A proposito di Lucca, Toscana, Lucca, Tutto, niente, Vite Lucchesi

Ironia Lucchese, WOM Festival

 

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A volte le idee arrivano quando meno te lo aspetti. E pensare che un festival di musica indie potesse sbarcare a Lucca è forse qualcosa di imprevedibile quanto immaginare la facciata della chiesa di San Francesco popolarsi con le provocatorie immagini di Peter Greenaway e trovare una violoncellista tatuata nella locandina di Lucca Classica. Eppure Lucca – bigotta, addormentata, provinciale e anche un poco classista, avviluppata nella sua squisita borghesia di facciata e di maniera – si risveglia ogni giorno un poco più contemporanea. Il merito è anche di chi ancora non ha trent’anni (o trent’anni li ha fatti da poco) e sceglie la città delle Mura, la nostra città, per creare cultura e turismo. O, più semplicemente, per produrre movimento. È quest’ultima la massima ambizione di David Martinelli e Francesco Sala, che hanno sognato un festival per promuovere la musica. La musica suonata, quella dei concerti, degli artisti indie e anche un poco sconosciuti (ma non troppo). Da tre anni i due organizzano il WOM Festival che si tiene l’ultimo fine settimana di maggio a Villa Bottini, e declina la scena musicale italiana attraverso gruppi che a Roma come a Milano sono piccoli cult, ma faticano (nonostante spotify e la rete) a imporsi nella nostrana provincia.

“Tutto è nato – mi racconta David Martinelli – tre anni fa. Mentre io e Francesco sorseggiavamo l’ultimo gin tonic in piazza, abbiamo deciso che avremmo provato a colmare questo vuoto. Abbiamo cominciato facendo suonare Davide Toffolo e Luca Masseroni dei Tre Allegri Ragazzi Morti nel chiostro della biblioteca civica Agorà, registrando un meraviglioso sold out e oltre duecento partecipanti. Poi Sara Loreni e Lucio Corsi nell’angolo di un pub appena fuori dalle mura. Con l’arrivo dell’estate, abbiamo allestito una rassegna a cadenza settimanale nell’Ostello San Frediano, che ha visto esibirsi le band più interessanti della nuova scena indipendente italiana, tra cui Canova, Campos, Bruno Belissimo, Lemandorle. I ragazzi lucchesi hanno iniziato a partecipare sempre più, segno che la mancanza di questo tipo di spettacolo fosse marcata. Così abbiamo deciso di fare un passo ulteriore: un vero e proprio festival di musica indie italiana di tre giorni”. Arrivano a Lucca in molti, e tutto viene fatto in casa con il sostegno del Comune di Lucca e di pochissimi altri sponsor. Viene lanciata anche una campagna di crowdfunding online su Eppela. “A primavera – continua Martinelli, che ha anche il dono di un’ironia lapalissiana e un poco inconsapevole -, stare in un giardino ad ascoltare musica super-figa è la cosa più goduriosa che ci sia. Se non fosse stato per Lucca, forse, io e Francesco non ci saremmo mai decisi ad iniziare un percorso come quello di WOM. La città ha avuto un’enorme carica ispiratrice. In particolar modo durante i primi tempi era divertente andare a cercare spazi che potessero prestarsi per concerti o feste varie. Per me, non ridere, Lucca è una super top model. Se Intimissimi dovesse far indossare i propri capi ad una città, sicuramente sceglierebbe Lucca!”. Impossibile, naturalmente, restare seri davanti a risposte così. “Parlando dei suoi amministratori però – precisa Martinelli – sarebbe auspicabile che tutti gli spazi pubblici di competenza comunale come ville e auditorium fossero totalmente efficienti e a disposizione dei cittadini. Ciò non capita sempre, ma confido che, partendo dagli errori fatti in passato, l’amministrazione possa aver imparato e riesca a raddrizzare il tiro. Le premesse ci sono”. Una frecciatina sottile, sottilissima. “Anche per questo a Lucca non è facile parlare di scena musicale, soprattutto perché non ci sono spazi per farla maturare. Potremmo parlare di campionati di calcio se non ci fossero campi sportivi? Credo che il compito delle band o dei musicisti che vivono tale privazione sia difficile e debba vertere su una grande collaborazione”. Ovvero? “Semplice: “Io ho una band, tu hai una band, diamoci una mano a vicenda per esibirci e condividere il pubblico, più siamo meglio è!”. Ci sono molti progetti più che validi a Lucca, ad esempio, mi piace lo spirito di collaborazione tra Ciulla e Gionata, due promettenti cantautori che, tra l’altro, si esibiranno anche al WOM!”. Poi c’è Effenberg, altro cantautore lucchese. E lo stesso Martinelli, laureato in filosofia, è un musicista. “Da poco più di un anno vivo a Pisa, ma sono nato e cresciuto a Lucca. La mia formazione deriva per lo più dalle esperienze avute con i Gonzaga, la mia band, grazie alle quali ho avuto modo di conoscere le varie figure professionali che si muovono in questo mondo. Tanta curiosità e voglia di capirci di più, sbagli e figuracce con i professionisti, quelli veri, hanno fatto e stanno facendo il resto”. Un resto che si conclude a fine mese: “Se la voglia di vedere artisti del calibro di Donatella Rettore, Colapesce, Selton, Francesco De Leo non dovesse essere sufficiente, un lucchese dovrebbe partecipare per respirare un clima di festa e di novità, per campanilismo verso i musicisti autoctoni in programmazione, per vedere quanto sono geniali gli artisti che esporranno le proprie opere nell’Area Expo. Dovrebbe partecipare perché, se non lo facesse, molto probabilmente starebbe a casa a lamentarsi”. E cosa direbbe? “Non c’è mai niente da fare nella mia città, che noia, vorrei vivere a Berlino! E cos’è questo rumore? Via, chiamo la polizia!”.

