Tutto, niente

Donne del Novecento

 

 

Donne del Novecento

Radio 3 dedica quattro puntate di Passioni

a quattro grandi donne italiane

in onda sabato 15 e domenica 16 marzo alle 10.50

in onda sabato 22 e domenica 23 marzo alle 10.50

 

 

Colette Rosselli, Lisetta Carmi, Gianna Manzini e Orsola Nemi. Quattro donne del Novecento che hanno segnato il comportamento, il costume, l’espressività e la vita degli italiani, ma che purtroppo oggi sono state dimenticate. Quattro donne che adesso – attraverso le voci e gli sguardi di testimoni, amici, parenti e studiosi, ma anche attraverso materiale d’archivio – vengono raccontate da Flavia Piccinni in altrettante puntate di Passioni. Quattro puntate monografiche per raccontare gli aspetti storici e biografici di queste grandi donne italiane, svelandone i segreti della vita, dell’arte e del successo.

 

La prima puntata – in onda sabato 15 marzo alle 10.50

Colette Rosselli

Era il 1976 e Dina N. da Legnano scriveva: “Cara Donna Letizia, cosa ne pensa di un marito che propone alla moglie di invitare nel letto coniugale un’amica da poco abbandonata dal fidanzato, sostenendo che con questa iniziativa ognuno darebbe il meglio di sé: prova di amicizia da parte della moglie, larghezza di vedute da parte del marito, gratitudine da parte dell’amica…”. Potrebbe sembrare una domanda assurda, ma sono centinaia i quesiti pari a quello di Dina N. che fecero il successo di Donna Letizia, al secolo Colette Rosselli, illustratrice di sorprendente ingegno, perfida commentatrice e iniziatrice al bon ton degli italiani cafoni del dopoguerra al pari della celebre Irene Brin, moglie di Indro Montanelli. Le risposte ironiche di Colette entrarono nella storia, come quella che diede proprio a Dina N.: “Presto un fazzoletto: tante eccelse virtù commuovono”.

Per raccontare Colette, oltre a dell’introvabile materiale recuperato dagli archivi Rai, Flavia Piccinni ha intervistato la scrittrice Dacia Maraini e la critica d’arte Lorenza Trucchi che hanno restituito il loro ricordo personale, toccante e magnifico di una grande donna del Novecento oggi purtroppo non abbastanza ricordata.

 

La Seconda puntata – in onda domenica 16 marzo alle 10.50

Lisetta Carmi

“Me lo aveva detto Babaji che avrei vissuto cinque vite”. Parola di Lisetta Carmi, che nella sua vita è stata prima musicista e concertista, poi fotografa di fama internazionale, quindi seguace di Babaji e fondatrice del primo ashram europeo in quella splendida terra che è la Valle d’Itria.Memorabile è ancora oggi il suo libro sui travestiti, i portuali, l’erotismo e l’autoritarismo del cimitero monumentale di Staglieno, i viaggi per documentare il mondo, il fulminante incontro con Ezra Pound, che le fece aggiudicare il prestigiosissimo Premio Niépce. Da Genova alla Valle d’Itria, passando per l’India, questa è la straordinaria storia umana di Lisetta Carmi che viene raccontata dalla sua voce, insieme a quella di Daniele Segre che le ha dedicato il film “Lisetta Carmi: un anima in cammino”  (I Cammelli, 2010), e al racconto della celebre studiosa di fotografia Giovanna Calvenzi, che ne ha raccontato la biografia ne “Le cinque vite di Lisetta Carmi” (Bruno Mondadori, 2013).

 

La Terza puntata – in onda sabato 22 marzo alle 10.50

Orsola Nemi

“Bisogna che il problema della forma, dello stile, sia un problema d’anima”. Scriveva così nei suoi diari, ancora oggi inediti, la scrittrice ligure Orsola Nemi. Nata a Firenze, ma cresciuta e sempre vissuta a La Spezia, Orsola Nemi – il cui vero nome era Flora Vezzani – tradusse decine di opere, e pubblicò innumerevoli romanzi fra cui non si possono dimenticare Rococò (Bompiani, 1940), Maddalena della Palude(Longanesi,1949), Rotta a nord (Vallecchi,1955, premio Napoli per la narrativa e finalista al Premio Strega), I Gioielli Rubati (Bompiani,1958, che vinse il Premio femminile Bagutta) e Le Signore Barabbino (Rizzoli,1965).

Ad accompagnare la storia di Orsola Nemi, che verrà raccontata attraverso numerosi frammenti inediti della sua produzione letteraria, ci saranno il nipote, ma anche Emanuela Rotta Gentile, che ne sta curando l’opera inedita, e Francesca Rotta Gentile, biografa ed esperta della produzione di Orsola Nemi.

 

La Quarta puntata – in onda domenica 23 marzo alle 10.50

Gianna Manzini

“Se anche lei e lui, giovanissimi, in una mattina come questa, bilanciata fra ricordo e miraggio, con una luce che sembra l’alone d’un bel pensiero, parlano di pellicce vuol dire che questo è il discorso di rigore, e io ho l’obbligo di affrontarlo. Ed è la volta buona che se sbaglio un’indicazione, se sgarro con un aggettivo, la mia reputazione di competente in fatto di moda rimane compromessa”. Scriveva così Vanessa il 26 dicembre 1954 nella sua celebre rubrica La Moda di Vanessa. Ma Gianna Manzini, scrittrice prima che esperta di costume, poetessa prima che giornalista, non si può considerare unicamente legata alla moda, anzi. Per raccontare Gianna Manzini, Flavia Piccinni ha dunque cercato il ricordo e la testimonianza della scrittrice Dacia Maraini, della critica d’arte Lorenza Trucchi e della studiosa Sarah Silvieri, curatrice del libro “Scacciata dal Paradiso” (Hacca Edizioni, 2012) che condividerà con gli ascoltatori anche dei testi inediti dell’autrice.

  

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Cortocircuiti, Donne, The Meaning

Shorts: le polemiche, i (nostri) culi e le aspirazioni (degli altri)

 

WW Mexico Butt

Qualche settimana fa è scoppiata una polemica di cui non mi ero accorta e che ha protagonisti i graziosi mini short che spopolano anche quest’estate. Ne sono venuta a conoscenza soltanto martedì sera quando, dopo una riunione di Nuovi Argomenti, l’autore dell’articolo sul Secolo XIX, Marco Cubeddu, che è precario vigile del fuoco nonché autore del bel “Con una bomba a mano sul cuore” pubblicato in primavera da Mondadori, ne ha iniziato a parlare in virtù della polemica che ne è scaturita.

