Tutto, niente

Rosso Ilva

Image

A Taranto c’è un mostro dal nome romantico. È formato da dieci batterie di forni per coke, cinque altoforni, due impianti di agglomerazione minerale, due acciaieri LD, cinque colate continue a due linee per bramme, due treni di laminazione a caldo per nastri, un decapaggio ad acido cloridrico, un decatreno, un impianto di rigenerazione di acido cloridrico con tre forni ad arrostimento, una linea di elettrozincatura, due linee di zincatura a caldo, un impianto di ricottura statica con cinquantaquattro forni e centoventicinque basi, un treno tandem Temper, un treno lamiere quarto a due gabbie, un tubificio a saldatura longitudinale ERW, due tubifici a saldatura longitudinale SAW, un tubificio a saldatura elicoidale SAW da nastri/lamiere, sette impianti per rivestimento interno ed esterno di tubi in polietilene, resine epossidiche, FBE e cemento, infinite linee di finitura e taglio.

È una delle più grandi acciaierie d’Europa e la più grande d’Italia, produce il 92% della diossina nazionale, l’8,8%[1] di quella europea e fa del capoluogo pugliese la città più inquinata dell’Europa occidentale. Eredita il nome musicale, quasi che chiamare le cose con enfasi ne riduca la tragedia ambientale, da quello latino dell’isola d’Elba, dalla quale era estratto il ferro che alimentava i primi altiforni costruiti in Italia nell’Ottocento. Si chiama Ilva dal 1988, quando Italsider e Finsider furono messi in liquidazione e le unità produttive che tempestavano l’Italia, da Novi Ligure a Bagnoli, vennero smembrate prima del processo di vendita. Dal 1995 appartiene al Gruppo Riva che ne è tutt’ora proprietario.

Sull’Ilva ci sono varie leggende, ma tutte sembrano ridicole se paragonate alla realtà. Dentro non ci sono né draghi né sirene, solo uno stillicidio di morti e feriti i cui incidenti vanno in replica quotidiana per un totale che supera i tremila l’anno. Vista da fuori è un ammasso di muri e cancelli che si chiudono uno sopra l’altro a formare un cumulo di cemento compresso nel ferro insieme a vite umane, cancro, diossina, polvere e treni.

Dalla finestra di casa sua, che si affaccia dalla città vecchia sul Mar Piccolo, Caterina ha provato centinaia di volte a immaginarsi Taranto senza la fabbrica. Nella sua fantasia lascia spazio alla gigantesca raffineria petrolchimica dell’Eni, al grande cementificio Cementir, alle due centrali termoelettriche dell’Edison e alle altre decine di stabilimenti chimici, metallurgici, elettrotecnici e elettronici che compongono la zona industriale. Ma, per quanto si impegni, non è mai riuscita a cancellare le ciminiere alte che bruciano il cielo, le polveri rosse che vanno con il vento verso le nuvole per intossicarle, le luci intermittenti che con la notte sembrano accecare, le macchine parcheggiate tanto vicine da sovrapporsi nei lunghi parcheggi, davanti agli ingressi.

È come se la sua immaginazione rifiuti alternative, quasi aderisca tanto perfettamente alla realtà da non lasciare spazio ad altro. Da una parte la malattia e dall’altra i posti di lavoro, in una bilancia perenne e viziosa fatta di cassa integrazione, incidenti sempre più gravi e tumori.

Caterina ricorda ancora, benché siano passati quarant’anni, di quando suo nonno la accompagnava a prendere il padre al cancello D. C’erano altri bambini  vicini alle mamme o ai nonni, qualche ragazzo magro, degli uomini senza denti; c’erano ambulanti con i panini, un venditore di giocatoli e caramelle, il pescivendolo con le cozze e le triglie rosse dagli occhi appannati. Caterina, un giorno che si era avvicinata, aveva sentito la puzza di marcio e aveva guardato spaesata il nonno che, subito, l’aveva obbligata a tornare in macchina. Lei aveva ubbidito, ma dal finestrino aveva sentito e visto tutto lo stesso: il rumore forte della sirena, una luce gialla che lampeggiava, i cancelli che si aprivano e gli operai che uscivano con lo sguardo sbarrato, sporchi, sudati, lentamente, come cadaveri che arrancano piano verso una salvezza momentanea. Non riusciva a dimenticare le mani del padre che tremavano, mentre il nonno gli chiedeva cosa fosse successo. Allora a Caterina, come a me adesso, la fabbrica sembrava un universo senza nome governato da leggi interne imcomprensibili e sconosciute, appartenenti a una dimensione divisa fra il diritto alla salute e quello al lavoro.