Su Il Tirreno, nella mia rubrica “Vite Lucchesi”.

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Domeniche d’ozio (in giornata elettorale)

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Tornare a casa vuol dire un sacco di cose. Tornare a casa vuol dire ritrovare gli odori, i rumori e le luci che ti fanno stare bene, e ti ricordano – in parte, e non sempre – chi sei. Tornare a casa per me è l’uscita dell’autostrada, il caos inevitabile e provinciale della circonvallazione, che di notte però diventa una via da fiaba: alberi a destra e sinistra, i lampioni che rischiarano di una luce calda e giallognola le corsie, il piccolo dosso che ogni volta mi fa sobbalzare, l’avvolgente rumore del niente. Tornare a casa vuol dire entrare dentro Porta Santa Maria, e ritrovare tutto identico a quando l’hai lasciato. Non importa se sei andato via da due ore o da un mese, tutto è lo stesso: uguali le fronde che si muovo nella brezza leggera, i palazzi, i negozi, le pizzerie con le piccole insegne, i tavolini fuori dai bar, le macchine che sono una lunga sequenza di colori e di lamiere; guarda bene, lì, su quello sportello, c’è una botta che pare abbia sfasciato un muro; occhio: lì, lo noti?, ho sbattuto contro un palo un pomeriggio mentre diluviava. Eccole, nude e visibili a tutti, le ferite sulla carrozzeria, eternate in ricordi.

