tutti i giorni, che improvvisamente viene battezzato così), applausi per il portone Settecentesco al cui campanello è stata appesa una mappa (l’entusiasmo è per la mappa, naturalmente, non per il portone), inchini per i poliziotti con l’impermeabile giallo che stanno a dirigere il traffico (“papà sembrano dei minions!” ha esclamato, indicandoli, un bambino al genitore imbarazzatissimo).

I cosplayer andrebbero studiati. Sono impettiti. Non hanno mai freddo. Si fermano per una foto ogni cinque passi (forse anche ogni quattro), e sono sempre felici. Sorridenti. Protagonisti.

Sfidano con uguale e invidiabilissimo coraggio il mal tempo, le macchine, gli sguardi titubanti e ogni paura. “Lucca – mi spiega Marco, avvocato di rimini 32enne, che si è travestito da zombie e avanza con stile mummiesco per le strade – è una grande festa, mi diverto e mi dimentico i problemi”.  Per Simonetta, che di anni ne ha 21 ed è travestita da elfo, è il momento più atteso: “metto da parte i soldi per tutto l’anno, vengo qui e mi faccio la biblioteca per i seguenti dodici mesi”. Che viene da Bolzano e si è fatta un giorno di treno, però, non lo dice.

C’è chi a Lucca si è innamorato (“ho conosciuto al padiglione games cinque anni fa la mia ragazza” mi ha raccontato Marcello che vive a Pisa e frequenta il secondo anno di agraria), chi ogni anno torna nel solito posto (“li abbiamo visti crescere!” è il commento più frequente dei bottegai del centro) e chi lavora per un anno intero sul costume da indossare nei giorni della fiera. Lo fa con un’attenzione che ha qualcosa di maniacale e che si sofferma sul dettaglio più minuzioso dell’abito, sul modo di muoversi del proprio idolo, e perfino su quello di guardare.

“Quando ami un personaggio – mi spiega Dario, 35 anni, informatico di Rovigo – e vuoi essere lui, non ti puoi permettere che qualcosa vada storto. Soprattutto se hai la possibilità di diventare eroe per cinque giorni, come accade a Lucca Comics&Games”.

I lucchesi, che per anni hanno tenuto la manifestazione lontana dagli occhi e dalle attenzioni, iniziano a ricredersi. “Sai che ieri ho visto un costume davvero bello” racconta il barista sotto casa, dove ogni mattina vado a fare colazione. Solitamente è l’emblema del lucchese doc: camicia azzurra dal colletto inamidato, gilè di lana marrone, montatura degli occhiali in celluloide spessa e tondeggiante, pipa in bocca e aria contrita. Parla pochissimo, non sorride mai. Invece adesso scuote la testa da una parte all’altra, gli occhi brillano, pare quasi contento. “Io te lo dico – mi confida -, ma non fare la spia. Ieri mattina è venuta una ragazza. Tacchi a spillo. Capelli neri lunghi fino al sedere. Faceva un freddo allucinante. Ma lei stava praticamente nuda. Un tanga e un reggiseno minuscolo. Niente altro. Tutti si giravano a guardarla. Io sono uscito dal bar, in tanti anni non l’ho mai fatto. E l’ho fissata. E per la prima volta in tutta la mia vita ho benedetto i Lucca Comics&Games”.

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Questo articolo è uscito oggi su Il Tirreno.

In edicola, Testi Tosti, Toscana, Lucca, Tutto, niente

Nasci Cresci Posta

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Adele ha quindici anni e crede che “un like può cambiarti la vita”. In Austria c’è una ragazza che ha fatto causa ai genitori perché non volevano rimuovere le foto postate sui social newtork che la ritraevano come protagonista (e di cui non sapeva niente). Ogni giorno facebook rimuove 20mila account di bambini che non avrebbero diritto di iscriversi al social network poiché non ancora tredicenni (il limite minimo imposto dal Children’s Online Privacy Protection Act del 1998), e migliaia di bambini mentono sulla loro identità pur di crearsi un account. Nel corso di un anno i genitori postano 200 scatti dei loro propri bambini sui social (prassi battezzata come sharenting).