In diretta ho letto l’articolo che non va molto oltre il provocatorio titolo – ovvero: “Ragazze in shorts, vi siete viste?” – e più che rimanere colpita dal pezzo in sé, sono rimasta sorpresa dalle attenzioni che si è guadagnato.

Il percorso tracciato da Cubeddu nella finestra volutamente polemica del giornale – non è un caso che questo sia l’articolo inaugurante una rubrica affidata allo scrittore dal titolo “Intransigenze” – è duplice: quello dell’accusa nei confronti delle quattordicenni ree di scegliere capi che l’autore ritiene inadatti – si domanda preoccupato “perché le ragazzine si vestono così da sgualdrine?” e “cosa pensano di ottenere?”, notando poi, forse incerto per il futuro sentimentale dei suoi cari, “nessuno dei miei amici si fidanzerebbe con una che si veste così” – e quello della riflessione sul futuro della donna, che non deve dimenticare come “il primo motore dell’emancipazione femminile, più che la montagna fumante di reggiseni bruciati in piazza, è stata la salarializzazione della Seconda Guerra Mondiale”.

Al netto delle semplificazioni storiche e sociali, giustificabili forse per lo scarso spazio destinato all’articolo sul giornale o, meglio, dalla necessaria superficialità che viene sempre più frequentemente riservata alla donna e a ciò che la riguarda, probabilmente non è necessario riflettere sulla simpatica provocazione di Cubeddu più a lungo del tempo utile alla lettura.

È certamente superfluo dire che tutte le ragazzine e le ex ragazzine hanno il diritto e il dovere di indossare gli shorts in risposta a un così aberrante e strumentale maschilismo. È superfluo perché il trasparente scopo di un articolo del genere è solo quello di stimolare partecipazioni isteriche e impulsive, casomai lanciando un “chiappa day” dove unite nel nome degli shorts – e di ciò che il libero e naturale utilizzo del proprio corpo sottende, da quarant’anni a questa parte – un gruppo di post femministe o di neofite della riflessione di genere si uniscano in nome di cotanta provocazione. Ma sarebbe naturalmente inutile anche se graziosamente farsesco, perché ormai il nostro Paese ci ha abituato da tempo a ciò di cui questo articolo si nutre: sfruttare mediaticamente la donna in tutte le sue diramazioni e in tutti i suoi comportamenti, ridicolizzare tout court gli atteggiamenti critici nei confronti del dilagante sessismo che ingozza il nostro Paese abulico e iperfagico, capace di trasformare ogni cosa in una commedia all’italiana, trasversale tanto al mondo della cultura quanto a quello del giornalismo, e tronfia delle sue radici più vili e falloforiche.

Dalla lettura dell’articolo a firma di Cubeddu dovrebbe però nascere una riflessione non tanto in merito allo spazio che il quotidiano genovese ha dedicato all’autore, genovese anch’esso, e che si giustifica con la necessità vitale dei quotidiani di nutrirsi sempre di più di banalizzante polemica, e nemmeno dalla comprensibile necessità di conquistare spazi su quotidiani o settimanali da parte di chi ha un libro in uscita e decide di utilizzare consciamente la propria momentanea visibilità con l’intento di amplificarla – chissà poi come mai le donne sono argomento prediletto di questa numerosa specie di alpinisti contemporanei.

Punto cruciale dell’intervento è infatti la riflessione dell’autore, che nota: “penso che femminicidio sia una parola idiota. Ogni omicidio è un omicidio. E dovremmo condannarlo senza ricorrere a ridicole discriminazioni di genere. Inoltre, anche se impopolare, bisogna dirlo: spesso, le violenze domestiche nascono da situazioni in cui, donne con scarsa personalità, si legano a zotici della peggior risma”.

Ecco, sono parole come queste – e non le catartiche riflessioni che chiedono “siamo così convinti che mettersi il velo sia prigione e i minishorts siano libertà?” – a tracciare il confine fra una società che affida la parola a chi è in grado di  affrontare il futuro, e una che sopravvive dando fiato ad aberranti retroguardie maschiliste. Pare dunque parossistico che, al termine dell’articolo, lo stesso Cubeddu noti più che una questione di genere, mi sembra una questione di mancanza di strumenti culturali”. Chissà se, puntando il dito contro l’altro, in realtà non stesse indicando semplicemente se stesso.

 

Questo articolo è stato pubblicato su Giulia e su Cortocircuiti 

Tutto, niente

Primavera Tarantina

futuro 2

 

Tirava una tramontana dritta come una lama. La valigia era sul pavimento. Dentro c’erano i vestiti di una vita. Il grembiule della prima elementare, quello bianco con il colletto su cui la nonna aveva cucito a mano, con il filo blu e rosso, il nome di Fabio. La tunichetta della prima Comunione. La camicia a righe con cui aveva fatto la maturità. E, poi, la maschera per la respirazione artificiale che distribuivano a scuola. La prima ricarica d’ossigeno a cui la sorella aveva attaccato un fiocchetto con la data segnata a penna: 23 agosto 2023. Dentro c’era tutto quello che non serviva a niente, ma che custodiva il ricordo di ciò che non sarebbe più stato.

Il concentramento era previsto due ore dopo nel Piazzale Patrizia Todisco. Fabio piegò un paio di calzini e lo infilò in un sacchetto di tela idrorepellente grigia.

Si guardò intorno. Vide la stanza dove era cresciuto, con i muri segnati dai poster e dai quadri, dalle fotografie; dal piccolo riproduttore di ologrammi. Vide i libri dell’università lasciati sul letto, pensò alle notti impiegate a leggere e sottolineare, notti in cui non guardava mai dalla finestra. Accanto c’erano i quaderni su cui aveva imparato a scrivere ripetendo sempre la solita frase: Ciao, sono Fabio Minniti e sono di Taranto.