La gente che passeggia di notte per Lucca – forse è così in tutte le città del mondo, ma il provincialismo e la bellezza si focalizzano a volte soltanto qui, in fugaci istanti di esasperazione – si muove sbilenca, trascina le gambe guardando avanti, è come se non ti vedesse: spesso sono uomini di mezz’età, sono vestiti di scuro, hanno l’odore della colonia scadente, fumano sigarette che con l’oscurità diventano cerchietti rossi e niente altro. Un giorno, stava quasi facendo l’alba, incontrai vicino Piazza Anfiteatro un ragazzo con i capelli biondi, vestito di jeans, portava gli occhiali da sole: parlava al cellulare, inveiva in una lingua che era conosciuta e incomprensibile, intanto andava. Si allontanò nell’ombra. Ma il passo della gente di notte può essere anche rapido, le persone quasi corrono, pare che debbano arrivare chissà dove. Magari, però, è sabato sera: non c’è niente da fare, il sabato sera, che suggerisca fretta e rapidità. Non c’è niente il sabato sera che possa non preludere a quella cosa struggente e meravigliosa che è l’ozio domenicale.

Tornare a casa il sabato, quando la domenica è come oggi, diventa soltanto il pregustarsi una giornata di pacata serenità in cui nulla pare ondeggiare. In cui tutto rapidamente scorre. Scorre sui telefonini, attraverso messaggi frenetici, messaggi ripetitivi, messaggi a tratti anche banali. Scorre fra le chiamate: si sommano le une con le altre a fare un mitico messaggio, che varia nei nomi, nei sospiri, ma ha sempre il solito senso. C’è la parola che tutti pensano, la domanda che turba le notti di ognuno (o quasi), ma nella migliore tradizione lucchese ogni cosa passa sotto traccia. E dall’esterno è come se in quella capsula congelata davanti a noi niente si muovesse: non le aspettative, non le speranze, non le ambizioni. È come un fruscio di foglie estive, quando la notte si perde nel risveglio e una brezza sottile arriva a portare respiro, e si insinua a ricordare che il tempo resta tempo. L’ozio si consuma come grandine sulle case e sulle storie, è un cono gelato o un ghiacciolo. Per me l’ozio, quando torno a casa e Lucca diventa l’oasi e il rifugio, il posto dove cercare il silenzio e la pace, è il Mercato del Carmine: un caffè ai tavolini del bar, tutto intorno il porticato bellissimo e decadente, una ringhiera di ruggine che si intravede fra le colonne e i muri scrostati, la pescheria ormai chiusa che continua a essere ricordata da un adesivo a caratteri cubitali che nella migliore tradizione recita proprio PESCHERIA e dallo sticker di uno squalo sorridente; intorno i banchetti della frutta, altre vetrine vuote, il passato. L’ozio della bellezza perduta. Secondo Cicerone: “Non è un uomo libero quello che non ozia di tanto in tanto”. Eppure l’ozio che si stende come una patina sulla città oggi rivela a tutti un sentimento di sfuggita e di rincorsa; si fa ozio di furiosa attesa: adesso nella passeggiata sulle mura guardando le vite degli altri, ora al bar per un caffè, adesso ancora aspettando che il tempo passi. Che la mezzanotte arrivi.

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La passione sospesa: Marguerite Duras

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Leopoldina Pallotta della Torre ha un nome altisonante, da contessa quale effettivamente è, grandi occhi di un nocciola dorato, che si posano sulle cose con una delicatezza stupita. Quando parla le labbra, che tinge sempre di borgogna, accompagnano i ricordi quasi fossero sospiri. La sua lingua gode di inflessioni bolognesi, francesi poiché a Parigi ha vissuto a lungo anche se in modo altalenante, e si ritrova – a cercar bene – anche qualcosa di toscano. Di lucchese, per la precisione.