In questa mole di informazioni – che delineano un inquietante profilo dei tempi che stiamo vivendo – trova spazio il libro del giornalista Simone Cosimi e dello psicoterapeuta Alberto Rossetti: “Nasci, Cresci e Posta” (Città Nuova, pp. 110) che si snoda attraverso il mondo sul web fatto di violazione della privacy, manipolazioni, incapacità di gestire le informazioni, ma anche cyberbullismo, hate speech, sexting.

Si tratta di un agile saggio che pone interrogativi cui è ormai obbligatorio confrontarsi: come impedire ai bambini un approccio con i social? Come tutelare i minori e monitorare la doppia vita che molti adolescenti portano avanti (quella reale e quella che si costruiscono con chirurgica abilità attraverso i social per apparire come vorrebbero essere)? Come illustrare ai ragazzi nativi digitali che le azioni promosse online (dunque anche offese, giochi, corteggiamento, tutela della propria privacy) hanno delle conseguenze nella quotidianità?

Al centro di tutto resta l’esplicito e misterioso rapporto con i social network, che coinvolge con medesime incognite adulti e bambini. Cosimi e Rossetti restituiscono con abilità un mondo popolato da genitori che ossessivamente controllano gli spostamenti dei figli con la geolocalizzazione, ne monitorano la vita attraverso i profili social, ne spiano la quotidianità grazie ad applicazioni. Ne esce fuori un ritratto impietoso della società contemporanea, cui forse avrebbe giovato una presa di posizione meno moralista.

 

Nasci, cresci e posta

Simone Cosimi, Alberto Rossetti

Città Nuova, pp.110, € 15

 

Questa recensione è uscita ieri, come ogni lunedì, sulla mia rubrica su Il Tirreno.

Libri, Testi Tosti, Tutto, niente

La Scordanza di Dora Albanese

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Che cosa è l’amore? E cosa può fare una donna per amore? Soprattutto, può una donna deliberatamente scegliere un amore malato, e in questo amore invischiarsi fino a dimenticare la propria casa, il proprio marito e i propri figli?
Per Caterina, trent’anni negli anni Ottanta, cresciuta a Muggera – un paese che non esiste in una Basilicata arsa dal sole e dai silenzi, simbolo di un Sud arcaico ed eterno – l’amore è solo “mal d’amore”. Ed è un amore che la fa fuggire dai suoi bambini e da quell’esistenza che è divenuta una prigione, per finire, cercando la libertà e l’indipendenza, vittima di pura schiavitù.
Nel suo primo romanzo, La Scordanza, Dora Albanese – classe 1985, esordiente di successo nel 2009 con la raccolta di racconti Non dire madre – non traccia semplicemente una provocazione, ma affonda lo sguardo in un tema centrale del dibattito nel nostro Paese. La violenza sulle donne si apre in una lunga sequenza di abusi psicologici e fisici, declinati attraverso atti sessuali animaleschi, insulti, botte. Caterina da donna emancipata, diventa vittima di un uomo che non sa amare, e che “voleva lei, non la sua storia”. Voleva lei, il suo corpo, i suoi seni, le sue cosce, ma non il suo essere. Voleva, più semplicemente, una donna oggetto. A ogni pagina riecheggia quella violenza esercitata sul corpo femminile che, secondo gli ultimi dati Istat, ha coinvolto nel corso della propria vita 6 milioni 788mila donne e che vede nel 62,7% degli stupri colpevole il partner attuale o precedente. Con La Scordanza, appena pubblicato da Rizzoli (pp.233, € 19), Dora Albanese traccia dunque con una lingua puntuale e sapientemente rutilante un racconto di odori – l’odore del latte, della terra bagnata, del sangue, del dolore – e di abbandono. L’abbandono di una madre. L’abbandono di una terra. L’abbandono di quello che gli altri vorrebbero che fossimo, per provare finalmente a diventare noi stessi. Dora Albanese ci chiede: è giusto pagare un prezzo per la propria libertà? E cosa accade quando questo prezzo è un amore malato?

#TestiTosti esordisce oggi su “Il Tirreno“. Ogni lunedì racconterò un romanzo, una raccolta di racconti, un saggio in grado di dare uno sguardo diverso su un tema su cui tutti quanti siamo costretti a riflettere, più o meno consapevolmente, più o meno volontariamente. Buona lettura!

