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Domeniche d’ozio (in giornata elettorale)

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Tornare a casa vuol dire un sacco di cose. Tornare a casa vuol dire ritrovare gli odori, i rumori e le luci che ti fanno stare bene, e ti ricordano – in parte, e non sempre – chi sei. Tornare a casa per me è l’uscita dell’autostrada, il caos inevitabile e provinciale della circonvallazione, che di notte però diventa una via da fiaba: alberi a destra e sinistra, i lampioni che rischiarano di una luce calda e giallognola le corsie, il piccolo dosso che ogni volta mi fa sobbalzare, l’avvolgente rumore del niente. Tornare a casa vuol dire entrare dentro Porta Santa Maria, e ritrovare tutto identico a quando l’hai lasciato. Non importa se sei andato via da due ore o da un mese, tutto è lo stesso: uguali le fronde che si muovo nella brezza leggera, i palazzi, i negozi, le pizzerie con le piccole insegne, i tavolini fuori dai bar, le macchine che sono una lunga sequenza di colori e di lamiere; guarda bene, lì, su quello sportello, c’è una botta che pare abbia sfasciato un muro; occhio: lì, lo noti?, ho sbattuto contro un palo un pomeriggio mentre diluviava. Eccole, nude e visibili a tutti, le ferite sulla carrozzeria, eternate in ricordi.

La gente che passeggia di notte per Lucca – forse è così in tutte le città del mondo, ma il provincialismo e la bellezza si focalizzano a volte soltanto qui, in fugaci istanti di esasperazione – si muove sbilenca, trascina le gambe guardando avanti, è come se non ti vedesse: spesso sono uomini di mezz’età, sono vestiti di scuro, hanno l’odore della colonia scadente, fumano sigarette che con l’oscurità diventano cerchietti rossi e niente altro. Un giorno, stava quasi facendo l’alba, incontrai vicino Piazza Anfiteatro un ragazzo con i capelli biondi, vestito di jeans, portava gli occhiali da sole: parlava al cellulare, inveiva in una lingua che era conosciuta e incomprensibile, intanto andava. Si allontanò nell’ombra. Ma il passo della gente di notte può essere anche rapido, le persone quasi corrono, pare che debbano arrivare chissà dove. Magari, però, è sabato sera: non c’è niente da fare, il sabato sera, che suggerisca fretta e rapidità. Non c’è niente il sabato sera che possa non preludere a quella cosa struggente e meravigliosa che è l’ozio domenicale.

Tornare a casa il sabato, quando la domenica è come oggi, diventa soltanto il pregustarsi una giornata di pacata serenità in cui nulla pare ondeggiare. In cui tutto rapidamente scorre. Scorre sui telefonini, attraverso messaggi frenetici, messaggi ripetitivi, messaggi a tratti anche banali. Scorre fra le chiamate: si sommano le une con le altre a fare un mitico messaggio, che varia nei nomi, nei sospiri, ma ha sempre il solito senso. C’è la parola che tutti pensano, la domanda che turba le notti di ognuno (o quasi), ma nella migliore tradizione lucchese ogni cosa passa sotto traccia. E dall’esterno è come se in quella capsula congelata davanti a noi niente si muovesse: non le aspettative, non le speranze, non le ambizioni. È come un fruscio di foglie estive, quando la notte si perde nel risveglio e una brezza sottile arriva a portare respiro, e si insinua a ricordare che il tempo resta tempo. L’ozio si consuma come grandine sulle case e sulle storie, è un cono gelato o un ghiacciolo. Per me l’ozio, quando torno a casa e Lucca diventa l’oasi e il rifugio, il posto dove cercare il silenzio e la pace, è il Mercato del Carmine: un caffè ai tavolini del bar, tutto intorno il porticato bellissimo e decadente, una ringhiera di ruggine che si intravede fra le colonne e i muri scrostati, la pescheria ormai chiusa che continua a essere ricordata da un adesivo a caratteri cubitali che nella migliore tradizione recita proprio PESCHERIA e dallo sticker di uno squalo sorridente; intorno i banchetti della frutta, altre vetrine vuote, il passato. L’ozio della bellezza perduta. Secondo Cicerone: “Non è un uomo libero quello che non ozia di tanto in tanto”. Eppure l’ozio che si stende come una patina sulla città oggi rivela a tutti un sentimento di sfuggita e di rincorsa; si fa ozio di furiosa attesa: adesso nella passeggiata sulle mura guardando le vite degli altri, ora al bar per un caffè, adesso ancora aspettando che il tempo passi. Che la mezzanotte arrivi.