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Leopoldina infatti a Lucca, seguendo il destino suggeritole della madre proprietaria della tenuta di Carignano, è arrivata quasi 13 anni fa accompagnata dal marito e dalle figlie. “Adesso di figlie ne ho tre” mi racconta. “A Lucca la mia vita è cambiata. Per fortuna avevo ricominciato spesso da zero. Qui mi sono ritrovata a fare la manager, mentre prima…”. La voce si sospende. E sarà fatta soprattutto di sospensioni, di vuoti e di sottintesi la nostra conversazione. Sarà costruita in onore a Marguerite Duras, scrittrice feticcio di molti lettori, e naturalmente anche la mia. A Marguerite Duras: l’autrice de L’Amante, l’autrice de L’Amante della Cina del Nord, l’autrice di decine di romanzi, di sceneggiature di successo come Hiroshima Mon Amour, ma anche di gloriosi, provocatori, mirabolanti articoli e di una vita che pare un’opera d’arte. Proprio a Marguerite Duras, forse la più grande scrittrice francese del Novecento, Leopoldina ha dedicato un meraviglioso libro, adesso introvabile, che si chiama appunto “La passione sospesa” (Archinto, pp. 171). Si tratta di un libro che è una conversazione a due voci, fra una Duras provata dalla malattia e dall’età, e una Pallotta dalla Torre di venticinque anni, ossessionata dalla Duras stessa, che a sua volta rivede in lei la gioventù perduta, la speranza, la bellezza. “Non volevo fare un libro intervista – continua Leopoldina –. Gli incontri con Duras sono durati tre anni. Ero immersa nel suo mondo. Quando la andai a trovare per la prima volta, vidi i suoi occhi che erano blu: brillavano, e la voce roca, avvolgente, carnivora, non poteva non conquistare”. Leopoldina si ferma. Si accomoda sulla poltroncina verde davanti a me, si sistema i capelli lunghi e di un castano che gode dei medesimi riflessi, un poco più chiari, dello sguardo. Una maglietta colorata, nella quale predomina il verde, le fascia il corpo magro. È una bella donna, che s’avvolge di uno charme annunciato nel sangue: il padre conte, la moglie italiana nata a Londra dalla cultura cosmopolita.

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“Incontrare Duras – riprende – mi ha lasciato un alone sulla vita, anche sulla vita amorosa. L’amore era il suo tema. E lei era una seduttrice nata. Aveva un lato intellettuale, e uno selvatico. Aveva un lato perverso, e poi restava un’idealista. Ogni tanto mi guardava, e mi faceva delle domande: era curiosissima. Forse proiettava in me qualcosa che non era mai stata, o quella spensieratezza che mai aveva posseduto. Quando eravamo insieme non potevo prendere appunti, né registrare. Gli appunti la infastidivano, e così dopo le nostre chiacchierate nel suo studio, chiacchierate in cui lei mangiava caramelle alla menta che non mi offriva mai, uscivo fuori di corsa dal suo palazzo e scrivevo tutto. Quanti appunti presi nella metropolitana!”. Il libro, che verrà presto ripubblicato in Francia, fu un successo: 20 mila copie vendute, 13 traduzioni, centinaia di recensioni. “Firmai il contratto a Forte dei Marmi. La Toscana è un tema ricorrente della mia vita”. Una vita fatta di traslochi, di spostamenti, di richiami ascoltati e negati. “Ho iniziato – aggiunge Leopoldina – a Bologna, nella redazione neonata di Repubblica. Poi mi sono trasferita a Milano, dove scrivevo di cultura e società. La mia maestra era Natalia Aspesi. A 28 anni una sorta di crisi mistica. Il lavoro andava bene, avevo ricevuto un’offerta importante, ma ho rifiutato. Sono tornata a Bologna, ho cominciato a fare la freelance, ho fondato un festival di musica contemporanea, ANGELICA, che esiste ancora e ha 26 anni”. Tutto sembra aver riacquisito una normalità, poi il telefono suona. E la vita cambia. Di nuovo. “Chiamavano da Berlino. Un regista ebreo tedesco di grande spessore, Peter Zadek, aveva appena preso la direzione artistica del Berliner Ensemble, il teatro fondato da Bertolt Brecht, e voleva mettere in scena Miracolo a Milano. Lascio tutto, e mi trasferisco a Berlino Est. È un lavoro duro, fatto di ricostruzioni, di sofferenza e di meraviglia. Non avevo neanche il telefono di casa. Lo spettacolo fu un successo. Diventai l’assistente personale di Zadek, e dopo quattro anni a Berlino incontrai mio marito Sebastian che lavorava per la TV tedesca”. Arriva il matrimonio, e poi 12 anni a Francoforte e dunque Lucca. L’arte torna a dominare la vita di Leopoldina, che organizza tre mostre nella tenuta di Carignano in collaborazione con Ludovico Pratesi. Ma Duras resta nell’aria. “Quando lessi L’Amante, rimasi folgorata. E mi dissi: io devo assolutamente conoscere la persona che ha vissuto queste cose. Mi ero innamorata del mondo Duras. Lei era un’incantatrice. Era perversa e innocente” sussurra, mentre le parole si sciolgono in un sorriso. Ed è esattamente quello che è accaduto a me. Dopo aver letto Duras, hai bisogno di conoscere qualcuno che l’ha conosciuta. Che ha guardato i suoi occhi, visto le sue labbra muoversi, le sue mani agitarsi. Ed ha qualcosa di miracoloso – ma anche di molto lucchese, perché in nessun posto come a Lucca gli artisti sono ai margini della narrazione cittadina – che quel qualcuno sia qui, affacciato su via Fillungo, con occhi nocciola e capelli che possiedono i riflessi del sole.