Erano passati trent’anni. Allora non pensava che nascere a Taranto significasse qualcosa oltre il lungomare, il gelato dopo la scuola del sabato mangiato sulle panchine di Villa Peripato, la voce dei pescatori che gridano spuenze, il pranzo della domenica con le orecchiette e le polpette dai nonni, le serate al teatro 4D sotto il ponte di Punta Penna, le lotte a sassate con la ghenga di piazza Mazzini, quella con l’ipermercato indiano, fra le macerie del vecchio muraglione della Marina, l’odore del mare che si infila fra i vicoli e vibra, fa vibrare tutta la città che allora fischia, fischia come una disperata, e sembra prendere finalmente la voce. Non pensava che nascere a Taranto fosse qualcosa di diverso del riconoscere la Madonna, quando il giovedì Santo esce dalla Chiesa di San Domenico, e si mette a piangere per la città. Non lo pensava ancora, e forse non lo pensa neppure adesso, mentre lento fa la sua valigia, la sua ultima valigia, e nell’altra stanza sente la nonna che continua a cucire le sue iniziali sulle camicie, e intanto il nonno dice che no, non debbono piangere, cosa piangono a fare, perché questa è la vita, e la vita può essere dura, è vero, ma loro sono stati tanto felici. E Fabio allora si chiede quando. Quando sono stati felici in quegli anni. Ci pensa, mentre piega il maglione arancione, infila il cambio della divisa a carbonio e sistema i vestiti che non potrà portare con sé, e che resteranno per sempre lì, appesi alle grucce nell’armadio di noce. Ci pensa mentre guarda per l’ultima volta il completo del primo giorno di lavoro e la tuta blu, quella che suo padre portava il famoso pomeriggio; gliel’avevano rispedita da Manaus, accompagnata da un bigliettino che portava la firma dell’amministratore delegato. D’improvviso, però, Fabio si ferma. Forse sta sbagliando tutto. Socchiude gli occhi e, sfiorando una cartolina rovinata dal tempo, si chiede se lì, in quella casa, i suoi vestiti non diventeranno per davvero eterni.

Era nato quattro anni dopo che avevano chiuso il Siderurgico. Già allora la città era disperata, e l’ospedale circondato da palizzate di difesa. Sua madre piangeva mentre la ginecologa con l’eco-scanner controllava le mani, le braccia, il cuore e il respiro di Fabio. Sua madre piangeva, mentre la ginecologa terminava l’esame di life-compatibility e diceva che sì, poteva stare tranquilla: il bambino era sano. Non aveva quelle malformazioni genetiche che ormai erano diventate la norma. Non soffriva di ipoplasia polmonare, né di fibrosi cistica. Non aveva disturbi metabolici. Avrebbe potuto salvarsi. Avrebbe potuto ottenere il Visto di Emigrazione, una volta raggiunta la maggiore età e terminati i dieci anni obbligatori di servizio civico per la bonifica del Deserto Rugginoso, che già cominciava a premere sulla città al di là del ponte di pietre.

Era il 4 gennaio. Lo stesso giorno in cui il Sindaco e il presidente del governo di Bassa Puglia avevano siglato un protocollo di intesa con i vertici della Brazilian Steel Corporation, arrivati a Taranto per smontare l’ultima delle grandi installazioni rimasta a disposizione dopo che i coreani e i belgi, l’anno prima, erano venuti a fare spesa all’ingrosso per le piattaforme off-shore che producevano acciaio nel mare Baltico e sul lago d’Aral. Un andirivieni di enormi bastimenti ed elicotteri a idrogeno. Un viavai di colonne e basamenti di templi in lamiera. Pezzo dopo pezzo, l’anima della fabbrica prendeva il largo. Se ne andava oltre il faro di San Vito, per essere assemblata, identica, altrove.

Almeno era questo quello che ricordavano i tarantini. Era questo l’epilogo di tutto.

Anche l’Altoforno 5 era stato smembrato. Lo avevano caricato sulle navi ormeggiate allo Sporgente 5, l’unico molo di tutto il porto rimasto in funzione che serviva a consentire le ultime azioni di smaltimento, a garantire che tutto sarebbe stato demolito e cancellato.

E così, quel pezzo di storia, se ne era andato. Era stato il primo a venire spento, e subito si era trasformato in un mausoleo della memoria, dove le donne e bambini andavano ad accatastare ricordi e indumenti. A volte, anche degli uomini si rifugiavano lì, a ricordare il tempo passato. Eppure, nessuna dimostrazione aveva provato a impedire che l’Altoforno 5 fosse portato via. Eppure, non c’era stata nessuna protesta.

Doveva andare così, ne erano tutti coscienti. La Brazilian Steel Corporation aveva promesso l’assunzione di duecento cittadini nei nuovi impianti della Zona di Produzione Autonoma del Rio delle Amazzoni. Avevano bisogno di gente esperta, che conoscesse quella cosa gigantesca. E poi, pagavano bene. Pagavano quanto bastava per mantenere senza paura un’intera famiglia. Così anche il padre di Fabio, Nicola, se ne era andato. Era partito quando Fabio era nato da poche settimane. Non era che un bambino con i capelli scuri, con gli occhi trasparenti e incerti.

Di suo padre, Fabio Minniti non possedeva alcuna memoria personale. Quella tuta, che Nicola si era portato da Taranto come amuleto, era tutto ciò che possedeva per ricordare il passato. Per immaginare la vita della sua famiglia. Come era stata nell’epoca precedente, quella che i tarantini chiamano ancora oggi, con rabbia e nostalgia, l’Era del Primo Inquinamento. Allora il Siderurgico era il vanto dell’industria meridionale e dava lavoro a più di ventimila persone. Allora era tutt’uno con l’anima di una cittadina di pescatori che l’Arsenale prima, e l’Acciaio dopo, avevano trasformato in una ricca, sazia, inquieta borgata. Solo dopo si era scoperto che le emissioni del Siderurgico, e le polveri che spargeva sui quartieri operai cresciuti a ridosso della fabbrica, ammazzavano di tumore e intossicavano i bambini. Solo dopo si era scoperto che no, quella non poteva essere la vita.

Era successo il finimondo. Fabio sa che suo padre urlava che quelle cifre, quella paura, quel dolore che sgorgava incosciente, avrebbero fatto ancora peggio. Avrebbero ucciso Taranto tutta per intera. Lo sa, ma nei libri di storia non c’è traccia di quelle parole, che solo di rado emergevano, bisbigliate, nelle conversazioni tra i più anziani. I libri di testo raccontavano di una Primavera Tarantina, e lui quello aveva studiato.

I libri raccontavano che nell’estate del 2012, un pool di giudici aveva deciso di sequestrare prima l’area a caldo e poi l’intero stabilimento. A loro sostegno era nato un movimento di lotta che aveva raggiunto la sua massima espansione nel mese di dicembre: cinquantamila persone, forse ottantamila, favorevoli alla definitiva chiusura del Siderurgico si erano riversate in piazza.