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La passione sospesa: Marguerite Duras

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Leopoldina Pallotta della Torre ha un nome altisonante, da contessa quale effettivamente è, grandi occhi di un nocciola dorato, che si posano sulle cose con una delicatezza stupita. Quando parla le labbra, che tinge sempre di borgogna, accompagnano i ricordi quasi fossero sospiri. La sua lingua gode di inflessioni bolognesi, francesi poiché a Parigi ha vissuto a lungo anche se in modo altalenante, e si ritrova – a cercar bene – anche qualcosa di toscano. Di lucchese, per la precisione.

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Leopoldina infatti a Lucca, seguendo il destino suggeritole della madre proprietaria della tenuta di Carignano, è arrivata quasi 13 anni fa accompagnata dal marito e dalle figlie. “Adesso di figlie ne ho tre” mi racconta. “A Lucca la mia vita è cambiata. Per fortuna avevo ricominciato spesso da zero. Qui mi sono ritrovata a fare la manager, mentre prima…”. La voce si sospende. E sarà fatta soprattutto di sospensioni, di vuoti e di sottintesi la nostra conversazione. Sarà costruita in onore a Marguerite Duras, scrittrice feticcio di molti lettori, e naturalmente anche la mia. A Marguerite Duras: l’autrice de L’Amante, l’autrice de L’Amante della Cina del Nord, l’autrice di decine di romanzi, di sceneggiature di successo come Hiroshima Mon Amour, ma anche di gloriosi, provocatori, mirabolanti articoli e di una vita che pare un’opera d’arte. Proprio a Marguerite Duras, forse la più grande scrittrice francese del Novecento, Leopoldina ha dedicato un meraviglioso libro, adesso introvabile, che si chiama appunto “La passione sospesa” (Archinto, pp. 171). Si tratta di un libro che è una conversazione a due voci, fra una Duras provata dalla malattia e dall’età, e una Pallotta dalla Torre di venticinque anni, ossessionata dalla Duras stessa, che a sua volta rivede in lei la gioventù perduta, la speranza, la bellezza. “Non volevo fare un libro intervista – continua Leopoldina –. Gli incontri con Duras sono durati tre anni. Ero immersa nel suo mondo. Quando la andai a trovare per la prima volta, vidi i suoi occhi che erano blu: brillavano, e la voce roca, avvolgente, carnivora, non poteva non conquistare”. Leopoldina si ferma. Si accomoda sulla poltroncina verde davanti a me, si sistema i capelli lunghi e di un castano che gode dei medesimi riflessi, un poco più chiari, dello sguardo. Una maglietta colorata, nella quale predomina il verde, le fascia il corpo magro. È una bella donna, che s’avvolge di uno charme annunciato nel sangue: il padre conte, la moglie italiana nata a Londra dalla cultura cosmopolita.