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Questo articolo è uscito oggi in A proposito di Lucca, la mia rubrica domenicale su Il Tirreno.

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Libere dalla paura?

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Le donne hanno un sacco di cose da tenere a mente. Sono cose che vengono date per scontate, gestite neanche esistesse un pilota automatico. Sono cose che gli uomini, e le ragazze più giovani, neanche possono immaginare. Eppure le donne ce le hanno sotto la pelle. Perché quando diventi adulta, se non vuoi avere problemi – qualsiasi tipo di problemi – impari in fretta a ingurgitare la paura e il dubbio, e a capire come gestire quelle situazioni che potrebbero metterti a rischio. Impari a capire quello che può essere fatto, da ciò che è rischioso. Riconosci i suoni di notte. Riconosci gli sguardi. Impari il terrore, e l’incognita. Si tratta di un’educazione che costa fatica e sofferenza, ed è una strada di rinunce. Ma diventare adulte è costruirsi il proprio lessico personale.

C’è sempre un momento in cui accade. Ricordo che per me l’iniziazione avvenne in tre tempi. A diciotto anni quando, all’improvviso, una sera mentre attraversavo il laghetto dell’Eur per tornare a casa (un laghetto molto buio, popolato da extracomunitari spesso sbronzi) provai paura; pensai all’improvviso: no, meglio non farlo più. A ventuno quando ho scoperto sulla mia pelle che cosa nasconde il dramma dello stalkeraggio. A ventisette quando, a New York, non ebbi il coraggio di uscire all’alba da sola: fuori brulicava di vita, e tutto sembrava spaventoso.

Se il percorso non è per tutte uguale, diverso è il risultato: identico per ognuna. Quando sei una donna, ci sono alcune cose che dai per scontato. Sai che è bene non tornare a casa troppo tardi, perché non si sa mai. Sai che è bene non uscire da sole con un uomo se non lo si conosce bene perché, ancora una volta, non si sa mai. Sai che ci sono parole che non vanno usate, toni che vanno evitati e un sacco di cose – cose con cui si potrebbero riempire libri e libri, e biblioteche sterminate e un mucchio di hard disk – che è bene tenere sotto controllo: se lui alza la voce, se spacca gli oggetti, se pare minaccioso, se ti vuole isolare dal tuo gruppo di amici, se ti mette in guardia dagli altri, se… Abbiamo la testa piena di allarmi, che suonano ogni istante per ricordarci il lecito dall’illecito, il tollerabile dal preoccupante. Sono gli allarmi che a volte ci salvano la vita. Perché possiamo urlare contro il femminicidio, possiamo distenderci per terra, riempire le strade di slogan e di scarpe rosse, possiamo ricordare in eterno e per sempre quella violenza che devasta il Paese, ma la verità è che siamo sole contro una cultura retrograda, che vive il rifiuto femminile come un affronto.