C’era stata la marcia di Natale. E gli scontri furiosi tra i manifestanti e i cassintegrati, che erano scoppiati a piazza della Vittoria. E il linciaggio di quattro operai in sciopero della fame da tre giorni.

Era arrivato il punto di non ritorno. Il governo aveva revocato le autorizzazioni alla produzione dell’acciaio, promettendo e finanziando un gigantesco piano di bonifica integrale. Una donna magistrato, senza saperlo, aveva innescato una catena così veloce di eventi in grado di capovolgere e concludere nel giro di pochi mesi la storia industriale ultracentenaria di Taranto. Era diventata per tutti l’eroina dei due mari, come l’avevano ribattezzata subito i giornalisti.

L’anno dopo, la stessa donna era stata eletta sindaco della città. Era a capo di una coalizione allargata fatta di ambientalisti, pediatri, epidemilogi e dalla Lega dei Tarantini. Quella donna raccontava di un’alternativa. Raccontava che qualcosa può succedere, anche nella terra dove mai niente è capitato. Diceva del 1965, e di quel giorno d’aprile in cui un Presidente della Repubblica era arrivato a Taranto per dare vita nuova alla città. Diceva del 1995, quando lo Stato aveva venduto la fabbrica ai privati. Raccontava di come la storia di Taranto non potesse essere solo quella, ciclica, che si avviluppa nella sfortuna e in piccolo racconta il presente, e il futuro, dell’Italia: i telepredicatori, il default, la città fallita. E poi l’inquinamento. E poi la raffineria. E poi il cementificio. Quella donna raccontava che qualcosa sarebbe potuto cambiare, e sperava che sarebbe potuto davvero accadere. Ascoltandola, la città aveva creduto. Aveva creduto che bastasse cancellare la storia per riscrivere il futuro.

Eppure, si dice Fabio – e il suo sguardo osserva il cielo oltre la ringhiera di Mar Grande, perennemente viola, granata, grigio – Taranto era una città di mare, pietre, corde e ferroleghe. Non era luogo da speranze virtuali. E il sogno dell’alternativa si era spento velocemente, nel corso degli anni, quando la grande recessione aveva annunciato il suo definitivo fallimento. Lo Stato, per sopravvivere, era stato costretto a tagliare i due terzi del suo bilancio. L’Italia era crollata, travolgendo come una colata bollente, devastante, il presente della città. I soldi per la bonifica non erano mai arrivati. Non c’erano stati neppure quelli per gli ammortizzatori sociali. Tutto era stato lentamente sgombrato. Tutto era ritornato nel destino.

Ormai, non si poteva più abitare nel cuore radioattivo del Mezzogiorno. E il fallimento di quella politica italiana che Fabio aveva studiato a scuola aveva definitivamente segnato la fine di tutto. I Tamburi erano stati sgomberati, e giaceva solo qualche carcassa di edificio in forma fossile. Il Siderurgico era finito, risucchiato nel Deserto Rugginoso. Era finito il Museo Archeologico con gli ori e le spade che raccontavano un passato lontanissimo. Era finito il tarantino che continuava a credere in Sparta, e a un tempo in cui Taras, sul dorso di un delfino, era arrivato per fondare quella che sarebbe stata la capitale della Magna Grecia. Era finito tutto, perché lo splendore non ritorna. Perché lo splendore non è fatto per le nubi e per i sogni. Era cominciata l’emigrazione, il rito atavico di un’eterna sconfitta in cui gli abitanti, i cittadini, sempre si scoprono prima carneifici, e dopo vittime.

Adesso Fabio guarda la banda magnetica del suo Visto di Emigrazione. C’è scritto Calabria meridionale. Ora li mandano lì, i tarantini. A ripopolare la Costa dei Gelsomini, sullo Ionio. Fra Africo e San Luca, devastati dall’ultima guerra di malavita.

Un decreto del governo di Bassa Puglia ha ristabilito i confini di abitabilità della città entro il perimetro dell’isola vecchia: l’unico spazio dove è possibile a mantenere accettabile la qualità dell’aria. La casa per qualche migliaia di persone, o poco meno. Vecchi, qualche scienziato, un piccolo nucleo ambientalista, un distacco ospedaliero della Croce Rossa. Gli altri devono andare via. Il prima possibile.

Era arrivata l’ultima nave. Fabio l’avrebbe presa quella stessa sera, lasciandosi alle spalle chi era stato, chi erano stati lui. Lasciandosi alle spalle le sue radici, e la sua città. Era arrivato il tempo di andarsene. Di scappare.

Eppure, lo sapeva, il mondo avrebbe continuato a esistere anche senza Taranto. Il mondo avrebbe continuato a vivere anche senza sua madre, anche senza i nonni. L’Italia avrebbe dimenticato l’apocalisse domestica di una famiglia fra le pieghe della memoria. La nave sarebbe andata a Sud, lontano dalla nube e dalla ruggine. Lontano dalla polvere. Sarebbe stata solo una questione di tempo. Il tempo necessario a far morire l’ultimo dei tarantini. Il tempo necessario a far dimenticare che, un tempo, nel Golfo di Taranto c’era stato qualcosa.

Questo racconto, che ho scritto con Angelo Mellone, è stato pubblicato sul numero attualmente in libreria di Nuovi Argomenti ed è stato pubblicato anche su Pubblico qualche giorno fa.

 

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Tutto, niente

Rosso Ilva

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A Taranto c’è un mostro dal nome romantico. È formato da dieci batterie di forni per coke, cinque altoforni, due impianti di agglomerazione minerale, due acciaieri LD, cinque colate continue a due linee per bramme, due treni di laminazione a caldo per nastri, un decapaggio ad acido cloridrico, un decatreno, un impianto di rigenerazione di acido cloridrico con tre forni ad arrostimento, una linea di elettrozincatura, due linee di zincatura a caldo, un impianto di ricottura statica con cinquantaquattro forni e centoventicinque basi, un treno tandem Temper, un treno lamiere quarto a due gabbie, un tubificio a saldatura longitudinale ERW, due tubifici a saldatura longitudinale SAW, un tubificio a saldatura elicoidale SAW da nastri/lamiere, sette impianti per rivestimento interno ed esterno di tubi in polietilene, resine epossidiche, FBE e cemento, infinite linee di finitura e taglio.