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Lucca, 1 – Remo Santini

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Remo Santini ha una divisa. Camicia azzurra, giacca blu scura con i primi due bottoni slacciati, pantaloni sportivi. Mentre mi parla, le sue mani non stanno mai ferme: le dita dalle unghia corte si infilano adesso fra i capelli scuri e lisci, adesso si appoggiano sul tavolo, ora sfogliano l’aria, dunque tornano a sfiorare il viso allungato, con delle rughe sottili intorno agli occhi. Mi racconta, dietro la sua scrivania, circondato da manifesti che lo ritraggono sorridente, di una profezia: “Una volta la professoressa Mannelli mi mandò con degli altri compagni a fare un sopralluogo nelle corti rurali della piana. Avevamo il compito di realizzare un reportage fotografico sulle bellezze architettoniche, tornammo con una relazione sui problemi delle corti. E lei mi disse: potresti fare il giornalista, o il politico”. Pare la scena di un film, ma è la realtà. “La campagna è nel mio DNA, anche se sono nato negli Stati Uniti e lì ho vissuto per i primi due anni della mia vita. Quando i miei tornarono in Italia da Chicago, dove erano emigrati per fuggire dalla povertà del Dopoguerra, ho vissuto la sofferenza e il desiderio di dovermi riscattare. Ero un bambino timido, passavamo da un paese all’altro, le amicizie erano quelle dei vicini di casa, i valori semplici e non ambiziosi. Eppure ambizioso lo sono diventato. Il merito è di nonna Lina, che era rimasta negli USA con gli altri miei parenti, e quando tornava durante il Settembre Lucchese per rivivere le atmosfere, le emozioni, rivedere gli amici, mi portava in giro per l’Italia. Da Venezia a Roma con lei ho scoperto le cose del mondo. È stata lei a insegnarmi l’amore per le tradizioni, e a farmi capire che nella vita bisogna fare qualcosa di importante, che bisogna scommettere anche quando gli altri ti dicono: ma cosa stai facendo? Che ti metti a fare?”. Ed è in momenti come questi, come sosteneva lo scrittore Sergio Atzeni, in cui si vive in bilico fra l’idea che gli altri hanno di noi e quello che noi vorremmo essere, che si rivela il futuro. “La prima volta mi capitò a diciassette anni. Tornai a casa e annunciai ai miei genitori che volevo fare il giornalista. Per loro, da sempre molto concreti, era un sogno irrealizzabile, ma io non mi arresi”.