Aveva perso suo padre all’età di sedici anni, ma non aveva voluto sapere cosa fosse realmente successo. Non le importava. La fabbrica era lì, vicino alla cassa da morto, fra il prete che parlava di Dio e sua madre che si strappava i capelli; era lì e lì sarebbe rimasta. I giornali avevano liquidato il suo dolore come l’ennesimo incidente sul lavoro e a lei non era restato altro che arrendersi, ancora.

Tutte le volte che incontro Caterina per strada la fermo. Ci siamo conosciute quando ero bambina, era amica di mia nonna, insegnavano nella stessa scuola elementare. Avevano passato la vita vicine a trasmettere addizioni e coniugazioni ai bambini di Taranto, gli stessi che adesso lavorano in Lombardia, Lazio, Toscana. Gli stessi che, appena hanno potuto, hanno lasciato la Puglia per dimenticarsi della loro città. Quando la vedo, mentre guarda distrattamente le vetrine del centro, e si stringe la borsa al seno, si fruga in tasca per dare l’elemosina al vecchio di Via Crispi, accende una sigaretta e aspira, penso all’Ilva. Nella mia memoria lei è legata all’acciaieria, e i ricordi dell’infanzia, quando sento il suo respiro rallentare fino a raggiungere il mio, si confondono con il presente; subito dopo mi sento mancare l’aria. Per me lei rappresenta quel concentrato di disperazione e di ineluttabilità che ho imparato a conoscere durante i pranzi familiari, i lunghi caffé al bar e le visite di cortesia ad amici e lontani cugini. Nella sua espressione leggermente corrucciata, i brevi sorrisi, le mani sempre in movimento, gli occhi quasi socchiusi, c’è una rassegnazione così sottile, e così profonda, che non riesco più a ispirare. Il petto sembra non essere più in grado di contenere il cuore quasi che, da un momento all’altro, possa esplodere.

Non parliamo mai molto, le nostre discussioni sono relegate da anni alla banalità, ma sono i gesti che conservano ancora tutto quello che non riusciamo a dire, che ci vergognamo di ripetere e di ammettere. Ogni volta, prima di salutarci, ci abbracciamo forte; il mio corpo contro il suo, le sue mani che afferrano le mie e le braccia che mi avvolgono violentemente diventano una trappola di ricordi sfilacciati che, mio malgrado, coprono tutto il passato e mi fanno vergognare di vivere qui e di non avere il coraggio di fare niente, di restare ferma a respirare aria malata e consumarmi dentro, uccidendo lentamente il corpo e la libertà.

Ogni volta che vedo Caterina penso all’Ilva, e tutto si confonde perché non c’è un filo logico da seguire. Non quello dei giornali che raccontano dell’incidente del reparto “Colata Continua 2” da cui il 22 gennaio 2009 sono fuoriuscite a mille gradi 200mila tonnellate di acciaio liquido, che poi sono state ridimensionate da un comunicato dell’azienda a 200. Non quello del primo caso mai accertato al mondo di adenocarcinoma del rinofaringe, meglio noto come cancro del fumatore, in un bambino di dieci anni. Non ai 7487 incidenti sul lavoro registrati in tutta la provincia nel 2007[2]. Neanche all’emergenza nazionale per l’ambiente che rilancia, con l’indagine appena effettuata dall’Eurispes, i dati del 2002 e annuncia come le emissioni di anidride carbonica[3] siano aumentate del 26% e quelle della diossina del 28,2%[4].

Quando penso a Taranto, all’Ilva, ai 25000 operai[5] che devono scegliere fra il piatto pieno e il rischio alla salute, ai 240.000 tarantini che si ammalano per l’aria che respirano, ai Riva, alle manifestazioni, al dolore, all’incapacità di reagire, a me viene in mente Caterina che mi offre un latte di mandorla a casa sua, poi mi porta davanti alla grande vetrata che si affaccia sul Mar Piccolo, mi indica l’acciaieria, mi dice di provare a immaginare Taranto senza la fabbrica e, quando le rispondo che non ci riesco, mi abbraccia stretto, mentre le ciminiere tagliano il cielo di rosso e la polvere si disperde a pioggia sulle case dei Tamburi e intossica sia gli abitanti, che niente hanno a che fare con l’Ilva, sia gli operai. Penso alla sua faccia stanca da vecchia comunista che con gli anni si è arresa e che adesso legge ossessivamente i giornali, aspettando che qualcuno, là fuori, faccia la rivoluzione al posto suo.