È una delle più grandi acciaierie d’Europa e la più grande d’Italia, produce il 92% della diossina nazionale, l’8,8%[1] di quella europea e fa del capoluogo pugliese la città più inquinata dell’Europa occidentale. Eredita il nome musicale, quasi che chiamare le cose con enfasi ne riduca la tragedia ambientale, da quello latino dell’isola d’Elba, dalla quale era estratto il ferro che alimentava i primi altiforni costruiti in Italia nell’Ottocento. Si chiama Ilva dal 1988, quando Italsider e Finsider furono messi in liquidazione e le unità produttive che tempestavano l’Italia, da Novi Ligure a Bagnoli, vennero smembrate prima del processo di vendita. Dal 1995 appartiene al Gruppo Riva che ne è tutt’ora proprietario.

Sull’Ilva ci sono varie leggende, ma tutte sembrano ridicole se paragonate alla realtà. Dentro non ci sono né draghi né sirene, solo uno stillicidio di morti e feriti i cui incidenti vanno in replica quotidiana per un totale che supera i tremila l’anno. Vista da fuori è un ammasso di muri e cancelli che si chiudono uno sopra l’altro a formare un cumulo di cemento compresso nel ferro insieme a vite umane, cancro, diossina, polvere e treni.

Dalla finestra di casa sua, che si affaccia dalla città vecchia sul Mar Piccolo, Caterina ha provato centinaia di volte a immaginarsi Taranto senza la fabbrica. Nella sua fantasia lascia spazio alla gigantesca raffineria petrolchimica dell’Eni, al grande cementificio Cementir, alle due centrali termoelettriche dell’Edison e alle altre decine di stabilimenti chimici, metallurgici, elettrotecnici e elettronici che compongono la zona industriale. Ma, per quanto si impegni, non è mai riuscita a cancellare le ciminiere alte che bruciano il cielo, le polveri rosse che vanno con il vento verso le nuvole per intossicarle, le luci intermittenti che con la notte sembrano accecare, le macchine parcheggiate tanto vicine da sovrapporsi nei lunghi parcheggi, davanti agli ingressi.

È come se la sua immaginazione rifiuti alternative, quasi aderisca tanto perfettamente alla realtà da non lasciare spazio ad altro. Da una parte la malattia e dall’altra i posti di lavoro, in una bilancia perenne e viziosa fatta di cassa integrazione, incidenti sempre più gravi e tumori.

Caterina ricorda ancora, benché siano passati quarant’anni, di quando suo nonno la accompagnava a prendere il padre al cancello D. C’erano altri bambini  vicini alle mamme o ai nonni, qualche ragazzo magro, degli uomini senza denti; c’erano ambulanti con i panini, un venditore di giocatoli e caramelle, il pescivendolo con le cozze e le triglie rosse dagli occhi appannati. Caterina, un giorno che si era avvicinata, aveva sentito la puzza di marcio e aveva guardato spaesata il nonno che, subito, l’aveva obbligata a tornare in macchina. Lei aveva ubbidito, ma dal finestrino aveva sentito e visto tutto lo stesso: il rumore forte della sirena, una luce gialla che lampeggiava, i cancelli che si aprivano e gli operai che uscivano con lo sguardo sbarrato, sporchi, sudati, lentamente, come cadaveri che arrancano piano verso una salvezza momentanea. Non riusciva a dimenticare le mani del padre che tremavano, mentre il nonno gli chiedeva cosa fosse successo. Allora a Caterina, come a me adesso, la fabbrica sembrava un universo senza nome governato da leggi interne imcomprensibili e sconosciute, appartenenti a una dimensione divisa fra il diritto alla salute e quello al lavoro.

Aveva perso suo padre all’età di sedici anni, ma non aveva voluto sapere cosa fosse realmente successo. Non le importava. La fabbrica era lì, vicino alla cassa da morto, fra il prete che parlava di Dio e sua madre che si strappava i capelli; era lì e lì sarebbe rimasta. I giornali avevano liquidato il suo dolore come l’ennesimo incidente sul lavoro e a lei non era restato altro che arrendersi, ancora.

Tutte le volte che incontro Caterina per strada la fermo. Ci siamo conosciute quando ero bambina, era amica di mia nonna, insegnavano nella stessa scuola elementare. Avevano passato la vita vicine a trasmettere addizioni e coniugazioni ai bambini di Taranto, gli stessi che adesso lavorano in Lombardia, Lazio, Toscana. Gli stessi che, appena hanno potuto, hanno lasciato la Puglia per dimenticarsi della loro città. Quando la vedo, mentre guarda distrattamente le vetrine del centro, e si stringe la borsa al seno, si fruga in tasca per dare l’elemosina al vecchio di Via Crispi, accende una sigaretta e aspira, penso all’Ilva. Nella mia memoria lei è legata all’acciaieria, e i ricordi dell’infanzia, quando sento il suo respiro rallentare fino a raggiungere il mio, si confondono con il presente; subito dopo mi sento mancare l’aria. Per me lei rappresenta quel concentrato di disperazione e di ineluttabilità che ho imparato a conoscere durante i pranzi familiari, i lunghi caffé al bar e le visite di cortesia ad amici e lontani cugini. Nella sua espressione leggermente corrucciata, i brevi sorrisi, le mani sempre in movimento, gli occhi quasi socchiusi, c’è una rassegnazione così sottile, e così profonda, che non riesco più a ispirare. Il petto sembra non essere più in grado di contenere il cuore quasi che, da un momento all’altro, possa esplodere.

Non parliamo mai molto, le nostre discussioni sono relegate da anni alla banalità, ma sono i gesti che conservano ancora tutto quello che non riusciamo a dire, che ci vergognamo di ripetere e di ammettere. Ogni volta, prima di salutarci, ci abbracciamo forte; il mio corpo contro il suo, le sue mani che afferrano le mie e le braccia che mi avvolgono violentemente diventano una trappola di ricordi sfilacciati che, mio malgrado, coprono tutto il passato e mi fanno vergognare di vivere qui e di non avere il coraggio di fare niente, di restare ferma a respirare aria malata e consumarmi dentro, uccidendo lentamente il corpo e la libertà.