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“Incontrare Duras – riprende – mi ha lasciato un alone sulla vita, anche sulla vita amorosa. L’amore era il suo tema. E lei era una seduttrice nata. Aveva un lato intellettuale, e uno selvatico. Aveva un lato perverso, e poi restava un’idealista. Ogni tanto mi guardava, e mi faceva delle domande: era curiosissima. Forse proiettava in me qualcosa che non era mai stata, o quella spensieratezza che mai aveva posseduto. Quando eravamo insieme non potevo prendere appunti, né registrare. Gli appunti la infastidivano, e così dopo le nostre chiacchierate nel suo studio, chiacchierate in cui lei mangiava caramelle alla menta che non mi offriva mai, uscivo fuori di corsa dal suo palazzo e scrivevo tutto. Quanti appunti presi nella metropolitana!”. Il libro, che verrà presto ripubblicato in Francia, fu un successo: 20 mila copie vendute, 13 traduzioni, centinaia di recensioni. “Firmai il contratto a Forte dei Marmi. La Toscana è un tema ricorrente della mia vita”. Una vita fatta di traslochi, di spostamenti, di richiami ascoltati e negati. “Ho iniziato – aggiunge Leopoldina – a Bologna, nella redazione neonata di Repubblica. Poi mi sono trasferita a Milano, dove scrivevo di cultura e società. La mia maestra era Natalia Aspesi. A 28 anni una sorta di crisi mistica. Il lavoro andava bene, avevo ricevuto un’offerta importante, ma ho rifiutato. Sono tornata a Bologna, ho cominciato a fare la freelance, ho fondato un festival di musica contemporanea, ANGELICA, che esiste ancora e ha 26 anni”. Tutto sembra aver riacquisito una normalità, poi il telefono suona. E la vita cambia. Di nuovo. “Chiamavano da Berlino. Un regista ebreo tedesco di grande spessore, Peter Zadek, aveva appena preso la direzione artistica del Berliner Ensemble, il teatro fondato da Bertolt Brecht, e voleva mettere in scena Miracolo a Milano. Lascio tutto, e mi trasferisco a Berlino Est. È un lavoro duro, fatto di ricostruzioni, di sofferenza e di meraviglia. Non avevo neanche il telefono di casa. Lo spettacolo fu un successo. Diventai l’assistente personale di Zadek, e dopo quattro anni a Berlino incontrai mio marito Sebastian che lavorava per la TV tedesca”. Arriva il matrimonio, e poi 12 anni a Francoforte e dunque Lucca. L’arte torna a dominare la vita di Leopoldina, che organizza tre mostre nella tenuta di Carignano in collaborazione con Ludovico Pratesi. Ma Duras resta nell’aria. “Quando lessi L’Amante, rimasi folgorata. E mi dissi: io devo assolutamente conoscere la persona che ha vissuto queste cose. Mi ero innamorata del mondo Duras. Lei era un’incantatrice. Era perversa e innocente” sussurra, mentre le parole si sciolgono in un sorriso. Ed è esattamente quello che è accaduto a me. Dopo aver letto Duras, hai bisogno di conoscere qualcuno che l’ha conosciuta. Che ha guardato i suoi occhi, visto le sue labbra muoversi, le sue mani agitarsi. Ed ha qualcosa di miracoloso – ma anche di molto lucchese, perché in nessun posto come a Lucca gli artisti sono ai margini della narrazione cittadina – che quel qualcuno sia qui, affacciato su via Fillungo, con occhi nocciola e capelli che possiedono i riflessi del sole.

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Questo articolo è uscito oggi in A proposito di Lucca, la mia rubrica domenicale su Il Tirreno.

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Libere dalla paura?

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Le donne hanno un sacco di cose da tenere a mente. Sono cose che vengono date per scontate, gestite neanche esistesse un pilota automatico. Sono cose che gli uomini, e le ragazze più giovani, neanche possono immaginare. Eppure le donne ce le hanno sotto la pelle. Perché quando diventi adulta, se non vuoi avere problemi – qualsiasi tipo di problemi – impari in fretta a ingurgitare la paura e il dubbio, e a capire come gestire quelle situazioni che potrebbero metterti a rischio. Impari a capire quello che può essere fatto, da ciò che è rischioso. Riconosci i suoni di notte. Riconosci gli sguardi. Impari il terrore, e l’incognita. Si tratta di un’educazione che costa fatica e sofferenza, ed è una strada di rinunce. Ma diventare adulte è costruirsi il proprio lessico personale.

C’è sempre un momento in cui accade. Ricordo che per me l’iniziazione avvenne in tre tempi. A diciotto anni quando, all’improvviso, una sera mentre attraversavo il laghetto dell’Eur per tornare a casa (un laghetto molto buio, popolato da extracomunitari spesso sbronzi) provai paura; pensai all’improvviso: no, meglio non farlo più. A ventuno quando ho scoperto sulla mia pelle che cosa nasconde il dramma dello stalkeraggio. A ventisette quando, a New York, non ebbi il coraggio di uscire all’alba da sola: fuori brulicava di vita, e tutto sembrava spaventoso.

Se il percorso non è per tutte uguale, diverso è il risultato: identico per ognuna. Quando sei una donna, ci sono alcune cose che dai per scontato. Sai che è bene non tornare a casa troppo tardi, perché non si sa mai. Sai che è bene non uscire da sole con un uomo se non lo si conosce bene perché, ancora una volta, non si sa mai. Sai che ci sono parole che non vanno usate, toni che vanno evitati e un sacco di cose – cose con cui si potrebbero riempire libri e libri, e biblioteche sterminate e un mucchio di hard disk – che è bene tenere sotto controllo: se lui alza la voce, se spacca gli oggetti, se pare minaccioso, se ti vuole isolare dal tuo gruppo di amici, se ti mette in guardia dagli altri, se… Abbiamo la testa piena di allarmi, che suonano ogni istante per ricordarci il lecito dall’illecito, il tollerabile dal preoccupante. Sono gli allarmi che a volte ci salvano la vita. Perché possiamo urlare contro il femminicidio, possiamo distenderci per terra, riempire le strade di slogan e di scarpe rosse, possiamo ricordare in eterno e per sempre quella violenza che devasta il Paese, ma la verità è che siamo sole contro una cultura retrograda, che vive il rifiuto femminile come un affronto.