A volte me la immagino mentre, seduta sul divanetto di tela azzurra, commenta l’intervista al suo coetaneo, l’ottantatrenne Emilio Riva, che dipinge lo scenario inquietante di una progressiva decadenza. Dopo decenni di crescita, l’Ilva nei primi sei mesi del 2009 ha registrato un forte calo[6]: i profitti sono passati da 877 milioni a 503 milioni di euro[7], con una perdita del 44% che ha avuto disastrose conseguenze. La produzione trimestrale è infatti scesa da 4,7 milioni di tonnellate a tre, e per la fine del 2009 arriverà a due; verrà quindi ridotta del 70% e 4.300, dei quasi 12 mila  dipendenti assunti, verranno messi in cassa integrazione.

Penso a lei mentre si affligge e si chiede che fine faranno quegli uomini e quelle donne senza lavoro, senza soldi, senza mangiare. La vedo mentre ripete che è un cane che si morde la coda, una croce e una delizia e poi, guardando dalla finestra, scorge una nuova struttura lunga e scura, tetra, dal nome cacofonico e dalla funzione importante. È l’impianto Urea, che dimezzerà le emissioni di diossina portandole a 2,5 nanogrammi per metro cubo d’aria; sempre oltre il limite fissato per legge[8], ma almeno dentro quella prospettiva di miglioramento che dovrebbe essere garantita dal ventunesimo secolo.

Adesso la vedo, Caterina, mentre sorride, e riflette che, forse, un mutamento in corso c’è. La osservo mentre sorseggia un lungo bicchiere di orzata, cammina scalza per l’appartamento bollente, si sistema la tunica rossa che portava sempre quando mi accoglieva in casa da bambina, prima di farmi leggere Pinocchio al tavolo della cucina, sul quale troneggiava un grosso barattolo di pesche sciroppate a metà. “Quando ero piccola io, tutto questo era diverso” diceva spesso, indicando fuori dalla finestra, alcuni pomeriggi d’autunno, mentre lo scirocco fischiava violento infilandosi attraverso i cunicoli della città e dentro le case, scuotendo il mare, i panni appesi alle finestre, Taranto tutta.

La sua faccia in questo momento è la mia, quella di mia madre e di mio padre, quella dei miei nonni che se ne restano seppelliti nel cimitero cittadino sotto una spanna di polvere rossa e nera, quella degli operai che adesso, come durante la sua infanzia, escono fuori dalla fabbrica al rumore della sirena e si allontanano stanchi, strascicati, doloranti.

Mi piace immaginarla mentre contempla il paradiso del Mar Piccolo e si convince che qualcosa stia cambiando, e che anche se lei non riuscirà a vederlo ci sarò io, o i miei figli, o i miei nipoti. Qualcuno capace di guidare un cambiamento. Di fare, insomma, una vera rivoluzione contro la polvere rossa.


[1] ultimi dati stimati  dall’Ines (Inventario nazionale delle emissioni e delle loro sorgenti).

[2] infortuni sul lavoro denunciati all’Inail secondo il rapporto annuale regionale 2007

[3] 23,4 milioni di tonnellate

[4] da 71grammi/anno a 93grammi/anno

[5] lavoratori che tra diretti, indiretti e indotto gravitano intorno alla fabbrica

[6] Intervista a Repubblica 25 giugno 2009

[7] bilancio 2008 presentato in anteprima da Repubblica il 25 giugno 2009

[8] 0,4 nanogrammi secondo la legge della Regione Puglia

Questo racconto è stato pubblicato nel 2009 su Nuovi Argomenti. 

Annunci
Puglia, Taranto

La mia Taranto

 

“Guarda, vedi quelle nuvole bianche?” chiede mia nonna. Davanti a noi c’è il Mar Piccolo, con le sue barche azzurre e verdi, piccole, da cartolina. Ci sono i pescatori che camminano lenti. Le macchine fanno lo struscio; hanno i finestrini abbassati e la musica alta. È una mattina di agosto. È il 1994.

“Mena, le vedi sì o no?” insiste. Annuisco. Lei punta il dito verso un palazzo alto, grigio, davanti a noi. “Dietro sta l’Ilva” spiega. “E queste nuvole sono figlie delle ciminiere. Sono il pane della città”.