Così escono nel 1984 i primi articoli sulla Nazione (“scrivevo di calcio, sport di cui non sapevo niente”), poi Santini finisce le magistrali e decide di non iscriversi all’Università. “Mi buttai sul giornalismo. La lucchesità era già un mio tema, e così mi dedicai a fare interviste sul territorio”. È l’inizio: nel 1987 Santini viene assunto part time, nel 1989 il contratto diventa a tempo pieno, e nel 1991 diviene giornalista professionista. Nel 1993 nella piccola chiesa di San Colombano si sposa con Luisella (“io l’avevo notata, ma lei non mi calcolava e così quando una nostra amica in comune ci ha fatto incontrare…”). Nascono Elisa che ha 21 anni, fa il servizio civile alla Misericordia ed è iscritta all’Università, e Alessandro, studente all’Istituto Tecnico Commerciale F. Carrara. “Ai miei figli – spiega – insegno a crederci sempre. Se hai spirito di abnegazione, arrivi”. Oltre al riscatto, personale e sociale, Santini ha caro il già citato tema della lucchesità, cui ha dedicato anche tre libri pubblicati da Maria Pacini Fazzi. “La lucchesità oggi – racconta – è credere che l’identità e le radici non siano provincialismo, ma la forza motrice per costruire il futuro, e forgiare la ricchezza economica di un territorio. La mia lucchesità è 2.0. Non riguarda solo il centro storico, ma si apre anche ai territori della provincia attraverso valori reali: la solidarietà, l’attaccamento alle tradizioni e alla famiglia, intesa come affetti e come culla in cui ti rifugi”. Un’immagine che calza alla topografia della città: ventre materno, ventre matrigno. “Io – continua Santini – sono grato a Lucca perché, in un posto che è sempre stato governato da pochi, sono riuscito a farmi strada, a diventare capo della cronaca di un giornale importante, e presidente del Rotary con il quale ho promosso un’apertura alla città. Non nascondo di aver attraversato negli anni diverse crisi, come quando nel 1982 volevo lasciare le superiori. A farmi cambiare idea fu un viaggio dai parenti a Chicago, dove rimasi quattro mesi. Facevo il cameriere da Bimbo’s, il ristorante di mio zio Narciso. Lui era partito da Lucca con le valigie di cartone, aveva lavorato con mio padre in un’azienda di salumi ed era riuscito a farsi da sé. Forse anche grazie a quella situazione ho scoperto che cosa sia il senso di riuscita. Che cosa voglia dire avere delle ambizioni”. Tante esperienze, un punto di riferimento in Indro Montanelli e in Arrigo Benedetti (“che orgoglio ricevere nel 2013 il premio a lui intitolato”), letture con Lucca protagonista, una passione per i romanzi di Garcia Marquez ed Hesse. “Ho riletto Siddharta prima di scegliere di candidarmi. Il suo è un percorso che racconta come, dalle ferite che si sono sopportate, si possa arrivare a rinascere. All’inizio ero combattuto, sapevo che con la politica mi lasciavo alle spalle la mia professione, eppure ero consapevole di aver dato tutto a Lucca dal punto di vista giornalistico. Poi sa che ho pensato?”. Scuoto la testa. “Al mio cantante preferito, Renato Zero. E a quando dice: tu, spettatore vuoi davvero che io viva il sogno che non osi vivere te?”.

Questa intervista è uscita oggi su Il Tirreno, nella mia rubrica “Ritratti D’Autore / A proposito di Lucca”.

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La passione sospesa: Marguerite Duras

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Leopoldina Pallotta della Torre ha un nome altisonante, da contessa quale effettivamente è, grandi occhi di un nocciola dorato, che si posano sulle cose con una delicatezza stupita. Quando parla le labbra, che tinge sempre di borgogna, accompagnano i ricordi quasi fossero sospiri. La sua lingua gode di inflessioni bolognesi, francesi poiché a Parigi ha vissuto a lungo anche se in modo altalenante, e si ritrova – a cercar bene – anche qualcosa di toscano. Di lucchese, per la precisione.

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Leopoldina infatti a Lucca, seguendo il destino suggeritole della madre proprietaria della tenuta di Carignano, è arrivata quasi 13 anni fa accompagnata dal marito e dalle figlie. “Adesso di figlie ne ho tre” mi racconta. “A Lucca la mia vita è cambiata. Per fortuna avevo ricominciato spesso da zero. Qui mi sono ritrovata a fare la manager, mentre prima…”. La voce si sospende. E sarà fatta soprattutto di sospensioni, di vuoti e di sottintesi la nostra conversazione. Sarà costruita in onore a Marguerite Duras, scrittrice feticcio di molti lettori, e naturalmente anche la mia. A Marguerite Duras: l’autrice de L’Amante, l’autrice de L’Amante della Cina del Nord, l’autrice di decine di romanzi, di sceneggiature di successo come Hiroshima Mon Amour, ma anche di gloriosi, provocatori, mirabolanti articoli e di una vita che pare un’opera d’arte. Proprio a Marguerite Duras, forse la più grande scrittrice francese del Novecento, Leopoldina ha dedicato un meraviglioso libro, adesso introvabile, che si chiama appunto “La passione sospesa” (Archinto, pp. 171). Si tratta di un libro che è una conversazione a due voci, fra una Duras provata dalla malattia e dall’età, e una Pallotta dalla Torre di venticinque anni, ossessionata dalla Duras stessa, che a sua volta rivede in lei la gioventù perduta, la speranza, la bellezza. “Non volevo fare un libro intervista – continua Leopoldina –. Gli incontri con Duras sono durati tre anni. Ero immersa nel suo mondo. Quando la andai a trovare per la prima volta, vidi i suoi occhi che erano blu: brillavano, e la voce roca, avvolgente, carnivora, non poteva non conquistare”. Leopoldina si ferma. Si accomoda sulla poltroncina verde davanti a me, si sistema i capelli lunghi e di un castano che gode dei medesimi riflessi, un poco più chiari, dello sguardo. Una maglietta colorata, nella quale predomina il verde, le fascia il corpo magro. È una bella donna, che s’avvolge di uno charme annunciato nel sangue: il padre conte, la moglie italiana nata a Londra dalla cultura cosmopolita.