Ricordiamoci ogni istante, senza mai tornare in dietro, una cosa: la vita in gioco è la nostra. È la nostra vita quella a essere in bilico se non ci ricordiamo le cose che abbiamo imparato. E che a volte ci salvano la vita, come è accaduto il 12 sera a una donna di Pistoia, quando dei fari che conosceva si sono illuminati dietro di lei. Un’auto seguiva la sua. Un’auto che aveva visto centinaia di volte: quella del suo ex. Dell’uomo che aveva lasciato a luglio, e che non riusciva a darsi pace. O, meglio e più correttamente, che non la smetteva di perseguitarla. A dicembre gli era stata notificata un’ammonizione da parte del questore, ma niente era cambiato. Per fortuna i carabinieri, una manciata di sere fa, sono intervenuti in tempo. E hanno fermato il ragazzo in questione, un 28enne di un comune della provincia di Lucca, Capannori. In macchina nascondeva un martello e dello spray urticante. Vengono i brividi a pensare a quello che ci avrebbe potuto fare, solo se. Solo se lei avesse detto: diamogli un’altra possibilità. Solo se il telefono in quel momento non avesse avuto campo. Solo se due sere prima la ragazza, in macchina con un amico, non fosse riuscita a scappare quando lui aveva provato a sfondare il finestrino. Solo se non avesse trovato rifugio alle forze dell’ordine. Solo se i carabinieri, quella sera, mentre i fari di lui si piantavano nello specchietto di lei… Solo se… I destini sono fatti di scelte, e di opportunità. Scegliere di denunciare è salvarsi la vita. Scegliere di accettare che le relazioni finiscono, che l’amore si trasforma, che non si può ottenere sempre quello che si vuole a discapito dell’altro è segno di maturità, di intelligenza, di salvezza.

Questo articolo è stato pubblicato oggi nella mia rubrica su Il Tirreno. 

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Lucca Capitale della Cultura 2020

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Lucca Capitale della Cultura 2020. Quella che era apparsa su questa rubrica un paio di settimane fa poteva sembrare una provocazione. Ma tanto provocazione non era, e ancora meno oggi è. Era ed è piuttosto un’idea – una suggestione mirabolante, un desiderio silenzioso, la passione che muove le cose del mondo di hegeliana memoria – sbocciata dall’aspirazione di costruire un programma basato sulla cultura per il futuro della città attraverso una rete inclusiva e aperta a tutti.

Una rete con maglie così grandi da comprendere chiunque sia mosso da spirito propositivo e di interesse collettivo, e allo stesso tempo così selettive da allontanare chi crede esclusivamente ai propri interessi, a dispetto di quelli comuni, e resta insensibile al fatto che per sopravvivere alle sfide e alle pretese del mondo moderno sia necessario costruire insieme, guidati da un progetto che trascenda il singolo (l’io) in nome della collettività (la città).

Non è una grande scoperta, che la cultura sia motore dell’economia. Fatevi un giro in città in questi giorni: passeggiate fra gli stand e i cosplayer, frequentate i bar e domandate agli albergatori; entrate nei negozi, e ammirate cosa hanno costruito i Lucca Comics&Games. E poi prendete i dati. I numeri che formano la nostra cultura, e che ci raccontano come mentre dal 2011 al 2015 l’economia italiana decresceva, la cultura declinata nei musei e nel design e nel cinema e nella letteratura e naturalmente nei festival produceva 248,8 miliardi. Il 17% del nostro Pil. Il rapporto Io sono cultura, promosso dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere, racconta esattamente questo: svela come ogni euro investito in cultura equivalga a 1,8 euro attivati altrove. Puntare sulla cultura produce un investimento a catena che tocca finanza, assicurazioni, sanità, costruzioni, metallurgia e meccanica. E in questi ultimi cinque anni ben 1,49 milioni di lavoratori sono stati occupati grazie a un circolo virtuoso nato non da super opere, ma da opere che costruiscono l’anima e fanno dell’essere umano ciò che è: idee, passioni, futuro.