Ricordiamoci ogni istante, senza mai tornare in dietro, una cosa: la vita in gioco è la nostra. È la nostra vita quella a essere in bilico se non ci ricordiamo le cose che abbiamo imparato. E che a volte ci salvano la vita, come è accaduto il 12 sera a una donna di Pistoia, quando dei fari che conosceva si sono illuminati dietro di lei. Un’auto seguiva la sua. Un’auto che aveva visto centinaia di volte: quella del suo ex. Dell’uomo che aveva lasciato a luglio, e che non riusciva a darsi pace. O, meglio e più correttamente, che non la smetteva di perseguitarla. A dicembre gli era stata notificata un’ammonizione da parte del questore, ma niente era cambiato. Per fortuna i carabinieri, una manciata di sere fa, sono intervenuti in tempo. E hanno fermato il ragazzo in questione, un 28enne di un comune della provincia di Lucca, Capannori. In macchina nascondeva un martello e dello spray urticante. Vengono i brividi a pensare a quello che ci avrebbe potuto fare, solo se. Solo se lei avesse detto: diamogli un’altra possibilità. Solo se il telefono in quel momento non avesse avuto campo. Solo se due sere prima la ragazza, in macchina con un amico, non fosse riuscita a scappare quando lui aveva provato a sfondare il finestrino. Solo se non avesse trovato rifugio alle forze dell’ordine. Solo se i carabinieri, quella sera, mentre i fari di lui si piantavano nello specchietto di lei… Solo se… I destini sono fatti di scelte, e di opportunità. Scegliere di denunciare è salvarsi la vita. Scegliere di accettare che le relazioni finiscono, che l’amore si trasforma, che non si può ottenere sempre quello che si vuole a discapito dell’altro è segno di maturità, di intelligenza, di salvezza.

Questo articolo è stato pubblicato oggi nella mia rubrica su Il Tirreno. 

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Lucca Capitale della Cultura 2020

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Lucca Capitale della Cultura 2020. Quella che era apparsa su questa rubrica un paio di settimane fa poteva sembrare una provocazione. Ma tanto provocazione non era, e ancora meno oggi è. Era ed è piuttosto un’idea – una suggestione mirabolante, un desiderio silenzioso, la passione che muove le cose del mondo di hegeliana memoria – sbocciata dall’aspirazione di costruire un programma basato sulla cultura per il futuro della città attraverso una rete inclusiva e aperta a tutti.

Una rete con maglie così grandi da comprendere chiunque sia mosso da spirito propositivo e di interesse collettivo, e allo stesso tempo così selettive da allontanare chi crede esclusivamente ai propri interessi, a dispetto di quelli comuni, e resta insensibile al fatto che per sopravvivere alle sfide e alle pretese del mondo moderno sia necessario costruire insieme, guidati da un progetto che trascenda il singolo (l’io) in nome della collettività (la città).

Non è una grande scoperta, che la cultura sia motore dell’economia. Fatevi un giro in città in questi giorni: passeggiate fra gli stand e i cosplayer, frequentate i bar e domandate agli albergatori; entrate nei negozi, e ammirate cosa hanno costruito i Lucca Comics&Games. E poi prendete i dati. I numeri che formano la nostra cultura, e che ci raccontano come mentre dal 2011 al 2015 l’economia italiana decresceva, la cultura declinata nei musei e nel design e nel cinema e nella letteratura e naturalmente nei festival produceva 248,8 miliardi. Il 17% del nostro Pil. Il rapporto Io sono cultura, promosso dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere, racconta esattamente questo: svela come ogni euro investito in cultura equivalga a 1,8 euro attivati altrove. Puntare sulla cultura produce un investimento a catena che tocca finanza, assicurazioni, sanità, costruzioni, metallurgia e meccanica. E in questi ultimi cinque anni ben 1,49 milioni di lavoratori sono stati occupati grazie a un circolo virtuoso nato non da super opere, ma da opere che costruiscono l’anima e fanno dell’essere umano ciò che è: idee, passioni, futuro.