La guardo, ma non dico niente. Lei allora mi chiede se voglio un gelato, e poi ci avviamo verso i vicoli di Taranto Vecchia, dove anche mia madre è cresciuta. Intanto, io penso al cielo – e non me lo dimenticherò mai, anche se non avevo neppure dieci anni – che è di nuvole grosse e pesanti. Nuvole a forma di animali e di uomini. Nuvole con il colore denso di certi quadri scadenti, fatti da pittori che non sanno diluire bene la tinta. Da pittori che non conoscono le sfumature.

Per le strade l’odore anche allora era quello di adesso: il pesce appena preso e steso al sole, il soffritto, la frutta matura che prende l’aria dentro le casse di plastica colorate. Il rumore era quello delle urla delle donne, dei motorini smarmittati che si infilano fra i vicoli e viaggiano sotto i panni che si asciugano grondando acqua. Mia nonna mi teneva per mano, e mi raccontava la città di quando era giovane. La Marina con i bei ragazzi di leva. I bagni sul lungomare. Le passeggiate per il centro. Le corse a perdifiato lungo i campi per arrivare al Galeso. “Stavi nel vento, e nell’acqua. Tutte cose semplici e povere” ricordava. Io l’ascoltavo distratta, eppure le sue parole mi facevano chiedere se, forse forse, Taranto non fosse sempre stata la città che conoscevo io. Quella con gli operai dalle tute blu, con la puzza asfissiante vicino all’Ilva che era circondata da un muro lunghissimo, mi sembrava infinito, e tutte le volte che andavamo a Bari provavo a contare per vedere quanti secondi, quanti minuti, servivano per costeggiarlo tutto.

Appena potevo, chiedevo anche a mia madre di Taranto. Già allora era la mia ossessione. Era la mia passione sapere che cosa c’era in quella strada prima di me, cosa prima di mia madre e poi indietro, fino a quando la gente riusciva a ricordare. Volevo sapere le storie dei palazzi, le storie dei vicoli. Come era cambiato il paesaggio, come era cambiata la città. Chiedevo a chiunque. Avevo bisogno di sapere. Non ne comprendevo il perché – e a stento lo intuisco adesso, ma so che molto ha a che vedere con le radici, con la necessità di cercare il proprio posto nel mondo e di trovarlo a partire dalla cosa forse più semplice, l’appartenenza ai luoghi e a una tradizione famigliare – ma lo facevo. A neppure dieci anni avevo scoperto che Taranto prima dell’Ilva non aveva che pochi operai. Era una qualsiasi città del Sud, con un bel porto e una storia antica, che cominciava prima della nascita di Cristo, nel 706. Nei miei pensieri di bambina le leggende e la storia si incrociavano, e credevo davvero che Falanto a cavallo di un delfino, reggendo una stola di bisso, fosse arrivato in Puglia per fondare l’unico posto al mondo dove ero, e dove sono tutt’oggi felice.

La Taranto che mi raccontava mia madre era completamente diversa rispetto a quella di nonna. C’erano sempre le passeggiate, il porto e la Marina. Ma c’era anche l’Italsider, inaugurata dal Presidente Saragat nel 1965, quando lei aveva appena compiuto dieci anni, e accolta come una benedizione. C’erano le ciminiere, i quartieri che nascevano a ridosso della fabbrica, il benessere che arrivava con il posto fisso. Gli operai morti sul lavoro, ma quelli erano pochi e si potevano tollerare.

Ricordo che una volta le chiesi perché, fra tutti i posti d’Italia, avessero aperto l’acciaieria proprio vicino a casa nostra. Lei allora, come faceva sempre quando diventavo troppo insistente, aveva sbuffato “È così. Punto e basta”.

Dalle mie domande di bambina sono passati quasi vent’anni. Allora non si parlava ancora di registri tumori, diossina, polveri e benzopirene. Allora c’era solo l’Ilva, con le sue nuvole alte e dense, le ciminiere che coloravano il cielo di rosso e a volte, la sera, con mio padre da Villa Peripato andavamo a vedere “il panorama”. Allora Taranto conosceva le lotte operaie e imparava il mobbing, ma non immaginava quello che sarebbe stato il suo futuro. Dell’innocenza di allora si pagano le conseguenze adesso. Per i ricatti di allora – salute o lavoro? – si trema oggi, sconfitti, con la stessa paura. Ma Taranto non può più essere “punto e basta”, come diceva mia madre. E anche se non tornerà la città di mia nonna, quella che fece innamorare Guido Piovene e costrinse a riflettere Pasolini, non può più permettersi per la salute e il rispetto dei suoi abitanti di svegliarsi sotto queste nuvole bianche, di panna. Sotto queste nuvole pesanti. Nuvole assassine.

Ieri, su Repubblica Bari