Oggi, la cultura italiana è un mondo fatto da 412.521 imprese. Milioni di persone. E fra queste spiccano le industrie culturali come l’audiovisivo e l’editoria, che producono 33 miliardi di euro, circa il 36,6% delle ricchezze del sistema produttivo e creativo nel nostro Paese: lavoro per 487 mila persone. Nel 2015 nella classifica delle star della cultura, dopo Milano, Roma, Torino compaiono Siena, Arezzo, Firenze. Tre città toscane. Presto auguriamoci che toccherà anche Lucca.

Questa potrebbe essere l’occasione.

Grazie al prezioso supporto della Fondazione Banca del Monte che per prima ha raccolto questa provocazione che provocazione non vuole essere, nelle ultime settimane ho riflettuto senza sosta su Lucca Capitale 2020 (titolo che vale un milione di euro stanziato dal Governo). E ho adottato come mantra – per un progetto inclusivo e aperto a tutti, bisognoso del supporto di tutti – le bellissime parole di Oriana Fallaci, sul mio comodino in questi giorni insieme all’inquietante libro della coreana Han Kang, La Vegetariana, pubblicato da Adelphi. Oriana Fallaci, in uno stralcio di un articolo del 26 ottobre 2002 apparso sul Corriere della Sera, scrive “Per non assuefarsi, non rassegnarsi, non arrendersi, ci vuole passione. Per vivere ci vuole passione”. E Lucca Capitale della Cultura 2020 è l’occasione per non assuefarsi alla routine della città. Per non rassegnarsi che le cose vanno in un modo (quelle negative, naturalmente) e così andranno sempre. Per non arrendersi alla vita, che spesso castiga i destini all’immediatezza e non al progetto. Lucca Capitale della Cultura 2020 è la passione di una collettività che si mette insieme per un progetto comune. “Per vivere ci vuole passione”. E determinazione. E anche un po’ di follia. Sentimenti che nelle prossime settimane torneranno ciclicamente, in questa rubrica e su queste pagine, per raccontare di un progetto ambizioso e concreto che ha bisogno della partecipazione della città. Delle Istituzioni, delle realtà economiche e produttive, degli studenti e dei cittadini. Che ha bisogno di tutti noi. E soprattutto della nostra passione.

Questo articolo è stato pubblicato oggi nella mia rubrica su Il Tirreno.

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I cani hanno un solo difetto

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L’estate e i cani, binomio maledetto. I cani che vengono abbandonati. I cani che muoiono per il caldo, spesso dimenticati in macchina o su terrazzi assolati.“I cani – spiega Sandra Palmucci, direttrice del canile di Pontetetto da oltre dieci anni – che volano dentro la nostra struttura, come è successo qualche settimana fa. O come quelli che sono stati recentemente sequestrati a degli stranieri che queste bestie le tenevano sì insieme a loro, peccato che vivessero dentro una macchina”. Ma anche i cani che azzannano, e non lasciano scampo come è successo a Mascalucia, dove due doghi argentini hanno ucciso il piccolo Giorgio. Cani considerati come surrogati di figli da alcuni, e cani altrettanto erroneamente immaginati da altri come macchine da guerra, trofei da esibire, declinazione di potere; cani appartenenti a razze selezionate per la caccia e il combattimento, adesso utilizzate per incutere timore, fare la guardia, attaccare. Cani affidati a chiunque, senza regole. Incidenti a dimostrazione che una legislazione serve, perché l’educazione dell’animale è cosa seria e l’indole di ogni razza merita il suo padrone.

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“Lucca – aggiunge Palmucci – dieci anni fa era un’eccellenza in fatto di canili, ma le cose stanno precipitando e succedono cose inaudite: abbandoni, violenze sugli animali, e addirittura furti”. Nonostante l’allarme – o forse solo a dimostrazione dell’emergenza nazionale che stiamo vivendo -, il canile di Pontetetto è considerato un’eccellenza a livello nazionale, tanto che Legambiente lo ha incluso nel suo V rapporto nazionale come esempio: insieme a Bolzano siamo la più brava provincia italiana a trovare casa agli animali ospitati in canile. Di contorno, non mancano i drammi come quello del bassotto Otto, che una manciata di settimane fa è stato rubato alla sua padroncina e lanciato dal finestrino di un auto in corsa a San Vito, o quello di un cane che nel 2015 vicino Gallicano è stato impietosamente ucciso a martellate dal suo padrone e da altri due complici. “E poi – continua Palmucci – ci sono anche cani che a volte vengono utilizzati per l’accattonaggio, senza che nessuno faccia niente. Si tratta di qualcosa di molto grave, perseguito per legge, che spesso non viene giustamente punito”.