Ogni volta che vedo Caterina penso all’Ilva, e tutto si confonde perché non c’è un filo logico da seguire. Non quello dei giornali che raccontano dell’incidente del reparto “Colata Continua 2” da cui il 22 gennaio 2009 sono fuoriuscite a mille gradi 200mila tonnellate di acciaio liquido, che poi sono state ridimensionate da un comunicato dell’azienda a 200. Non quello del primo caso mai accertato al mondo di adenocarcinoma del rinofaringe, meglio noto come cancro del fumatore, in un bambino di dieci anni. Non ai 7487 incidenti sul lavoro registrati in tutta la provincia nel 2007[2]. Neanche all’emergenza nazionale per l’ambiente che rilancia, con l’indagine appena effettuata dall’Eurispes, i dati del 2002 e annuncia come le emissioni di anidride carbonica[3] siano aumentate del 26% e quelle della diossina del 28,2%[4].

Quando penso a Taranto, all’Ilva, ai 25000 operai[5] che devono scegliere fra il piatto pieno e il rischio alla salute, ai 240.000 tarantini che si ammalano per l’aria che respirano, ai Riva, alle manifestazioni, al dolore, all’incapacità di reagire, a me viene in mente Caterina che mi offre un latte di mandorla a casa sua, poi mi porta davanti alla grande vetrata che si affaccia sul Mar Piccolo, mi indica l’acciaieria, mi dice di provare a immaginare Taranto senza la fabbrica e, quando le rispondo che non ci riesco, mi abbraccia stretto, mentre le ciminiere tagliano il cielo di rosso e la polvere si disperde a pioggia sulle case dei Tamburi e intossica sia gli abitanti, che niente hanno a che fare con l’Ilva, sia gli operai. Penso alla sua faccia stanca da vecchia comunista che con gli anni si è arresa e che adesso legge ossessivamente i giornali, aspettando che qualcuno, là fuori, faccia la rivoluzione al posto suo.

A volte me la immagino mentre, seduta sul divanetto di tela azzurra, commenta l’intervista al suo coetaneo, l’ottantatrenne Emilio Riva, che dipinge lo scenario inquietante di una progressiva decadenza. Dopo decenni di crescita, l’Ilva nei primi sei mesi del 2009 ha registrato un forte calo[6]: i profitti sono passati da 877 milioni a 503 milioni di euro[7], con una perdita del 44% che ha avuto disastrose conseguenze. La produzione trimestrale è infatti scesa da 4,7 milioni di tonnellate a tre, e per la fine del 2009 arriverà a due; verrà quindi ridotta del 70% e 4.300, dei quasi 12 mila  dipendenti assunti, verranno messi in cassa integrazione.

Penso a lei mentre si affligge e si chiede che fine faranno quegli uomini e quelle donne senza lavoro, senza soldi, senza mangiare. La vedo mentre ripete che è un cane che si morde la coda, una croce e una delizia e poi, guardando dalla finestra, scorge una nuova struttura lunga e scura, tetra, dal nome cacofonico e dalla funzione importante. È l’impianto Urea, che dimezzerà le emissioni di diossina portandole a 2,5 nanogrammi per metro cubo d’aria; sempre oltre il limite fissato per legge[8], ma almeno dentro quella prospettiva di miglioramento che dovrebbe essere garantita dal ventunesimo secolo.

Adesso la vedo, Caterina, mentre sorride, e riflette che, forse, un mutamento in corso c’è. La osservo mentre sorseggia un lungo bicchiere di orzata, cammina scalza per l’appartamento bollente, si sistema la tunica rossa che portava sempre quando mi accoglieva in casa da bambina, prima di farmi leggere Pinocchio al tavolo della cucina, sul quale troneggiava un grosso barattolo di pesche sciroppate a metà. “Quando ero piccola io, tutto questo era diverso” diceva spesso, indicando fuori dalla finestra, alcuni pomeriggi d’autunno, mentre lo scirocco fischiava violento infilandosi attraverso i cunicoli della città e dentro le case, scuotendo il mare, i panni appesi alle finestre, Taranto tutta.

La sua faccia in questo momento è la mia, quella di mia madre e di mio padre, quella dei miei nonni che se ne restano seppelliti nel cimitero cittadino sotto una spanna di polvere rossa e nera, quella degli operai che adesso, come durante la sua infanzia, escono fuori dalla fabbrica al rumore della sirena e si allontanano stanchi, strascicati, doloranti.

Mi piace immaginarla mentre contempla il paradiso del Mar Piccolo e si convince che qualcosa stia cambiando, e che anche se lei non riuscirà a vederlo ci sarò io, o i miei figli, o i miei nipoti. Qualcuno capace di guidare un cambiamento. Di fare, insomma, una vera rivoluzione contro la polvere rossa.


[1] ultimi dati stimati  dall’Ines (Inventario nazionale delle emissioni e delle loro sorgenti).

[2] infortuni sul lavoro denunciati all’Inail secondo il rapporto annuale regionale 2007

[3] 23,4 milioni di tonnellate

[4] da 71grammi/anno a 93grammi/anno

[5] lavoratori che tra diretti, indiretti e indotto gravitano intorno alla fabbrica

[6] Intervista a Repubblica 25 giugno 2009

[7] bilancio 2008 presentato in anteprima da Repubblica il 25 giugno 2009

[8] 0,4 nanogrammi secondo la legge della Regione Puglia

Questo racconto è stato pubblicato nel 2009 su Nuovi Argomenti. 

Tutto, niente

EUROVISIONI

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Sul numero appena uscito di Nuovi Argomenti 

racconto il dramma di imparare a sentirsi europei in un parco giochi.

Ovvero: Ci ritroveremo tutti a Epcot.

 

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Il muso del topo era alto quanto la Torre di Pisa. Gli occhi erano grandi e neri, i baffi affondavano in un prato verde e sterminato. Tutto intorno c’era una recinzione in ferro di almeno due metri che terminava con punte simili a frecce. Sembrava una gabbia.

“Ecco l’ingresso” disse mia madre, indicando verso il sorriso di Topolino. Fra i denti c’erano degli sportelli, assomigliavano ai caselli dell’autostrada. “Andiamo?” domandò, quasi ci fosse scelta, e allora ci incamminammo.

Era il terzo giorno che trascorrevamo a Disneyland, Florida. Mio padre era sull’orlo di una crisi di nervi, guardava le montagne russe e rimpiangeva l’ospedale. Mio fratello – eccitato dalla CocaCola – correva, saltellava, non riusciva neppure a finire una frase che ne iniziava un’altra. Voleva tutto quello che riusciva a vedere. Peluches, spillette, un poncho per la pioggia tutto giallo con, al posto del cappuccio, la testa di Paperino. Mi trascinava da una parte all’altra – dai dai, gridava e poi cominciava a correre – con quella scusa che continua anche oggi a usare: siamo fratelli.