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“Incontrare Duras – riprende – mi ha lasciato un alone sulla vita, anche sulla vita amorosa. L’amore era il suo tema. E lei era una seduttrice nata. Aveva un lato intellettuale, e uno selvatico. Aveva un lato perverso, e poi restava un’idealista. Ogni tanto mi guardava, e mi faceva delle domande: era curiosissima. Forse proiettava in me qualcosa che non era mai stata, o quella spensieratezza che mai aveva posseduto. Quando eravamo insieme non potevo prendere appunti, né registrare. Gli appunti la infastidivano, e così dopo le nostre chiacchierate nel suo studio, chiacchierate in cui lei mangiava caramelle alla menta che non mi offriva mai, uscivo fuori di corsa dal suo palazzo e scrivevo tutto. Quanti appunti presi nella metropolitana!”. Il libro, che verrà presto ripubblicato in Francia, fu un successo: 20 mila copie vendute, 13 traduzioni, centinaia di recensioni. “Firmai il contratto a Forte dei Marmi. La Toscana è un tema ricorrente della mia vita”. Una vita fatta di traslochi, di spostamenti, di richiami ascoltati e negati. “Ho iniziato – aggiunge Leopoldina – a Bologna, nella redazione neonata di Repubblica. Poi mi sono trasferita a Milano, dove scrivevo di cultura e società. La mia maestra era Natalia Aspesi. A 28 anni una sorta di crisi mistica. Il lavoro andava bene, avevo ricevuto un’offerta importante, ma ho rifiutato. Sono tornata a Bologna, ho cominciato a fare la freelance, ho fondato un festival di musica contemporanea, ANGELICA, che esiste ancora e ha 26 anni”. Tutto sembra aver riacquisito una normalità, poi il telefono suona. E la vita cambia. Di nuovo. “Chiamavano da Berlino. Un regista ebreo tedesco di grande spessore, Peter Zadek, aveva appena preso la direzione artistica del Berliner Ensemble, il teatro fondato da Bertolt Brecht, e voleva mettere in scena Miracolo a Milano. Lascio tutto, e mi trasferisco a Berlino Est. È un lavoro duro, fatto di ricostruzioni, di sofferenza e di meraviglia. Non avevo neanche il telefono di casa. Lo spettacolo fu un successo. Diventai l’assistente personale di Zadek, e dopo quattro anni a Berlino incontrai mio marito Sebastian che lavorava per la TV tedesca”. Arriva il matrimonio, e poi 12 anni a Francoforte e dunque Lucca. L’arte torna a dominare la vita di Leopoldina, che organizza tre mostre nella tenuta di Carignano in collaborazione con Ludovico Pratesi. Ma Duras resta nell’aria. “Quando lessi L’Amante, rimasi folgorata. E mi dissi: io devo assolutamente conoscere la persona che ha vissuto queste cose. Mi ero innamorata del mondo Duras. Lei era un’incantatrice. Era perversa e innocente” sussurra, mentre le parole si sciolgono in un sorriso. Ed è esattamente quello che è accaduto a me. Dopo aver letto Duras, hai bisogno di conoscere qualcuno che l’ha conosciuta. Che ha guardato i suoi occhi, visto le sue labbra muoversi, le sue mani agitarsi. Ed ha qualcosa di miracoloso – ma anche di molto lucchese, perché in nessun posto come a Lucca gli artisti sono ai margini della narrazione cittadina – che quel qualcuno sia qui, affacciato su via Fillungo, con occhi nocciola e capelli che possiedono i riflessi del sole.

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Questo articolo è uscito oggi in A proposito di Lucca, la mia rubrica domenicale su Il Tirreno.