Mi viene in mente che in via Santa Croce, ogni tanto, staziona a chiedere l’elemosina un ragazzo. E’ un ragazzo giovane, gli occhi azzurri e un boxer dal manto tigrato fra le gambe. Si apposta solitamente sotto casa mia, un cartello in mano dove con scrittura sbilenca spiega la sua realtà: ho fame, aiutatemi. Il cane se ne sta silenzioso al suo fianco, gli occhi grandi e buoni, la testa sconsolata; quando il ragazzo ha abbastanza soldi va in una delle botteghe tutto intorno, compra qualcosa da mangiare per lui e qualcosa ancora per il cane. Consumano i loro spuntini in silenzio, mentre la gente intorno continua a passare incurante. Cinicamente, potremmo dire che quello che ne viene fuori è un banale ritratto del nostro tempo. Contiene la filosofia di vita di chi vive senza fissa dimora, la miseria, la povertà e l’accattonaggio. Quel ragazzo, ogni volta che lo intravedo, mi fa pensare alle parole che qualche tempo fa mi ha detto Roberto Marchesini, etologo, autore di numerose pubblicazioni fra cui il long seller Dizionario Bilingue Uomo/Cane (Sonda), nonché fondatore della Scuola di Interazione Uomo-Animale (SIUA): “il moderno rapporto con il cane è come quello dei punkabbestia. Sono loro che per primi hanno cominciato a portarsi il cane sempre dietro. Negli anni Sessanta, infatti, il cane veniva tenuto in giardino, e solo negli anni Ottanta si è cominciato a farlo entrare in casa. Ma i punk erano sempre accompagnati dai loro cani, esattamente come adesso desiderano sempre più persone”. Naturalmente, l’accattonaggio è un’altra cosa. E sintetizzare il rapporto millenario che lega l’uomo al suo più fedele amico – che nei secoli è stato al centro di liriche e romanzi, di ragionamenti filosofici e di movimenti etici – è impossibile. Come è impossibile provare a trovare un’unica traccia per quei 7 milioni di cani che, secondo il Rapporto Italia 2016 di Eurispes, affollano le case degli italiani e producono un business multimilionario. Ognuno ha la sua storia, e i suoi padroni. E quando guardo negli occhi la mia Petra, cucciolo di jack russell che da un paio di mesi movimenta la mia vita, mi vengono in mente, a sintetizzare questi tempi di calura, le celebri parole del francese Elian J. Finbert: “I cani non hanno che un difetto: credono agli uomini”.

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Questo articolo è stato pubblicato oggi nella mia rubrica su “Il Tirreno”. 

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Il Maestro e l’Anfiteatro

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Quando andavo al liceo, incontravo Possenti sotto casa. Aveva sempre le sue camicie chiare, le sue immancabili bretelle e quella barba bianca, incolta, messa a incorniciare degli occhi azzurri che parevano trasparenti. Aveva sempre anche l’aria assorta, come se la realtà non fosse quei sampietrini e quei palazzi e quei muri e quei frammenti di cielo che si intravedevano fra i tetti e che fanno Lucca; guardava le cose, mentre camminava ondeggiando, ma pareva essere altrove, in una realtà fatta di brandelli di colori, e di nasi lunghi, e di pesci con le ali, e di grandi occhi messi a scrutare il tempo e quella commedia umana che è la vita. Aveva poi sempre un sorriso gentile, e strafottente. Il sorriso di chi sa che tutto scorre, e che affannarsi è inutile, a volte perfino dannoso.