Oggi, la cultura italiana è un mondo fatto da 412.521 imprese. Milioni di persone. E fra queste spiccano le industrie culturali come l’audiovisivo e l’editoria, che producono 33 miliardi di euro, circa il 36,6% delle ricchezze del sistema produttivo e creativo nel nostro Paese: lavoro per 487 mila persone. Nel 2015 nella classifica delle star della cultura, dopo Milano, Roma, Torino compaiono Siena, Arezzo, Firenze. Tre città toscane. Presto auguriamoci che toccherà anche Lucca.

Questa potrebbe essere l’occasione.

Grazie al prezioso supporto della Fondazione Banca del Monte che per prima ha raccolto questa provocazione che provocazione non vuole essere, nelle ultime settimane ho riflettuto senza sosta su Lucca Capitale 2020 (titolo che vale un milione di euro stanziato dal Governo). E ho adottato come mantra – per un progetto inclusivo e aperto a tutti, bisognoso del supporto di tutti – le bellissime parole di Oriana Fallaci, sul mio comodino in questi giorni insieme all’inquietante libro della coreana Han Kang, La Vegetariana, pubblicato da Adelphi. Oriana Fallaci, in uno stralcio di un articolo del 26 ottobre 2002 apparso sul Corriere della Sera, scrive “Per non assuefarsi, non rassegnarsi, non arrendersi, ci vuole passione. Per vivere ci vuole passione”. E Lucca Capitale della Cultura 2020 è l’occasione per non assuefarsi alla routine della città. Per non rassegnarsi che le cose vanno in un modo (quelle negative, naturalmente) e così andranno sempre. Per non arrendersi alla vita, che spesso castiga i destini all’immediatezza e non al progetto. Lucca Capitale della Cultura 2020 è la passione di una collettività che si mette insieme per un progetto comune. “Per vivere ci vuole passione”. E determinazione. E anche un po’ di follia. Sentimenti che nelle prossime settimane torneranno ciclicamente, in questa rubrica e su queste pagine, per raccontare di un progetto ambizioso e concreto che ha bisogno della partecipazione della città. Delle Istituzioni, delle realtà economiche e produttive, degli studenti e dei cittadini. Che ha bisogno di tutti noi. E soprattutto della nostra passione.

Questo articolo è stato pubblicato oggi nella mia rubrica su Il Tirreno.

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I cani hanno un solo difetto

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L’estate e i cani, binomio maledetto. I cani che vengono abbandonati. I cani che muoiono per il caldo, spesso dimenticati in macchina o su terrazzi assolati.“I cani – spiega Sandra Palmucci, direttrice del canile di Pontetetto da oltre dieci anni – che volano dentro la nostra struttura, come è successo qualche settimana fa. O come quelli che sono stati recentemente sequestrati a degli stranieri che queste bestie le tenevano sì insieme a loro, peccato che vivessero dentro una macchina”. Ma anche i cani che azzannano, e non lasciano scampo come è successo a Mascalucia, dove due doghi argentini hanno ucciso il piccolo Giorgio. Cani considerati come surrogati di figli da alcuni, e cani altrettanto erroneamente immaginati da altri come macchine da guerra, trofei da esibire, declinazione di potere; cani appartenenti a razze selezionate per la caccia e il combattimento, adesso utilizzate per incutere timore, fare la guardia, attaccare. Cani affidati a chiunque, senza regole. Incidenti a dimostrazione che una legislazione serve, perché l’educazione dell’animale è cosa seria e l’indole di ogni razza merita il suo padrone.