Io avevo quattordici anni, per la testa delle cose che mi sembravano da grande come le giacche di pelle, i braccialetti con le borchie, i tatuaggi e le sigarette. Non volevo saperne di mia madre che, a dispetto dell’età, voleva provare tutto, mi costringeva a fare una giostra con un doppio giro della morte e rideva quando io mi disperavo, rideva quando le confessavo di avere paura. “Di cosa?” chiedeva, ogni volta. “Sono solo dei giochi” ripeteva.

Tutto intorno a noi c’erano americani obesi, donne con i calzini di spugna bianchi e pantaloncini a mezza coscia, ragazzine che facevano sembrare me, cresciuta con le pizzelle di nonna, una sorta di modella pronta per un concorso di bellezza. Tutto intorno c’era un’America sconosciuta, che per noi – italiani in vacanza – era stata quella delle spiagge di Miami, dei tramonti di Naples, degli stradoni di Orlando che sembravano non finire mai. Un’America che aveva i colori sgargianti della scoperta e della novità.

Lucca, con i suoi palazzoni rinascimentali, il corso lungo dai sampietrini sconnessi e le Mura, che la chiudevano al mondo e al futuro da cinquecento anni, a ogni sguardo si faceva più sfocata. Anche Taranto, il lungomare e le cozze non erano che sapori lontani di una provincia italiana incapace di comprendere un mondo troppo grande e troppo diverso per essere descritto con poche parole.

Quella era l’estate dei miei quattordici anni. L’estate della scoperta che esisteva qualcosa di più importante e attraente dell’Italia, di una Roma da cartolina e di una Milano in bianco e grigio, come me la restituivano i ricordi dell’infanzia.

(Continua su Nuovi Argomenti)

 

Tutto, niente

La ragazza dal cappello rosso

Oggi, parlando con Mario Marino del Fondo Verri, mi è tornata in mente Chiara Ruggeri e le belle parole che Mario Desiati le dedicò su Nuovi Argomenti nel 2004. Sarà che stasera Lecce è bellissima, bianca come il latte, con i suoi balconi in ferro battuto e le sue luci crepuscolari, ma mi va di rileggere queste parole e pensare a Claudia, che un giorno aprì la finestra e provò a volare.