A Lucca tutti lo conoscevano, e al suo passaggio non potevano fare a meno di sorridere, tendergli la mano, chiedergli “Come sta?” “Cosa fa Maestro?” “Sta dipingendo?”. Lui rispondeva con la voce bassa e serena, mettendo le labbra in dentro, il naso un po’ ricurvo si apriva nelle due strette narici, gli occhi che si facevano ancora più chiari, e tradivano irrequietezza e nobiltà. Rispondeva a chiunque, e allora anche io, adolescente, anche se non lo conoscevo, avevo preso a salutarlo. “Buon giorno maestro” dicevo, ogni volta, con imbarazzo e deferenza. Maestro mi sembrava una parola altisonante, da registi con occhiali scuri e capelli scarruffati, dediti alle pose artistiche nei bar di Parigi e di Roma. Mi sembrava quasi di offenderlo, eppure mi uniformavo al gergo locale. Un gergo che ha eletto lui, come il Maestro per eccellenza.

 

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Se dici Maestro a Lucca per tutti è, e resterà, Antonio Possenti. Il maestro che ha scelto di restare lì, affacciato sull’Anfiteatro, a guardare la giostra della vita, che con ogni pennellata si trasforma, perché è tutta una questione di sfumature e di diluizioni. Perché è tutta una questione di sospensioni, e non c’è niente di più bello che salire sulla sua pittura che è una ruota panoramica, ti trascina in alto e ti porta via; non ti sazi mai di scoprire il mondo con i suoi occhi. Perché le opere di Possenti non sono quadri, sono istantanee ragionate e profonde come abissi dal pianeta: gli uomini hanno tratti di caricature e non lo sanno, gli animali rivelano il loro cuore senziente, il cielo non è azzurro ma turchino, e anche le farfalle che stanno ovunque sono frammenti di sogno e di incubo. Tutto è in bilico perenne, in un confine incredibilmente incerto fra il paradiso e l’inferno. Oltre alla sua sterminata e sorprendente galleria – perché centinaia sono le opere che ha prodotto nel corso della sua vita, che hanno portato in alto il nome della nostra città -, Possenti per anni ci ha insegnato che è possibile vivere d’arte. Lo ha spiegato in silenzio a tutti quei ragazzi che la mattina andando a scuola lo vedevano con gli occhi limpidi affrontare via Fillungo, lo ha insegnato agli apprendisti che volevano diventare pittori, ma anche a chi sognava come me di vivere mettendo in fila le parole. Per anni, Possenti è stato il cordone ombelicale fra il mondo dell’arte e le ambizioni dei lucchesi. Ce l’aveva fatta, e aveva deciso di restare ben saldo alle sue radici: affacciato sull’Anfiteatro, a guardare la vita e il mondo.

Qualche anno fa lo intervistai, e lui mi accolse in quello studio che è un’interminabile sequenza di dettagli, ed è l’essenza stessa dello studio del pittore. Dentro quella collezione infinita che era adesso una sequenza di chiavi in ferro battuto, adesso dei campanacci, e poi animali imbalsamati, uova di struzzo, pennelli, colori, vasi, libri affossati uno sull’altro, c’era l’arte come me la immaginavo da ragazzina quando lo incrociavo. C’era odore di acqua ragia e tempere, il disordine di chi non ha bisogno di dominare tutto con lo sguardo perché le cose sono cose e ci appartengono (o non ci appartengono) nonostante tutto.

Era un pomeriggio estivo, e parlammo del suo primo amore, della pittura e dei viaggi. Parlammo dell’India, e sedetti sopra la zampa di un elefante che era diventata sgabello. Lo studio, come Possenti e come la sua opera, era una voragine di vitalità e scoperta. Non c’era niente di banale, di scontato, di ripetitivo: Possenti era lo stile Possenti. Ed è raro, e prezioso, quando l’unicità della persona coincide con la sua arte.

Ricordo che mi regalò un quadro, fatto appositamente per me, con una dedica bellissima. Lo tengo nello studio, fra i romanzi che amo, e quando lo guardo penso a quel libro che avevamo iniziato a scrivere – sarebbero state sue le immagini, e mie le parole – e che giace in un cassetto del desktop, penso all’ironia con cui raccontava le cose, al senso insaziabile di scoperta, a quel viaggio in India di cui mi parlò per ore, agli incontri cadenzati negli anni nel suo studio di tappeti e quadri, alla sua voce che si faceva roca con il tempo, a quello sguardo del colore del cielo all’alba, d’estate, che aveva. Antonio Possenti aveva gli occhi come un cielo terso, di un azzurro quasi bianco, che prelude a bellissime giornate dense di ricordi e di sorrisi.

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Questo ricordo è stato pubblicato oggi su Il Tirreno.