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“Lucca – aggiunge Palmucci – dieci anni fa era un’eccellenza in fatto di canili, ma le cose stanno precipitando e succedono cose inaudite: abbandoni, violenze sugli animali, e addirittura furti”. Nonostante l’allarme – o forse solo a dimostrazione dell’emergenza nazionale che stiamo vivendo -, il canile di Pontetetto è considerato un’eccellenza a livello nazionale, tanto che Legambiente lo ha incluso nel suo V rapporto nazionale come esempio: insieme a Bolzano siamo la più brava provincia italiana a trovare casa agli animali ospitati in canile. Di contorno, non mancano i drammi come quello del bassotto Otto, che una manciata di settimane fa è stato rubato alla sua padroncina e lanciato dal finestrino di un auto in corsa a San Vito, o quello di un cane che nel 2015 vicino Gallicano è stato impietosamente ucciso a martellate dal suo padrone e da altri due complici. “E poi – continua Palmucci – ci sono anche cani che a volte vengono utilizzati per l’accattonaggio, senza che nessuno faccia niente. Si tratta di qualcosa di molto grave, perseguito per legge, che spesso non viene giustamente punito”.

Mi viene in mente che in via Santa Croce, ogni tanto, staziona a chiedere l’elemosina un ragazzo. E’ un ragazzo giovane, gli occhi azzurri e un boxer dal manto tigrato fra le gambe. Si apposta solitamente sotto casa mia, un cartello in mano dove con scrittura sbilenca spiega la sua realtà: ho fame, aiutatemi. Il cane se ne sta silenzioso al suo fianco, gli occhi grandi e buoni, la testa sconsolata; quando il ragazzo ha abbastanza soldi va in una delle botteghe tutto intorno, compra qualcosa da mangiare per lui e qualcosa ancora per il cane. Consumano i loro spuntini in silenzio, mentre la gente intorno continua a passare incurante. Cinicamente, potremmo dire che quello che ne viene fuori è un banale ritratto del nostro tempo. Contiene la filosofia di vita di chi vive senza fissa dimora, la miseria, la povertà e l’accattonaggio. Quel ragazzo, ogni volta che lo intravedo, mi fa pensare alle parole che qualche tempo fa mi ha detto Roberto Marchesini, etologo, autore di numerose pubblicazioni fra cui il long seller Dizionario Bilingue Uomo/Cane (Sonda), nonché fondatore della Scuola di Interazione Uomo-Animale (SIUA): “il moderno rapporto con il cane è come quello dei punkabbestia. Sono loro che per primi hanno cominciato a portarsi il cane sempre dietro. Negli anni Sessanta, infatti, il cane veniva tenuto in giardino, e solo negli anni Ottanta si è cominciato a farlo entrare in casa. Ma i punk erano sempre accompagnati dai loro cani, esattamente come adesso desiderano sempre più persone”. Naturalmente, l’accattonaggio è un’altra cosa. E sintetizzare il rapporto millenario che lega l’uomo al suo più fedele amico – che nei secoli è stato al centro di liriche e romanzi, di ragionamenti filosofici e di movimenti etici – è impossibile. Come è impossibile provare a trovare un’unica traccia per quei 7 milioni di cani che, secondo il Rapporto Italia 2016 di Eurispes, affollano le case degli italiani e producono un business multimilionario. Ognuno ha la sua storia, e i suoi padroni. E quando guardo negli occhi la mia Petra, cucciolo di jack russell che da un paio di mesi movimenta la mia vita, mi vengono in mente, a sintetizzare questi tempi di calura, le celebri parole del francese Elian J. Finbert: “I cani non hanno che un difetto: credono agli uomini”.

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Questo articolo è stato pubblicato oggi nella mia rubrica su “Il Tirreno”.