Una lettera, prima dell’estate, accompagnava la foto della ragazza dal cappello rosso. Quella lettera mi chiedeva di prendere atto della “visione fisica”, di guardare attraverso la pellicola del tempo e della carta quel volto e quegli occhi. Era la tenera risposta della madre di Claudia Ruggeri ad una mia richiesta di informazioni, testimonianze e materiale.
Ma adesso torna indietro.
Era sabato pomeriggio di otto anni fa quando una donna giovane molto bella si era confessata nella piccola chiesa di San Lazzaro di Alessano. Quella donna giovane molto bella aveva percorso i suoi ultimi anni di vita con il carico di una promessa e di un sogno. Era l’età in cui si pensa che la poesia possa cambiarti in meglio la vita. Ma la poesia e la letteratura fanno male al corpo e all’anima.
Era dotata di una propensione unica, aveva inventato una nuova lingua letteraria come pochi sono riusciti nella sua generazione. Quella lingua era fatta di arrovellamenti lessicali, parole trobadoriche, riferimenti colti e popolari, tradizione italiana, orfismo, un simbolismo esasperato e teatralità. Proprio quella teatralità che ha sempre spinto Claudia Ruggeri a scelte estreme nella composizione della sua scrittura e della sua poetica, quella teatralità che sprigionava nelle sue letture pubbliche. Era teatrale sino alla sua stessa esistenza.
Quel sabato pomerigio dell’ottobre 1996 Claudia Ruggeri mise in pratica la profezia di una delle sue poesie più belle e tragiche: ” del traghettatore: e volli/ il”folle volo” cieca sicura tuta/ volli la fine delle streghe volli/ il chiarore di chi ha gettato gli arnesi/ di memoria di chi sfilò il suo manto/ poggiò per sempre il libro (…); tornò nella sua casa leccese, ripose i suoi abiti sulla sedia nello stesso ordine che alludeva la sua poesia e si lanciò nel vuoto.
In otto anni sono cambiate tante cose, la stessa Claudia, nata a lecce il 30 agosto 1967, oggi avrebbe 37 anni e sarebbe ancora considerata una giovane autrice. probabilmente qualche curatore l’avrebbe inclusa nella sua personale, storicizzante, antologia; probabilmente Francesco Leonetti e Nanni Ballestrini l’avrebbero invitata per dare un po’ di colore a Ricercare, probabilmente Goffredo Fofi l’avrebbe chiamata per parlare della nuova ondata dei talenti pugliesi, Repetti e Cesari l’avrebbero chiamata per fare ” Ragazze che dovresti conoscere”. Probabilmente un sacco di cose. Oggi questa patina di dimenticanza l’ha avvolta dentro la biblioteca dell’Università di Lecce nelle pagine di una rivista piccola e meritoria chiamata L’Incantiere che realizzò un numero speciale due mesi dopo la sua prematura scomparsa.
In quel numero ci sono poesie sufficienti per trarne un libro. Sarebbe il più folgorante libro di poesia italiana della nuova generazione, un terremoto se si pensa alle poesie aeree, mummificate  della new wave poetica di questi tempi.
Claudia Ruggeri aveva una lingua tutta sua, una forza espressiva tutta sua e soprattutto un’idea della poesia tutta sua. Nuova, sciolta dagli schemi più triti, aveva scritto un’opera battezzata Inferno Minore in colta contrapposizione all’ Inferno Maggiore di Dante Alighieri e forse anche al suo inferno interiore.
Dante era certamente il suo principale riferimento letterario, un modello irraggiungibile di erudizione e arte. Perfettamente in questo senso, per esempio, vanno alcuni versi della poesia Lamento della sposa barocca (ocpatus), una delle liriche più riuscite della prima raccolta. Quando dice: ” (..) amore/ tavrei dato la sorte di sorreggere/ perché alla scadenza delle venti/ due danze avrei adorato/ trenta/ tre fuochi, perché esiste una Veste di/ Pace se su questi soffitti si segna/ il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta…Si tratta dell’apparizione della Madonna in Paradiso, come dice la Ruggeri stessa in nota, Dante a quel punto nota l’arcangelo Gabriele che vola attorno alla Madonna cantando.
Scrive a proposito MIchelangelo Zizzi; ” Era dotata di grande cultura, la sua lingua poetica rifletteva l’impasto provenzale con quello italiano dando risultati imprevedibili.. Aveva una carica espressiva enorme, quasi un dono della divinazione e del magismo che si trasferiva nel mito. Il mito era vissuto da lei come ricordo, come forza irrompente della vita, come epifania del sacro, ed ecco chiavi di volta nelle sue liriche figure come il Mago, il Matto ecc. Credo che una riscoperta sia necessaria per diversi aspetti, in primis, la difficile reperibilità in Italia di una simile scrittura, talmente complessa ed originale che corre il rischio della marginalizzazione.”
C. R. era un’eccezionale lettrice capace di performance fuori dal comune la sua poesia colta e passionale si riversava spesso in reading memorabili di cui oggi resta qualche rara registrazione.
L’esordio pubblico di Claudia Ruggeri, con un cappello rosso e un vestito largo e nero, fu durante un reading alla festa dell’Unità di Lecce del 1985 davanti a un basito Dario Bellezza, uno degli intellettuali più vicini a Claudia Ruggeri.
Lui ne amava il tratto e soprattutto la vitalità della sua espressione poetica. Ma il 1996 è stato un anno tragico anche per Dario Bellezza stroncato dall’Aids pochi mesi prima che morisse C.R.
La vita di C.R. negli ultimi anni era molto diversa. Appariva isolata, alcuni anni dopo la morte di Antonio Verri e la fine di tutta una stagione di fermento, sembrava che tutto bruciasse attorno a lei: erano morti Verri, il suo caro amico regista Marcello Primiceri, Dario Bellezza e Franco Fortini. Proprio grazie a Verri Claudia Ruggeri aveva incontrato Franco Fortini, il poeta più importante che riconobbe il valore di Claudia. LO stesso Fortini non capì però l’aspetto umano di quella poesia. Rimproverò l’uso indisciplinato del suo talento. E oltre ai giudizi lusinghieri uni alcune critiche. Innanzitutto fare piazza pulita dei suoi modelli. troppo presenti, quasi ingombranti. Ma i modelli di Claudia erano tanti, Non erano troppi, entravano nelle poesie,, in maniera devastante, con forza lavica. Le parole, le figure retoriche e gli stessi capoversi erano il simbolo di una concentrazione semantica e sintattica che non trova precedenti.
Scrive Antonio Errico dei modelli invasivi di Claudia Ruggeri: “Sapeva che dire è ri-dire, che scrivere è riscrivere, parlare è citare. (…) pensava alla letteratura come a un vorticare di echi, forse anche persino come atto d’amore di un intenzionale plagio. Si rischia un po’ quel luogo comune che tende a volte considerare la citazione un modus amandi nei confronti di un autore. Ma per Claudia si trattava anche di un modus operandi”. E la stessa Claudia Ruggeri in una sua poesia confermava quanto detto da Antonio Errico: “..o poeta che ti copio come capita/ora che il mio racconto è andato a male come credo che succeda a un certo punto che / sfugga la pagina esatta il rigo la parola giusta da riscrivere in cima al verso o da rimare/ con quello appresso; per imparare a scrivere a macchina una buona volta con due / dita e spaginare dannunzio tragico per rubargli il rigo esatto la parola così / per massacrarla con le dita una buona volta imparare.”
Franco Fortini la invitò bonariamente a controllare i suoi slanci letterari, la sua foga, parlando intermini di  “impunità” della parola. Le parole di Fortini non furono molto incoraggianti, e Claudia Ruggeri, scrivendo in una certa maniera, non poteva rivolgersi a poeta più sbagliato. Lo stesso Fortini nel 1980 in Einaudi bocciava tutti quei libri di poesia che non contenevano all’interno la parola operaio. Fortini chiuse una sua lettera del 10 marzo 1990 così “lei è una ‘testa forte’ e saprà valutare questa lettera quanto merita, cioè pochissimo; la mia vanità, lusingata dal suo ricordo, ne potrà soffrire. Ma proprio di questo lei ha bisogno: di rovesciare quanti modelli porta in se e fare piazza pulita. Io, per fortuna sua, modello non posso e ne voglio essere ma invece, con molta stima e simpatia, il suo Franco Fortini”. Effettivamente Claudia faceva un po’ paura, troppo sregolata e barocca per il contegno dell’anziano poeta fiorentino. Eppure in Claudia Ruggeri erano serbati sentimenti amari e genuinamente dolorosi verso l’Italia e la società di quegli anni. Una propensione certamente cara a fortini. C’era uno sguardo lucido e con poco incanto di fronte alla realtà. In una bellissima lettera scritta a un suo amico milanese(probabilmente il poeta Bruno Brancher) dopo un incipit struggente e delizioso sulla distanza tra Lecce e Milano, si rammarica scherzosamente che l’Italia sia stata unita: “da allora questa disgraziata, mia amata, riunita Italia s’allunga e adagio poco sfiata, e s’allunga sempre più e comincia proprio da Lecce questa catastrofe delle distanze (e di Craxi e di De Mita)…”
Claudia Ruggeri è un sentiero interrotto della poesia di questi anni. Penso a Remo Pagnanelli, Giuseppe PIccoli, Stefano Coppola, Ferruccio Benzoni, tutti sentieri interrotti. Claudia Ruggeri è uno di quei percorsi del malessere (diceva di essere malata di tiroide in una lettera a Fortini e che i suoi malesseri nervosi provenissero da lì), uno di quei talenti che non ha avuto il tempo e l’esperienza per cristallizzarsi. Ma rimane un esempio unico di poesia, una poesia “ingioiellata” come diceva Fortini, ma inedita. Una poesia colma di citazioni e rimandi, ” aulika” fatta di amorevole saccheggio, poesia fatta di lava, sangue e dolore. La poesia di Claudia sorprende il lettore, lo meraviglia, per l’uso spregiudicato del dialetto, dei modi di dire, delle citazioni colte, delle frase fatte, delle parole inventate, degli arcaismi e delle parole straniere. Stupisce ancora di più se si immagina l’origine e l’indirizzo delle sue poesie, stupisce tutti, Claudia, poetessa della meraviglia.

 
Mario Desiati
“Nuovi argomenti”
numero 28 quinta serie ottobre/dicembre 2004
Mondadori